Agente 007 - Licenza di uccidere Agente 007 - Licenza di uccidere

Recensioni

Agente 007 – Licenza di uccidere: recensione del film con Sean Connery

Pubblicato

il

A nove anni di distanza dall’esordio sulla carta (Casino Royale di Ian Fleming, datato 1953) e dopo un poco esaltante passaggio in tv in un episodio della prima stagione della serie antologica Climax! (1954), il personaggio di James Bond arriva finalmente sul grande schermo. A dargli volto e corpo, contribuendo in maniera decisiva alla nascita di un vero e proprio mito cinematografico, non è né Cary Grant, fortemente voluto dai produttori Albert R. Broccoli e Harry Saltzman ma già 58enne, né Roger Moore, preso in considerazione ma scartato per un ruolo che successivamente interpreterà ben sette volte, né Peter Anthony, vincitore del concorso per l’assegnazione della parte, ma bensì lo scozzese Sean Connery, già al servizio del regista Terence Young  per Il bandito dell’Epiro. Il racconto che consegna Bond alla leggenda non è il già citato Casino Royale, ma Dr. No, adattato in italiano in Agente 007 – Licenza di uccidere.

Nasce così una saga che a novembre con No Time to Die arriverà a 25 capitoli ufficiali, un episodio “apocrifo” (Mai dire mai) e svariati tentativi di parodia o imitazione. E, come avvenuto per molte serie cinematografiche, nel primo episodio abbiamo già un’impronta riconoscibile, fatta di sfumature, personaggi e canovacci che ancora oggi contraddistinguono le avventure dell’Agente 007. Ci riferiamo all’ironia, alle atmosfere, che passano nel giro di pochi secondi dalla seriosità a un passo dal ridicolo, ad alcuni caratteri ricorrenti (qui conosciamo M, Miss Moneypenny e Felix Leiter) e soprattutto al machismo che caratterizza la saga e che porta Bond a sedurre una miriade di donne estremamente sensuali, spesso ulteriormente sessualizzate da nomi ammiccanti (in questo caso Honey Ryder, mentre in Agente 007 – Missione Goldfinger avremo Pussy Galore).

Non solo l’avvio di una lunga e avventurosa spy story, ma un termine di paragone per tutti i successivi episodi.

Agente 007 – Licenza di uccidere: il debutto dell’Agente 007

La prima missione di Bond ha inizio nel momento in cui in Giamaica viene ucciso in circostanze misteriose John Strangways, membro dei servizi segreti britannici. Convocato dal suo capo M, l’Agente 007 viene informato sulla sua prossima missione, che consiste nell’indagare sull’omicidio e sulla connessione fra Strangways e un caso di sabotaggio delle missioni spaziali americane. Giunto in Giamaica, Bond capisce ben presto che la sua strada è destinata a incrociarsi con quella del dottor Julius No (Joseph Wiseman), membro della multinazionale del crimine SPECTRE e mandante di numerose trappole ai suoi danni. Ad aiutarlo c’è la splendida cercatrice di conchiglie Honey Ryder (Ursula Andress), che ha a sua volta un conto in sospeso con il Dr. No.

Agente 007 – Licenza di uccidere si apre con un marchio di fabbrica della serie, la celeberrima sequenza gunbarrel, cioè l’inquadratura attraverso la canna di una pistola dello stesso James Bond (interpretato in questo caso dalla controfigura di Sean Connery, Bob Simmons), che si gira e spara. Solo il primo di una serie di eventi che ci fanno sentire dentro a un universo preciso, con propri codici e con particolari regole. 

Con un budget che per la prima e ultima volta nella serie è appena nella norma (solo 1 milione di dollari), Terence Young in regia e Sean Connery davanti alla macchina da presa riescono a creare un mondo, che oggi ci appare certamente datato per alcune dinamiche e determinate rappresentazioni, ma che è allo stesso tempo sempre coerente con se stesso e soprattutto tremendamente affascinante e coinvolgente. Se oggi abbiamo familiarità con l’Agente 007 e siamo certi che, presto o tardi, lo rivedremo sul grande schermo in una delle sue varie incarnazioni, è anche grazie alla formidabile miscela ottenuta in questo primo capitolo.

Agente 007 – Licenza di uccidere: l’importanza di Sean Connery e Terence Young

Agente 007 - Licenza di uccidere

«Bond, James Bond». Con una semplice battuta, pronunciata con eleganza e aria sorniona al tavolo da gioco, siamo già conquistati da un personaggio che Connery si cuce letteralmente addosso, tratteggiandone la personalità attraverso i gesti, la postura e le movenze. Aria da duro, distacco affettivo, una classe innata, in felice contrasto con l’atmosfera esotica, e infine pochi tocchi per cesellare il suo carattere, come la passione per i drink (il Vodka Martini rigorosamente agitato, non mescolato) e la capacità di anticipare le mosse dei nemici (esemplari in questo caso la comprensione delle cattive intenzioni del suo autista e il capello legato alla maniglia per capire se qualcuno rovista fra le sue cose).

Ma a funzionare è anche la regia di Young, che trae il massimo dalla scarsità di location (solo Londra e la Giamaica, un unicum nella serie), mantenendo sempre alto il ritmo del racconto e appoggiandosi a una colonna sonora risicata ma funzionale, che ruota sostanzialmente intorno al celeberrimo The James Bond Theme per le sequenze d’azione e all’eccentrica Under the Mango Tree per quelle più leggere. Bastano questi fondamentali pilastri per far chiudere volentieri gli occhi su molti risvolti più deboli della narrazione e della messa in scena, che oggi probabilmente farebbero imbestialire, ancora prima dell’uscita in sala, sia i cacciatori di buchi di sceneggiatura, sia i più attenti alla parità di genere e alla caratterizzazione delle varie etnie.

Agente 007 – Licenza di uccidere: fra ironia ed erotismo

Agente 007 - Licenza di uccidere

Ciò che salta maggiormente all’occhio è evidentemente la rappresentazione della donna, che quando va bene è solamente adulata da Bond (Miss Moneypenny) e quando va male è trattata come mero oggetto sessuale, come nel caso di Miss Taro, sedotta da 007 poco prima del suo prevedibile arresto. Ma non sono da meno la rappresentazione dei giamaicani come totali sprovveduti, in grado di scambiare per un drago un carro armato con lanciafiamme, e i whitewashing grazie ai quali il canadese (con taglio degli occhi orientale) Joseph Wiseman interpreta il Dr. No, di origine cinese, e la scelta della svizzera Ursula Andress per impersonare la giamaicana Honey Ryder. Agente 007 – Licenza di uccidere è però una delle più lampanti prove del fatto che la profondità di sguardo e l’equidistanza nella rappresentazione sono importanti, ma non quanto l’alchimia di un’opera deficitaria in molti suoi aspetti, ma dannatamente efficace nel suo insieme.

Tutte le ingenuità di scrittura spariscono infatti di fronte a battute fulminanti («Dominazione del mondo. Il solito sogno. I manicomi sono pieni di gente che crede di essere Napoleone. O Dio».), a un nemico cinico e perfettamente calato nella contemporaneità dell’epoca (l’incubo nucleare, la corsa spaziale), al lussuoso quartier generale del Dr. No creato da Ken Adam (poi fortemente voluto da Stanley Kubrick per il suo Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba) e al palpabile erotismo di fondo, che trova il proprio apice nell’ormai leggendaria uscita dall’acqua di Ursula Andress, con un bikini bianco indelebilmente scolpito nella storia del cinema. Non la prima Bond girl in ordine temporale (Eunice Gayson e Zena Marshall compaiono prima di lei), ma sicuramente la prima a entrare nell’immaginario collettivo, come simbolo di avventurosa femminilità.

La nascita di un mito

Agente 007 - Licenza di uccidere

Nel suo imperfetto fascino, Agente 007 – Licenza di uccidere sintetizza il prodigioso fascino di una saga che, pur con doverose differenti declinazioni, ha mantenuto pressoché inalterati i propri punti di forza: intricate storie spionistiche e fantapolitiche, piccante ironia, location mozzafiato e una formidabile miscela di azione ed erotismo, arricchita nei capitoli successivi da gadget fantascientifici e auto da sogno. La nascita di un mito, che a quasi 60 anni dal suo debutto non accenna a smettere di intrattenerci e ammaliarci.

Overall
8/10

Verdetto

Il debutto cinematografico dell’Agente 007 sintetizza tutto il meglio e il peggio di ciò che vedremo nei successivi capitoli della saga: rappresentazioni quantomeno superficiali delle donne e delle minoranze etniche, ma anche un cocktail di azione, erotismo, humour e fascino che ha pochi eguali nella storia del cinema.

News

The Last Duel: recensione del film di Ridley Scott

Pubblicato

il

The Last Duel

Già nel 1979, alla sua opera seconda, Ridley Scott con Alien e Sigourney Weaver trasformava una donna sola nello spazio in una delle più grandi eroine del cinema di fantascienza, mentre 12 anni più tardi, con Thelma & Louise ci regalava una delle più struggenti ed epiche battaglie cinematografiche contro il patriarcato. Non stupisce quindi che, a quasi 84 anni di età, sia proprio il regista britannico a centrare con The Last Duel una delle opere recenti che meglio si adatta alla rinnovata sensibilità nei confronti del ruolo della donna nella società. Lo fa chiudendo idealmente il cerchio della sua carriera, concentrandosi su duellanti  non dissimili da quelli interpretati da Keith CarradineHarvey Keitel, che avevano segnato il suo indimenticabile esordio sul grande schermo.

Stavolta ci troviamo nella Francia del XIV secolo, dove Marguerite de Thibouville (Jodie Comer) denuncia di essere stata stuprata da Jacques Le Gris (Adam Driver), caro amico del marito Jean de Carrouges (Matt Damon) e scudiero del Conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck). Un sopruso imperdonabile, vissuto però da Jean più come un disonore arrecato al suo nome che una sofferenza inflitta alla sua amata. Per fare luce su cosa realmente accaduto, Ridley Scott imbastisce una sorta di rivisitazione in chiave epica e cavalleresca di Rashomon di Akira Kurosawa, mettendo in scena le versioni di Jean, Jacques e Marguerite del deprecabile episodio.

The Last Duel: l’epica femminista di Ridley Scott

The Last Duel

Photo credit: Patrick Redmond.

Il regista dimostra una freschezza di sguardo più unica che rara, sfruttando il romanzo di Eric Jager L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale per una lucida disamina di come ancora oggi venga percepito lo stupro dalle diverse persone coinvolte in questi orrori. Fortunatamente, dal XIV secolo molte cose sono cambiate. Per esempio, non ci si affida ai cosiddetti duelli di Dio per stabilire la verità, e il sistema giudiziario continua giustamente a evolversi in favore delle vittime. Molti aspetti di questi fatti sono però rimasti tragicamente immutati, come il duplice danno che le donne sono costrette a subire, quello fisico e psicologico e quello sociale, che le porta a essere malviste nelle comunità per un avvenimento di cui non hanno nessuna colpa.

Prendendosi grossi rischi dal punto di vista narrativo (tre versioni dello stesso avvenimento, seppur con sostanziali differenze, sono ostiche da digerire per lo spettatore moderno) e grazie al fondamentale apporto in sceneggiatura di Nicole Holofcener, Ridley Scott si spinge però ancora oltre, rappresentando in successione: il punto di vista degli uomini che stanno accanto alle donne stuprate, troppo spesso concentrati sul disonore e sul desiderio di vendetta che sulla necessaria empatia per chi ha subito violenza; la prospettiva degli stupratori, che per motivare i loro gesti ricorrono a inesistenti segnali di interesse da parte delle donne e a consensi mai arrivati; infine, la versione (o meglio, la verità) della vittima, che è al tempo stesso la più semplice e la più sconfortante.

A tutto ciò si aggiungono poi gli immancabili affrettati giudizi delle persone estranee, pronte a scambiare un apprezzamento estetico per un uomo in un implicito consenso a un rapporto sessuale, sminuendo così la violenza subita dalla vittima.

L’apporto di Jodie Comer, Adam Driver e Matt Damon

The Last Duel

The Last Duel non è però solo cinema teorico e concettuale. Ridley Scott rispolvera infatti anche l’azione epica che aveva contraddistinto alcune sue apprezzate opere come Il gladiatore e Le crociate – Kingdom of Heaven, che deflagra soprattutto nell’atto conclusivo, quando si ricorre a un duello all’ultimo sangue per fare trionfare la giustizia, ennesima sottolineatura da parte del regista della stortura di un sistema che affida la soluzione di un dramma umano a elementi esterni al dramma stesso. Nonostante la sua età avanzata, Scott dimostra di avere ancora pochi eguali in termini di narrazione per immagini, dando vita a uno dei più intensi duelli visti negli ultimi anni sul grande schermo. Termine che non usiamo a caso, dal momento che The Last Duel è un progetto perfetto per ribadire la necessità della sala, almeno per opere di questa portata.

Solo nel luogo per eccellenza del cinema si può infatti assaporare il lavoro fatto da Scott sul sonoro, sulla coreografia dello scontro e sugli effetti speciali, che ci trasporta direttamente sul campo di battaglia, facendoci vivere la concitazione del momento e percepire il pericolo dei duellanti. La mancanza di azione nella fase centrale del racconto è così perfettamente bilanciata da un avvincente e adrenalinico epilogo, in cui il regista non lesina in termini di violenza e sangue, distinguendosi ancora una volta dalla maggioranza dei suoi colleghi per il realismo della messa in scena. Ottima anche la direzione degli interpreti, con Adam Driver, Matt Damon e Jodie Comer che si sfidano letteralmente in bravura, rappresentando tutte le sfumature di una situazione estremamente complessa dal punto di vista umano, etico e sociale.

The Last Duel: una severa critica alle contraddizioni del genere umano

The Last Duel

A 44 anni di distanza da I duellanti, Scott utilizza nuovamente il concetto di duello come simbolo della profonda insensatezza del genere umano, che nonostante l’evoluzione della storia e della società continua ad aggrapparsi alla violenza e a ideali vacui come l’onore per risolvere questioni ben più complesse. Da maestro qual è, il regista dimostra ancora una volta che anche dai luoghi più lontani dalla nostra vita, come lo spazio, il futuro distopico di Blade Runner o la Francia di secoli fa, si può muovere una critica severa e pungente a vizi e contraddizioni del genere umano difficili da eradicare.

Dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, The Last Duel arriverà nelle sale italiane il 14 ottobre, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Overall
8/10

Verdetto

Ridley Scott riesce a fondere epica cavalleresca e critica sociale in un intenso dramma umano, che affronta tematiche urgenti e attuali con un’invidiabile freschezza di sguardo e con la sua proverbiale perizia dietro alla macchina da presa.

Continua a leggere

News

America Latina: recensione del film con Elio Germano

Pubblicato

il

America Latina

Si intitola America Latina la nuova fatica dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, in un originale contrasto fra l’America della nostra esteriorità, apparentemente precisa, affidabile e inappuntabile e la Latina che non è solo lo spettrale luogo che abita il protagonista Elio Germano, ma anche una fedele rappresentazione dell’interiorità del suo Massimo Sisti, anima tormentata e avvolta da un malessere misterioso e insuperabile. Ancora la provincia romana dunque, per un’opera che però è di segno opposto rispetto al precedente lavoro dei fratelli Favolacce, che metteva in luce il disagio in un racconto corale ricco di scenari e snodi narrativi. America Latina è invece un lavoro molto più asciutto, quasi essenziale nel tratteggiare il protagonista ed ermetico nella definizione delle sue motivazioni e dei suoi pensieri, che punta invece su atmosfere sinistre e sull’inquietudine che prende vita e si spande a partire da un mistero che coinvolge Elio Germano.

America Latina: la favolaccia horror dei fratelli D’Innocenzo

America Latina

Massimo Sisti ha una vita apparentemente perfetta. Marito devoto e padre di due figlie, titolare di uno studio dentistico e proprietario di una lussuosa villa in campagna. La sua esistenza si incrina però quando scendendo in cantina vi trova una ragazza imbavagliata e legata, che implora il suo aiuto. Chi l’ha messa lì e perché? Sarà stato il suo caro amico in difficoltà economiche o le donne della sua famiglia, che sembrano complottare qualcosa alle sue spalle? O ancora, potrebbe forse essere un caso di amnesia che porta Massimo a dimenticare atrocità da lui commesse in stato confusionario? Il mistero si infittisce sempre più, come il disagio emotivo del protagonista.

America Latina, presentato in concorso a Venezia 78, è uno di quei film di cui si continua a parlare anche giorni dopo la visione, riflettendo sulle possibili interpretazioni di un racconto che si apre a tante diverse soluzioni. Inequivocabile segnale che, a prescindere da qualsiasi valutazione estetica e contenutistica, i fratelli D’Innocenzo hanno raggiunto l’obiettivo di dare vita a un’opera che non si limita alla visione, ma resta invece incollata addosso allo spettatore. Ma i pregi di America Latina non si fermano a questo. Giunti alla loro terza opera, i registi dimostrano di avere un proprio stile, unico e personale, con cui raccontare storie profondamente disturbanti, che partono dalla periferia romana per esplorare i confini dell’animo umano, senza mai dare conforto allo spettatore.

Il labirinto dell’anima

America Latina

America Latina è fondamentalmente un horror domestico e psicologico, che potrebbe essere particolarmente apprezzato dal regista di Parasite Bong Joon-ho, presidente di giuria di Venezia 78. Evidenti infatti le analogie fra le due opere, come l’architettura bizzarra di una villa, che diventa un vero e proprio personaggio aggiunto di un racconto che si muove costantemente dall’alto in basso e viceversa, o la volontà di sfruttare una commistione di generi per proporre una profonda riflessione sulla società, che per i fratelli D’Innocenzo riguarda soprattutto la perdita di stabilità emotiva e affettiva del maschio nel mondo contemporaneo. Fra gli altri riferimenti cinefili dei registi è facile notare le candide vesti delle donne di casa, che sembrano uscite da Picnic ad Hanging Rock o Il giardino delle vergini suicide, e la fotografia e le scenografie continuamente virate su un rosso vivo, che inevitabilmente riportano alla mente Dario Argento e il suo Suspiria.

America Latina avvolge e scuote lo spettatore, precipitandolo in un labirinto di possibilità e false piste sulla sorte di Massimo Sisti, che con il passare dei minuti comincia a vivere in uno stato di crescente paranoia, come nei migliori thriller di Roman Polanski. I D’Innocenzo si attaccano al solito sontuoso Elio Germano, inquadrando il suo volto sempre più sperduto da tutte le possibili angolazioni, distorcendolo e ribaltandolo, con il risultato di farci vivere questo incubo di provincia dalla sua prospettiva. Mentre cerchiamo una soluzione, ci accorgiamo che i personaggi che circondano Massimo Sisti sono anche simboli di una sensibilità che il protagonista è spinto a rigettare dalla società. Dall’indole artistica e musicale della figlia più giovane ai primi turbamenti sentimentali della più grande, fino ad arrivare all’affetto smisurato della moglie e al conflittuale rapporto con il padre, in America Latina tutto mette in discussione i pilastri della mascolinità tossica.

I simboli di America Latina

Le musiche ipnotiche dei Verdena, il minimalismo e la claustrofobia della messa in scena, la fotografia calibrata sul volto Elio Germano di Paolo Carnera e l’elemento dell’acqua che ricorre continuamente nella vita del protagonista sono solo alcuni degli indizi formali di America Latina, che insieme a tanti piccoli spunti inseriti non casualmente nel racconto (le telefonate al padre, i video delle lezioni di piano, il notiziario) possono aiutarci a farci strada fra le pieghe del racconto, il cui maggior pregio è paradossalmente anche un possibile difetto. La totale assenza di risposte e il forte simbolismo dei D’Innocenzo possono infatti attrarre lo spettatore più curioso e cinefilo, ma anche respingere o addirittura infastidire chi invece preferisce storie più solide, centrate e conclusive. Anche questa è la bellezza di un arte che si trasforma ogni volta attraverso il gusto e l’esperienza di chi la fruisce, proprio come America Latina.

Overall
8/10

Verdetto

America Latina avvolge lo spettatore in un labirinto narrativo ed emotivo, che resta incollato addosso, insieme al suo ermetismo, anche diversi giorni dopo la visione.

Continua a leggere

News

Halloween Kills: recensione del film con Jamie Lee Curtis

Pubblicato

il

Halloween Kills

Fin dal suo esordio sul grande schermo in Halloween – La notte delle streghe, Michael Myers ha rappresentato un male silenzioso e strisciante, radicato nella società americana. John Carpenter ha utilizzato il mostro e la sua iconica maschera per toccare un nervo scoperto della popolazione statunitense dell’epoca, che dietro a una facciata di benessere e serenità celava l’ancestrale timore per la propria sicurezza. I tanti sequel del capostipite della saga hanno insistito, con risultati altalenanti, su questo tema, associando di volta in volta alla figura di Myers una riflessione sullo spirito dei tempi. A ridare lustro e vitalità alla saga è arrivato poi David Gordon Green, che con il suo Halloween del 2018 ha tagliato i ponti con il passato, riallacciandosi direttamente a Carpenter. Un progetto portato avanti con Halloween Kills, che si concluderà poi nel 2022 con Halloween Ends.

L’intento del primo capitolo della trilogia di David Gordon Green era manifesto: da una parte, il ritorno di Michael Myers insieme all’intramontabile Laurie Strode di Jamie Lee Curtis, veri e propri pilastri della saga; dall’altra, il desiderio di cogliere il sentimento di rinnovata sensibilità nei confronti dei personaggi femminili, affiancando alla prima vera scream queen altre due generazioni di donne, cioè la figlia Karen (Judy Greer) e la nipote Allyson (Andi Matichak). Halloween Kills riparte pochi minuti dopo la conclusione del precedente capitolo, ma guarda ancora oltre, cogliendo il sentimento di sfiducia verso le istituzioni diffuso ormai in tutto il mondo, incanalandolo in una caccia al mostro indirizzata verso il redivivo Myers, che come in tutti i capitoli della saga dimostra potersi sovrumani sia in termini di forza, sia dal punto di vista della resistenza agli attacchi.

Halloween Kills: violenza e critica sociale nel nuovo capitolo della saga

Halloween Kills

David Gordon Green non si ferma però qui, e con un efficace incipit si insinua nella mitologia della saga, concentrandosi su vecchi e nuovi personaggi che si sono imbattuti nella furia di Michael Myers durante il suo primo ritorno ad Haddonfield. Rivediamo così il dottor Sam Loomis (con un recast del compianto Donald Pleasence) e soprattutto comprendiamo l’impatto della tragedia di 40 anni prima sulla cittadina, costantemente in bilico fra la voglia di dimenticare e il desiderio di ricordare le vittime del mostro. Sui cittadini di Haddonfield, in larga parte inconsapevoli degli eventi del capitolo precedente e del ritorno di Myers, aleggia un’atmosfera sinistra, simile a quella di Derry, ambientazione delle diverse incarnazioni di It (i palloncini che vediamo nei primi minuti non sono un caso). Il ciclo del male non si arresta, e ciò che è successo prima o poi si ripeterà. Meglio farsi trovare pronti.

Da qui la scelta spiazzante di Halloween Kills. Con Laurie impegnata con i postumi degli eventi del capitolo precedente, con Karen e Allyson al suo fianco, l’attenzione si sposta sui cittadini di Haddonfield, determinati a farsi giustizia da soli. Su tutti, spicca Tommy Doyle (Anthony Michael Hall), salvo solo grazie al provvidenziale aiuto di Laurie nel 1978. Un tipico bar americano diventa teatro di un ritrovo dei nemici di Michael Myers, che nel frattempo comincia la sua mattanza, fatta di omicidi sempre più brutali e spettacolari sulla strada della sua prima casa, dove il male ha avuto inizio. Il regista mette in scena una versione decisamente estrema del pluriomicida, che non si ferma letteralmente davanti a niente, lasciando alle sue spalle, senza distinzioni di genere, età ed etnia, un impressionante numero di corpi straziati. Una scelta narrativa ed espressiva che rende Halloween Kills uno dei capitoli più violenti dell’intera saga.

Il destino di Laurie e Michael

Anche se l’azione centellinata di Carpenter è lontana anni luce, insieme alla suspence che si respira nel primo impareggiabile capitolo della serie, Halloween Kills è un’opera forte di diversi spunti interessanti, ben al di sopra della media degli slasher contemporanei. Apprezzabile è innanzitutto la volontà del regista di attingere alle atmosfere degli anni ’70 senza trasformare il racconto in un mero omaggio, ma creando anzi una suggestiva continuità fra passato e presente. Ancora più sorprendente è il dilemma etico e morale che David Gordon Green pone allo spettatore: da una parte uno dei villain più temuti della storia del cinema, che è letteralmente la personificazione del male; dall’altra, i vendicativi e poco lucidi cittadini di Haddonfield, mossi più dal desiderio di dare sfogo ai loro istinti violenti che dalla volontà di fermare il pluriomicida. Impossibile prendere le parti di Myers, ma molto difficile parteggiare per questa rancorosa e disorganizzata folla.

Fra i due litiganti, si pone la famiglia Strode, atavicamente connessa a Myers. Mentre prosegue l’introspezione di Laurie, anche su un letto di ospedale, non si può dire altrettanto di Karen e Allyson, spesso lontane dal centro dell’azione e prese dal legittimo sconforto per la situazione dei loro cari. Qualche perplessità anche sulla gestione da parte di David Gordon Green di alcuni momenti chiave, come la breve sequenza in cui Michael appare senza maschera e l’ennesima inspiegabile resurrezione del mostro. Due scene dall’altissimo potenziale, che il regista mette però in scena in maniera anticlimatica, optando per dei poco ispirati ralenti. Ben più suggestivi invece i richiami alle location principali della serie (come la casa del piccolo Michael) che rafforzano il tema del male radicato in uno specifico luogo.

I pregi di Halloween Kills

Halloween Kills

Halloween Kills adempie egregiamente al proprio compito di capitolo centrale di una trilogia, evitando di disperdere i buoni spunti messi in campo dal proprio predecessore e preparando il terreno per l’epico e conclusivo scontro fra Laurie e Michael che con ogni probabilità vedremo in Halloween Ends. A margine di tutto questo, il regista riesce anche a intercettare un disagio sociale che dal termine delle riprese (cioè fine 2019) è diventato sempre più urgente e allarmante. Come sempre, Michael Myers è solo una faccia del male che alberga in tutti noi.

Dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, alla presenza della stessa Jamie Lee Curtis, Halloween Kills debutterà al cinema il 21 ottobre, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7.5/10

Verdetto

Halloween Kills prepara il terreno per il capitolo conclusivo della trilogia, inserendo elementi di critica sociale nella nuova sanguinolenta comparsa di Michael Myers.

Continua a leggere
Pubblicità