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Avengers: Endgame: recensione senza spoiler del film
Dopo che Avengers: Infinity War ci aveva lasciato affranti e sgomenti di fronte alla furia distruttiva di Thanos, arriva finalmente oggi nelle sale italiane Avengers: Endgame, che si prefigge non solo l’obiettivo di portare avanti un racconto interrotto nel modo più brusco e doloroso, ma anche quello di concludere un arco narrativo lungo ben 11 anni e 22 film. Un’operazione commerciale ed editoriale mastodontica e senza precedenti di questa entità nella storia del cinema, capace di intrecciare le storie e i destini di decine di personaggi in un vero e proprio esperimento di serialità cinematografica, di cui Avengers: Endgame rappresenta senza dubbio il finale di stagione e di serie.
Tenendoci alla larga da qualsiasi tipo di spoiler, per non rovinare anche solo parzialmente questa esperienza cinematografica allo spettatore, possiamo infatti affermare, senza timore di smentita, che, con i suoi 181 minuti pregevolmente dosati e densi di contenuti e di significati, Avengers: Endgame si candida a diventare uno spartiacque non solo del Marvel Cinematic Universe, ma di tutto il cinema popolare americano, separando nettamente un decennio di eroi e dei, di battaglie e di tragedie, di lacrime e di dolori, da ciò che verrà dopo, su cui graverà un’eredità culturale ed editoriale pesantissima.
Finisce un’era del Marvel Cinematic Universe
Lo schiocco di dita con cui Thanos ha decretato l’immediata fine di metà delle creature viventi ha lasciato segni profondi e tangibili nei personaggi che abbiamo imparato a conoscere e amare. Degli eroi scorrazzanti per i cieli di New York alla caccia dei malvagi chitauri è rimasta solo un’ombra fragile e sbiadita, a cui attaccarsi per andare avanti. Alcuni si sono rifugiati nel crimine, altri hanno tentato di reinventare la propria immagine, altri ancora hanno scelto di aggrapparsi a quel poco che sono riusciti a salvare dall’Apocalisse e taluni hanno invece scelto la via della goliardia e del degrado fisico e morale.
La speranza è diventata oggetto di scherno, la possibilità di ricostruire sulle macerie è ormai ridotta a un miraggio. Ma Avengers: Endgame ci insegna in tre ore cariche di pathos ed emozioni che è giusto e doveroso attaccarsi anche alla più flebile luce in fondo al tunnel, lottare per essa ed essere disposti a sacrificare anche se stessi per il bene comune. Fra avventure negli angoli più remoti dello spazio, viaggi nel tempo e il solito proverbiale umorismo di casa Marvel, capace di stemperare senza essere fuori luogo anche le situazioni più cupe, ha così inizio un percorso di crescita e di redenzione, di sacrificio e di riconnessione con le proprie origini, che in mezzo a battaglie e gesti di eroismo riuscirà a esplorare anche i lati più nascosti degli (anti)eroi che ci hanno accompagnato in questo lungo tragitto.
Avengers: Endgame gioca con le aspettative dello spettatore
Avengers: Endgame gioca continuamente con i nostri desideri e con le nostre aspettative di spettatore, liquidando in pochi minuti fasi del racconto per le quali ci si poteva aspettare un minutaggio ben maggiore e concedendosi al tempo stesso ampie parentesi di pura comicità, come l’irresistibile versione lebowskiana di Thor, che conferma una volta di più le doti da attore brillante di Chris Hemsworth. I fratelli Anthony e Joe Russo, coadiuvati dagli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, riescono inoltre nel miracolo di gestire senza evidenzi forzature e senza pesanti cadute di stile un impressionante accumulo di personaggi, temi ed eventi, concedendo a ognuno di questi aspetti il giusto spazio e inserendolo degnamente all’interno di un racconto organico e coerente.
Avengers: Endgame e il tema della famiglia
Con una tale solidità alle spalle, Avengers: Endgame può permettersi di spaziare in lungo e in largo, abbracciando la fisica quantistica e il fantasy, l’azione pura e il dramma familiare. Ed è proprio sul concetto di famiglia che quest’ultimo tassello del Marvel Cinematic Universe gioca le sue carte migliori, costruendo un toccante controcampo emotivo alle gesta eroiche dei protagonisti. Nel momento in cui si avvicina la fine e la morte diventa una possibilità sempre più concreta, scorgiamo gli uomini dietro gli eroi e il loro essere figli amorevoli e allo stesso tempo ribelli, padri premurosi e al contempo spericolati. Capiamo così che per andare avanti l’eroe deve dare sempre un’occhiata indietro, che gli permette di capire da dove arriva, cosa può perdere e contro cosa deve combattere.
La mera trama con cui gli Avengers superstiti perseguono il loro tentativo di riscatto, per certi versi ingenua e passibile di attacchi dal punto di vista logico, diventa così poco più che un pretesto per emozionanti incontri fra genitori e figli, che nel bene e nel male segnano le azioni e le decisioni dei personaggi. Chi non ha una famiglia, ne trova una putativa per cui sacrificarsi o cerca fra i ricordi del passato la spinta per gettare il cuore oltre l’ostacolo. Quando finalmente arriva, l’attesa battaglia è così non soltanto una gioia per gli occhi e un’orgia di emozioni, effetti visivi e azione, ma anche e soprattutto il punto di arrivo di un discorso più ampio e profondo, che abbraccia temi universali come il desiderio di riscatto, il senso di comunità e la capacità di anteporre il benessere collettivo al proprio.
Avengers: Endgame fra passato e futuro
In un contesto di tale epicità, non stonano né la classica esuberanza di Robert Downey Jr., che guida il gruppo con il suo inconfondibile istrionismo, né il problematico inserimento nel contesto di alcuni personaggi come Capitan Marvel: nonostante i poteri pressoché infiniti attribuiti a Carol Danvers, Brie Larson sembra infatti spesso un oggetto estraneo al gruppo, su cui contare ciecamente per le sequenze d’azione più spettacolari, ma al tempo stesso ancora poco credibile come ipotetica nuova leader del gruppo.
Difficile dire di più senza rischiare di anticipare allo spettatore svolte salienti di Avengers: Endgame, che comunque riesce nell’intento di miscelare perfettamente toni e sfumature e di rendere pressoché invisibili certi saltuari difetti di ritmo, grazie anche all’impressionante carrellata di star e di location che scorrono sullo schermo, abbracciando idealmente tutti questi 11 anni di Marvel Cinematic Universe. Difficile alla fine anche trattenere le lacrime, grazie a un semplice prodotto d’intrattenimento che va invece ben oltre l’intrattenimento, trasformando dei potenti supereroi in esseri umani fragili e fallibili, e per questo ancora più interessanti.
Fra riso e lacrime, addii e riunioni, si chiude malinconicamente un’epoca del cinecomic, traghettando lo spettatore verso un futuro diverso e incerto, ma non per questo meno interessante. Con un passato tanto glorioso e appassionante, non possiamo però che guardare a ciò che verrà con rinnovata fiducia e incrollabile ottimismo, certi di aver vissuto e assaporato in ogni suo aspetto una pagina indelebile del cinema popolare contemporaneo.
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Hen – Storia di una gallina: recensione del DVD
Recensione del DVD di Hen – Storia di una gallina, il film di György Pálfi premiato a Toronto e alla Festa del Cinema di Roma, distribuito in Italia da Officine UBU ed edito da CG Entertainment.

L’Home Video può andare oltre la semplice rivalutazione e trasformarsi anche in vero e proprio recupero di opere piccole ma preziose, che l’affollamento delle uscite in sala spesso non permette di gustare sul grande schermo. Hen – Storia di una gallina è l’esempio perfetto in questo senso: presentato in concorso nella sezione Platform del Toronto International Film Festival 2025, dove ha ottenuto una menzione speciale, e poi passato dalla Festa del Cinema di Roma e dal Tokyo International Film Festival, il film di György Pálfi è uscito nelle sale italiane il 28 maggio scorso grazie a Officine UBU, in un circuito di sale d’essai. Arriva ora in DVD per CG Entertainment.
In fuga da un allevamento intensivo, una gallina dalle piume nere si rifugia nel cortile di un ristorante sulla costa greca. Qui si innamora, scopre la gerarchia del pollaio e cerca di proteggere le proprie uova dall’intervento umano. Intorno a lei, sullo sfondo di quella che resta a tutti gli effetti un’avventura animale, la vita umana fa il suo corso: il locale è lo snodo di un traffico clandestino di migranti, che la gallina finisce suo malgrado per attraversare, ora testimone ignara, ora elemento scatenante. Nel cast umano Ioannis Kokiasmenos nei panni del proprietario del ristorante, Maria Diakopanagioti, Argyris Pantazaras, Mahamod Bamerny e Antonis Kafetzopoulos.
Hen: una tragedia greca vista dal pollaio

Chi conosce György Pálfi da Hukkle (2002) e Taxidermia (2006) ha ben nota la sua pluralità di sguardo. Hen – Storia di una gallina estende questa idea: la macchina da presa sta all’altezza del cortile e segue la gallina protagonista, mentre la vicenda dei trafficanti scorre ai margini dell’inquadratura, udita più che vista, capita a metà. È un rovesciamento di gerarchia narrativa che Pálfi stesso ha rivendicato: cosa succede quando noi esseri umani siamo la trama secondaria?
Il rischio della trovata sarebbe la gratuità, e invece Hen – Storia di una gallina tiene perché la struttura è solida: Pálfi ha dichiarato di aver lavorato sui meccanismi della tragedia greca antica, e in effetti il dispositivo è quello: destini incrociati, colpe che ricadono su chi non ha scelto, una domanda morale (si può essere assolti quando si è soltanto partecipanti passivi?) che il racconto pone senza mai enunciarla. La gallina non è un espediente da favola morale né un animale antropomorfizzato: resta una gallina, e proprio per questo funziona come misura della violenza che le accade intorno.
Otto galline e nessuna CGI: come György Pálfi ha girato Hen

Il dato produttivo più sorprendente è anche quello che determina la forma del film: non c’è un solo fotogramma di animale digitale. La protagonista è interpretata da otto galline diverse (Eszti, Szandi, Feri, Enci, Eti, Enikő, Nóra e Anett) indistinguibili all’occhio, addestrate per mesi prima delle riprese e selezionate ciascuna per la propria specialità: chi correva meglio, chi beccava, chi sapeva restare ferma. Una scelta che ha imposto al film il proprio ritmo, perché una gallina regge la scena per venti o trenta minuti al massimo, e che ha costretto il cast umano a subordinarsi ai tempi della protagonista non umana.
Il risultato è una fisicità che nessuna animazione avrebbe restituito. La fotografia di Giorgos Karvelas, in un 2.39:1 usato quasi sempre in orizzontale e a pochi centimetri da terra, trasforma un cortile polveroso in un paesaggio; il montaggio di Réka Lehmhényi tiene i piani lunghi quanto basta perché l’attenzione si sposti dal gesto dell’animale al dettaglio umano che entra in campo. È un cinema di osservazione che, senza mai diventare documentario, ha con Gunda di Victor Kossakovsky più di un punto di contatto.
L’ordine di beccata: due gerarchie sovrapposte
La sostanza del film sta nella sovrapposizione fra il pollaio e il ristorante. Nel cortile vige l’ordine di beccata, la gerarchia che regola la convivenza delle galline attraverso segnali minimi e che la nuova arrivata deve imparare a leggere per sopravvivere. Al piano di sopra funziona esattamente lo stesso meccanismo, applicato agli esseri umani: chi comanda, chi esegue, chi paga, chi viene sacrificato. Pálfi non sottolinea mai il parallelo con una battuta o con un montaggio didascalico, e proprio per questo l’analogia arriva.
Va detto che il film sa anche essere divertente, e che l’ironia è parte integrante del progetto: le sequenze di corteggiamento, il rapporto con il cane, la goffaggine di certi movimenti producono una comicità che Pálfi cavalca senza mai forzarla in gag. È questa alternanza fra leggerezza e crudeltà, spesso nella stessa scena, a rendere Hen un’opera meno bizzarra di quanto la premessa lasci presagire, e semmai più dura di quanto l’immagine di copertina suggerisca. Il finale, che non anticipiamo, chiude il cerchio della tragedia senza concedere consolazioni.
Hen – Storia di una gallina: il DVD CG Entertainment, video, audio ed extra
Il DVD distribuito da CG Entertainment presenta il film nel formato originale 2.39:1, anamorfico 16/9, per una durata di 93 minuti. Il transfer in definizione standard compie un buon lavoro su un’immagine che vive di esterni assolati e di interni molto scuri. Sul fronte audio ci sono quattro tracce: italiano e originale, entrambi in Dolby Digital 5.1 e 2.0, con sottotitoli in italiano. La versione originale in greco è la scelta consigliata, non tanto per i dialoghi, che sono pochi, quanto perché il film lavora molto sul paesaggio sonoro del cortile, e il missaggio originale restituisce meglio la posizione dei versi e dei rumori intorno alla protagonista.
I contenuti speciali comprendono il trailer, una photogallery e un making of di circa undici minuti che vale da solo il prezzo del disco: è quasi interamente dedicato all’addestramento degli animali e al modo in cui la troupe ha dovuto riorganizzare il proprio lavoro attorno alle capacità e ai tempi di attenzione delle otto galline. Vedere come sono state ottenute alcune delle scene più complesse cambia la percezione del film e ne chiarisce il valore tecnico, che a una prima visione rischia di passare inosservato proprio perché nulla sembra costruito. Un’edizione sobria, senza libretti né confezioni da collezione, ma che rende giustizia a un film piccolo e singolare, difficile da incrociare in sala e perfetto da recuperare a casa.
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Ready Player One: recensione dell’edizione 4K Ultra HD
Recensione dell’edizione 4K Ultra HD (+ Blu-ray) di Ready Player One, il blockbuster di Steven Spielberg con Tye Sheridan, Olivia Cooke e Mark Rylance, distribuita in Italia da Arvitalia.

Ready Player One è uno di quei film che sembrano nati per il 4K. Uscito nel 2018, il blockbuster di Steven Spielberg tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline è un’opera costruita sull’abbondanza: di immagini, di dettagli, di riferimenti nascosti in ogni angolo dell’inquadratura. L’edizione 4K Ultra HD (+ Blu-ray) del catalogo Warner Bros, distribuita in Italia da Arvitalia, è il formato in cui quell’abbondanza si trasforma in appagante esperienza cinematografica.
Siamo nel 2045 nella città di Columbus, ridotta a un agglomerato di roulotte impilate una sull’altra. Il mondo reale è un luogo arido e inquinato, e la vita vera si svolge altrove, dentro OASIS, l’universo virtuale creato dal geniale ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance). Alla sua morte, Halliday lascia in eredità la propria fortuna e il controllo di OASIS a chi per primo troverà un Easter Egg nascosto nel sistema. Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan) decide di entrare nella caccia al tesoro, insieme ad Art3mis (Olivia Cooke) e a un gruppo di altri giocatori, contro la corporation IOI guidata dal cinico Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn).
Ready Player One: la nostalgia come materiale da costruzione

Ready Player One è un vero e proprio catalogo di cultura pop e nerd, che spaziano da Il gigante di ferro a Ritorno al futuro, passando per King Kong, Chucky e i Gundam. Steven Spielberg, che di quell’immaginario anni ’80 e ’90 è stato uno dei principali artefici, lo maneggia con un distacco che il romanzo di Cline non aveva, trasformando la nostalgia nerd in una riflessione sulla società contemporanea e sulla solitudine che la affligge. Halliday non è un eroe: è un uomo che ha passato la vita a rifugiarsi nella cultura pop per non affrontare le persone, e il suo lascito è una caccia al tesoro che premia chi impara a non focalizzarsi solo sul virtuale e a vivere il mondo reale.
A distanza di anni e dopo una stagione di prodotti che hanno spremuto lo stesso filone con molta meno consapevolezza, Ready Player One appare come un’opera più lucida e malinconica di quanto potesse sembrare al momento dell’uscita: una riflessione sul rapporto fra corpo e avatar, sul lavoro digitale sottopagato, sul potere dei mondi virtuali e delle big tech, tutte cose che nel frattempo sono diventate cronaca.
Spielberg, Kaminski e la sequenza dell’Overlook Hotel

Dal punto di vista della messa in scena, il direttore della fotografia Janusz Kaminski si confronta con due fotografie nettamente separate: il reale desaturato, sporco, girato con una macchina a mano nervosa fra le lamiere delle Cataste, e OASIS come spazio a colori saturi, dove la camera non ha vincoli fisici e attraversa scenari impossibili in piani sequenza digitali. La corsa d’apertura, con il T-Rex e King Kong lungo la Sixth Avenue, resta uno dei pezzi d’azione più densi mai orchestrati da Spielberg. Il passaggio più noto di Ready Player One è però quello ambientato dentro l’Overlook Hotel di Shining, ricostruito digitalmente da Adam Stockhausen inquadratura per inquadratura. Una sequenza che funziona su tre livelli contemporaneamente: omaggio, narrativa e vera e propria scena horror, che per densità di dettaglio e per il minuzioso lavoro sul suono è il banco di prova ideale di qualunque impianto Home Video domestico. Da sottolineare anche la partitura di Alan Silvestri, che cita sé stesso e l’epoca senza mai tramutarsi in mera compilation.
Ready Player One in 4K: video Dolby Vision e audio Dolby Atmos

L’edizione Arvitalia raccoglie il disco 4K Ultra HD e il Blu-ray del film, per una durata di circa 139 minuti nel formato 2.4:1. Il master 2160p con codifica HEVC e Dolby Vision è il motivo per cui vale la pena passare al 4K: la resa dell’HDR sulle sequenze in OASIS (neon, riflessi metallici, esplosioni cromatiche) restituisce una gamma che il Blu-ray comprime inevitabilmente, mentre le sequenze nel mondo reale guadagnano soprattutto in dettaglio sui materiali e sulle scenografie delle cataste.
Sul fronte audio, l’inglese dispone di una traccia Dolby Atmos-TrueHD spettacolare, che sfrutta i canali in altezza in modo tutt’altro che decorativo, in particolare nella corsa iniziale e nella battaglia finale; l’italiano si ferma a un DTS-HD Master Audio 5.1, ottimo nel suo formato ma con una scena sonora inevitabilmente meno avvolgente. Chi possiede un impianto più strutturato ha un motivo in più per preferire la versione originale. Completano il quadro numerose tracce in Dolby Digital 5.1 per altre lingue e una dotazione molto ampia di sottotitoli, inclusi quelli per non udenti in italiano e inglese.
Ready Player One: i contenuti speciali dell’edizione 4K Ultra HD

Gli extra superano i 90 minuti complessivi e sono tutti ospitati sul Blu-ray, in alta definizione ma senza HDR. Il pezzo forte è Game Changer: Cracking the Code, documentario da poco meno di un’ora che ripercorre l’intera lavorazione fra interviste e materiale dal set: è la voce più completa dell’edizione e chiarisce quanto del film sia stato progettato in performance capture prima ancora di esistere come immagine. Lo affianca Effects for a Brave New World, venticinque minuti dedicati agli effetti visivi, dal concept art alle soluzioni pratiche fino al motion capture.
Gli altri quattro contributi sono più brevi ma tutt’altro che marginali: The ’80s: You’re the Inspiration ricostruisce la rete di citazioni che ha reso possibile metterle tutte nello stesso film; High Score: Endgame è dedicato al lavoro di Alan Silvestri sulla partitura; Level Up: Sound for the Future entra nel sound design, ed è il complemento naturale alla traccia Atmos; Ernie & Tye’s Excellent Adventure mette insieme Ernest Cline e Tye Sheridan in un dietro le quinte più informale. Un pacchetto sostanzioso, che insieme al comparto tecnico fa di questa edizione la versione definitiva di un film che racchiude passioni, vizi e contraddizioni del filone di nostalgia pop e nerd degli ultimi anni.
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Heart of the Beast: recensione del film con Brad Pitt

Il lungo e florido filone dei film sui cani si arricchisce di un nuovo toccante esponente, Heart of the Beast di David Ayer. Un survival movie dal retrogusto nostalgico, che guarda alla Hollywood del passato sia per la messa in scena del tortuoso cammino di una star nella natura incontaminata, sia per la rappresentazione machista del protagonista, che peraltro è un ex ufficiale delle Forze Speciali. A incarnare questo uomo fuori dal tempo e senza una meta è Brad Pitt, che insieme a Tom Cruise negli ultimi anni si sta proponendo sempre più spesso come baluardo dell’analogico e del passato, in contrapposizione alla frenetica modernità digitale. Sono lì a dimostrarlo il recente F1 – Il film e soprattutto C’era una volta a… Hollywood, altra opera in cui Brad Pitt condivide la scena con un amico a quattro zampe.
Ad affiancarlo stavolta c’è Odino, cane militare con cui James Belmont ha condiviso missioni difficili e pericolose. Dopo il congedo di entrambi, i due vanno in cerca di nuove avventure in Alaska, in mezzo a una natura selvaggia e inospitale, ma allo stesso tempo incredibilmente suggestiva. Durante un’escursione in volo, James ha però un attacco cardiaco, che porta a un drammatico incidente. Per uomo e cane è l’inizio di una serie di terribili disavventure, da fronteggiare insieme facendosi forza a vicenda, proprio come sul campo di battaglia. Una storia di amicizia e coraggio, contro un destino cinico e un ambiente ostile.
Heart of the Beast: l’amicizia fra uomo e cane in una natura severa e inospitale

David Ayer non va per il sottile, e con Heart of the Beast mette in scena un racconto semplice ma efficace, imperniato sul rapporto fra James e Odino e sulle sfide che devono affrontare insieme. Dopo gli action duri e puri con Jason Statham The Beekeeper e A Working Man, il regista compie un’evoluzione, cercando di coniugare l’azione con una riflessione più ampia sull’amicizia e sul rapporto con la natura. Tutto questo senza rinunciare alla rappresentazione dei militari, presenze ricorrenti nel cinema di Ayer già dai tempi di Fury e Bright. Il risultato è un’opera che dal punto di vista etico e morale scricchiola più volte ma riesce a reggersi in piedi, proprio come i protagonisti del racconto.
Certo, la sensibilità odierna fatica a confrontarsi con un’ex ufficiale delle Forze Speciali alle prese con disturbo da stress post-traumatico e in volontario isolamento dalla società e dalle sue convenzioni. Un Rambo contemporaneo, taciturno e abbandonato dalle istituzioni a cui ha donato la sua intera esistenza, che trova però il suo perfetto controcampo emotivo in un devoto e fidato pastore tedesco. I due si prendono cura l’uno dell’altro, con soluzioni narrative didascaliche ma funzionali, come gli aneddoti raccontati da James a uno sconosciuto (J. K. Simmons) o gli incubi dello stesso Odino, che rievocano gli orrori del campo di battaglia. Sono paradossalmente questi i momenti in cui Heart of the Beast funziona di più, con il carisma di Brad Pitt e un rapporto che non ha bisogno di parole che riescono a compensare una scrittura elementare.
Un commovente crescendo di emozioni

Anche se l’azione è necessaria per movimentare una storia altrimenti estremamente lineare, David Ayer calca un po’ troppo la mano, dando vita a una serie di sciagure sanitarie, ambientali e faunistiche che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità e a tratti risultano ridondanti. L’intento del regista è chiaro: esorcizzare il passato bellico di uomo e cane con una riproposizione delle dinamiche di battaglia, dove stavolta è Odino a supportare maggiormente il proprietario, sempre più debole e malandato; tutto ciò in un forzato cammino di ritorno verso la civiltà, da cui i due si erano allontanati per cercare nei vuoti a rendere americani la pace a loro preclusa.
Se si sta al gioco e si accetta la rappresentazione fin troppo bonaria della mentalità militare, Heart of the Beast è però in grado di regalare emozioni, grazie al riuscito contrasto fra emergenze sempre più gravi e l’indistruttibile amore fra James e Odino, che danno la sensazione di poter superare insieme qualsiasi ostacolo. Il climax conclusivo è prevedibile nelle dinamiche e basilare nella messa in scena, ma non per questo meno travolgente. Questa battaglia contro la natura rude e a tratti filo-militare riesce così a commuovere, e non solo per merito di Odino, ma grazie anche a un Brad Pitt abile a recitare in sottrazione e a trovare umanità e sentimenti anche in un uomo incattivito dalla vita e dal destino. Più Corvo rosso non avrai il mio scalpo! che Hachiko – Il tuo migliore amico, più Revenant – Redivivo che Il richiamo della foresta, ma Heart of the Beast riesce comunque a toccare il cuore degli amanti del migliore amico dell’uomo, traendo il massimo da dettagli come la cura di una zampa ferita e da soluzioni forse scontate ma sempre valide, come uno sguardo mogio o una corsa a perdifiato verso una nuova pagina da scrivere.

Heart of the Beast è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuìto da Eagle Pictures.










