Belli e dannati

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Belli e dannati: recensione del film con River Phoenix e Keanu Reeves

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Sono un esperto di strade. È tutta una vita che io assaggio strade… questa strada non finirà mai, probabilmente gira tutta intorno al mondo.

La prima sequenza di Belli e dannati, My Own Private Idaho di Gus Van Sant, ci lascia assaporare quel senso di perdita, di straniamento e desolazione a cui è condannato il protagonista, Mike (River Phoenix), mentre si risveglia all’improvviso su una strada, di cui sembra essere prigioniero. Mike è un ragazzo che vive nelle strade di Portland, nell’Oregon, con un gruppo di giovani gigolò, tra cui Scott (Keanu Reeves), suo complice e amico più vicino e fidato.

Quando non è cosciente è Scott a prendersi cura di lui, un giovane ribelle di estrazione borghese – suo padre è il sindaco della cittadina – che ha scelto di condurre una vita diversa da quella prevista dal padre. Mike soffre di narcolessia: spesso crolla a terra come in preda a un attacco di epilessia, ma i suoi sono stati patogeni che lo trattengono in una dimensione tra veglia e sonno, in cui spesso rivive momenti del suo passato, sognando di varcare la casa d’infanzia e di essere ancora assieme alla madre, figura per cui soffre un’ossessione straziante.

Belli e dannati: il film con River Phoenix e Keanu Reeves

Belli e dannati, road movie che ci porta da Portland all’Idaho, fino a Roma, libera interpretazione dell’Enrico IV di William Shakespeare, è costruito come un’elegia che parla della ricerca eterna di un luogo, un luogo del passato a cui tornare. Gus Van Sant non costruisce mai una narrazione semplice, sceglie di usare tante immagini ripetitive – come un ritratto mentale che si ripete, una storia congelata nel tempo – scatti simbolici, come a formare una struttura ellittica per favorire un’atmosfera onirica. Mike vive in un mondo irreale, soffre una continua dissociazione dalla vita, è un personaggio colmo di voragini.

La narcolessia gli causa diversi problemi; problemi di spazio – spesso è vittima di vere e proprie crisi fisiologiche e queste compaiono in momenti e luoghi precisi – soprattutto spazi chiusi che gli ricordano la sua casa d’infanzia, e problemi di tempo: Mike perde la cognizione del suo stare al mondo, il suo passato è una ferita pulsante che non si è mai rimarginata e che lo colpisce nel profondo sia quando è cosciente che quando è in uno stato d’incoscienza. Mike vive con un piede in strada e l’altro eternamente piantato nel mondo dei sogni. Conosce una sola forma di amore, l’amore fisico, brutale, erotico, amore a pagamento, carnale, senza emozioni; l’altra forma d’amore che avrebbe dovuto essergli nota, quella familiare, ne è stato totalmente privato.

Mike (River Phoenix) soffre una continua dissociazione dalla vita

Crescendo per strada, vivendo con il suo mentore e il suo amico Scott, si illude di essere parte di una nuova gerarchia, che è simile alla famiglia ma è un nido di prostituzione. Nella sua mente si fa strada l’idea che gli uomini meritino l’amore, che due uomini possono amarsi tra loro e che non ci deve essere necessariamente il denaro come coefficiente emotivo, come medium a unire i corpi. Scott non è dello stesso avviso: sebbene protegga e si prenda cura di Mike, afferma che gli uomini non possono amarsi, almeno non gratuitamente.

Mike, da questo punto di vista, non è soggiogato dalla mentalità della strada ma ne è comunque prigioniero: la strada la conosce, la subisce e spesso non sa gestirla; Scott invece la strada la sceglie, la profana, la idealizza e la investiga, sempre con un occhio posto al di fuori di essa, un occhio che sfugge, che sa che i suoi orizzonti possono cambiare da un momento all’altro. Scott può sempre rivendicare il suo diritto di nascita, può voltare le spalle alla sua vita, e lo farà.

Mike, contrariamente, non ha alcun un diritto di nascita: desidera una famiglia, desidera l’amore di Scott, l’affetto, desidera la verità su sua madre, ma sembra essere prigioniero della sua vita. Questa strada che non finirà mai e che gira tutta intorno al mondo, è evidentemente un tracciato interiore, un percorso simbolico, vorticoso, emotivo che si riallaccia all’idea stessa del film: una delle ambientazioni del film è proprio la sua mente.

Belli e dannati: una meditazione essenziale sul desiderio degli uomini

Gus Van Sant scrive una storia di prostituzione, di ragazzi di vita – quasi pasoliniani – e uomini soli, ma non più soli degli uomini che li pagano. Una meditazione essenziale sul desiderio degli uomini e tra gli uomini (fatta in un momento in cui Hollywood non sapeva cosa farsene di quel desiderio). Una storia che forse non porta da nessuna parte, che spende molto del suo tempo a osservare il tessuto onirico, a sfrangiarlo e restituirlo come una materia nuova, come un’immagine sempre nuova.

Belli e dannati è una storia di desideri infranti, di vite passate che tornano a graffiare i palmi, è la storia di Mike, profondamente danneggiato da bambino, che cerca rifugio e amore, è la storia di Scott, che aspetta di ereditare la ricchezza paterna, come faceva il giovane principe di Galles, Hal, nel dramma shakespeariano, in attesa di assumere il suo posto nella società, un posto che, evidentemente, non ha spazio per un uomo come Mike.

Phoenix ha riscritto una delle scene più belle del film

Una storia di continui ritorni, di immagini cariche di segni, simboli, di amori negati, di sentimenti inconciliabili con la realtà, di sapori dimenticati, di strade calpestate e altre mai conosciute. Un dramma senza confini, in cui il protagonista vive per sentire il polso di un ricordo sbiadito, in un tempo in cui i giorni sembrano evaporare, galleggiare, senza che nessuno li possa trattenere. Belli e dannati è testimone del suo realismo psicologico, del suo modo di intersecarsi al teatro, è qualcosa di potente e delicato allo stesso tempo; l’interpretazione sontuosa e viscerale di River Phoenix – premiata a Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore – è la conferma di quanto fosse talentuoso e capace come attore, e non solo: Phoenix ha anche riscritto una delle scene più belle del film (quando Scott e Mike sono insieme attorno al fuoco) a dimostrazione di quanto fosse empatico, consapevole e abissale.

Overall
9/10

Verdetto

Gus Van Sant scrive una storia di ragazzi di vita, una meditazione essenziale sul desiderio degli uomini, un dramma senza confini in cui il protagonista vive per sentire il polso di un ricordo sbiadito, un’elegia che parla della ricerca eterna di un luogo, un luogo del passato a cui tornare.

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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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Bob Marley – One Love: recensione del film di Reinaldo Marcus Green

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Dopo Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody), Elton John (Rocketman) ed Elvis Presley (Elvis), il recente filone di biopic dedicati alle leggende della musica internazionale tocca anche Bob Marley. Al cantautore giamaicano è infatti dedicato Bob Marley – One Love, film diretto da Reinaldo Marcus Green (già dietro alla macchina da presa per Una famiglia vincente – King Richard) e che vede Kingsley Ben-Adir nei panni del più celebre esponente della musica reggae e Lashana Lynch in quelli di sua moglie Rita. Un progetto autorizzato e sostenuto dalla famiglia Marley (oltre a Rita, figurano come produttori anche i figli Ziggy e Cedella), che a pochi giorni dal debutto in sala ha già superato i 100 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, testimoniando così l’interesse ancora tangibile nei confronti della figura di Bob Marley, a oltre 40 anni dalla sua prematura morte.

Bob Marley – One Love si apre con il concerto Smile Jamaica del 1976, emblematico dell’attivismo sociale e politico del protagonista (in quel momento la Giamaica era vicina a nuove elezioni e sull’orlo della guerra civile) e crocevia del suo percorso personale, dal momento che due giorni prima dell’evento la star fu vittima di un attentato che mise a repentaglio la vita sua e della moglie Rita. Sull’onda emotiva di questi fatti, Bob Marley si trasferì insieme ai membri della sua band in Inghilterra, dove realizzò l’album Exodus, considerato da molti esperti e appassionati il vero capolavoro di una straordinaria discografia.

Da questo ben preciso momento della vita del protagonista, Bob Marley – One Love si allarga per tratteggiare la sua sfera privata, soffermandosi sull’assenza di una figura paterna, sulla sua adesione al rastafarianesimo e sul suo impegno politico in ottica pacifista, per poi affrontare il melanoma acrale che lo portò alla morte.

Bob Marley – One Love: la leggenda della musica rivive in un biopic anestetizzato

Di fronte a una notevole mole di contenuti umani e artistici, Reinaldo Marcus Green (anche co-sceneggiatore insieme a Terence Winter, Frank E. Flowers e Zach Baylin) è costretto a fare sintesi e a espungere dal racconto numerosi aspetti della vita del protagonista. Aspetto che porta fin dai primi minuti Bob Marley – One Love in un terreno scivoloso dal punto di vista narrativo, in quanto a subire i maggiori tagli sono il periodo dell’infanzia del cantautore (ridotto a brevi e confusionari flashback) e quello della sua ascesa in ambito musicale. Il risultato è un’opera monca, che ci presenta un personaggio già formato e compiuto, affidandosi alla riconoscibilità del soggetto e all’ampia conoscenza collettiva del suo percorso umano e professionale per colmare le numerose lacune.

Il coinvolgimento della famiglia di Bob Marley, probabilmente necessario per avere le sue canzoni e per attingere a materiale altrimenti inaccessibile, non aiuta certo alla causa. Anche se il regista riesce a evitare la trappola dell’agiografia, sempre presente in queste operazioni, Bob Marley – One Love ci presenta una versione eccessivamente ripulita di un personaggio che non ha alcun bisogno di indulgenza: sono molto vaghi e superficiali sia i cenni alla sua conclamata poligamia, sia i passaggi sulla sua prole, composta nella realtà da 11 figli naturali più 2 adottati.

Ma l’approssimazione coinvolge anche altri aspetti della vita di Bob Marley, come la sua statura quasi sciamanica per il popolo giamaicano e la sua adesione al rastafarianesimo (religione presentata in modo frettoloso e macchiettistico). L’impegno politico del protagonista è annacquato a botte di frasi fatte; il suo rapporto con la musica e con il reggae viene dato per scontato; le stesse No Woman, No Cry e Redemption Song sembrano inserite a forza in un racconto che le doveva necessariamente includere.

La scelta di Kingsley Ben-Adir

L’attitudine alla realizzazione di Bob Marley – One Love è sintetizzata dalla scelta dell’attore protagonista. Kingsley Ben-Adir fa un buon lavoro, è credibile nei momenti in studio e nei concerti e cerca di fare rivivere il mito attraverso alcune sue iconiche espressioni. Nonostante ciò, basta avere visto anche solo qualche minuto di filmati di repertorio di Bob Marley per rendersi conto che il suo interprete è molto più aggraziato, slanciato ed elegante, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda il vestiario. L’imitazione passiva di una star non è garanzia di buon cinema (e il già citato Bohemian Rhapsody ne è la prova), ma il perfezionamento operato da Reinaldo Marcus Green sul protagonista snatura completamente il personaggio, al punto che quando durante i titoli di coda appare per qualche secondo il vero Bob Marley, il paragone in termini di carisma è improponibile.

Ancora meno comprensibile è l’approccio alla malattia di Bob Marley, che nella realtà ha segnato quasi 4 anni della sua vita, influenzando enormemente la sua produzione artistica. Bob Marley – One Love si concentra invece quasi esclusivamente sulla scoperta della malattia (in particolare sul noto episodio dell’alluce ferito durante una partita di calcio), sfumando nel momento in cui la malattia si aggrava. Reinaldo Marcus Green lascia così agli spettatori consapevoli il compito di tracciare un collegamento fra le condizioni di salute sempre peggiori del protagonista e la pubblicazione dell’album Uprising e in particolare della struggente Redemption Song, vero e proprio testamento spirituale, politico e artistico di Bob Marley. Il regista incappa così in uno dei pericoli insiti in ogni biopic, rendendo gli eventi raccontati e mostrati molto meno interessanti di quelli spiegati a parole sui titoli di testa e di coda.

Bob Marley – One Love: un’ottima occasione sprecata

Bob Marley – One Love si rivela così un bignami non esaustivo né soddisfacente sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi musicisti dello scorso secolo, sostenuto da un’ottima colonna sonora (e ci mancherebbe) e meritevole comunque di riportare in auge (soprattutto fra i più giovani) una figura fondamentale e determinante. Memori dell’operazione compiuta con il memorabile Rocketman, capace di addentrarsi fra le pieghe dell’artista e coglierne l’essenza umana senza filtri e compromessi, purtroppo resta la sensazione di essere di fronte a un’ottima occasione sprecata.

Bob Marley – One Love è disponibile nelle sale italiane dal 22 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
5/10

Valutazione

Bob Marley – One Love si prefigge il compito di cogliere l’essenza artistica e umana di una vera e propria leggenda della musica, ma finisce per dare vita a un racconto anestetizzato, parziale ed eccessivamente ripulito.

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