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Cime tempestose: recensione del film con Margot Robbie e Jacob Elordi

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Partiamo dal presupposto che per scrivere una sceneggiatura, e di conseguenza per dirigere un film, basati su un romanzo epocale della letteratura moderna, non è affatto necessario perseguire la strada della fedeltà al testo. Anzi, più si è infedeli, più si sedimenta l’idea personale e creativa che si ha avuto di quel testo. In questo caso la regista Emerald Fennell ha consegnato agli occhi degli spettatori la propria ideologia, la propria educazione sentimentale, il proprio sguardo sul romanzo di Emily Brontë, con tutte le luci e le ombre del caso. Cime tempestose, interpretato da Margot Robbie e Jacob Elordi, ci porta in una realtà plumbea, segnata da un certo gusto per il peccato, in cui l’erotismo si lega a doppio nodo con qualcosa certamente più oscuro: Eros e Thanatos sono temi visivi presenti fin dalla prima scena, a risignificare qual è il vero fil rouge che sottende la trama manipolata e realizzata da Emerald Fennell.

Siamo nella brughiera dello Yorkshire, nell’Inghilterra del 18° secolo. Il signor Earnshaw rincasa nella sua dimora, Wuthering Heights, avendo con sé un ragazzo che a suo dire ha sottratto alla povertà. Lo affida a Catherine, sua figlia, che se ne prende cura e decide di chiamarlo Heathcliff. Il tempo passa. Catherine e Heathcliff diventano sempre più uniti. Wuthering Heights non è più la dimora di un tempo, è caduta in disgrazia a causa della ludopatia e l’alcolismo sempre più rovinose del signor Earnshaw. Ma a sconvolgere la dimora degli Earnshaw è la nuova proprietà accanto, i nuovi vicini che si sono trasferiti a Thrushcross Grange. Una famiglia benestante ed estremamente colta che Cathy non perderà di vista, soprattutto il ricco Edgar Linton. Cathy non vede l’ora di poter sfuggire dalla miseria sempre più tenebrosa di casa Earnshaw, per questo si reca alla villa, decisa a corteggiare Edgar.

Come previsto, Edgar chiede in sposa Cathy e lei accetta, consapevole che quel matrimonio rappresenta la possibilità di riscattare la propria condizione. Catherine è intimamente combattuta, perché il suo vero amore è Heathcliff. Tuttavia, sposarlo è per lei impensabile. Heathcliff, comprendendo il giudizio estremamente severo che Catherine nutre nei suoi confronti e della sua condizione, decide di fuggire da Wuthering Heights, segnando così l’inizio della loro separazione.

Cime tempestose: un film che guarda l’abisso ma non ha mai il coraggio di caderci dentro

Emerald Fennell, già regista di Una donna promettente e Saltburn, torna sul grande schermo con il suo marchio distintivo: costruire il percorso di un personaggio che si infiltra in un ambiente per poi distruggerlo dall’interno. Ma ciò che ci restituisce quest’opera in prima battuta è l’intenzione di forgiare una storia d’amore a tinte dark, un’operazione di risignificazione del sentimento amoroso, sottraendolo alla tensione mortifera del romanzo e dandogli colori accesi e sensuali, caricando il testo visivo di erotismo, desiderio, passione accecante a cui nessuno dei due protagonisti può rinunciare. È evidente che la traduzione visiva sceglie bene cosa raccontare e su cosa porre l’accento, lasciando finanche che si menzioni Romeo e Giulietta più volte durante le scene.

Nonostante ciò, pur comprendendo bene che tra romanzo e film c’è un’enorme distanza stilistica ed emotiva, oltre che strutturale, l’opera di Emerald Fennell non convince minimamente, e i personaggi da lei creati sono immersi in un contesto particolarmente carico, saturo di sensazioni, visioni, spesso divergenti e contrastanti, elementi che non coinvolgono minimamente chi li abita. Anzi. Heathcliff e Catherine sono due amanti divisi dalla loro condizione sociale di partenza, e questa sembra essere l’unica, vera ragione che provoca attriti tanto spessi. Ma in verità, ciò che li divide, va oltre il patrimonio, ereditato o raccolto, va oltre la propria classe. È piuttosto leggibile qual è il rapporto che separa i due individui di casa Earnshaw, ed è un carattere, da parte di entrambi, estremamente belligerante, fortemente ispido, come un vento graffiante di inizio inverno.

Questo piccolo grande dettaglio, che così marginale non è, si perde totalmente nella stesura di quest’opera, che predilige l’ostentazione di un certo disegno sonoro, dei costumi sontuosi e magnifici che guardano moltissimo a un certo cinema classico, come Via col vento, o più moderno come Maria Antonietta, perdendo totalmente il focus sui personaggi, su cosa li agita, cosa scarnifica le proprie certezze, e cosa muove i propri intestini che, verosimilmente, dovrebbero essere abitati da sentimenti funesti, autodistruttivi e senza alcuna possibilità di riscatto.

Un’opera costantemente trattenuta

Ciò che manca nel film di Fennell è la cattiveria, è l’eccesso, è la sordida ostinazione che unisce e divide i due protagonisti, e che li tiene sempre sul confine tra odio e amore, che nel romanzo, come vorrebbe poi verosimilmente replicare la regista, sono la stessa cosa; questi due sentimenti sono fatti della stessa materia che accomuna le anime di Cathy e Heathcliff, due personaggi immortali poiché per loro non vale la dicitura ecclesiale finché morti non vi separi, perché neppure la morte può mettersi tra loro.

Niente che appartenga a questo mondo può dividerli, e niente che appartenga a questo mondo può legarli veramente. Per questo c’è una separazione netta e assoluta che abita lo schermo, una separazione a cui non viene dato lo spazio necessario per esprimersi e diventare reale, una separazione che somiglia a una soglia, tra la vita e la morte. Questa divisione resta sullo sfondo, viene opacizzata e spesso relegata a qualcosa di meno importante rispetto al resto, rispetto alle musiche, martellanti, ai vestiti, volutamente pomposi e grotteschi, perché, forse, non sarebbe stato apprezzato dal pubblico contemporaneo, o forse perché non è particolarmente interessante per la regista.

A tutto questo si aggiunge una sensazione ancora più frustrante, e cioè che Emerald Fennell sembri non fidarsi fino in fondo del materiale incandescente che ha tra le mani. Come se la violenza emotiva e metafisica del romanzo di Emily Brontë fosse qualcosa da contenere, da addomesticare, da rendere consumabile. Il risultato è un’opera che appare costantemente trattenuta proprio laddove dovrebbe esplodere. Non c’è mai la sensazione che i personaggi possano davvero oltrepassare il limite, che possano diventare sgradevoli, insopportabili, persino mostruosi. Tutto resta incastrato in una forma elegante, levigata, patinata, che anestetizza il dolore invece di renderlo insostenibile.

Cime tempestose: un dolore mai repellente o disturbante

Persino il ritorno di Heathcliff, che dovrebbe rappresentare uno dei momenti più perturbanti e decisivi della storia, perde completamente la sua portata simbolica. Non c’è il fantasma di ciò che è stato, non c’è pathos, non c’è la vendetta come forma di sopravvivenza, non c’è la trasformazione dell’umiliazione in furia. C’è soltanto un uomo bello, enigmatico, mai davvero pericoloso. E questo svuota tutto. Heathcliff sembra riflettere il disagio e il dissapore di un amante respinto, rigettato e ripudiato, quando in verità è una ferita aperta e pulsante che non conosce rimedio, è l’incarnazione vivente del rancore, è la prova che l’amore, quando viene negato, può marcire e diventare qualcosa di irriconoscibile.

Anche Catherine finisce per essere prigioniera di questa visione limitante, oltre che esserlo già nella sua dimora sfarzosa e perimetrata. Il suo tormento non lacera mai davvero lo schermo, e viene espresso più attraverso pose e sguardi studiati che attraverso una reale dissoluzione interiore. Si ha costantemente l’impressione che il film voglia mostrarci Catherine ma non voglia mai davvero entrarle dentro, o investigarne l’interiorità. Che voglia contemplarla più che comprenderla. Lo stesso accade con Heathcliff, ridotto più a oggetto estetico che a forza propulsiva e destabilizzante. Il suo dolore non è mai repellente, non è mai disturbante. È un dolore bello da vedere. È tutto fin troppo bello da vedere, e proprio per questo l’opera non funziona. Tutto è composto, tutto è armonico. Loro non sono belli. Sono terribili. Sono intollerabili. Sono il prodotto di un amore che ha smesso di essere umano.

Una storia d’amore convenzionale

L’unica cosa che non aderisce ai canoni, che smonta ogni controllo visivo e lo ribalta è proprio la natura, la brughiera, che è potente, è inafferrabile, è bella, è sovrana, è indomabile. Peccato che nelle scene in cui viene inquadrata, anche lì interviene la musica ad appiattire la sua potenza visiva, una potenza che passa anche dai suoi suoni, dal vento che soffia, dalla pioggia, dall’incessante calpestio dei piedi nelle sue paludi lunghe e verdeggianti, dalle rocce irte e spesse che sovrastano spazio e tempo.

Fennell riproduce una storia d’amore piuttosto convenzionale, con dei personaggi bellissimi e svuotati di ogni sentimento plumbeo, senza picchi e senza abissi, sprovvisti di ogni vertigine. La storia di Cathy e Heathcliff è la storia di due amanti incapaci di esistere l’uno senza l’altro e, allo stesso tempo, incapaci di esistere insieme. E invece il film di Emerald Fennell sembra chiedere continuamente allo spettatore di contemplare la sua bellezza, la sua eleganza, la sua superficie lucida. Il risultato è un’opera formalmente ineccepibile, ma emotivamente arida, che osserva il proprio materiale senza mai lasciarsene contaminare davvero o senza mai profanarlo fino in fondo. Un film che guarda l’abisso ma non ha mai il coraggio di caderci dentro.

Cime tempestose è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

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4/10
Il voto di Lucia Tedesco

Cinema indipendente

De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow

La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

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De Palma

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.

Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.

De Palma: una lezione di cinema di due ore

De Palma

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.

Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.

Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.

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Narnia: Il nipote del mago, il trailer del film di Greta Gerwig

Il primo trailer di Narnia: Il nipote del mago, il film di Greta Gerwig tratto da C.S. Lewis, al cinema dall’11 febbraio 2027 con Eagle Pictures.

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Narnia: Il nipote del mago

Eagle Pictures ha diffuso il primo trailer e il poster di Narnia: Il nipote del mago, scritto e diretto da Greta Gerwig, che porta per la prima volta sul grande schermo l’omonimo romanzo di C.S. Lewis. Protagonisti David McKenna e Beatrice Campbell, affiancati da Emma Mackey, Carey Mulligan, Ciarán Hinds e Daniel Craig. Il film arriverà nelle sale l’11 febbraio 2027.

Il trailer ufficiale di Narnia: Il nipote del mago

Questa la sinossi ufficiale del film:

La regista candidata all’Oscar Greta Gerwig porta per la prima volta sullo schermo Il nipote del mago, l’amatissimo romanzo di C.S. Lewis, in un’avventura epica che invita i sognatori di ogni età a vivere la creazione di Narnia.

Il cast

Completano il cast Kobna Holdbrook-Smith, Denise Gough e Susan Wokoma. Il romanzo, pubblicato nel 1955, è il sesto scritto da Lewis ma il primo nell’ordine cronologico del ciclo: racconta l’origine del mondo di Narnia e dell’armadio che vi conduce.

Narnia: Il nipote del mago sarà nelle sale italiane dall’11 febbraio 2027 distribuito da Eagle Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

Narnia: Il nipote del mago
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I tre film tratti dal ciclo di C.S. Lewis prodotti tra il 2005 e il 2010.

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Il romanzo di C.S. Lewis da cui è tratto il film di Greta Gerwig.

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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen

Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

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Burn After Reading

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.

L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.

Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

Burn After Reading

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.

I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.

Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.

Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.

Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.

8/10
Il voto di Marco Paiano
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