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Cattive acque: recensione del film di Todd Haynes con Mark Ruffalo

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Cattive acque si apre nel 1975, con una soggettiva dall’acqua che non può non ricordare Lo squalo (uscito proprio in quell’anno) e con un gruppo di ragazzi intenti a fare baldoria al fiume, spunto di partenza per decine di film horror. La paura e l’orrore stavolta però non arrivano da mostri e creature soprannaturali, ma da una sostanza pressoché invisibile, nota come PFOA (acido perfluoroottanoico), immessa per decenni nell’acqua, nell’aria e nei terreni adiacenti a Parkersburg (Virginia Occidentale) dalla DuPont, nel corso del processo di creazione del cosiddetto teflon, materiale alla base delle comuni padelle antiaderenti. Un crimine perpetrato per decenni, con conseguenze devastanti per la salute della popolazione del luogo, che ha trovato il proprio anomalo difensore in Robert Bilott, avvocato specializzato nella difesa di aziende chimiche.

Questa vicenda, raccontata con dovizia di particolari nell’articolo The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare del New York Times, viene portata sullo schermo da un celebre ambientalista come Mark Ruffalo, che nel doppio ruolo di attore protagonista e produttore sceglie di affidarsi a un regista difficilmente associabile al legal thriller come Todd Haynes, fulgido esponente del New Queer Cinema con opere come Velvet Goldmine, Lontano dal Paradiso e Carol. Il risultato è un solido film d’inchiesta, che discende direttamente da opere come Tutti gli uomini del Presidente e Silkwood, e in tempi più recenti da Insider – Dietro la veritàErin Brockovich – Forte come la verità, Il caso Spotlight (con cui condivide i produttori e la presenza di Ruffalo) e The Report.

Un’opera che arriva proprio in un momento di rinnovato quanto tardivo interesse verso le questioni ambientali, forte di un cast composto da celebri interpreti come Anne Hathaway, Tim Robbins, Victor Garber e Bill Pullman, ma stranamente snobbata nel corso della awards season appena conclusa.

Cattive acque: un cinema di impegno civile

Si muove dunque su un sentiero rodato Cattive acque, destreggiandosi fra la necessità di descrivere un contesto in cui i bambini nascono con gravi malformazioni e le persone si ammalano di tumore con una frequenza inaccettabile, il dovere di indugiare in spiegazioni chimiche non certo avvincenti dal punto di vista cinematografico e la volontà di tratteggiare un quadro preciso e approfondito delle parti in campo, nonché della storia americana degli ultimi decenni. Todd Haynes mette così da parte il suo tocco poetico e visionario in favore di una narrazione densa e tremendamente realistica, che ha nelle location desolate e desolanti di Cincinnati e della Virginia Occidentale la sponda perfetta per raccontare una vicenda di cronaca che è anche perfetta sintesi del capitalismo sfrenato degli Stati Uniti del dopoguerra, disposti a sacrificare sicurezza e salute in nome di una forsennata corsa al profitto.

In un percorso che attraversa la seconda parte degli anni ’90 e arriva fino ai giorni nostri, Cattive acque mette in scena quello che è prima di tutto lo struggente percorso interiore del protagonista Robert Bilott, che con il sostegno della moglie Sarah (una dimessa e misurata Anne Hathaway) si porta lentamente da una parte all’altra della barricata, passando dall’essere un ingranaggio dello sprezzante sistema, in quanto difensore delle multinazionali, al diventare il paladino di chi è troppo debole per difendersi, come l’agricoltore che per primo porta alla sua attenzione il problema, mostrandogli la devastazione della sua mandria di mucche.

Prendiamo così coscienza insieme a lui della corruzione e del marciume di un intero sistema, che pur consapevole dei rischi derivanti dalla produzione del PFOA non ha fatto nulla per arginarla (pazzesco che l’Agenzia per la protezione dell’ambiente, istituita negli Stati Uniti nel 1970, si occupasse solo delle nuove sostanze e non dell’acido perfluoroottanoico, scoperto nel 1951).

Cattive acque: fra politica e riflessione sociale

Cattive acque

Con la consapevolezza che abbiamo oggi sui disastri ambientali, e che tocca da vicino anche il nostro Paese con scandali come quello della Val d’Agri in Basilicata o dell’ILVA di Taranto, si può restare perplessi per la scelta di dare particolare enfasi all’indagine e alla scoperta di ciò che ci appare chiaro fin da subito, cioè lo smaltimento di sostanze chimiche tossiche operato dalla DuPont nell’area di Parkersburg. Con il passare dei minuti è però sempre più chiaro che lo scopo di Haynes non è tanto il fatto in sé, pur raccapricciante e causa di ripercussioni per tutto il mondo (si stima che il PFOA sia nel sangue del 99% degli esseri umani), quanto piuttosto un sistema politico, industriale ed economico che per decenni ha pensato solo al guadagno immediato, infischiandosene delle conseguenze a medio e lungo termine, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti noi.

«Qualcuno ha almeno letto le prove che ha raccolto quest’uomo? La negligenza intenzionale, la corruzione? Leggetele, e poi ditemi se dovremmo starcene qui seduti! Questo è il motivo per cui gli americani odiano gli avvocati. Questo è lo schifo che alimenta i Ralph Nader del mondo»

Queste le parole di Tim Robbins nei panni del capo di Bilott Tom Terp. Il riferimento è evidentemente al politico indipendente americano che con la sua candidatura ha indirettamente portato alla sconfitta dell’ambientalista Al Gore nelle elezioni del 2000 (non a caso esplicitamente citate), ma anche e soprattutto all’attitudine di chi dovrebbe stare dalla parte dei comuni cittadini e che invece troppo spesso si è schierato con i più potenti, portando i più deboli a empatizzare con l’antipolitica e con chi soffia sulla loro rabbia.

«Il sistema è manipolato. Vogliono farci pensare che ci proteggerà, ma è una bugia. Noi ci proteggiamo. Lo facciamo noi. Nessun altro. Non le aziende, non gli scienziati, non il governo. Noi», dice Ruffalo in uno dei momenti più intensi di Cattive acque. Difficile dargli torto.

Un Todd Haynes meno estroso del solito

Nei meandri della riflessione politica e degli scontri processuali, si perde un po’ del vigore e della creatività di Haynes. Osservando meglio, possiamo però ritrovare sprazzi della cinematografia del regista americano proprio in quello che è apparentemente il personaggio più incoerente con essa, cioè quello di Anne Hathaway. Una donna che ci appare come classico stereotipo di casalinga del Midwest, costretta a sacrificare le proprie ambizioni e a pensare alla famiglia rimanendo all’ombra del marito, lontana anni luce dalla Carol Aird che sfidava le convenzioni sociali e familiari mettendo al primo posto un amore. Ma è invece anche grazie alla sua presa di coscienza che la lotta del marito acquista forza, ed evidenziando il suo ruolo di secondo piano suo e delle donne della DuPont Haynes contribuisce a disgregare il cliché della donna di casa, che ancora fatichiamo a scrollarci di dosso.

In un’opera che rischiava di risultare a tratti confusa per l’ampio lasso di tempo che abbraccia, spiccano inoltre l’abilità nella messa in scena e nella ricostruzione storica di Haynes, che ci fanno percepire il corso del tempo. Non siamo certo ai livelli di dettaglio del già citato Carol, ma alcune minuzie come le pile di carta accatastate su ogni scrivania o i computer di 20 anni fa, con sistemi operativi e motori di ricerca che oggi ci sembrano arcaici, aiutano a creare la giusta distanza temporale, insieme a una fotografia volutamente fredda e asettica, in linea con l’atmosfera del racconto.

Cattive acque: mai arrendersi

Cattive acque

In una società che fatica a staccarsi dalle frivolezze e dal superfluo, Cattive acque si distingue come un raro esempio di cinema di impegno civile, che non si limita a portare sul grande schermo una storia che tutti dovremmo conoscere, ma esalta la figura eroica di una persona comune come Robert Bilott, che mentre scriviamo e guardiamo il film su di lui è ancora là fuori a lottare per rendere il mondo un posto leggermente meno orribile. C’è però ancora molto da fare, e per riuscirci, come ci insegna questo appassionato avvocato di Cincinnati, non bisogna mai smettere di lottare.

Cattive acque è nelle sale italiane dal 20 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
7.5/10

Verdetto

Todd Haynes mette in scena un legal thriller intenso e struggente, in cui la cronaca è accompagnata da una pungente riflessione politica e sociale.

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Marcello mio: recensione del film con Chiara Mastroianni

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Marcello mio

Siamo al cospetto di un’opera junghiana, di riappropriazione e sostituzione, scambio di persona, interpretazione e seduzione. Non esiste complessità senza complesso, forse di Elettra – chi può dirlo – come non esiste Chiara senza Mastroianni in questa veste un po’ Victor Victoria, un po’ Tootsie, che gioca con sé stessa, con il suo volto e la sua vita per sfidare in un certo senso il vuoto, l’assenza del padre e la sua eredità che vive sul suo volto, ogni giorno. In questo spazio tra filiazione e identità, dimora il film di Christophe Honoré Marcello mio, che vive delle interpretazioni di Catherine Deneuve, Benjamin Biolay, Melvil Poupaud, Fabrice Luchini, che qui sono interpreti dei propri ricordi, come la stessa Mastroianni.

Dopo uno spot pubblicitario in cui incarna Anita Ekberg e incita Marcello a entrare nella fontana con lei, e le critiche da parte della regista Nicole Garcia, che con lei progettava di girare un film (“ti vorrei più Mastroianni che Deneuve!”), Chiara sceglie di vestire i panni cinefili del padre Marcello con molta ironia e un pizzico di nostalgia. Non c’è imitazione o provocazione, ma più una rinascita in questo ritratto poetico familiare che è Marcello Mio. Non si sfugge dalla verità e da quella suggestione visiva che lega Chiara Mastroianni e suo padre Marcello, una suggestione evocativa come un’eco che rimbalza da uno strapiombo all’altro, e come tale torna a noi non come una voce piena, ma come un sussurro lontano, un vagito ancestrale, un suono mnemonico e affine, che ci riporta in un contesto di verosimiglianza che è l’essenza di questo progetto.

Marcello mio: un carosello di ombre e di fantasmi

È il verosimile a fare da traino a quest’opera, il verosimile in tutte le sue interpretazioni: Chiara Mastroianni abita il suo corpo conoscendone ogni limite, ogni sfumatura, ogni inclinazione, sbecco, malizia, analogia, spigoli e voluttà e ne ridesta anche le sottili e spesse similitudini, come l’acqua che lambisce la fontana di Saint-Sulpice, è lei a lambire i confini tra il suo corpo, il suo volto e quello di sua madre, Catherine Deneuve e suo padre Marcello Mastroianni, e ridisegna i confini, sfrangiando e plasmando il suo corpo in virtù di un’interpretazione, la sua, in cui Chiara smette di somigliare e comincia a essere qualcuno che una volta abitava il mondo come il suo specchio umano.

Adesso è lei specchio e corpo, anima e sentimento, adesso è lei che prende il corpo di suo padre e se ne serve non attraverso il racconto di un uomo, ma soprattutto alla luce delle sue più celebri interpretazioni, e come un gioco di rimandi e di specchi va ad abitare uno spazio inclito e scivoloso, in cui l’attore è sempre presente, come l’artista in quanto tale. Il corpo dell’attore è un corpo che viene scelto, manipolato, sedotto e sedimentato nei tempi della recitazione e del ciak del regista, mentre questo corpo, il corpo di Chiara/Marcello è always on, non ha momenti di stop, di interruzione o di fermo, è sempre in scena, non ha nessuno che la dirige ma è lei a farlo, dirige se stessa in un’interpretazione ingombrante, faticosa e anche dolorosa.

Un’opera bellissima e cinefila

Chiara Mastroianni si divide e si rifrange come una danza, un musical, in un carosello di ombre e di fantasmi, in cui la sua silhouette cambia forma e postura a seconda di ciò che sceglie di rievocare, da Ferdinando Cefalù in Divorzio all’italiana, a Guido Anselmi in , o Antonio Magnano ne Il bell’Antonio o Marcello Rubini de La dolce vita, o Pippo Botticella/Fred in Ginger e Fred. Un’opera bellissima e cinefila, sentimentale ed esistenziale, in cui Chiara, quasi preda di una crisi d’identità, risponde alla rifrazione con la nudità, si cerca attraverso il padre, e grazie alla sua figura cerca una sintesi e un fil rouge tra ciò che rappresenta come figlia e ciò che resiste come donna, ed è la sua vita a mettersi in scena, attraverso proiezioni, manipolazioni e seduzioni.

Marcello mio è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.

Dove vedere Marcello mio in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Christophe Honoré firma un’opera bellissima e cinefila, cucita su misura di Chiara Mastroianni e della sua storia familiare.

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Furiosa: A Mad Max Saga, recensione del film con Anya Taylor-Joy

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Furiosa: A Mad Max Saga

Dopo la rivoluzione di Mad Max: Fury Road, George Miller torna al franchise a cui è indissolubilmente intrecciata la sua carriera con Furiosa: A Mad Max Saga, prequel del film precedente incentrato sul personaggio che fu di Charlize Theron prima di essere riassegnato ad Anya Taylor-Joy. Lo fa con una vera e propria origin story, che mostra nel dettaglio la crescita, l’evoluzione e gli eventi capaci di segnare nel profondo l’animo di Furiosa, eroina coraggiosa e indomabile che abbiamo ammirato al fianco di Max Rockatansky. Un’opera meno incendiaria e rivoluzionaria rispetto al precedente capitolo, ma capace comunque di espandere il desolato universo postapocalittico di George Miller con una riuscita storia di rivincita e vendetta.

Facciamo la conoscenza della giovane Furiosa (Alyla Browne), che viene rapita dalla sua casa nel Luogo Verde delle Molte Madri da un pericoloso gruppo di motociclisti. La disperata madre, Mary Jo Bassa, si mette alla ricerca della piccola, raggiungendo l’accampamento dei motociclisti, guidati dal Signore della Guerra Dementus (Chris Hemsworth). Il tentativo di liberazione non va però a buon fine, e Furiosa è costretta ad assistere alla tortura e all’esecuzione della madre, rimanendo prigioniera di Dementus. Quest’ultimo inizia però una turbolenta collaborazione con il leader della vicina Cittadella, Immortan Joe, che chiede e ottiene la proprietà della bambina, per farla diventare una delle sue mogli. Incontriamo nuovamente Furiosa da adulta (Anya Taylor-Joy), travestita da uomo per sfuggire ai pericoli della Cittadella e determinata a ottenere indipendenza e riscatto.

Furiosa: A Mad Max Saga, la origin story di un’eroina in cerca di vendetta

Furiosa: A Mad Max Saga

Furiosa: A Mad Max Saga è un film opposto a Mad Max: Fury Road per diversi motivi. Non siamo solo di fronte a un prequel volto a completare una storia già brillantemente raccontata, ma a una produzione che, pur rimanendo fedele ai canoni e alla mitologia del franchise, ha un respiro diverso. Il minimalismo narrativo del precedessore lascia spazio a un film molto più scritto, nonostante le pochissime battute della Furiosa adulta. Il racconto per immagini è molto più limitato, come la cura per le scenografie e per i dettagli visivi, in nome di numerosi dialoghi fra le varie figure maschili che circondano la protagonista. Fra queste, spicca indubbiamente Dementus, che Chris Hemsworth caratterizza in pericoloso equilibrio fra il suo caricaturale Thor e una folle ferocia, che riesce però a trasmettere solo a tratti.

Con il passare dei minuti e con l’ingresso in scena del Praetorian Jack di Tom Burke, emergono inoltre alcune scelte problematiche di scrittura. In Mad Max: Fury Road e anche nel lungo prologo di Furiosa: A Mad Max Saga (Anya Taylor-Joy entra in scena dopo un’ora), Furiosa è una persona determinata e pienamente autosufficiente, che ha dentro di sé le risorse per superare qualsiasi pericolo di questo mondo sinistro e desertico. Nonostante ciò, George Miller indugia in un contraddittorio rapporto fra mentore e allieva, schivando brillantemente la trappola sentimentale ma facendo allo stesso tempo compiere un passo indietro non necessario a Furiosa, che coincide con il segmento meno riuscito del film.

Un frangente che mette anche in evidenza i limiti della scelta di Anya Taylor-Joy, che dimostra impegno e notevole dedizione alla causa, ma fatica a scrollarsi di dosso la sua naturale eleganza, del tutto assente nella belluina Furiosa di Charlize Theron.

Furiosa: A Mad Max Saga e il western

Furiosa: A Mad Max Saga

Fra suggestivi richiami alla storia del franchise (su tutti il breve campo lunghissimo di Max Rockatansky, unica fugace apparizione del personaggio ed evidente collegamento all’incipit di Mad Max: Fury Road), Furiosa: A Mad Max Saga trova infine la propria strada, che inevitabilmente passa per l’azione e per l’inseguimento. L’imponente messa in scena quasi esclusivamente analogica del film del 2015 lascia in questo caso spazio a qualche inserto in CGI di troppo, che da una parte ha indubbiamente facilitato la realizzazione di quest’opera, ma dall’altra stona se messo a paragone con il superlativo e adrenalinico lavoro svolto in precedenza. Un compromesso che comunque non impedisce a George Miller di dare vita a un action di altissima qualità, in cui si forgia definitivamente il carattere della protagonista.

Mentre Mad Max: Fury Road si riconnetteva direttamente alle origini del western e ai suoi archetipi, con un lungo inseguimento che ricordava Ombre rosse di John Ford, Furiosa: A Mad Max Saga guarda più alla vendetta al centro del cinema di Sergio Leone, in particolare al suo monumentale C’era una volta il West. Un cambiamento di prospettiva accompagnato da uno stile visivo molto più convenzionale e meno esagerato, che fonde l’immaginario postapocalittico con un utilizzo degli scenari desertici capace di attingere tanto all’imponenza di Ben-Hur quanto alle sfumature più inquietanti e magnetiche dei recenti di Dune di Denis Villeneuve.

Un poderoso climax conclusivo

Furiosa: A Mad Max Saga

Nel climax emotivo conclusivo, Furiosa: A Mad Max Saga trova finalmente la propria ragion d’essere, superando qualche perplessità narrativa e riconnettendosi con la ferocia alla base di Mad Max: Fury Road, in un crescendo di tensione e violenza. Un epilogo in cui curiosamente la storia di questo franchise ricalca nuovamente quello di Star Wars: entrambe queste saghe hanno infatti goduto di un vero e proprio reboot realizzato nello stesso anno (Mad Max: Fury Road poteva addirittura contare su un villain con una maschera e con evidenti problemi respiratori) e su un prequel pensato per scandagliare in profondità determinati personaggi e specifici avvenimenti; esattamente come Rogue One: A Star Wars Story si riallacciava millimetricamente al primo Guerre stellari, Furiosa: A Mad Max Saga si chiude con un perfetto collegamento al precedente lavoro di George Miller, capace di dare nuove sfumature di senso al percorso della protagonista.

Parallelismi e contaminazioni che non penalizzano questa nuova sontuosa opera di George Miller, che sconta solo il pesantissimo confronto con la dirompente forza di Mad Max: Fury Road, anche in termini di ricezione e aspettative. Un film talmente importante e debordante da traboccare anche qui, trasmettendo la sensazione che spesso i suoi vuoti siano ancora più suggestivi ed efficaci delle storie che li hanno riempiti in Furiosa: A Mad Max Saga.

Furiosa: A Mad Max Saga è disponibile dal 23 maggio nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere Furiosa: A Mad Max Saga in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

Valutazione

George Miller firma un prequel più convenzionale e meno travolgente dell’inarrivabile Mad Max: Fury Road, che trova però la propria strada nell’impetuoso climax conclusivo.

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Io e il Secco: recensione del film di Gianluca Santoni

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Io e il Secco

Si apre con la struggente Sere nere di Tiziano Ferro Io e il Secco, mentre sullo schermo scorrono le immagini delle torri Hamon di Ravenna, recentemente abbattute ma indelebili nella memoria dei cinefili grazie a Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, capolavoro di alienazione, incomunicabilità e disumanizzazione. Temi che ricorrono, nei medesimi luoghi ma con registri diversi, anche in questa notevole opera prima di Gianluca Santoni, dolceamaro incontro di solitudini e disperazioni.

È la storia del piccolo Denni (con la I, curioso richiamo al precedente corto di Gianluca Santoni Gionatan con la G), che dopo aver assistito all’ennesimo atto di violenza nei confronti della madre (Barbara Ronchi) da parte del padre (Andrea Sartoretti) elabora uno spiazzante piano. Il bambino (interpretato da Francesco Lombardo) si rivolge al sedicente super-killer Secco (Andrea Lattanzi) per affidargli il compito di uccidere suo padre. In realtà, Secco è un giovane sbandato del tutto innocuo, che vive in un’area povera e desolata della Rivera romagnola insieme al fratello ex galeotto. Fiutando la possibilità di derubare il padre di Denni, Secco accetta comunque l’incarico, dando il via a un’inaspettata amicizia col bambino, fatta di amarezza e ironia e basata sui problemi di entrambi con la figura paterna.

Io e il Secco: un incontro di solitudini sulle note di Sere nere

Io e il Secco

Io e il Secco racconta dal punto di vista di un bambino una società al crepuscolo, fiaccata da problemi ormai noti come la violenza domestica, la tossicità delle figure paterne e l’impossibilità di raggiungere una soddisfacente stabilità economica e personale. Lo fa ambientando la narrazione in una terra da sempre associata alla leggerezza e al divertimento come la Riviera romagnola (nello specifico il ravennate e il cesenate), di cui invece in questo caso sono mostrati i risvolti più cupi opportunamente nascosti dalla macchina del turismo, come gli ecomostri, il lavoro nero e la criminalità legata alla costa. Il lavoro di Gianluca Santoni diventa così il perfetto controcampo narrativo ed emotivo del recente documentario Vista mare, anch’esso capace di mostrare cosa realmente avviene fra un’estate e l’altra, nei pressi delle discoteche e delle spiagge non ancora prese d’assalto dai turisti.

Ci si affeziona alla fragile e improbabile amicizia di Denni e Secco, che si sostengono a vicenda in mezzo a malavitosi, abbandono e famiglie disfunzionali, legati da un piano fantasioso e brutale, come fantasiosi e brutali sanno essere a volte i bambini, intenti a interpretare una realtà che sfugge alla loro comprensione. Non mancano alcune semplificazioni (Denni lasciato libero di vagare per il territorio a soli dieci anni di età, l’improbabile melting pot di accenti e dialetti, un epilogo che avrebbe beneficiato di un pizzico di coraggio in più), ma Io e il Secco, a differenza di gran parte del cinema italiano contemporaneo, dimostra di avere un cuore, tratteggiando un rapporto in continuo divenire fra due emarginati, in lotta contro la realtà per motivi diversi ma complementari e perciò affini al di là delle loro differenze e delle loro divergenze.

Un promettente esordio

Fra abitazioni abbandonate, piscine putride e spiagge deserte ma sempre suggestive, Denni e Secco perdono l’innocenza ma guadagnano una cosa altrettanto importante, cioè un’amicizia capace di resistere alla sofferenza, agli imprevisti e alla violenza e di regalare slanci poetici e momenti di sincera commozione. Il promettente esordio di un talento da proteggere, capace di dare nuove sfumature di senso a un caposaldo della musica pop italiana come Sere nere fino ai titoli di coda, quando la ascoltiamo nuovamente nella versione dei Santi Francesi.

Io e il Secco è disponibile nelle sale italiane dal 23 maggio, distribuito da Europictures.

Dove vedere Io e il Secco in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
7/10

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Gianluca Santoni firma una convincente opera prima, ambientata in una Riviera romagnola desolata, teatro di un’amicizia improbabile e della perdita dell’innocenza di due giovani emarginati.

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