Belli e dannati: recensione del film con River Phoenix e Keanu Reeves

Belli e dannati: recensione del film con River Phoenix e Keanu Reeves

Sono un esperto di strade. È tutta una vita che io assaggio strade… questa strada non finirà mai, probabilmente gira tutta intorno al mondo.

La prima sequenza di Belli e dannati, My Own Private Idaho di Gus Van Sant, ci lascia assaporare quel senso di perdita, di straniamento e desolazione a cui è condannato il protagonista, Mike (River Phoenix), mentre si risveglia all’improvviso su una strada, di cui sembra essere prigioniero. Mike è un ragazzo che vive nelle strade di Portland, nell’Oregon, con un gruppo di giovani gigolò, tra cui Scott (Keanu Reeves), suo complice e amico più vicino e fidato.

Quando non è cosciente è Scott a prendersi cura di lui, un giovane ribelle di estrazione borghese – suo padre è il sindaco della cittadina – che ha scelto di condurre una vita diversa da quella prevista dal padre. Mike soffre di narcolessia: spesso crolla a terra come in preda a un attacco di epilessia, ma i suoi sono stati patogeni che lo trattengono in una dimensione tra veglia e sonno, in cui spesso rivive momenti del suo passato, sognando di varcare la casa d’infanzia e di essere ancora assieme alla madre, figura per cui soffre un’ossessione straziante.

Belli e dannati: il film con River Phoenix e Keanu ReevesBelli e dannati

Belli e dannati, road movie che ci porta da Portland all’Idaho, fino a Roma, libera interpretazione dell’Enrico IV di William Shakespeare, è costruito come un’elegia che parla della ricerca eterna di un luogo, un luogo del passato a cui tornare. Gus Van Sant non costruisce mai una narrazione semplice, sceglie di usare tante immagini ripetitive – come un ritratto mentale che si ripete, una storia congelata nel tempo – scatti simbolici, come a formare una struttura ellittica per favorire un’atmosfera onirica. Mike vive in un mondo irreale, soffre una continua dissociazione dalla vita, è un personaggio colmo di voragini.

La narcolessia gli causa diversi problemi; problemi di spazio – spesso è vittima di vere e proprie crisi fisiologiche e queste compaiono in momenti e luoghi precisi – soprattutto spazi chiusi che gli ricordano la sua casa d’infanzia, e problemi di tempo: Mike perde la cognizione del suo stare al mondo, il suo passato è una ferita pulsante che non si è mai rimarginata e che lo colpisce nel profondo sia quando è cosciente che quando è in uno stato d’incoscienza. Mike vive con un piede in strada e l’altro eternamente piantato nel mondo dei sogni. Conosce una sola forma di amore, l’amore fisico, brutale, erotico, amore a pagamento, carnale, senza emozioni; l’altra forma d’amore che avrebbe dovuto essergli nota, quella familiare, ne è stato totalmente privato.

Mike (River Phoenix) soffre una continua dissociazione dalla vita

Crescendo per strada, vivendo con il suo mentore e il suo amico Scott, si illude di essere parte di una nuova gerarchia, che è simile alla famiglia ma è un nido di prostituzione. Nella sua mente si fa strada l’idea che gli uomini meritino l’amore, che due uomini possono amarsi tra loro e che non ci deve essere necessariamente il denaro come coefficiente emotivo, come medium a unire i corpi. Scott non è dello stesso avviso: sebbene protegga e si prenda cura di Mike, afferma che gli uomini non possono amarsi, almeno non gratuitamente.

Mike, da questo punto di vista, non è soggiogato dalla mentalità della strada ma ne è comunque prigioniero: la strada la conosce, la subisce e spesso non sa gestirla; Scott invece la strada la sceglie, la profana, la idealizza e la investiga, sempre con un occhio posto al di fuori di essa, un occhio che sfugge, che sa che i suoi orizzonti possono cambiare da un momento all’altro. Scott può sempre rivendicare il suo diritto di nascita, può voltare le spalle alla sua vita, e lo farà.

Mike, contrariamente, non ha alcun un diritto di nascita: desidera una famiglia, desidera l’amore di Scott, l’affetto, desidera la verità su sua madre, ma sembra essere prigioniero della sua vita. Questa strada che non finirà mai e che gira tutta intorno al mondo, è evidentemente un tracciato interiore, un percorso simbolico, vorticoso, emotivo che si riallaccia all’idea stessa del film: una delle ambientazioni del film è proprio la sua mente.

Belli e dannati: una meditazione essenziale sul desiderio degli uominiBelli e dannati

Gus Van Sant scrive una storia di prostituzione, di ragazzi di vita – quasi pasoliniani – e uomini soli, ma non più soli degli uomini che li pagano. Una meditazione essenziale sul desiderio degli uomini e tra gli uomini (fatta in un momento in cui Hollywood non sapeva cosa farsene di quel desiderio). Una storia che forse non porta da nessuna parte, che spende molto del suo tempo a osservare il tessuto onirico, a sfrangiarlo e restituirlo come una materia nuova, come un’immagine sempre nuova.

Belli e dannati è una storia di desideri infranti, di vite passate che tornano a graffiare i palmi, è la storia di Mike, profondamente danneggiato da bambino, che cerca rifugio e amore, è la storia di Scott, che aspetta di ereditare la ricchezza paterna, come faceva il giovane principe di Galles, Hal, nel dramma shakespeariano, in attesa di assumere il suo posto nella società, un posto che, evidentemente, non ha spazio per un uomo come Mike.

Phoenix ha riscritto una delle scene più belle del filmBelli e dannati

Una storia di continui ritorni, di immagini cariche di segni, simboli, di amori negati, di sentimenti inconciliabili con la realtà, di sapori dimenticati, di strade calpestate e altre mai conosciute. Un dramma senza confini, in cui il protagonista vive per sentire il polso di un ricordo sbiadito, in un tempo in cui i giorni sembrano evaporare, galleggiare, senza che nessuno li possa trattenere. Belli e dannati è testimone del suo realismo psicologico, del suo modo di intersecarsi al teatro, è qualcosa di potente e delicato allo stesso tempo; l’interpretazione sontuosa e viscerale di River Phoenix – premiata a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore – è la conferma di quanto fosse talentuoso e capace come attore, e non solo: Phoenix ha anche riscritto una delle scene più belle del film (quando Scott e Mike sono insieme attorno al fuoco) a dimostrazione di quanto fosse empatico, consapevole e abissale.

Valutazione
9/10

Verdetto

Gus Van Sant scrive una storia di ragazzi di vita, una meditazione essenziale sul desiderio degli uomini, un dramma senza confini in cui il protagonista vive per sentire il polso di un ricordo sbiadito, un’elegia che parla della ricerca eterna di un luogo, un luogo del passato a cui tornare.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.