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Barbie: recensione del film di Greta Gerwig

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Nell’immaginario collettivo, Barbie è più di una semplice bambola: è un simbolo che ha attraversato generazioni, evolvendosi in un fenomeno culturale. Chiunque ne ha posseduta una, o più di una, ha potuto plasmarla a proprio piacimento, come proiezione esteriore di un processo interiore e che, dalla crescita alla sessualità, ha rappresentato il (s)oggetto del desiderio di molti, prevalentemente maschi, e con il suo aspetto ha ricondotto a sé l’aspettativa sociale (estetica) di un certo momento storico, forse mai ancora totalmente tramontato.

Dai bambolotti alle Barbie, il marcatore identitario evidentemente cambia forma per le bambine: un gioco, il primo, che evoca la cura, la maternità, che ti indica la strada e il ruolo a cui aderire, e soprattutto per chi devi esistere, il secondo ti suggerisce e ti mostra come devi farlo, con quale fisicità e con quale estetica. Da un lato le bambole da accudire trasformano chi gioca in una Maria lactans, dall’altro Barbie è l’abbrivio della sessualità, e della moda, che entra nella fantasia di una bambina (o bambino).

È una bambola dalla vita reale, adulta: Barbie prova a educare le bambine e a prepararle al futuro, non limitandosi ad allenarle alla vita, ma a giocare con quello che sta diventando il proprio archetipo femminile, un modello femminile ideale, l’essenza della femminilità in 30 centimetri di plastica e vinile.

Barbie: lo stereotipo che Greta Gerwig intende sfidare e superare

Barbie

Questo passaggio è bene esemplificato nell’incipit del film diretto e scritto da Greta Gerwig, Barbie, che ci introduce fin dalla prime scene nell’altopiano kubrickiano, in cui delle bambine giocano con i loro bambolotti. Se osserviamo la scena possiamo notare fin da subito che le bambine sono come soggiogate, costrette ad identificarsi nel ruolo di cura che il patriarcato ha previsto per loro, intrappolate nei ruoli tradizionali di madri e custodi del focolare domestico. Questa scena desolante poi viene spodestata e scossa dall’apparizione di una bambola monolitica: Margot Robbie è una figura imponente e segna l’inizio di una nuova era, l’era di Barbie, che con la sua presenza carismatica, libera le bambine dalle catene delle aspettative patriarcali.

Certo, Barbie non è certamente un soggetto perfettibile, per non dire perfetto, almeno per gli occhi di chi non abita a Barbieland: abiti audaci e un corpo da modella, Barbie rappresenta lo stereotipo che il film intende sfidare e superare. Ed è qui che respira audacemente la critica sottile della regista a tutta una serie di simbologie e retoriche di bellezza che poco si intonano con la verità dell’emancipazione. Lei che è Barbie stereotipo, è l’oggetto del desiderio, una metafora vivente della perfezione, tutt’altro che un personaggio a cui bisogna necessariamente ispirarsi. Ma appunto come dicevamo, per chi abita a Barbieland questo potrebbe sfuggire, considerando che la vita a Barbieland è un sogno: colazioni che si preparano magicamente, docce sempre alla temperatura perfetta, feste e passeggiate in spiaggia.

Una vita di plastica

Barbie

La vita di Barbie è una vita di plastica, immutabile e lucida, che si ripete tutti i giorni nella sua fissa perfezione. Le donne hanno in mano il potere, potere governativo, amministrativo, sociale, non c’è un ruolo di potere in cui la donna non sia presente. Ken, con i replicanti di Ken, vivono in funzione di Barbie e godono della luce del loro sguardo. La gioia di Barbie però viene interrotta quando la sua routine quotidiana viene infranta dalla colazione scaduta, dalla doccia fredda, e dai piedi piatti. Barbieland per lei ha cambiato forma, la sua vita non è più di plastica ma è fatta di incrinature, non è più lucida ma di carne, cellulite e imperfezioni, la sua anima gioiosa è preda di pensieri di morte. Cosa sta succedendo a Barbie?

Barbie Stramba trova la soluzione ai suoi problemi: relegata ai margini di Barbieland per la sua stravaganza, conosce quale può essere l’indicatore dei pensieri di morte di Barbie. L’unica soluzione è approdare nel mondo reale e trovare la bambina che sta giocando con lei che evidentemente sta proiettando sulla Barbie la sua disperazione. Un viaggio piuttosto desueto porta lei e Ken nel mondo reale, un mondo in cui le donne non detengono il potere, sono ipersessualizzate, schernite e marginalizzate, e gli uomini mettono in pratica il patriarcato, sotto mentite spoglie e in maniera tristemente efficace.

Barbie non assolve il nostro mondo

È impossibile cambiare il mondo, laddove il patriarcato conosce da secoli il modo per sopravvivere a qualsiasi tempesta di rivoluzione, anche le più forti scosse telluriche del tempo. Per questo Greta Gerwig non assolve il nostro mondo, ma continua a limare con il suo sguardo le storie femminili e concepire archetipi e stereotipi di ieri e di oggi, raccontando a quali condizioni e con quali mezzi siamo cresciute, siamo state raccontate, viste e in che modo possiamo stare assieme.

Non c’è un narrato edulcorato di Barbie e del suo trascorso, non si dimentica ciò che ha rappresentato – in questo senso lo scambio di parole tra lei e le ragazze liceali è l’esemplificazione della distanza dialettica tra generazioni differenti – per questo la regista mette in scena l’imprinting della Barbie nella vita delle bambine per poi comprendere come quell’imprinting abbia generato un mercato, un fashion model, un’istanza di cambiamento, fino ad arrivare ad oggi e a quella divergenza che abita i due mondi.

Dietro ogni Barbie c’è un Ken che cerca la sua attenzione

Barbie

Barbieland non è solo un luogo metafilmico in cui va in scena la vita di Barbie nelle sue pieghe più brillanti, stile musical anni ’50, come se fosse una Hollywood sempiterna in cui lo spotlight non conosce buio, silenzio o cut di scena, è anche un luogo metafisico in cui le forme, le strutture della realtà sono (forse) la sperimentazione di quelle di domani, l’astrazione come acropoli, empireo del futuro. Non necessariamente in positivo, anche perché neppure Barbieland è scevra da difetti. Barbieland è molto più che il mondo di Barbie, fatto di plastica e di giornate che si ripetono come il giorno della marmotta – solo che più rosa e più felice – è un mondo che fa eco al nostro; non a caso il mondo reale ha un’influenza su Barbieland in una certa misura, ma Barbieland non influisce in alcun modo sul mondo reale.

Forse Ken in tutto questo merita di meglio che essere considerato unicamente come figura accessoria. Forse merita una vita in cui può avere la sua auto e la sua casa, e non deve conformarsi alle esigenze e alle ambizioni di Barbie. Ma abbiamo già un mondo in cui questo accade.

Dietro ogni Barbie c’è un Ken che cerca la sua attenzione.

Overall
7.5/10

Valutazione

Greta Gerwig decostruisce il mito della bellezza che determina la nostra contemporaneità, continuando a limare con il suo sguardo le storie femminili e concepire archetipi e stereotipi di ieri e di oggi, raccontando a quali condizioni e con quali mezzi siamo cresciute, siamo state raccontate, viste e in che modo possiamo esistere, insieme. 

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Ghostbusters – Minaccia glaciale: recensione del nuovo film degli acchiappafantasmi

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Ghostbusters - Minaccia glaciale

Ghostbusters – Minaccia glaciale arriva a 40 anni di distanza dal primo capitolo della saga, l’indimenticabile Ghostbusters – Acchiappafantasmi. Una ricorrenza temporale che da una parte funge da allerta sulla tenuta qualitativa di un franchise nato in un momento storico, culturale e produttivo completamente diverso da quello attuale, ma al tempo stesso ci deve ricordare che il pubblico di riferimento del film di 40 anni fa, cioè gli adolescenti e i giovani adulti, nel frattempo si sono trasformati nel migliore dei casi in adulti molto più disillusi dei ragazzini di allora. Una dinamica che non deve sostituirsi alla critica, ma evidenzia comunque i rischi connessi a questo progetto e in parte spiega la sua ricezione particolarmente divisiva, con tanto di prese di posizione molto nette da parte del pubblico e degli opinionisti social.

Tre anni fa, Ghostbusters: Legacy ha riportato in auge un franchise che per più di 30 anni si era nutrito solo del passato, delle serie animate e di Ghostbusters del 2016. fallimentare tentativo di reboot al femminile basato solo sull’idea di ripescare i comici e la comicità del Saturday Night Live, all’origine del primo film. La formula scelta è stata quella che i capitoli più recenti di Scream definiscono “requel”, cioè un ibrido fra sequel, reboot e remake in cui convivono personaggi storici di un franchise e nuovi protagonisti da lanciare, all’interno di una narrazione nostalgica che attinge a piene mani dalla trama e dalle dinamiche dei predecessori.

Una formula imposta all’attenzione generale da Star Wars: Il risveglio della Forza, sfruttata efficacemente anche dal regista di Ghostbusters: Legacy Jason Reitman, figlio del regista di Ghostbusters – Acchiappafantasmi Ivan Reitman, nel frattempo scomparso e omaggiato con una toccante dedica in Ghostbusters – Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: gli acchiappafantasmi fra presente e passato

Ghostbusters: Legacy ha coniugato la sempreverde nostalgia per gli anni ’80, condita da sfumature adolescenziali alla Stranger Things, con la voglia di fondere passato e presente al servizio di una commedia soprannaturale capace di unire diverse generazioni di personaggi e di spettatori. Un risultato abbastanza valido da portarci oggi a Ghostbusters – Minaccia glaciale, diretto da Gil Kenan ma basato fondamentalmente sulla stessa identica idea. Dopo il riavvio del franchise di tre anni fa, ci troviamo infatti di fronte a un secondo riavvio, che riporta ancora in scena i vari Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Annie Potts (stavolta più svogliati che malinconici) con l’intento di supportare i nuovi protagonisti, che nel frattempo avrebbero però dovuto essere sufficientemente amati da camminare sulle proprie gambe.

Una resa in partenza, che riverbera in un racconto in cui la nuova giovane protagonista Phoebe Spengler (Mckenna Grace) si muove insieme alla sua famiglia dall’Oklahoma a New York, per riprendere in mano l’iconica caserma dei pompieri, convertita a quartier generale degli acchiappafantasmi. Prevedibilmente, non mancano vecchi nemici e nuove minacce da affrontare, in particolare una che arriva da un lontano passato e dai ghiacci. Accanto ai vari Gary (Paul Rudd), Callie (Carrie Coon) e Trevor (Finn Wolfhard) ci sono novità come Nadeem Razmaadi (l’ottimo Kumail Nanjiani) e le già citate vecchie glorie, coinvolte a più riprese nella marcia di avvicinamento all’inevitabile confronto finale.

Lo spirito degli acchiappafantasmi

Slimer in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Jason Reitman stavolta è coinvolto solo come produttore e sceneggiatore, ma in Ghostbusters – Minaccia glaciale si respira la stessa voglia di riunire le generazioni del suo film precedente, insieme alla sua abilità di raccontare i tormenti degli adolescenti, già mostrata in Juno e Men, Women & Children. Il cuore emotivo di questo nuovo capitolo è infatti Phoebe, per distacco il migliore dei nuovi personaggi e qui alle prese con un profondo cambiamento, fra passione per la scienza, desiderio di portare avanti l’attività del nonno e le sue prime impacciate forme di socializzazione, rappresentate in questo caso da una ragazza trasformatasi in fantasma alla sua stessa età. Con la sua bulimia narrativa, Ghostbusters – Minaccia glaciale finisce però per annacquare questo risvolto sia in termini di contenuti (che peccato non aver avuto un po’ di coraggio in più nel raccontare quell’amicizia così speciale!) sia all’interno dell’economia di un racconto con troppi personaggi.

Si fatica non poco a comprendere personalità, paure e motivazioni di tutti gli elementi di questo eterogeneo e bizzarro gruppo di persone, al punto che i vecchi protagonisti, pur con poco spazio e senza particolari guizzi di sceneggiatura, finiscono per rubare più volte la scena ai più giovani. Nonostante tutto però Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur con difficoltà, a ingranare la marcia, regalando agli spettatori qualche scoppiettante scena fra le strade di New York e una commistione fra comicità ed entità demoniache decisamente fedele allo spirito dell’originale, reclamato a gran voce dagli spettatori più critici sui reboot. Certo, la comicità non è più fedele alle atmosfere del Saturday Night Live (ma lo stesso Saturday Night Live ha mantenuto lo stesso spirito di quello di 40 anni fa?), le allusioni sessuali sono azzerate e la nostalgia domina sulla creatività, ma il risultato non è da buttare.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: un capitolo senza infamia e senza lode

Il nuovo villain di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Pur con una sceneggiatura caotica e con qualche personaggio caratterizzato in maniera sciatta e inconsistente, Ghostbusters – Minaccia glaciale riesce, seppur in maniera derivativa e molto meno brillante, a compiere la stessa impresa di Ghostbusters – Acchiappafantasmi, cioè trasformare il disordine e l’eccesso narrativo (riguardate il primo capitolo: è pieno di errori e ingenuità che oggi scatenerebbero l’ira dei detestabili cacciatori di buchi di sceneggiatura, ma continuiamo ad amarlo lo stesso) in un racconto che sorprendentemente riesce a intrattenere.

Come per il già citato Star Wars e per altri franchise recentemente riportati alla luce, anche Ghostbusters è condannato all’eccellenza, nonostante l’unico film con consenso unanime e duraturo nel tempo in 40 anni di storia sia il primo. Un lavoro senza infamia e senza lode come Ghostbusters – Minaccia glaciale può quindi essere visto come un bicchiere mezzo vuoto, anche e soprattutto nell’ottica di un eventuale terzo film del nuovo corso, che se mai verrà realizzato dovrà necessariamente distaccarsi con maggiore forza e coraggio dalla storia del franchise, pur con il rischio di una caduta ben più rovinosa e definitiva.

Annie Potts, Bill Murray, Dan Aykroyd ed Ernie Hudson in una scena di Ghostbusters - Minaccia glaciale.

Ghostbusters – Minaccia glaciale è al cinema dall’11 aprile, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
6/10

Valutazione

Ghostbusters – Minaccia glaciale si rivela un capitolo senza infamia e senza lode, penalizzato dalla coesistenza fra nuovi e vecchi personaggi ma capace comunque di dare vita a una gradevole commedia a sfondo soprannaturale.

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The Greatest Hits: recensione del film con Lucy Boynton

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The Greatest Hits

Prima il gioiellino Sing Street, poi Bohemian Rhapsody (in cui interpretava la fidanzata di Freddie Mercury, Mary Austin) e adesso The Greatest Hits. Quando si parla di musica e del suo potere salvifico, il luminoso e allo stesso tempo fragile sguardo di Lucy Boynton è evidentemente un punto di forza narrativo ed espressivo. La trentenne britannica è in questo caso alle prese con un racconto sentimentale a sfumature fantascientifiche, con cui Ned Benson torna alla regia dopo La scomparsa di Eleanor Rigby, struggente anatomia di una coppia montata da diversi punti di vista (Him, Her e Them) con Jessica Chastain e James McAvoy. Un dramma sull’elaborazione del lutto e sulla necessità di lasciarsi in qualche modo alle spalle una perdita, dalle notevoli ambizioni ma penalizzato da una scrittura non sempre a fuoco.

Al centro di The Greatest Hits c’è la giovane Harriet (Lucy Boynton), che scopre di avere il potere di tornare indietro nel tempo e rivivere i suoi ricordi con l’ex fidanzato Max (David Corenswet), tramite l’ascolto di alcune canzoni. Una dinamica che destabilizza la sua già tormentata personalità, portandola a chiudersi a riccio. Tutto cambia quanto Harriet nel presente conosce David (Justin H. Min), ragazzo segnato da un lutto con cui intreccia un legame sempre più profondo. In bilico fra due amori, la protagonista non può fare a meno di interrogarsi sulla possibilità di cambiare il passato e su quali possano essere le conseguenze sul presente.

The Greatest Hits: il potere salvifico della musica fra lutti e viaggi nel tempo

Il cinema non deve essere per forza il terreno del realismo. Abbiamo visto e amato le storie più fantasiose e improbabili, fra creature mitologiche, galassie lontane lontane e supereroi intenti a lottare fra di loro con bizzarri costumi. Un risultato garantito non solo dalla sospensione dell’incredulità, ma da una scrittura attenta a creare mondi con propri specifici dettagli, con determinate regole e con rapporti di forza ben delineati, a cui abbandonarsi nonostante la loro implausibilità. Anche film sentimentali come Questione di tempo e Un amore all’improvviso (entrambi con Rachel McAdams) hanno rispettato questa regola non scritta, che invece Ned Benson (anche sceneggiatore di The Greatest Hits) decide deliberatamente di mettere in secondo piano.

Harriet non ha solo ricordi del suo passato con Max, ma è in grado di andare fisicamente indietro nel tempo e può interagire con le persone che incontra, il tutto con la consapevolezza degli eventi che ha nel presente. Anche senza addentrarsi in riflessioni troppo cerebrali sui paradossi temporali (che ancora oggi accompagnano le discussioni più accese su Ritorno al futuro), questo potere apre diverse questioni, la più importante delle quali è ovviamente la possibilità di cambiare il corso degli eventi. Un potere che sarebbe fondamentale per la stessa Harriet, che tuttavia vive i suoi viaggi temporali prevalentemente in modo passivo, limitandosi a catalogare le canzoni che hanno effetto su di lei e a creare una sorta di timeline degli eventi principali del suo passato con Max.

The Greatest Hits: il problema della musica

Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

La scelta di sceneggiatura di Ned Benson è motivata dalla necessità di lasciare spazio al sentimento nascente fra la ragazza e David, ma il risultato è quello di minare dalle fondamenta The Greatest Hits. Come possiamo credere a un personaggio che non usa un potere soprannaturale nel modo in cui chiunque al suo posto farebbe immediatamente?

Un peccato originale che riverbera su altri elementi della caotica sceneggiatura, come la personalità contraddittoria della protagonista (prima chiusa in se stessa, poi lanciata in una nuova storia, poi ancora desiderosa di cambiare il suo passato) e l’elemento che dovrebbe essere portante in The Greatest Hits ovvero la musica. Riuscite a immaginare film con al centro la musica come Alta fedeltà, School of Rock, I Love Radio Rock e il già citato Sing Street senza una colonna sonora studiata approfonditamente in termini qualitativi e contenutistici? The Greatest Hits fa esattamente questo, affidandosi a una scaletta sbiadita e svogliata, in cui il brano più rilevante per la narrazione è incomprensibilmente I’m Like a Bird di Nelly Furtado (autrice anche di un cameo altrettanto sciatto nei panni di se stessa).

Un vero peccato, perché quando Ned Benson sceglie di addentrarsi nell’incontro di dolori e solitudini dei personaggi sa regalare anche momenti toccanti, che mettono in luce la caducità della nostra esistenza e la possibilità di superare anche i traumi più laceranti aprendo la porta al futuro e al prossimo.

Un film mal pensato e mal scritto

Justin H. Min e Lucy Boynton in una scena di The Greatest Hits, disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Ned Benson ondeggia con tatto, sensibilità e inclusività fra i suoi personaggi (emblematico il personaggio nero e gay di Austin Crute, migliore amico di Harriet), per poi arrivare atterrare precipitosamente sul tema portante dell’intero racconto, ovvero la possibilità di cambiare il passato. Ne nasce un epilogo abbastanza originale e coerente, che tuttavia arriva quando i buoi sono già scappati, nonostante la bravura e l’espressività di Lucy Boynton, capace di colmare con il suo carisma molti vuoti del suo personaggio ma non di salvare un film mal pensato e mal scritto.

The Greatest Hits è disponibile dal 12 aprile su Disney+.

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante la buona prova di Lucy Boynton, The Greatest Hits vanifica i suoi ottimi spunti con una sceneggiatura sciatta e una colonna sonora sbiadita.

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L’ultima notte di Amore: recensione del film con Pierfrancesco Favino

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L’ultima notte di Amore

Si apre con una sinuosa ripresa a volo d’uccello di una Milano torbida e malsana L’ultima notte di Amore, pregevole poliziesco dalle tinte noir di Andrea Di Stefano. Uno dei tanti virtuosismi registici di un’opera che si riconnette con la florida e in costante rivalutazione tradizione del cinema di genere italiano, dando vita a una commistione di malavita, corruzione e violenza all’interno della cangiante dimensione urbana della metropoli lombarda.

Dopo le notevoli esperienze all’estero con Escobar e The Informer – Tre secondi per sopravvivere, Andrea Di Stefano rientra in patria per tratteggiare la parabola umana e lavorativa di Franco Amore (interpretato da Pierfrancesco Favino), poliziotto in procinto di andare in pensione dopo 35 anni di lavoro. Mentre fervono i preparativi per la festa a sorpresa per il pensionamento, gestiti dalla moglie Viviana (Linda Caridi), l’ultima notte di lavoro di Amore si trasforma in un dramma sempre più cupo e teso, causato da una leggerezza del protagonista. Un errore di cui apprendiamo genesi e conseguenze, in un crescendo di disperazione e ferocia.

L’ultima notte di Amore: l’ottimo polar all’italiana di Andrea Di Stefano

Con le sue opere precedenti, Andrea Di Stefano ha già dimostrato di saper padroneggiare molte sfumature del thriller, in racconti all’interno dei quali si assottiglia sempre di più il confine fra bene e male. Ne L’ultima notte di Amore, il regista continua la sua esplorazione, addentrandosi nei territori già battuti dal grande polar francese ma con una sensibilità tutta italiana, traendo il massimo dalla città di Milano, crocevia di diverse culture e di notevoli interessi economici. Un progetto che testimonia una volta di più le grandissime potenzialità del cinema di genere italiano contemporaneo, troppo spesso soffocato da narrazioni stantie e sempre più distanti dal gusto del pubblico.

Quella di Franco Amore è una storia in cui in molti possono riconoscersi. La storia di un uomo devoto alla propria professione e con una forte etica morale e professionale (tale da permettergli di avvicinarsi al pensionamento senza un solo colpo letale sparato), che crolla nel momento in cui arriva una tentazione difficile da ignorare. L’ingenuità e la sottovalutazione dei pericoli fanno il resto, dando il via a una reazione a catena che costringe il protagonista a rivedere le proprie posizioni etiche e a mettersi addirittura contro alla sua famiglia, rappresentata dal cugino della moglie Cosimo (un ottimo Antonio Gerardi). Un personaggio bizzarro e al limite del macchiettistico, che tuttavia è funzionale alla descrizione di un crimine ormai globalizzato, in cui le dinamiche malavitose tipicamente italiane incontrano le organizzazioni estere e in particolare i clan cinesi.

L’ultima notte di Amore: un nuovo capitolo della Milano nera

Linda Caridi in una scena de L'ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano.

Si respirano le atmosfere del cinema della Milano nera e soprattutto quelle della trilogia del milieu di Fernando Di Leo, introdotta con l’intramontabile cult Milano calibro 9. Lo sguardo di Andrea Di Stefano non è però rivolto al passato, ma è al contrario ben piantato nel cinema del presente, fatto di antieroi tormentati e fragili come Franco Amore e di donne sagaci e dominanti come la Viviana della formidabile Linda Caridi, femme fatale e allo stesso tempo unico barlume di speranza e conforto per il protagonista. Un cinema in cui le più prestigiose location delle grandi città italiane non sono utilizzate come mere cartoline, ma si trasformano invece in solide spalle narrative, come testimoniano il già citato piano sequenza iniziale in prossimità della stazione centrale o l’utilizzo del Duomo durante il climax conclusivo.

La vorticosa colonna sonora di Santi Pulvirenti è il calzante accompagnamento del tortuoso e angosciante viaggio di Franco Amore, Fuori orario nella sua ultima notte di servizio ma soprattutto fuori controllo nel momento in cui assiste a una vita intera mandata a rotoli. Inevitabile una menzione al consueto eccellente lavoro di Pierfrancesco Favino, che si conferma una certezza del cinema nostrano odierno dando vita a un personaggio accartocciato da spinte opposte e da emozioni contrastanti, lontano dagli stereotipi e da qualsiasi possibilità di semplificazione. Un carattere che, insieme a quello interpretato da Francesco Di Leva, ha il merito di portare alla luce anche il disagio dei poliziotti, spesso denigrati per le azioni di poche mele marce, ma composto in larga parte di brave persone sottoposte a una pressione difficilmente sostenibile.

Un solido prodotto di genere

Pierfrancesco Favino in una scena de L'ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano.

Insieme a Il mio nome è vendetta di Cosimo Gomez e Adagio di Stefano Sollima, L’ultima notte di Amore testimonia la rinnovata vitalità del crime thriller italiano, capace di confrontarsi a testa alta con le omologhe produzioni estere anche e soprattutto dal punto di vista tecnico e registico, pur senza budget stratosferici. Un risultato riconosciuto anche dalla selezione del film nella sezione Berlinale Special Gala del Festival di Berlino 2023.

L’ultima notte di Amore si rivela un’opera matura e intelligente anche dal punto di vista della scrittura, che riesce nel non facile intento di rendere credibili ai nostri occhi anche le svolte narrative più disinvolte, accompagnandoci verso un finale in perfetto equilibrio fra ambiguità e suggestione.

Overall
8/10

Valutazione

Andrea Di Stefano continua la sua esplorazione del crime thriller, dando vita a un racconto cupo e teso, che testimonia la vitalità e le possibilità del cinema di genere italiano contemporaneo.

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