Benny Loves You: recensione del film di e con Karl Holt

Benny Loves You: recensione del film di e con Karl Holt

Fra le tante gemme proposte dal Trieste Science+Fiction Festival 2020, spicca Benny Loves You, commedia horror al 100% indipendente, scritta, diretta, interpretata e montata da Karl Holt, per una lavorazione cominciata nel 2014 e terminata solo lo scorso anno. Un progetto fatto con pochissimi soldi, ma con un affetto smisurato nei confronti dell’horror, e in particolare per il filone dei giocattoli killer, che da La bambola assassina ha preso piede fino a raggiungere il grande pubblico con le più recenti saghe di Annabelle e The Boy. Ma il cuore di questo progetto non è rivolto solo al cinema di genere più sanguinolento e spietato, ma anche e soprattutto alla stasi nella società contemporanea di un’intera generazione di giovani adulti, in bilico fra la felicità e la spensieratezza dell’infanzia e un mondo del lavoro sempre più cinico e competitivo.

Benny Loves You: la risposta horror a Toy Story
Benny Loves You

Holt interpreta il 35enne Jack, che proprio nel giorno del suo compleanno perde i propri genitori in circostanze tragicomiche. Jack è timido, senza amici e inevitabilmente perdente per i canoni della società contemporanea, dal momento che vive con i propri genitori in una camera piena di giocattoli e altri oggetti infantili. La sua passione per i giocattoli si riflette sul lavoro, dal momento che il suo impiego è quello di designer per un’azienda produttrice dei più disparati toys. Anche in questo versante, l’esistenza di Jack è priva di soddisfazioni. Il suo capo gli preferisce infatti il detestabile Richard (George Collie), più scaltro, motivato e doppiogiochista di lui, quindi perfetto per fare carriera.

Sull’orlo del licenziamento, Jack trova un’insperata ancora di salvataggio con l’arrivo in azienda di Dawn (Claire Cartwright), che gli dimostra cordialità e simpatia. Purtroppo, nel frattempo Benny, un suo colorato e amabile giocattolo d’infanzia, ha preso vita, e comincia una lunga serie di omicidi e altre efferatezze, concentrandosi in particolare su chi si mette contro il suo proprietario. Il lavoro e la vita sentimentale di Jack trovano così un letale oppositore, ideale simbolo non solo del nostro lato più infantile, ma anche della crescente fatica a lasciare andare il proprio passato. Fra peluche sanguinari, turbe mai sopite e sgozzamenti e smembramenti, con effetti speciali rigorosamente artigianali, comincia una lunga sequenza di situazioni paradossali ed equivoci esilaranti, che possiamo sintetizzare come la risposta horror (e fieramente a low-budget) alla saga di Toy Story.

Fra Edgar Wright e Peter Jackson

Benny Loves You

Spesso nei lavori con budget prossimo allo 0 si manifestano difetti lampanti, come la povertà della messa in scena, la rigidità della recitazione degli interpreti e i cali di ritmo e tensione. Mancanze che non sempre riescono a compensare i potenziali pregi in termini di inventiva e passione, soprattutto per gli spettatori non abituati a questo tipo di progetti. Ciò che sorprende maggiormente in Benny Loves You è proprio l’abilità con cui Karl Holt riesce a nascondere le sue limitazioni, frutto di un lavoro di montaggio e post produzione durato diversi anni, ma anche di una perizia che lo porta a fare di necessità virtù e a mantenere sempre questa sia opera prima in perfetto equilibrio fra commedia, horror e compiaciuto trash, sulle orme di quanto fatto da Peter Jackson all’inizio della sua carriera.

Anche se Benny Loves You non rinnega mai la sua natura demenziale, fra le pieghe del racconto emergono temi in cui chiunque può identificarsi. Non soltanto l’incapacità di abbandonare il proprio fanciullino per costruirsi un futuro, ma anche la rappresentazione di un mondo del lavoro in cui l’apparenza e la furbizia prevalgono sempre sulla competenza e sull’inventiva.

Anche se sente il bisogno di sottolineare di non essere come Norman Bates, Jack non è altro che uno dei bimbi sperduti di Peter Pan, incapace non solo di crescere, ma di modificare la sua natura bizzarra, e per certi versi inquietante, in favore di una società che interagisce con lui solo per imprevisti e incombenze (l’inefficienza sul lavoro, la necessità di vendere la casa) e che nel mettere in luce la sua inadeguatezza si rivela altrettanto mediocre, come dimostra la visita alla sua abitazione di due poliziotti, incapaci di accorgersi di essere al centro della scena di uno dei tanti delitti di Benny.

Benny Loves You come metafora del disagio della Generazione Y

La delirante serata da dog sitter di Jack e gli eventi che ne seguono sprigionano un’irresistibile carica comica, e sintetizzano la cifra stilistica e narrativa di Holt, capace di rimanere fedele a se stesso anche quando cambia toni e atmosfere, sulla scia di Jackson, Edgar Wright, John Landis e altri maestri della commistione fra commedia e orrore. La corrosività delle idee del regista (il giocattolo chiamato AIDS, le irripetibili scritte sui muri di Benny) è superata solo dalla sua creatività, che sublima in uno scontro finale fra giocattoli, decisamente da antologia se rapportato agli effettivi mezzi per metterlo in scena.

In fondo, la commedia e l’horror sono i generi che più mettono a nudo le nostre paure e i nostri desideri. Forse questo giocattolo accattivante e allo stesso tempo datato, che prende vita proprio per trattenere il padrone nel momento in cui è costretto a crescere, e che si rende protagonista di una scia di orrore e violenza, rivolta proprio contro coloro che vorrebbero mutare Jack e il suo modo di essere, è la perfetta rappresentazione dell’ansia e del disagio della Generazione Y, sempre persa fra un passato glorioso, un presente indecifrabile e un futuro imprevedibile. E non è un caso che dipingere questo sentimento di frustrazione Holt ricorra proprio alle dinamiche degli slasher degli anni ’80, con quei villain tanto spaventosi quanto simpatici, e a una comicità smaccatamente demenziale, cioè due dei filoni maggiormente sacrificati da un cinema contemporaneo sempre più appiattito sulla serialità.

«Horror films will last forever», è solito dire John Carpenter. E se l’horror durerà per sempre è anche grazie a piccoli ma imperdibili lavori come Benny Loves You, in grado di riconnetterci con il naturale bisogno di esorcizzare sul grande schermo i nostri sentimenti e le nostre esperienze, attraverso le risate e la paura.

Valutazione
8/10

Verdetto

Benny Loves You è un gioiellino indie horror spassoso e ben congegnato, che funziona anche e soprattutto quando scava nell’animo del proprio protagonista, intrecciando lo splatter con l’analisi del disagio di un’intera generazione.

Marco Paiano

Marco Paiano