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Black Mirror: recensione della settima stagione della serie
Torna Black Mirror, con il suo carico di distopia e di inquietanti squarci sul prossimo futuro. Una settima stagione chiamata a riscattare il deludente ciclo di episodi precedente, nonché a confrontarsi con una realtà che, fra tecnologie sempre più invasive e scenari sempre più catastrofici, è già particolarmente sinistra. Un obiettivo non facile, che tuttavia la settima stagione di Black Mirror riesce a centrare, lasciando intravedere qualche speranza per il futuro dello show, che con il passare delle stagioni e degli episodi sembrava aver smarrito la ferocia e la corrosività iniziali, in nome di narrazioni più popolari e accomandanti.
Questo nuovo ciclo di episodi è formato da 6 episodi, valorizzati dalla presenza di volti amati dal grande pubblico. Il tema portante è come sempre il futuro, in particolare quello dell’intrattenimento, con prevedibili contaminazioni sempre più stranianti dell’intelligenza artificiale. La riflessione che coglie maggiormente nel segno è però quella del primo episodio Gente comune, con protagonisti Chris O’Dowd, Rashida Jones e Tracee Ellis Ross. Al centro della vicenda c’è Amanda, che proprio nel momento in cui sta cercando di diventare madre ha un malore che la priva di conoscenza, portando alla luce una grave malattia. Le speranze di guarigione sembrano nulle, ma il marito Mike viene contattato da Rivermind, azienda che con un’avveniristica tecnologia si propone di tenerla in vita, scaricando la sua coscienza sul cloud.
Un intervento gratuito, che obbliga però alla sottoscrizione di un abbonamento, con costi crescenti per accedere a funzionalità sempre più esclusive e necessarie. La gioia si trasforma così ben presto in dramma, a causa dei costi insostenibili di Rivermind. Immediato quindi riflettere sul futuro della sanità, che in molte nazioni sembra avere intrapreso una strada altrettanto disgustosa, portatrice di gravi disparità fra le persone più abbienti e chi invece non ha soldi per curarsi. Suggestione che diventa anche una sorta di autocritica da parte di Netflix, che su un servizio non altrettanto vitale come lo streaming sta portando avanti la stessa dinamica, caratterizzata da piani di abbonamento sempre più costosi a meno che non si decida di accettare la pubblicità, proprio come Amanda in alcune delle scene più strazianti dell’episodio.
Black Mirror: inquietanti squarci sul futuro nella settima stagione della serie Netflix

Il secondo episodio Bestia nera è il più feroce della stagione, nonché quello che maggiormente richiama grandi serie antologiche del fantastico come Ai confini della realtà. Siena Kelly interpreta Maria, giovane donna che scopre che una nuova assunta della sua azienda (Verity, impersonata da Rosy McEwen) è una sua vecchia conoscenza scolastica. Con l’arrivo di quest’ultima, Maria è vittima di fenomeni sempre più strani e raggelanti, come parole da lei ampiamente utilizzate che cambiano improvvisamente lettere o eventi che la donna vive in modo opposto a quello del resto delle persone. Paranoia o agghiacciante realtà? Un episodio solo apparentemente meno incentrato sulla società, che invece parla di potere, vendetta e tangenzialmente anche di stalking, mettendo in luce i rischi connessi all’utilizzo malevolo della tecnologia.
Si prosegue poi con Hotel Reverie, che tocca un nervo scoperto del panorama dell’intrattenimento, ovvero l’irruzione dell’intelligenza artificiale nella macchina produttiva hollywoodiana. La stella del cinema Brandy Friday (Issa Rae) viene coinvolta da Kimmy (Awkwafina) nel remake di un classico con più di un punto di contatto con Casablanca. Inizialmente sorpresa per i tempi lavorativi estremamente rapidi, l’attrice scopre una realtà ben più avvilente: grazie a una nuova tecnologia viene infatti immersa nella realtà del vecchio film e costretta a interpretare la sua parte per fare ritorno a casa. Qui trova l’eterea Dorothy (Emma Corrin), con la quale da donna nera deve dare vita a una storia d’amore ambientata in un’epoca molto meno inclusiva dell’attuale, che portano a emozioni e sentimenti contrastanti. Un episodio di indubbio fascino visivo, che rievoca le atmosfere di San Junipero (citato anche in Gente comune) mettendo in evidenza le possibili evoluzioni future di Hollywood, ma con poca cattiveria.
I confini fra vita e morte, reale e virtuale

Il quarto episodio Come un giocattolo è anche quello meno convincente della settima stagione di Black Mirror. Lewis Gribben e Peter Capaldi interpretano, in diverse fasi della sua vita, Cameron Walker, la cui vita è sconvolta da un videogioco simulatore di vita rudimentale nella grafica, ma estremamente immersivo. Gioco che si trasforma in un’ossessione per Cameron, con conseguenze nefaste sulla sua stabilità mentale. Al di là della satira sui tanti miliardari nerd che infestano il nostro presente, resta ben poco.
Paul Giamatti è protagonista dello struggente penultimo episodio Eulogy, incentrato su una tecnologia che con l’intento di dare vita al più coinvolgente e toccante degli omaggi funebri permette alle persone di immergersi all’interno di vecchie foto, rivivendo ricordi ed emozioni. Come nel sontuoso The Shrouds di David Cronenberg si affrontano il lutto e la sua elaborazione, ma allo stesso tempo si aggiunge un piccolo tassello alla riflessione generale della stagione sul superamento dei confini del tempo e della morte, con conclusioni tutt’altro che positive.

Chiude la stagione l’attesissimo USS Callister: Into Infinity, sequel di USS Callister, uno degli episodi più amati della quarta stagione e dell’intera serie. Toby Haynes torna a dirigere, riportandoci in questo sconfinato universo virtuale chiaramente ispirato a Star Trek, in cui la nuova capitana Nanette Cole (Cristin Milioti) guida il suo equipaggio fra le conseguenze della perversa simulazione di Robert Daly (Jesse Plemons), nel frattempo passato a miglior vita. Un episodio dalla durata imponente (ben 88 minuti), che alza il tiro produttivo della serie, ponendo le basi per la creazione di possibili universi condivisi e continuando allo stesso tempo a esplorare i temi del precedente episodio, cioè i confini fra reale e virtuale e la tossicità che contraddistingue gli ambienti lavorativi e alcune comunità online.
La settima stagione di Black Mirror è disponibile su Netflix dal 10 aprile.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.





