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Alla corte di Ruth – RBG: recensione del documentario su Ruth Ginsburg

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Ci sono persone che non sono nate per accettare lo status quo. Ci sono donne che nascono con un’opinione dissidente e che crescono rifiutando di aderire all’immagine che la società impone loro, e che il tempo in un certo senso sedimenta e plasma. Una donna che, grazie alla sua militanza e al duro lavoro, allo studio e alla tenacia, è riuscita ad autodeterminarsi e a diventare velocemente un simbolo di emancipazione civile, dedicando la propria vita a favore dei diritti delle donne e della parità dei sessi, è Ruth Bader Ginsburg, protagonista del documentario Alla corte di Ruth – RBG, diretto dalle registe Betsy West e Julie Cohen e capace di conquistare due candidature agli Oscar 2019 come miglior documentario e per la miglior canzone.

Ruth Bader Ginsburg è stata una pioniera per i diritti delle donne, magistrata statunitense, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Ruth Bader Ginsburg è una donna che ha preso a calci ogni impalcatura istituzionale e sociale, una donna che ha deflagrato ogni regola, che ha sfidato le tradizioni che volevano la donna in casa: Ginsburg ha compiuto una rivoluzione infrangendo tutti i perimetri e le consuetudini di sudditanza all’uomo, donando a tutte le donne a venire una libertà rinnovata, forgiata dalle sue battaglie.

Alla corte di Ruth – RBG: il documentario su Ruth Ginsburg

Alla corte di Ruth - RBG

Ginsburg, nata il 15 marzo 1933 a Brooklyn, nel 1954 si è laureata in diritto alla Cornell University e nel 1955 ha iniziato il corso di laurea in giurisprudenza all’Harvard Law School, dove era una delle sole 9 studentesse in una classe di 500 persone. Ginsburg dopo la laurea incontrò enormi difficoltà nel trovare un lavoro perché era una donna, nonostante le numerose referenze. Ma Ginsburg non cedette mai. Dopo aver insegnato alla Columbia University (prima donna con la cattedra) ed aver scritto il primo libro scolastico di legge sulla discriminazione sessuale, fu nominata dal Presidente Jimmy Carter per la Corte d’appello degli Stati Uniti d’America per il Distretto della Columbia; in seguito, nel 1993, Ginsburg sarebbe stata nominata dal Presidente Bill Clinton giudice presso la Corte suprema degli Stati Uniti d’America.

Dopo il biopic, uscito nel 2018, Una giusta causa (On the Basis of Sex) con protagonisti Felicity Jones e Armie Hammer, Ruth Ginsburg torna al centro di un documentario che racconta la sua storia e la sua persona, attraverso un’opera che è quasi un’agiografia. Ginsburg, intervistata insieme ai suoi figli, alla sua nipotina, ai suoi migliori amici, racconta in prima persona come il suo impegno verso l’uguaglianza di genere fu centrale nel suo lavoro: una lotta intrapresa nei luoghi in cui quella disparità nasceva e determinava l’andamento stesso della società, ovvero nelle aule di tribunale, laddove le leggi e la legge erano state forgiate.

Una testimonianza preziosa e solenne dell’impegno lavorativo e civico di Ruth Ginsburg

L’intento di Ruth Ginsburg era di abbattere legalmente ogni disuguaglianza, istituendo dei precedenti legali che le permettessero di verificare l’incostituzionalità delle leggi federali che discriminavano sulla base del genere delle persone. Ginsburg tracciò un cammino strategico e invece di chiedere al tribunale di porre fine alle discriminazioni, dimostrò come fossero dannose per tutti, uomini e donne. Così, attraverso la difesa dei suoi argomenti e dei suoi clienti, insegnò ai giudici della Corte Suprema quanto la disuguaglianza tra uomini e donne fosse reale e presente nelle leggi, nella costituzione come nella società.

Ginsburg si racconta attraverso le cause affrontate e vinte, esplorando le tappe che l’hanno portata a diventare la seconda donna tra i nove componenti della Corte Suprema degli Stati Uniti. Celebre una sua citazione, durante una delle sue argomentazioni in tribunale, in cui riprese le parole di Sarah Grimké, abolizionista americana, scrittrice e membro del movimento di suffragio femminile: “Non chiedo alcun favore per il mio sesso. Tutto ciò che chiedo ai nostri fratelli è che tolgano i loro piedi dal nostro collo”. 

Alla corte di Ruth – RBG è in sala dal 15 luglio

L’immenso valore umano e civico di Ruth Ginsburg le ha permesso negli anni del suo lavoro e del suo impegno di diventare un’icona pop: i suoi fan si riferiscono a lei come “Notorious RBG”, un riferimento al leggendario rapper Notorious BIG. Ginsburg è la regina dell’opinione dissidente, una donna che è riuscita a riempire uno spazio che non le era stato né lasciato, né concesso, ma che si è conquistato in quanto donna, smantellando quei limiti angusti entro i quali si sentiva costretta, grazie alla sua dedizione all’attività giudiziaria e legale. Perché le donne sono come gli uomini e come loro devono poter esercitare le proprie capacità e il proprio potere.

Alla corte di Ruth – RBG riesce nel suo intento di delineare la figura di una donna controcorrente, fuori da ogni scherma: il documentario di Betsy West e Julie Cohen è una testimonianza preziosa e solenne dell’impegno lavorativo e civico di Ruth Ginsburg, che con un taglio giornalistico molto fitto, ci permette di poter osservare da vicino il percorso mai facile da lei intrapreso, portato avanti sempre con grazia, discrezione e impegno continui.

Alla corte di Ruth – RBG è in sala dal 15 luglio, distribuito da Wanted Cinema.

Overall
8.5/10

Verdetto

Alla corte di Ruth – RBG delinea la figura di una donna controcorrente, una testimonianza preziosa e solenne dell’impegno lavorativo e civico di Ruth Ginsburg.

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Coincidenze d’amore: recensione del film di Meg Ryan

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Coincidenze d'amore

In fondo c’era da aspettarselo. Nessuna campagna promozionale degna di questo nome, nessuna intervista fiume dei protagonisti sui principali giornali, neanche un content creator cinematografico ingaggiato per difendere l’indifendibile. Solo un silenzio imbarazzato e imbarazzante ad accompagnare un disastro annunciato e puntualmente arrivato. Coincidenze d’amore segna il ritorno alla regia e alla recitazione di Meg Ryan a 8 anni di distanza dal tutt’altro che indimenticabile Ithaca. Un vero e proprio ritorno al passato, dal momento che l’ex fidanzatina d’America ripercorre i territori a lei più congeniali della commedia romantica, adattando l’opera teatrale di Steven Dietz Shooting Star e dedicando il progetto alla memoria della compianta Nora Ephron, sua regista in Insonnia d’amore e C’è posta per te. Accanto a lei un malinconico David Duchovny, a sua volta alla perenne ricerca dello smalto dei tempi di X-Files e Californication.

In un piccolo aeroporto statunitense, a vent’anni di distanza dal loro ultimo incontro si ritrovano Bill e Willa, che in passato hanno vissuto un’appassionata e tormentata storia d’amore. Inizialmente esitanti, i due iniziano a parlare del loro passato e di come le loro vite sono andate avanti dopo il momento del loro distacco, complice la tormenta di neve che affligge l’aeroporto, portando a continue cancellazioni di voli. Emergono così le loro problematiche sentimentali e le rispettive esperienze genitoriali, mentre si abbassano le difese da loro erette e riaffiorano gli antichi sentimenti.

Coincidenze d’amore: il ritorno di Meg Ryan alla commedia romantica

Meg Ryan e David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Per esigenze artistiche e verosimilmente di budget (Coincidenze d’amore è costato appena 3 milioni di dollari), Meg Ryan sfrutta la base teatrale dell’opera, concentrandosi sui pochi ambienti in cui sono bloccati i due protagonisti e azzerando il mondo intorno a loro. A questo si aggiunge la dimensione chiaramente metafisica del racconto, che trasforma l’aeroporto in una sorta di Purgatorio in cui Bill e Willa devono comprendere i loro errori passati per poter andare avanti, in un ambiente popolato esclusivamente da poche e ripetute comparse e soprattutto dalla voce dell’annunciatore, che con tono amichevole si rivolge direttamente ai protagonisti. Una scelta di sceneggiatura e regia francamente incomprensibile, anche perché non spiegata né sfruttata attivamente nella narrazione.

Mentre il suo dichiarato punto di riferimento Nora Ephron riusciva a trasformare anche le storie più semplici e i dialoghi più apparentemente scontati in momenti di cinema accattivanti e suggestivi, dietro alla macchina da presa Meg Ryan non fa mai altrettanto, depotenziando al contrario tutti i momenti di riflessione e ogni sequenza dalle premesse intriganti. Scelte musicali poco ispirate, dialoghi fatti prevalentemente di lamentele sul mondo e sul progresso e inquadrature sciatte affossano un racconto di parola che non ha nulla da dire o da trasmettere, nonostante la persistente capacità di Meg Ryan di bucare lo schermo e lo spirito dolente di David Duchovny, sempre a suo agio nei panni di personaggi sconfitti dalla vita e dal tempo.

Un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato

David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Mentre si dipana un racconto dalla parabola già vista e ampiamente prevedibile, privo del minimo guizzo in grado di creare trasporto o almeno comprensione nei confronti dei protagonisti, Coincidenze d’amore diventa più o meno volontariamente una sorta di film museale. Vedere Meg Ryan intenta a rimettere in scena una versione di se stessa e della sua immagine divistica, totalmente scollegata dai mutamenti del cinema e dei gusti del pubblico, apre paradossalmente la porta a sfumature di senso tutt’altro che disprezzabili all’interno di un’opera piatta e mediocre.

Come Bill e Willa, rappresentati come fantasmi di un mondo e di un amore che non esistono più, anche Meg Ryan e David Duchovny diventano emblemi di un cinema ormai completamente svanito, in grado di trasformare soggetti discutibili in successi al botteghino grazie al mestiere registico e all’apporto di due divi in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo degli spettatori. Le pose legnose, i dialoghi sbiaditi e recitati con sufficienza e l’atteggiamento genuinamente adolescenziale di due over 60, uniti all’ambientazione aeroportuale più volte sfruttata dalla commedia romantica (The Terminal, Jet Lag e Tra le nuvole sono sono alcuni esempi), danno vita a un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato, che procede con la stessa goffaggine del personaggio di Meg Ryan ma è al tempo stesso capace di tratteggiare l’incapacità di arrendersi al cambiamento, il rimpianto per i tempi andati e la soggettività dei ricordi.

Coincidenze d’amore: più che una commedia romantica, un elogio funebre

Non è un caso che Coincidenze d’amore si chiuda con uno dei finali più abborracciati e contraddittori visti recentemente sul grande schermo. In questa camera ardente del panorama audiovisivo degli anni ’90 adibita ad aeroporto, non c’è infatti spazio per la logica, per la scrittura tagliente e per il cinema più raffinato, ma solo per il ritratto eccentrico e stravagante, ma al contempo sincero e crudele, di personaggi imprigionati in un non luogo fatto di ricordi e malinconia, come Bill e Willa. Più che una commedia romantica, un elogio funebre.

Coincidenze d’amore è in sala dall’11 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Dopo 8 anni di assenza, Meg Ryan torna sul grande schermo con una commedia sciatta e mediocre, che si trasforma in un elogio funebre di un modo di fare cinema ormai scomparso.

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Gloria! Recensione del film di Margherita Vicario

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Gloria!

Margherita Vicario, attrice e cantautrice, ha debuttato come regista con Gloria!, lungometraggio che ha ricevuto la sua prima alla Berlinale e ora ha fatto il suo ingresso nei cinema italiani. La pellicola trae ispirazione da una scoperta fatta da Vicario e dalla sceneggiatrice Anita Rivaroli: un’accademia di musica per giovani donne, un santuario di talenti inespressi, dove si celavano le melodie di grandi compositrici, soffocate dalle convenzioni sociali di un’era governata dagli uomini. 

Il film ci catapulta in un collegio femminile che ospita orfane, nei pressi di Venezia, nel 1800. Il cuore della storia è rappresentato da un gruppo di ragazze unite da un legame profondo, cresciute insieme tra le mura del collegio. Tra di loro emerge la figura di Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, la più temeraria e ingenua, che cade preda delle lusinghe di un nobile seduttore. Nel ruolo di Teresa, troviamo Galatéa Bellugi, una domestica costretta a soffocare la propria voce su ordine di Perlina, il prete e maestro di musica, interpretato da Paolo Rossi. Il suo personaggio è incaricato di creare composizioni per un concerto dedicato a Pio VII, un compito che si rivela troppo arduo per lui, ma non per le sue allieve e per Teresa, che di nascosto, nella notte, animano un pianoforte abbandonato con le loro melodie segrete.

Gloria!: il canto di lode di Margherita Vicario per le compositrici dimenticate

Gloria!

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile.

Gloria!: non solo musica

Gloria!

Ma non è solo la musica ad avere pieno protagonismo all’interno dell’economia visiva del film di Vicario. Al centro ci sono sì le donne ma c’è il potere, un potere istituzionale, verticistico, piramidale, e un potere femminista quindi condiviso, plurale. Questi due poteri interferiscono tra loro e creano un vortice ben visibile durante ogni scena: non c’è una sola immagine in cui patriarcato e femminismo non trovino punti di sutura, abissi di senso che portano l’uno a essere la porta basculante dell’altro, in cui non c’è spazio per soprassedere alla presenza dell’uno se l’altro ha modo di entrare nell’ordine logico delle cose, nel quotidiano più piccolo e rivoluzionario. Dal modo in cui si mangia, al modo in cui si parla, ai momenti in cui si compone musica, si ascolta musica e si canta, insieme, e soprattutto si balla, insieme.

Nel tessuto narrativo di Gloria!, si intrecciano citazioni luminose che evocano un universo letterario e cinematografico variegato, spaziando dalle atmosfere de Il corsetto dell’imperatrice e Piccole donne al fascino suggestivo di Picnic a Hanging Rock. Quest’opera, tuttavia, trascende la mera evocazione di influenze culturali per puntare verso una visione rivoluzionaria che rifiuta ogni risonanza della struttura gerarchica e piramidale del potere, tipica del patriarcato.

L’ambizione di Gloria! non è quella di sostituire il vertice della piramide con nuove figure femminili, ma piuttosto di demolire completamente tale costrutto, proponendo al suo posto una rete orizzontale e inclusiva. Questa visione si allinea con le narrazioni femministe più incisive e progressiste, quelle che riconoscono che la vera libertà non risiede nel rimpiazzare un ordine esistente con un altro, ma nell’annullare completamente l’ordine stesso.

Reinventare il potere

Il progresso non si ottiene semplicemente sostituendo vecchie categorie con nuove, ma piuttosto mettendo in discussione le categorie stesse, interrogandole e, infine, superandole. Gloria! ci invita a riflettere su come le storie femministe possano guidarci in questo percorso di trasformazione, mostrandoci che il potere può e deve essere reinventato in una forma più equa e condivisa.

Le incredibili protagoniste del film, Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, scrivono una lettera d’amore, un canto soave e ribelle che risuona fino a oggi e che, senza chiedere il permesso, travalica la contemporaneità e parla a tutte le donne di domani con la sua musica leggera e moderna. 

Gloria! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile 2024, distribuito da 01 Distribution.

Overall
8/10

Valutazione

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. 

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Ghostbusters – Minaccia glaciale: recensione del nuovo film degli acchiappafantasmi

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Ghostbusters - Minaccia glaciale

Ghostbusters – Minaccia glaciale arriva a 40 anni di distanza dal primo capitolo della saga, l’indimenticabile Ghostbusters – Acchiappafantasmi. Una ricorrenza temporale che da una parte funge da allerta sulla tenuta qualitativa di un franchise nato in un momento storico, culturale e produttivo completamente diverso da quello attuale, ma al tempo stesso ci deve ricordare che il pubblico di riferimento del film di 40 anni fa, cioè gli adolescenti e i giovani adulti, nel frattempo si sono trasformati nel migliore dei casi in adulti molto più disillusi dei ragazzini di allora. Una dinamica che non deve sostituirsi alla critica, ma evidenzia comunque i rischi connessi a questo progetto e in parte spiega la sua ricezione particolarmente divisiva, con tanto di prese di posizione molto nette da parte del pubblico e degli opinionisti social.

Tre anni fa, Ghostbusters: Legacy ha riportato in auge un franchise che per più di 30 anni si era nutrito solo del passato, delle serie animate e di Ghostbusters del 2016. fallimentare tentativo di reboot al femminile basato solo sull’idea di ripescare i comici e la comicità del Saturday Night Live, all’origine del primo film. La formula scelta è stata quella che i capitoli più recenti di Scream definiscono “requel”, cioè un ibrido fra sequel, reboot e remake in cui convivono personaggi storici di un franchise e nuovi protagonisti da lanciare, all’interno di una narrazione nostalgica che attinge a piene mani dalla trama e dalle dinamiche dei predecessori.

Una formula imposta all’attenzione generale da Star Wars: Il risveglio della Forza, sfruttata efficacemente anche dal regista di Ghostbusters: Legacy Jason Reitman, figlio del regista di Ghostbusters – Acchiappafantasmi Ivan Reitman, nel frattempo scomparso e omaggiato con una toccante dedica in Ghostbusters – Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: gli acchiappafantasmi fra presente e passato

Ghostbusters: Legacy ha coniugato la sempreverde nostalgia per gli anni ’80, condita da sfumature adolescenziali alla Stranger Things, con la voglia di fondere passato e presente al servizio di una commedia soprannaturale capace di unire diverse generazioni di personaggi e di spettatori. Un risultato abbastanza valido da portarci oggi a Ghostbusters – Minaccia glaciale, diretto da Gil Kenan ma basato fondamentalmente sulla stessa identica idea. Dopo il riavvio del franchise di tre anni fa, ci troviamo infatti di fronte a un secondo riavvio, che riporta ancora in scena i vari Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Annie Potts (stavolta più svogliati che malinconici) con l’intento di supportare i nuovi protagonisti, che nel frattempo avrebbero però dovuto essere sufficientemente amati da camminare sulle proprie gambe.

Una resa in partenza, che riverbera in un racconto in cui la nuova giovane protagonista Phoebe Spengler (Mckenna Grace) si muove insieme alla sua famiglia dall’Oklahoma a New York, per riprendere in mano l’iconica caserma dei pompieri, convertita a quartier generale degli acchiappafantasmi. Prevedibilmente, non mancano vecchi nemici e nuove minacce da affrontare, in particolare una che arriva da un lontano passato e dai ghiacci. Accanto ai vari Gary (Paul Rudd), Callie (Carrie Coon) e Trevor (Finn Wolfhard) ci sono novità come Nadeem Razmaadi (l’ottimo Kumail Nanjiani) e le già citate vecchie glorie, coinvolte a più riprese nella marcia di avvicinamento all’inevitabile confronto finale.

Lo spirito degli acchiappafantasmi

Slimer in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Jason Reitman stavolta è coinvolto solo come produttore e sceneggiatore, ma in Ghostbusters – Minaccia glaciale si respira la stessa voglia di riunire le generazioni del suo film precedente, insieme alla sua abilità di raccontare i tormenti degli adolescenti, già mostrata in Juno e Men, Women & Children. Il cuore emotivo di questo nuovo capitolo è infatti Phoebe, per distacco il migliore dei nuovi personaggi e qui alle prese con un profondo cambiamento, fra passione per la scienza, desiderio di portare avanti l’attività del nonno e le sue prime impacciate forme di socializzazione, rappresentate in questo caso da una ragazza trasformatasi in fantasma alla sua stessa età. Con la sua bulimia narrativa, Ghostbusters – Minaccia glaciale finisce però per annacquare questo risvolto sia in termini di contenuti (che peccato non aver avuto un po’ di coraggio in più nel raccontare quell’amicizia così speciale!) sia all’interno dell’economia di un racconto con troppi personaggi.

Si fatica non poco a comprendere personalità, paure e motivazioni di tutti gli elementi di questo eterogeneo e bizzarro gruppo di persone, al punto che i vecchi protagonisti, pur con poco spazio e senza particolari guizzi di sceneggiatura, finiscono per rubare più volte la scena ai più giovani. Nonostante tutto però Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur con difficoltà, a ingranare la marcia, regalando agli spettatori qualche scoppiettante scena fra le strade di New York e una commistione fra comicità ed entità demoniache decisamente fedele allo spirito dell’originale, reclamato a gran voce dagli spettatori più critici sui reboot. Certo, la comicità non è più fedele alle atmosfere del Saturday Night Live (ma lo stesso Saturday Night Live ha mantenuto lo stesso spirito di quello di 40 anni fa?), le allusioni sessuali sono azzerate e la nostalgia domina sulla creatività, ma il risultato non è da buttare.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: un capitolo senza infamia e senza lode

Il nuovo villain di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Pur con una sceneggiatura caotica e con qualche personaggio caratterizzato in maniera sciatta e inconsistente, Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur in maniera derivativa e molto meno brillante, a compiere la stessa impresa di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, cioè trasformare il disordine e l’eccesso narrativo (riguardate il primo capitolo: è pieno di errori e ingenuità che oggi scatenerebbero l’ira dei detestabili cacciatori di buchi di sceneggiatura, ma continuiamo ad amarlo lo stesso) in un racconto che sorprendentemente riesce a intrattenere.

Come per il già citato Star Wars e per altri franchise recentemente riportati alla luce, anche Ghostbusters è condannato all’eccellenza, nonostante l’unico film con consenso unanime e duraturo nel tempo in 40 anni di storia sia il primo. Un lavoro senza infamia e senza lode come Ghostbusters – Minaccia glaciale può quindi essere visto come un bicchiere mezzo vuoto, anche e soprattutto nell’ottica di un eventuale terzo film del nuovo corso, che se mai verrà realizzato dovrà necessariamente distaccarsi con maggiore forza e coraggio dalla storia del franchise, pur con il rischio di una caduta ben più rovinosa e definitiva.

Annie Potts, Bill Murray, Dan Aykroyd ed Ernie Hudson in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale è al cinema dall’11 aprile, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
6/10

Valutazione

Ghostbusters – Minaccia glaciale si rivela un capitolo senza infamia e senza lode, penalizzato dalla coesistenza fra nuovi e vecchi personaggi ma capace comunque di dare vita a una gradevole commedia a sfondo soprannaturale.

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