C’era una volta a… Hollywood: recensione del film di Quentin Tarantino

C’era una volta a… Hollywood: recensione del film di Quentin Tarantino

Los Angeles è per Quentin Tarantino ciò che Città del Messico è per Alfonso Cuarón, New York per Woody Allen e Rimini per Federico Fellini. Un luogo in cui tornare per ritrovarsi, per riscoprire fantasmi del passato e per attingere a un immaginario di emozioni, sogni e ricordi, che hanno contribuito a renderlo uno dei più celebri e apprezzati cineasti viventi. Logico e naturale quindi che il suo nono lavoro C’era una volta a… Hollywood, uscito nel momento in cui quest’uomo che ci piace immaginare come un eterno ragazzo è più vicino ai 60 che ai 50 anni, sia ambientato in quella che per Tarantino è casa: la grande macchina hollywoodiana di intrattenimento e illusioni e quei polverosi e ruspanti set cinematografici che hanno formato il suo immaginario.

La fantasia, le reminiscenze e il creativo revisionismo di Tarantino si incrociano nella Los Angeles del febbraio 1969, epoca di importanti cambiamenti nella società americana, scossa dalla cultura hippie e dalla crescente protesta per la guerra del Vietnam, e per lo stesso cinema, pronto ad abbandonare il cinema narrativo classico per abbracciare il rinnovamento della Nuova Hollywood. Il machismo è messo in crisi dalla rivoluzione sessuale, mentre l’industria cinematografica statunitense, tradizionalmente conservatrice e arroccata su se stessa, si apre all’influenza del cinema europeo, confrontandosi sia con generi e sottogeneri (in particolare gli spaghetti western), sia con movimenti autoriali come la nouvelle Vague, affidando al polacco naturalizzato francese Roman Polanski un’opera che scuote l’immaginario collettivo come Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York.

C’era una volta a… Hollywood: fra un cinema che non c’è più e l’eccidio di Cielo Drive
C'era una volta a... Hollywood

In questo spumeggiante contesto, si muovono tre personaggi complessi e sfaccettati, che raccontano altrettanti risvolti di Hollywood. Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, attore che dopo la popolarità raggiunta con la serie televisiva western Bounty Law vive un momento di declino e crisi interiore, faticando a esprimersi al meglio nel suo lavoro e a spiccare il salto verso il cinema di serie A. Brad Pitt è il suo braccio destro Cliff Booth, che dopo anni di onorato servizio come stuntman si è dovuto riciclare come tuttofare di Rick, vittima di una cronica mancanza di lavoro, dovuta al suo fumantino carattere e alla brutta nomea che lo accompagna dopo la misteriosa morte della moglie.

Margot Robbie invece è Sharon Tate, vicina di casa di Rick nota come star del cinema e moglie del già citato Polanski, e soprattutto per l’eccidio di Cielo Drive, massacro perpetrato dai seguaci di Charles Manson nella sua villa sulle colline hollywoodiane, dove l’attrice perse la vita insieme al figlio che portava in grembo e ad altre quattro persone. Tre prospettive sulla vita e sull’arte, tre esistenze e tre storie diverse fra loro, ma fortemente intrecciate, che Tarantino usa come filo conduttore di quella appassionata dichiarazione d’amore al cinema e alla sua città che è C’era una volta a… Hollywood.

Tarantino realizza quello che è probabilmente il suo lavoro più personale, e paradossalmente lo fa andando più volte in direzione opposta a ciò che solitamente è un pilastro della sua poetica. Leonardo DiCaprio, per esempio, interpreta un personaggio che è lecito definire reazionario: restio ai cambiamenti culturali e produttivi che lo circondano, disgustato dagli spaghetti western italiani (che come sappiamo sono invece un’imperitura fonte di ispirazione per Tarantino) e carico di un malcelato odio nei confronti degli hippy. C’era una volta a… Hollywood è inoltre un’opera fortemente nostalgica, e tocca picchi di malinconia che non avevamo mai riscontrato nei precedenti lavori di Tarantino, che sorprendono particolarmente perché frutto di un cineasta che ha dimostrato, con le parole e con le proprie opere, incondizionato amore anche per filoni cinematografici diversi o successivi rispetto a quelli che qui vengono esaltati.

La stessa struttura narrativa di C’era una volta a… Hollywood è decisamente insolita, se non bizzarra. Tarantino si prende tutto il tempo possibile per continue digressioni su specifici episodi della vita dei protagonisti, come le peripezie sul set di DiCaprio, che si cimenta in notevoli momenti di metarecitazione e addirittura entra al posto di Steve McQueen ne La grande fuga, e le esilaranti scazzottate di Pitt, ormai un maestro nel lavorare di sottrazione per i ruoli brillanti. Come non mai nel suo cinema, Tarantino racconta, emoziona e diverte principalmente con le immagini, mettendo in secondo piano quelle parole che hanno spesso fatto la sua fortuna. Caratteristiche che possono superficialmente essere bollate come mancanza di una solida trama o carenza nei dialoghi, ma che invece sono frutto di una scelta precisa: mostrarci il crepuscolo di un’epoca e l’alba della successiva, che perderà la propria innocenza nel momento della sua nascita.

L’angelica Sharon Tate di Margot Robbie

C'era una volta a... Hollywood

C’era una volta a… Hollywood è l’opera più sincera e appassionata di Tarantino. Un racconto fatto di personaggi imperfetti e fragili, che nell’arco di poche giornate, distanziate fra loro di 6 mesi, si trovano a confrontarsi con se stessi e con le loro vite. Impossibile non provare empatia per Rick Dalton, che alla soglia dei 40 anni è già una caricatura di una star, ridotto a poche comparsate nelle serie televisive, a prendere lezioni di professionalità da una bambina con cui condivide il set e a osservare, da una distanza ben maggiore del civico che lo separa da casa Polanski, chi a Hollywood fa invece la differenza. E quanto cuore c’è anche in Cliff Booth, ultimo degli ultimi nella macchina del cinema, caduto tanto nella vita quanto sul set, ma ancora capace di mettere al suo posto chi gli manca di rispetto, che sia Bruce Lee o un hippy qualsiasi.

Accanto ai due, soave ed eterea, si muove Sharon Tate, che, nonostante le sterili polemiche di Cannes sulle poche battute della Robbie, Tarantino rende centrale in C’era una volta a… Hollywood, rappresentandola nella forma più rispettosa possibile della sua tragica fine, quella di un angelo. Un angelo più terreno che religioso, che illumina col suo passaggio, con la sua dolcezza e col suo sorriso chiunque incontra sulla sua strada, che sia un ex amante o un’autostoppista. Un angelo che però come tutti noi ha bisogno di essere compreso e amato, e che Tarantino, in una delle sequenze più evocative della sua carriera, immagina finalmente felice e orgogliosa di se stessa, quando nel buio di un cinema di Westwood ascolta le risate del pubblico guardandosi in Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, in una commovente sovrapposizione metacinematografica fra noi e la Robbie e fra la stessa Robbie e Sharon Tate.

C’era una volta a… Hollywood e la famiglia Manson

C'era una volta a... Hollywood

Sulle note di leggende dell’epoca come i Deep Purple, Simon & Garfunkel, Paul Revere & the Raiders e Neil Diamond, C’era una volta a… Hollywood accompagna Rick, Cliff e Sharon in una giornata come tante, ma che come tutte le giornate ha il potere di rivoluzionare, anche con un piccolo dettaglio, la nostra vita. Un attore in crisi può così trovare in un momento sul set la scintilla per ritrovare l’ispirazione perduta, una star può sentirsi davvero amata dal pubblico e un semplice mestierante può invece sentire ancora scorrere il sangue nelle sue vene, dopo anni di apatia e lavoretti saltuari, confrontandosi da solo contro un gruppo di fanatici esaltati nello Spahn Ranch, dove serpeggia un male pronto a mettere fuori dalla sabbia la sua testa.

Già da Pulp Fiction sappiamo che nel mondo di Tarantino tutte le singole storie sono destinate a intrecciarsi in un unico adrenalinico finale. L’occasione per C’era una volta a… Hollywood è la famigerata notte fra l’8 e il 9 agosto del 1969, in cui purtroppo si concretizzò il diabolico piano di Charles Manson. Una coda di qualche decina di minuti, in cui rivediamo l’estetizzazione della violenza e l’umorismo grottesco per cui abbiamo imparato ad amare Tarantino, e sulla quale, per rispettare il volere dello stesso regista e per non anticipare nulla agli spettatori, non diciamo nulla di più, se non che la conclusione è soltanto la naturale prosecuzione di quanto mostrato in precedenza e che l’ultima inquadratura non è solo una delle più importanti (e meno immediate) del cineasta americano, ma anche la perfetta chiusura di questa magnifica favola.

C’era una volta a… Hollywood: il nuovo capolavoro di Quentin Tarantino

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Con C’era una volta a… Hollywood, Quentin Tarantino aggiunge una nuova inestimabile perla alla sua filmografia, continuando il suo cammino di revisione della storia e al tempo stesso il suo personale percorso, che lo vede sempre più vicino all’uomo, alle sue imperfezioni e ai suoi pregi, come la toccante amicizia fra i personaggi dei sublimi Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. I due si confermano fra i migliori interpreti in attività, stagliandosi su un cast che può contare anche sulle partecipazioni più o meno brevi di Al Pacino, Kurt Russell, Bruce Dern, Damian Lewis, Dakota Fanning, Damon Herriman, Maya Hawke e il compianto Luke Perry.

Tarantino ha più volte detto e confermato che il suo prossimo film sarà anche l’ultimo, e il regista americano sembra anche sempre più vicino a dirigere il prossimo episodio della saga di Star Trek. Sappiamo che la mente dei più grandi geni è volubile, e in cuor nostro confidiamo che Quentin continui ad allietarci con le sue meravigliose storie, con il suo sfacciato citazionismo  e con le sue surreali riletture di avvenimenti storici ancora per molti anni. Ma se invece C’era una volta a… Hollywood dovesse davvero essere l’ultima sua opera per il grande schermo totalmente slegata da episodi precedenti, non possiamo fare altro che parafrasare Bastardi senza gloria e salutare questo maestro del cinema con un Sai che ti dico, Quentin? Questo potrebbe essere il tuo capolavoro.

C’era una volta a… Hollywood è nelle sale italiane dal 18 settembre, distribuito da Sony Pictures.

Valutazione
10/10

Verdetto

C’era una volta a… Hollywood è il nuovo capolavoro di Quentin Tarantino, che continua il suo percorso di revisionismo storico con un viaggio nella Los Angeles del 1969, realizzando il suo film più sincero e appassionato.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.