Boorman and the Devil Boorman and the Devil

Cinema indipendente

Boorman and the Devil: recensione del documentario sul sequel de L’esorcista

Pubblicato

il

Al cinema come nella vita, non tutti i fallimenti sono uguali. Si può fallire per superficialità e mancanza di idee, ma si può fallire anche per il desiderio di seguire una visione intima e personale, senza scendere a compromessi con le logiche commerciali e rifiutando di rincorrere i gusti del pubblico. È il caso de L’esorcista II – L’eretico, sequel di uno dei film più conosciuti e amati di tutti i tempi, realizzato nel 1977 da John Boorman. Un lavoro che si muove in territori estremamente diversi dal predecessore, e per questo accolto all’epoca dell’uscita con freddezza, ilarità o addirittura rabbia. Un’opera non certo perfetta ma ancora oggi incredibilmente suggestiva, sulla cui realizzazione indaga David Kittredge, con il suo ottimo documentario Boorman and the Devil.

Avvalendosi dei contributi delle interpreti Linda Blair e Louise Fletcher (quest’ultima deceduta durante la produzione del documentario), del regista John Boorman e del suo collaboratore Rospo Pallenberg e di autorità del settore come Mike Flanagan, David Kittredge ci accompagna in un viaggio che ha il duplice intento di mettere in luce i passi che hanno portato a questo fiasco commerciale (appena 30 milioni di dollari di incasso contro i 430 del predecessore) e di raccontare con un pizzico di malinconia un’epoca unica e irripetibile per Hollywood, in cui i registi più talentuosi potevano agire con un’indipendenza oggi impensabile su progetti estremamente ambiziosi, sovvertendo le regole non scritte del sistema al punto da dare vita a un periodo di grande rinnovamento cinematografico, noto appunto come Nuova Hollywood. Fra trionfi come Il laureato, Star Wars e lo stesso L’esorcista, la Nuova Hollywood ha però dato vita anche a insuccessi talmente gravi da rivedere drasticamente questa libertà improvvisamente concessa agli autori, come L’esorcista II – L’eretico e I cancelli del cielo.

Boorman and the Devil: il racconto di un fallimento che diventa inno alla fantasia e all’originalità

Boorman and the Devil

Percorrendo questo doppio binario, Boorman and the Devil rivisita e rivaluta questo sfortunato lavoro, dando la parola all’autore e ai protagonisti ancora superstiti. Emerge così con chiarezza la visione di John Boorman, non particolarmente convinto dal primo film appunto da allontanarsene completamente per il sequel, scegliendo atmosfere oniriche e visionarie e mettendo in secondo piano l’orrore e il sangue. Una scelta di rottura, in un’epoca in cui il “2” in un titolo non era diffuso come oggi, al punto che anche un capolavoro assoluto come Il padrino – Parte II ebbe un riscontro commerciale ben al di sotto delle attese. Ci si commuove assistendo al dolore ancora oggi evidente di John Boorman, fedele alla sua visione e disposto a tutto pur di difenderla; si sorride con i racconti delle protagoniste sulla lavorazione del film, come l’approccio non sempre professionale di Richard Burton, star in declino e tendenze all’autodistruzione; si soffre insieme al regista per gli aneddoti più amari e per le reazioni più pungenti, come il racconto della rabbia degli spettatori alla prima del film ad opera del regista de L’esorcista William Friedkin.

Il tempo non può cambiare ciò che è già avvenuto, ma può comunque essere galantuomo. E così è avvenuto anche per L’esorcista II – L’eretico, che oggi in molti guardano con il rispetto e l’ammirazione che emergono dalle parole di Mike Flanagan. Valutando il film da una giusta distanza temporale ed emotiva, ai attenuano infatti le sue innegabili mancanze, e allo stesso tempo affiorano i suoi altrettanto evidenti meriti, come le sue atmosfere metafisiche, le sue intuizioni visive (le memorabili riprese delle locuste) e più in generale un’originalità in grado di renderlo un prodotto unico e ben riconoscibile, al contrario di molti sequel odierni realizzati con lo stampino. Boorman and the Devil diventa così anche e soprattutto un appassionato inno alle seconde occasioni artistiche e all’imperituro talento dei veri autori, sottolineato dal percorso dello stesso John Boorman, che dopo questa caduta ha avuto la forza e il coraggio di rialzarsi e rischiare ancora con lo splendido e stavolta fortunato Excalibur.

Un bizzarro e nostalgico racconto di un fiasco si trasforma così in un’accorata celebrazione dell’ispirazione e della fantasia, anche a costo di essere derisi e di dover aspettare decenni per essere finalmente compresi e amati.

Boorman and the Devil è stato presentato nella sezione Venezia Classici di Venezia 82.

Consigliato dalla redazione
L’Esorcista, Versione Integrale – WARNER BROS. HORROR MANIACS (Blu Ray) Scopri il prezzo su Amazon
In qualità di Affiliati Amazon, riceviamo un guadagno dagli acquisti idonei.
8/10
Il voto di Marco Paiano
Pubblicità

Cinema indipendente

De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow

La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

Pubblicato

il

De Palma

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.

Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.

De Palma: una lezione di cinema di due ore

De Palma

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.

Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.

Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.

Continua a leggere

Cinema indipendente

Un western senza cavalli: recensione del documentario su Mauro Mingardi

Recensione di Un western senza cavalli, il documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano sul cineasta amatoriale bolognese Mauro Mingardi.

Pubblicato

il

Un western senza cavalli

Un western senza cavalli è un documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano sulla vita e sulla carriera di Mauro Mingardi, cineasta amatoriale bolognese particolarmente attivo nella seconda metà dello scorso secolo, venuto a mancare nel 2009. Nel corso della sua lunga carriera, Mingardi si è distinto per il suo cinema artigianale ma ricco di idee e passione, conquistando numerosi premi in festival nazionali e internazionali. Nonostante la stima di illustri colleghi come Roberto Rossellini e la strada spianata per il Centro Sperimentale di Cinematografia, Mauro Mingardi ha scelto di non lasciare mai la sua Bologna e di continuare a realizzare pellicole a budget zero con gli amici di sempre, unicamente per passione e diletto.

Mauro Mingardi, l’ultimo dei primi o forse il primo degli ultimi

Attraverso ricordi, interviste e immagini d’archivio attentamente selezionate dai registi, Un western senza cavalli mette in scena il racconto di una carriera spesa all’insegna della più pura libertà artistica e del più appassionato approccio alla Settima Arte. L’ultimo dei primi, o forse il primo degli ultimi, come amava definirsi lo stesso Mauro Mingardi, ribadendo al tempo stesso sia la propria autorialità sia la propria lontananza dal cinema professionistico, fatto sì con maggiori mezzi economici e produttivi, ma anche con un occhio sempre rivolto ai finanziamenti e al profitto.

Una carriera cominciata quasi per caso, grazie a una cinepresa lasciata a Bologna dalla star hollywoodiana Yvonne De Carlo come pagamento per un rifornimento e poi finita per un fortunato caso proprio nelle mani di Mingardi. Un percorso cinematografico fermatosi per stessa volontà del regista a un passo dal professionismo, ma comunque pieno di premi e soddisfazioni, come il piazzamento davanti a due colonne portanti del cinema italiano come Rossellini e Olmi al Festival di Rapallo del 1970, con il suo Il tempo nel muro.

Il cinema a costo zero di Mauro Mingardi

Dalle immagini e dalle parole di chi ha condiviso le avventure cinematografiche di Mauro, improvvisandosi mostro o indiano nel proprio tempo libero e partecipando a collette per pagare i pochi oggetti scenici, traspare il ritratto di un uomo perdutamente innamorato del cinema, ma anche indissolubilmente legato alla propria terra e ai propri affetti, al punto da rifiutare il grande passo nel cinema dei grandi.

Troppo difficile per Mauro rinunciare alla sua Bologna, a quei campi trasformati in riserve indiane, ai suoi colli resi teatro di sgangherati ma irresistibili duelli, a un cinema fatto in casa e in famiglia, ma capace di rivelare inaspettati punti di forza anche nelle sue più spassose debolezze, come appunto mettere in scena un film western senza uno straccio di cavallo. Più che a un Ed Wood bolognese, ci piace associare la figura di Mauro Mingardi a una versione nostrana del Danny Boodman de La leggenda del pianista sull’oceano, incapace di abbandonare il mare e la nave che l’avevano cresciuto e coccolato per una terraferma sconfinata e ricca di opportunità, ma anche piena di incertezze e difficoltà. Un artista di talento, inventiva e sconfinata conoscenza cinefila, desideroso non della gloria e della fama, ma di soddisfazioni più intime e ristrette, e non per questo meno grandi.

Il ritratto ironico e a tratti commovente di un artista fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato

Il documentario di Davide Rizzo e Marzia Toscano è però anche un viaggio nostalgico e malinconico lungo mezzo secolo di storia italiana (e nello specifico bolognese), durante il quale si percepisce nitidamente il cambiamento di epoca, costumi e paesaggi. Una spensieratezza forse andata perduta con la modernità e il progresso, ma capace di rivivere con la magia del cinema, e in particolare con le pellicole rustiche ma sincere di Mingardi. Davide Rizzo e Marzia Toscano riescono a trovare la giusta alchimia fra narrazione, ironia e riflessione, traendo il meglio dal materiale audiovisivo di Mauro e dalle parole di amici e parenti, onorando fra una lacrima e un sorriso la sua memoria e il suo prezioso lascito cinematografico.

Un western senza cavalli è la lucida e appassionata fotografia di un modo di fare cinema lontano dai riflettori e dai red carpet, ma capace di trasmettere la stessa gioia e di raccontare un pezzo unico e irripetibile della nostra storia. Un ritratto ironico e a tratti commovente di un artista fuori dagli schemi e dalle logiche di mercato, immortalato anche nell’ultima parte della sua vita, con il viso stanco e rugoso, ma anche con la stessa voglia di vivere il cinema e di battere nuove strade narrative.

Mauro Mingardi sosteneva che la morte consiste nel perdere i ricordi. Anche grazie a Un western senza cavalli, possiamo affermare con certezza che il suo ricordo è ancora oggi più vivo che mai, e che i suoi film fatti con due lire e unicamente per divertirsi non verranno spazzati via come lacrime nella pioggia, ma al contrario rimarranno una fonte d’ispirazione per i cineasti del domani e una piacevole visione per gli spettatori più curiosi e volenterosi.

Un western senza cavalli è disponibile in streaming su CGTV.

8/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere

Cinema indipendente

Holy Hell: recensione del documentario di Will Allen

La recensione di Holy Hell di Will Allen: ventidue anni dentro il Buddhafield raccontati da chi li ha vissuti, un angosciante documentario sul potere della persuasione.

Pubblicato

il

Holy Hell

Holy Hell è un documentario diretto da Will Allen e prodotto da Jared Leto, che in Italia è stato presentato nel corso del Biografilm Festival 2016 all’interno della sezione Contemporary Lives. Si tratta del primo film diretto da Allen, che nel proprio racconto affronta un’esperienza vissuta in prima persona: l’adesione e la partecipazione per circa 22 anni al Buddhafield, una piccola comunità di Los Angeles basata sull’amore e sull’accettazione, guidata da un carismatico ed enigmatico leader spirituale.

Ventidue anni dentro il Buddhafield

Holy Hell

Attraverso interviste, video d’archivio e altri girati appositamente, Will Allen racconta le vicissitudini dei propri ventidue anni nel Buddhafield (dal 1985 al 2007), mostrando gli effetti salutari che questo culto di gruppo ha portato ai suoi membri, ma anche i risvolti più negativi. Solo dopo tanti anni, infatti, i membri della comunità hanno amaramente scoperto che colui che consideravano una mente illuminata dai benefici poteri psichici era invece un impostore, che si approfittava della propria posizione e del proprio ascendente sugli adepti per fini economici o carnali.

Holy Hell, ovvero traducendo letteralmente Santo Inferno: un titolo ossimorico che diventa una dichiarazione d’intenti, utile per approcciarsi a questo documentario, la cui visione difficilmente lascerà indifferenti. Allen tenta un’operazione particolarmente difficile, ovvero tradurre in immagini e in racconto le sensazioni e i sentimenti di persone (lui compreso) che hanno scoperto di avere vissuto più di due decenni nella menzogna. Persone che tuttavia non rinnegano i momenti felici e le esperienze positive vissute.

Un angosciante documentario sul potere della persuasione

La prima parte del documentario ci mostra le dinamiche e le attività di quella che agli occhi degli spettatori più scettici appare come una setta basata su vaghi concetti new age, i cui membri vivono un’esistenza ovattata e sospesa nel tempo, simile a un lungo trip psichedelico, nonostante la droga non c’entri nulla. Ci si ritrova quasi sfiniti da un’apparentemente interminabile sequenza di ricordi e testimonianze dei membri del culto, che raccontano i propri giorni felici vissuti in gruppo sotto la salda guida del leader Michel, all’insegna della meditazione, della condivisione e della ricerca della vera essenza della vita. I protagonisti spiegano nel dettaglio le pratiche in cui erano coinvolti e gli effetti benefici che tale esperienza ha apportato alle loro vite, ma l’inferno a cui allude il titolo però non tarda ad arrivare con la seconda parte, quando emergono gli abusi e le manipolazioni sulle quali il gruppo era realmente fondato.

Nonostante qualche segmento ripetitivo e dai tempi eccessivamente dilatati, Holy Hell si rivela un documentario riuscito e utile per mettere in luce i meccanismi che, in nome di un culto discutibile e di ideali aleatori, portano persone fragili e sprovvedute a farsi letteralmente rovinare l’esistenza da opportunisti e approfittatori. Un’opera non perfetta e a tratti troppo autoindulgente verso una situazione che il regista ha peraltro vissuto sulla propria pelle, che ha però il pregio di lasciare lo spettatore scosso e afflitto per la consapevolezza che, nonostante il progresso, questi eventi continuano ad accadere ogni giorno, più vicino a noi di quanto possiamo immaginare.

7/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere
Pubblicità

    Su alcune pagine del sito sono presenti link di affiliazione, grazie ai quali Lost in Cinema ottiene una percentuale dei ricavi. Tale affiliazione non implica nessuna variazione di prezzo del prodotto. Copyright © 2026 Lost in Cinema