Cari Compagni!: recensione del film di Andrei Konchalovsky

Cari Compagni!: recensione del film di Andrei Konchalovsky

Fra le pagine più nere del Dopoguerra sovietico c’è sicuramente il massacro di Novočerkassk del 1962, in cui decine di lavoratori, in sciopero per l’aumento del prezzo di alcuni generi di prima necessità, furono repressi, feriti o uccisi dai militari. Un’inaccettabile tragedia messa immediatamente a tacere ma che, come accade a molte pagine fondamentali della storia, nel tempo è venuta prepotentemente a galla. Sulla base di quanto emerso in proposito negli anni ’90, Andrei Konchalovsky ha scritto (insieme a Elena Kiseleva) e diretto Cari Compagni!, presentato in concorso a Venezia 77 e meritevole del prestigioso Premio speciale della giuria. Un’opera cupa e struggente, presentata in un elegante bianco e nero e in un insolito formato 4:3, in modo da restituire le atmosfere dell’epoca dei fatti.

Cari Compagni!: la vera storia del massacro di Novočerkassk
Cari Compagni!

Protagonista del racconto è Lyudmila, interpretata dalla moglie di Konchalovsky Yuliya Vysotskaya. La donna, membro del partito comunista e fedele ai suoi dettami, cambia la sua visione sulla sua patria quando assiste ai terribili fatti di Novočerkassk. La crudele repressione dei dimostranti si insinua nell’animo di Lyudmila, che si trova a fronteggiare anche la misteriosa sparizione della sua giovane figlia. In bilico fra lavoro, vita privata e una nuova consapevolezza del meccanismo di potere di cui fa parte, la donna si addentra nei meandri della città blindata e di un regime cinico e autoritario.

In una Venezia 77 in cui le storie si sono intrecciate con le pagine della Storia in modo efficace e originale, Cari Compagni! diventa l’altro angolo di altre due apprezzatissime opere in concorso, Nuevo Orden di Michel Franco e Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanić. Come nel lavoro di Franco, il racconto è incentrato su una protesta, ben più pacifica della violenta distopia del regista messicano, e anche in questo caso si mette in evidenza la viscidità con cui il potere si approccia e contrasta questo tipo di eventi, spesso e volentieri senza alcun rispetto per gli esseri umani coinvolti e per le loro necessità. In maniera analoga all’opera della Žbanić, il nostro sguardo sugli eventi è quello di una straordinaria donna, stretta fra due fuochi e coinvolta a livello umano dai fatti.

Konchalovsky si muove però in territori complementari rispetto a quelli dei colleghi, scegliendo una messa in scena più lucida e rigorosa per indagare sulle dinamiche del regime, sulle sue contraddizioni e sui giochi di potere al suo interno, tratteggiando al contempo le prime crepe dell’Unione Sovietica, che nel giro di pochi decenni passerà dal suo ruolo di superpotenza mondiale alla dissoluzione.

Fra ricostruzione storica e dimensione umana

Konchalovsky si avventura parallelamente su due binari: quello della ricostruzione storica, con cui tratteggia la freddezza del regime, l’inconsistenza dei vertici di partito locali e soprattutto la paura di un’intera città, il cui impeto di orgoglio fa rapidamente posto a uno scenario di guerra, con tanto di esecuzioni e processi sommari; ma soprattutto la dimensione umana, con la disillusione di cittadini e funzionari e il brusco distacco fra gli ideali che avevano guidato una nazione e la ben più spietata realtà. Il cineasta russo si circonda perciò di attori in larga parte non professionisti, proprio per restituire la spontaneità della classe operaia, da sempre in lotta per un piccolo posticino al sole e puntualmente ricacciata indietro.

Districandosi fra dramma, thriller e ricostruzione storica, Konchalovsky dà vita a un altro splendido affresco della sua lunga e florida carriera, che l’ha visto ereditare dal suo mentore Andrej Tarkovskij il testimone di esponente di un’intera cinematografia. L’orrore per le assurde morti per la protesta si avvicenda con le spregevoli manovre del regime per insabbiare l’accaduto e con le mefistofeliche manovre con cui i funzionari del governo si insinuano nelle vite dei cittadini. Fra epica e dramma, trova spazio anche l’accenno di una storia d’amore, leggermente forzata nella costruzione, e soprattutto la disperata ricerca della propria figlia da parte di una madre. Proprio su quest’ultimo aspetto, Konchalovsky costruisce un brusco cambio di direzione narrativo, che allontana Cari Compagni! dal cuore emotivo del racconto e rischia di compromettere quanto di buono visto in precedenza.

Cari Compagni!: una nuova gemma di Andrei Konchalovsky

Cari Compagni!

Fra divisioni e riunioni, frammentazione e struttura, misurata ricostruzione e dirompente umanità, Cari Compagni! racchiude quindi tutta la complessità di un autore che ha saputo spaziare dalla sceneggiatura di Andrej Rublëv alla regia di Tango & Cash, portando sempre avanti la propria idea di cinema. Un lavoro intimo ma ambizioso, capace di parlare dell’universale attraverso il particolare e di riflettere con invidiabile sincerità sugli ingranaggi di un totalitarismo.

Cari Compagni! arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da 01 Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Andrei Konchalovsky mette in scena con eleganza e sobrietà un pezzo di storia dell’Unione Sovietica, che in passato è stato vergognosamente messo a tacere. Qualche forzatura di troppo nel racconto non penalizza eccessivamente un’opera sincera e necessaria.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.