Buio: recensione della favola femminista di Emanuela Rossi

Buio: recensione della favola femminista di Emanuela Rossi

Il cinema italiano non ha più voglia di osare. Il cinema di genere in Italia è morto. Oggi il cinema italiano è fatto solo da mediocri commedie familiari. Quante volte abbiamo sentito queste frasi, o magari ci sono anche scappate, ignorando il lavoro di chi cerca faticosamente di emergere nuotando controcorrente? Se Il signor Diavolo e The Nest (Il nido) non vi sono bastati per smentire queste tesi, da oggi c’è un film in più a cui dovreste dare un’occasione: Buio, opera prima di Emanuela Rossi.

Presentato nella sezione Panorama Italia di Alice nella città, sezione parallela e autonoma della Festa del Cinema di Roma, Buio è frutto della sceneggiatura della stessa Emanuela Rossi e di Claudio Corbucci (che il grande cinema di genere ce l’ha nel sangue) e ha per protagoniste Denise Tantucci, Gaia Bocci, Olimpia Tosatto ed Elettra Mallaby, affiancate dall’esperto Valerio Binasco.

Buio: la favola femminista di Emanuela Rossi

Buio

Come dichiarato dalla stessa regista, Buio è una favola femminista. Il racconto è incentrato infatti sulle sorelle Stella, Luce e Aria, costrette a una vita da segregate in casa dal severo e soffocante padre, rimasto l’unico loro tutore dopo la scomparsa della madre. La necessità dell’isolamento dal mondo esterno nasce da un’apocalisse climatica e ambientale, scaturita dall’aumento della potenza dei raggi solari, diventati così letali per il genere umano. Il sostentamento alla famiglia è garantito dal padre, che giornalmente, munito di protezioni e maschera antigas, si avventura alla ricerca di cibo, attraversando degli spettrali paesaggi piemontesi, che ricordano quelli tristemente noti di Chernobyl. Stella, Luce e Aria trascorrono le giornate fuori dal tempo, con il solo conforto della compagnia reciproca e di vecchi videotape di fitness. La curiosità e gli eventi portano però Stella, la sorella maggiore, a esplorare il pericoloso mondo esterno.

Fra The Village e Room, Buio usa l’isolamento delle protagoniste per una riflessione più ampia e profonda su temi come l’ambientalismo, il senso di colpa e il patriarcato, muovendosi con disinvoltura fra il thriller, lo sci-fi e l’horror. Facile entrare in empatia con la bravissima Denise Tantucci (non a caso, scelta da Nanni Moretti per il suo prossimo Tre piani), protagonista e vittima di una struggente metafora sul maschilismo. La vediamo subire l’oppressione del padre, che individua in tutto ciò che è esterno al nido familiare un pericolo per la sua integrità, e portare con sé la mentalità tipica di una cultura castrante, che associa il sesso (simboleggiato dall’arrivo del primo ciclo mestruale) a un peccato da espiare. Ma Buio dà anche una speranza, luminosa come i raggi solari che filtrano dalla soffitta della casa: per quanto disastrato sia il mondo là fuori, c’è sempre un modo per ripartire.

Buio è una sottile metafora della lotta al patriarcato

Buio

L’adolescenza ha fra le sue caratteristiche principali la curiosità e la ribellione. E Stella, stimolata dalla necessità di provvedere al sostentamento per se stessa e per le sue sorelle minori, si ribella. Vaga per un mondo che non esiste più, protetta solo da un casco che fa tanto Turbo Kid, e scopre che là fuori c’è ancora qualcosa per cui lottare. La conoscenza e la consapevolezza diventano così le armi migliori per riappropriarsi dell’indipendenza e della vitalità perdute, mentre la sorellanza è un’occasione per guardare finalmente avanti e trovare una propria strada. Buio si trasforma così in efficace affresco della società contemporanea, in cui le donne sembrano finalmente avere la forza e la coesione per rialzare la testa e diventare le guide di un mondo che ha difficilissime sfide da combattere, come quella al cambiamento climatico. Un tema lasciato sullo sfondo dalla Rossi, ma che aleggia concretamente sui personaggi.

C’è tanto cuore e tanto coraggio in Buio, e si percepisce in ogni momento la battaglia che l’autrice, come purtroppo troppe donne, ha dovuto combattere contro un’asfissiante cultura patriarcale. Ma c’è anche tanta perizia tecnica, dal momento che Emanuela Rossi riesce a trovare nella limitazione e nella evidente carenza di budget degli strumenti con i quali alimentare la tensione. A stupire positivamente sono soprattutto i contrasti: quello fra la musica classica che si ascolta in casa e le nuove sonorità che Stella scopre, o quello fra le anguste stanze in cui sono costrette le protagoniste, vestite in modo castigato per le restrizioni del padre, e l’utilizzo di colori vivaci, con tanto di indumenti più audaci nel momento in cui il controllo viene meno. Opposizione che ci ricorda che dentro ogni spirito vessato e in ogni donna oppressa c’è una persona che reclama aria e libertà.

Un film coraggioso e femminista

Buio

Ricollegandoci alle nostre premesse, se cercavate del coraggio e del femminismo nel cinema italiano, l’avete trovato con Buio, folgorante opera d’esordio che omaggia la nostra autorevole tradizione nel genere, facendoci al contempo riflettere sul mondo da cui stiamo faticosamente tentando di uscire e su quello che invece, con un po’ di impegno, possiamo riuscire ad abbracciare. Con l’auspicio di una valida distribuzione in sala, vi consigliamo di non farvi sfuggire questo piccolo gioiellino e di tenere d’occhio la regista Emanuela Rossi, che ci ha dimostrato coi fatti di essere pronta per una grande produzione nostrana.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Emanuela Rossi stupisce con un’opera prima dall’invidiabile solidità, che gioca coi generi e con le atmosfere trasformando la limitazione di budget in opportunità creativa e coinvolgendo lo spettatore in una pregevole favola femminista.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.