Agente 007 - Licenza di uccidere Agente 007 - Licenza di uccidere

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Agente 007 – Licenza di uccidere: recensione del film con Sean Connery

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A nove anni di distanza dall’esordio sulla carta (Casino Royale di Ian Fleming, datato 1953) e dopo un poco esaltante passaggio in tv in un episodio della prima stagione della serie antologica Climax! (1954), il personaggio di James Bond arriva finalmente sul grande schermo. A dargli volto e corpo, contribuendo in maniera decisiva alla nascita di un vero e proprio mito cinematografico, non è né Cary Grant, fortemente voluto dai produttori Albert R. Broccoli e Harry Saltzman ma già 58enne, né Roger Moore, preso in considerazione ma scartato per un ruolo che successivamente interpreterà ben sette volte, né Peter Anthony, vincitore del concorso per l’assegnazione della parte, ma bensì lo scozzese Sean Connery, già al servizio del regista Terence Young  per Il bandito dell’Epiro. Il racconto che consegna Bond alla leggenda non è il già citato Casino Royale, ma Dr. No, adattato in italiano in Agente 007 – Licenza di uccidere.

Nasce così una saga che a novembre con No Time to Die arriverà a 25 capitoli ufficiali, un episodio “apocrifo” (Mai dire mai) e svariati tentativi di parodia o imitazione. E, come avvenuto per molte serie cinematografiche, nel primo episodio abbiamo già un’impronta riconoscibile, fatta di sfumature, personaggi e canovacci che ancora oggi contraddistinguono le avventure dell’Agente 007. Ci riferiamo all’ironia, alle atmosfere, che passano nel giro di pochi secondi dalla seriosità a un passo dal ridicolo, ad alcuni caratteri ricorrenti (qui conosciamo M, Miss Moneypenny e Felix Leiter) e soprattutto al machismo che caratterizza la saga e che porta Bond a sedurre una miriade di donne estremamente sensuali, spesso ulteriormente sessualizzate da nomi ammiccanti (in questo caso Honey Ryder, mentre in Agente 007 – Missione Goldfinger avremo Pussy Galore).

Non solo l’avvio di una lunga e avventurosa spy story, ma un termine di paragone per tutti i successivi episodi.

Agente 007 – Licenza di uccidere: il debutto dell’Agente 007

La prima missione di Bond ha inizio nel momento in cui in Giamaica viene ucciso in circostanze misteriose John Strangways, membro dei servizi segreti britannici. Convocato dal suo capo M, l’Agente 007 viene informato sulla sua prossima missione, che consiste nell’indagare sull’omicidio e sulla connessione fra Strangways e un caso di sabotaggio delle missioni spaziali americane. Giunto in Giamaica, Bond capisce ben presto che la sua strada è destinata a incrociarsi con quella del dottor Julius No (Joseph Wiseman), membro della multinazionale del crimine SPECTRE e mandante di numerose trappole ai suoi danni. Ad aiutarlo c’è la splendida cercatrice di conchiglie Honey Ryder (Ursula Andress), che ha a sua volta un conto in sospeso con il Dr. No.

Agente 007 – Licenza di uccidere si apre con un marchio di fabbrica della serie, la celeberrima sequenza gunbarrel, cioè l’inquadratura attraverso la canna di una pistola dello stesso James Bond (interpretato in questo caso dalla controfigura di Sean Connery, Bob Simmons), che si gira e spara. Solo il primo di una serie di eventi che ci fanno sentire dentro a un universo preciso, con propri codici e con particolari regole. 

Con un budget che per la prima e ultima volta nella serie è appena nella norma (solo 1 milione di dollari), Terence Young in regia e Sean Connery davanti alla macchina da presa riescono a creare un mondo, che oggi ci appare certamente datato per alcune dinamiche e determinate rappresentazioni, ma che è allo stesso tempo sempre coerente con se stesso e soprattutto tremendamente affascinante e coinvolgente. Se oggi abbiamo familiarità con l’Agente 007 e siamo certi che, presto o tardi, lo rivedremo sul grande schermo in una delle sue varie incarnazioni, è anche grazie alla formidabile miscela ottenuta in questo primo capitolo.

Agente 007 – Licenza di uccidere: l’importanza di Sean Connery e Terence Young

Agente 007 - Licenza di uccidere

«Bond, James Bond». Con una semplice battuta, pronunciata con eleganza e aria sorniona al tavolo da gioco, siamo già conquistati da un personaggio che Connery si cuce letteralmente addosso, tratteggiandone la personalità attraverso i gesti, la postura e le movenze. Aria da duro, distacco affettivo, una classe innata, in felice contrasto con l’atmosfera esotica, e infine pochi tocchi per cesellare il suo carattere, come la passione per i drink (il Vodka Martini rigorosamente agitato, non mescolato) e la capacità di anticipare le mosse dei nemici (esemplari in questo caso la comprensione delle cattive intenzioni del suo autista e il capello legato alla maniglia per capire se qualcuno rovista fra le sue cose).

Ma a funzionare è anche la regia di Young, che trae il massimo dalla scarsità di location (solo Londra e la Giamaica, un unicum nella serie), mantenendo sempre alto il ritmo del racconto e appoggiandosi a una colonna sonora risicata ma funzionale, che ruota sostanzialmente intorno al celeberrimo The James Bond Theme per le sequenze d’azione e all’eccentrica Under the Mango Tree per quelle più leggere. Bastano questi fondamentali pilastri per far chiudere volentieri gli occhi su molti risvolti più deboli della narrazione e della messa in scena, che oggi probabilmente farebbero imbestialire, ancora prima dell’uscita in sala, sia i cacciatori di buchi di sceneggiatura, sia i più attenti alla parità di genere e alla caratterizzazione delle varie etnie.

Agente 007 – Licenza di uccidere: fra ironia ed erotismo

Agente 007 - Licenza di uccidere

Ciò che salta maggiormente all’occhio è evidentemente la rappresentazione della donna, che quando va bene è solamente adulata da Bond (Miss Moneypenny) e quando va male è trattata come mero oggetto sessuale, come nel caso di Miss Taro, sedotta da 007 poco prima del suo prevedibile arresto. Ma non sono da meno la rappresentazione dei giamaicani come totali sprovveduti, in grado di scambiare per un drago un carro armato con lanciafiamme, e i whitewashing grazie ai quali il canadese (con taglio degli occhi orientale) Joseph Wiseman interpreta il Dr. No, di origine cinese, e la scelta della svizzera Ursula Andress per impersonare la giamaicana Honey Ryder. Agente 007 – Licenza di uccidere è però una delle più lampanti prove del fatto che la profondità di sguardo e l’equidistanza nella rappresentazione sono importanti, ma non quanto l’alchimia di un’opera deficitaria in molti suoi aspetti, ma dannatamente efficace nel suo insieme.

Tutte le ingenuità di scrittura spariscono infatti di fronte a battute fulminanti («Dominazione del mondo. Il solito sogno. I manicomi sono pieni di gente che crede di essere Napoleone. O Dio».), a un nemico cinico e perfettamente calato nella contemporaneità dell’epoca (l’incubo nucleare, la corsa spaziale), al lussuoso quartier generale del Dr. No creato da Ken Adam (poi fortemente voluto da Stanley Kubrick per il suo Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba) e al palpabile erotismo di fondo, che trova il proprio apice nell’ormai leggendaria uscita dall’acqua di Ursula Andress, con un bikini bianco indelebilmente scolpito nella storia del cinema. Non la prima Bond girl in ordine temporale (Eunice Gayson e Zena Marshall compaiono prima di lei), ma sicuramente la prima a entrare nell’immaginario collettivo, come simbolo di avventurosa femminilità.

La nascita di un mito

Agente 007 - Licenza di uccidere

Nel suo imperfetto fascino, Agente 007 – Licenza di uccidere sintetizza il prodigioso fascino di una saga che, pur con doverose differenti declinazioni, ha mantenuto pressoché inalterati i propri punti di forza: intricate storie spionistiche e fantapolitiche, piccante ironia, location mozzafiato e una formidabile miscela di azione ed erotismo, arricchita nei capitoli successivi da gadget fantascientifici e auto da sogno. La nascita di un mito, che a quasi 60 anni dal suo debutto non accenna a smettere di intrattenerci e ammaliarci.

Overall
8/10

Verdetto

Il debutto cinematografico dell’Agente 007 sintetizza tutto il meglio e il peggio di ciò che vedremo nei successivi capitoli della saga: rappresentazioni quantomeno superficiali delle donne e delle minoranze etniche, ma anche un cocktail di azione, erotismo, humour e fascino che ha pochi eguali nella storia del cinema.

Cinema indipendente

Vista mare: recensione del documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler

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Vista mare

Il cinema ha più volte fotografato il turismo di massa del Nord Adriatico. Lo ha fatto con film balneari come L’ombrellone di Dino Risi, Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi di Bruno Gaburro, ma anche con opere malinconiche e cupe come La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Rimini di Ulrich Seidl, capaci di fotografare anche i risvolti meno scintillanti di questi luoghi. In pochi hanno però saputo e voluto soffermarsi su un altro aspetto fondamentale della costa adriatica settentrionale, cioè la massa di lavoratori stagionali al servizio del turismo vacanziero. Un tema sviscerato con rigore e lucidità in Vista mare, documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler ambientato tra Lignano, Jesolo, Rimini e Riccione.

Gli autori seguono un’intera stagione balneare (da febbraio a ottobre), mostrando la vita e il lavoro degli ingranaggi che permettono alla macchina del turismo di muoversi. Seguiamo così i primi preparativi per le spiagge, tirate a lucido dopo l’inverno in modo da ottimizzare gli spazi, per poi assistere alla formazione delle nuove leve che contribuiranno ad assistere e intrattenere i clienti. Ci addentriamo poi fra le mura di alberghi imponenti e opprimenti, assistendo al lavoro di addetti alle pulizie e alla reception, camerieri, animatori, bagnini e tutte le altre figure essenziali per l’industria del turismo. Persone che vivono il paradosso di lavorare per garantire il divertimento e il relax a chi lavora durante il resto dell’anno, accomunate da orari proibitivi, paghe scarse e diritto al riposo negato.

Vista mare: dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico

Vista mare

La messa in scena di Julia Gutweniger e Florian Kofler è fredda e precisa, perfetta per la rappresentazione di un ecosistema straniante, ben lontano dalla comune visione di queste località turistiche. La macchina da presa osserva a distanza e staticamente le attività dei lavoratori stagionali, calibrate e organizzate nei minimi dettagli, in tempi stretti e con orari serrati. Mentre sullo sfondo le spiagge si riempiono di turisti, in cerca di divertimento o della più classica tintarella rilassante, Vista mare scandaglia tutto ciò che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere: le scavatrici intente a sistemare la sabbia, le prove degli ombrelloni, i rifiuti abbandonati dopo le feste in spiaggia, il lavoro spesso alienante nelle strutture balneari, negli alberghi e nei parchi acquatici, il silenzio che annuncia la fine di una stagione e l’inizio dell’attesa per quella successiva.

Immagini capaci di raccontare un sottobosco in ombra ma brulicante di vita, senza il sostegno di una voce narrante o di una sofisticata messa in scena. Il punto di vista degli autori è evidentemente quello dei tanti lavoratori sfruttati e sottopagati che garantiscono i servizi della riviera romagnola e di quella veneta. Lavoratori che si prendono la scena nel momento più toccante e allo stesso tempo disarmante di Vista mare, ovvero una manifestazione rassegnata e poco partecipata contro le degradanti condizioni di lavoro del settore, mentre sullo sfondo le forze dell’ordine sorvegliano a distanza e i passanti osservano con fugace curiosità, prima di tornare alla loro routine marittima. Immagini dolorose e importanti, da tenere a mente soprattutto nel momento in cui si avvicinano le immancabili lamentele dei ristoratori e dei gestori di alberghi e stabilimenti balneari per la mancanza di personale disposto a lavorare alle loro condizioni.

Un ritratto lucido e rassegnato

La dimensione politica di Vista mare è tangibile ma sempre in secondo piano all’interno di un racconto che procede in direzione opposta a ciò che ci si potrebbe aspettare, privilegiando la malinconia, il paradosso e la remissività. Non ci sono né la disperazione di Ken Loach né la critica sociale alla base del recente cinema francese sul lavoro, ma solo esistenze bloccate in un loop senza via d’uscita, in cui i lavoratori stagionali faticano per garantire il benessere e il divertimento di quelli a tempo pieno, nell’attesa o nella vana speranza di poter invertire i ruoli. Resta però la mestizia per un modello in scala di molte delle ingiustizie e delle contraddizioni che affliggono la nostra società, in cui il profitto e l’ossessione per la produttività vengono sempre prima del benessere e della dignità dei lavoratori.

Vista mare è in sala dal 18 aprile, distribuito da Trent Film.

Overall
7/10

Valutazione

Vista mare ci porta dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico, mostrandoci le miserie e le contraddizioni di un sistema alienante.

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Coincidenze d’amore: recensione del film di Meg Ryan

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Coincidenze d'amore

In fondo c’era da aspettarselo. Nessuna campagna promozionale degna di questo nome, nessuna intervista fiume dei protagonisti sui principali giornali, neanche un content creator cinematografico ingaggiato per difendere l’indifendibile. Solo un silenzio imbarazzato e imbarazzante ad accompagnare un disastro annunciato e puntualmente arrivato. Coincidenze d’amore segna il ritorno alla regia e alla recitazione di Meg Ryan a 8 anni di distanza dal tutt’altro che indimenticabile Ithaca. Un vero e proprio ritorno al passato, dal momento che l’ex fidanzatina d’America ripercorre i territori a lei più congeniali della commedia romantica, adattando l’opera teatrale di Steven Dietz Shooting Star e dedicando il progetto alla memoria della compianta Nora Ephron, sua regista in Insonnia d’amore e C’è posta per te. Accanto a lei un malinconico David Duchovny, a sua volta alla perenne ricerca dello smalto dei tempi di X-Files e Californication.

In un piccolo aeroporto statunitense, a vent’anni di distanza dal loro ultimo incontro si ritrovano Bill e Willa, che in passato hanno vissuto un’appassionata e tormentata storia d’amore. Inizialmente esitanti, i due iniziano a parlare del loro passato e di come le loro vite sono andate avanti dopo il momento del loro distacco, complice la tormenta di neve che affligge l’aeroporto, portando a continue cancellazioni di voli. Emergono così le loro problematiche sentimentali e le rispettive esperienze genitoriali, mentre si abbassano le difese da loro erette e riaffiorano gli antichi sentimenti.

Coincidenze d’amore: il ritorno di Meg Ryan alla commedia romantica

Meg Ryan e David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Per esigenze artistiche e verosimilmente di budget (Coincidenze d’amore è costato appena 3 milioni di dollari), Meg Ryan sfrutta la base teatrale dell’opera, concentrandosi sui pochi ambienti in cui sono bloccati i due protagonisti e azzerando il mondo intorno a loro. A questo si aggiunge la dimensione chiaramente metafisica del racconto, che trasforma l’aeroporto in una sorta di Purgatorio in cui Bill e Willa devono comprendere i loro errori passati per poter andare avanti, in un ambiente popolato esclusivamente da poche e ripetute comparse e soprattutto dalla voce dell’annunciatore, che con tono amichevole si rivolge direttamente ai protagonisti. Una scelta di sceneggiatura e regia francamente incomprensibile, anche perché non spiegata né sfruttata attivamente nella narrazione.

Mentre il suo dichiarato punto di riferimento Nora Ephron riusciva a trasformare anche le storie più semplici e i dialoghi più apparentemente scontati in momenti di cinema accattivanti e suggestivi, dietro alla macchina da presa Meg Ryan non fa mai altrettanto, depotenziando al contrario tutti i momenti di riflessione e ogni sequenza dalle premesse intriganti. Scelte musicali poco ispirate, dialoghi fatti prevalentemente di lamentele sul mondo e sul progresso e inquadrature sciatte affossano un racconto di parola che non ha nulla da dire o da trasmettere, nonostante la persistente capacità di Meg Ryan di bucare lo schermo e lo spirito dolente di David Duchovny, sempre a suo agio nei panni di personaggi sconfitti dalla vita e dal tempo.

Un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato

David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Mentre si dipana un racconto dalla parabola già vista e ampiamente prevedibile, privo del minimo guizzo in grado di creare trasporto o almeno comprensione nei confronti dei protagonisti, Coincidenze d’amore diventa più o meno volontariamente una sorta di film museale. Vedere Meg Ryan intenta a rimettere in scena una versione di se stessa e della sua immagine divistica, totalmente scollegata dai mutamenti del cinema e dei gusti del pubblico, apre paradossalmente la porta a sfumature di senso tutt’altro che disprezzabili all’interno di un’opera piatta e mediocre.

Come Bill e Willa, rappresentati come fantasmi di un mondo e di un amore che non esistono più, anche Meg Ryan e David Duchovny diventano emblemi di un cinema ormai completamente svanito, in grado di trasformare soggetti discutibili in successi al botteghino grazie al mestiere registico e all’apporto di due divi in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo degli spettatori. Le pose legnose, i dialoghi sbiaditi e recitati con sufficienza e l’atteggiamento genuinamente adolescenziale di due over 60, uniti all’ambientazione aeroportuale più volte sfruttata dalla commedia romantica (The Terminal, Jet Lag e Tra le nuvole sono sono alcuni esempi), danno vita a un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato, che procede con la stessa goffaggine del personaggio di Meg Ryan ma è al tempo stesso capace di tratteggiare l’incapacità di arrendersi al cambiamento, il rimpianto per i tempi andati e la soggettività dei ricordi.

Coincidenze d’amore: più che una commedia romantica, un elogio funebre

Non è un caso che Coincidenze d’amore si chiuda con uno dei finali più abborracciati e contraddittori visti recentemente sul grande schermo. In questa camera ardente del panorama audiovisivo degli anni ’90 adibita ad aeroporto, non c’è infatti spazio per la logica, per la scrittura tagliente e per il cinema più raffinato, ma solo per il ritratto eccentrico e stravagante, ma al contempo sincero e crudele, di personaggi imprigionati in un non luogo fatto di ricordi e malinconia, come Bill e Willa. Più che una commedia romantica, un elogio funebre.

Coincidenze d’amore è in sala dall’11 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Dopo 8 anni di assenza, Meg Ryan torna sul grande schermo con una commedia sciatta e mediocre, che si trasforma in un elogio funebre di un modo di fare cinema ormai scomparso.

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Gloria! Recensione del film di Margherita Vicario

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Gloria!

Margherita Vicario, attrice e cantautrice, ha debuttato come regista con Gloria!, lungometraggio che ha ricevuto la sua prima alla Berlinale e ora ha fatto il suo ingresso nei cinema italiani. La pellicola trae ispirazione da una scoperta fatta da Vicario e dalla sceneggiatrice Anita Rivaroli: un’accademia di musica per giovani donne, un santuario di talenti inespressi, dove si celavano le melodie di grandi compositrici, soffocate dalle convenzioni sociali di un’era governata dagli uomini. 

Il film ci catapulta in un collegio femminile che ospita orfane, nei pressi di Venezia, nel 1800. Il cuore della storia è rappresentato da un gruppo di ragazze unite da un legame profondo, cresciute insieme tra le mura del collegio. Tra di loro emerge la figura di Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, la più temeraria e ingenua, che cade preda delle lusinghe di un nobile seduttore. Nel ruolo di Teresa, troviamo Galatéa Bellugi, una domestica costretta a soffocare la propria voce su ordine di Perlina, il prete e maestro di musica, interpretato da Paolo Rossi. Il suo personaggio è incaricato di creare composizioni per un concerto dedicato a Pio VII, un compito che si rivela troppo arduo per lui, ma non per le sue allieve e per Teresa, che di nascosto, nella notte, animano un pianoforte abbandonato con le loro melodie segrete.

Gloria!: il canto di lode di Margherita Vicario per le compositrici dimenticate

Gloria!

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile.

Gloria!: non solo musica

Gloria!

Ma non è solo la musica ad avere pieno protagonismo all’interno dell’economia visiva del film di Vicario. Al centro ci sono sì le donne ma c’è il potere, un potere istituzionale, verticistico, piramidale, e un potere femminista quindi condiviso, plurale. Questi due poteri interferiscono tra loro e creano un vortice ben visibile durante ogni scena: non c’è una sola immagine in cui patriarcato e femminismo non trovino punti di sutura, abissi di senso che portano l’uno a essere la porta basculante dell’altro, in cui non c’è spazio per soprassedere alla presenza dell’uno se l’altro ha modo di entrare nell’ordine logico delle cose, nel quotidiano più piccolo e rivoluzionario. Dal modo in cui si mangia, al modo in cui si parla, ai momenti in cui si compone musica, si ascolta musica e si canta, insieme, e soprattutto si balla, insieme.

Nel tessuto narrativo di Gloria!, si intrecciano citazioni luminose che evocano un universo letterario e cinematografico variegato, spaziando dalle atmosfere de Il corsetto dell’imperatrice e Piccole donne al fascino suggestivo di Picnic a Hanging Rock. Quest’opera, tuttavia, trascende la mera evocazione di influenze culturali per puntare verso una visione rivoluzionaria che rifiuta ogni risonanza della struttura gerarchica e piramidale del potere, tipica del patriarcato.

L’ambizione di Gloria! non è quella di sostituire il vertice della piramide con nuove figure femminili, ma piuttosto di demolire completamente tale costrutto, proponendo al suo posto una rete orizzontale e inclusiva. Questa visione si allinea con le narrazioni femministe più incisive e progressiste, quelle che riconoscono che la vera libertà non risiede nel rimpiazzare un ordine esistente con un altro, ma nell’annullare completamente l’ordine stesso.

Reinventare il potere

Il progresso non si ottiene semplicemente sostituendo vecchie categorie con nuove, ma piuttosto mettendo in discussione le categorie stesse, interrogandole e, infine, superandole. Gloria! ci invita a riflettere su come le storie femministe possano guidarci in questo percorso di trasformazione, mostrandoci che il potere può e deve essere reinventato in una forma più equa e condivisa.

Le incredibili protagoniste del film, Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, scrivono una lettera d’amore, un canto soave e ribelle che risuona fino a oggi e che, senza chiedere il permesso, travalica la contemporaneità e parla a tutte le donne di domani con la sua musica leggera e moderna. 

Gloria! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile 2024, distribuito da 01 Distribution.

Overall
8/10

Valutazione

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. 

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