Coincidenze d'amore Coincidenze d'amore

Recensioni

Coincidenze d’amore: recensione del film di Meg Ryan

Pubblicato

il

In fondo c’era da aspettarselo. Nessuna campagna promozionale degna di questo nome, nessuna intervista fiume dei protagonisti sui principali giornali, neanche un content creator cinematografico ingaggiato per difendere l’indifendibile. Solo un silenzio imbarazzato e imbarazzante ad accompagnare un disastro annunciato e puntualmente arrivato. Coincidenze d’amore segna il ritorno alla regia e alla recitazione di Meg Ryan a 8 anni di distanza dal tutt’altro che indimenticabile Ithaca. Un vero e proprio ritorno al passato, dal momento che l’ex fidanzatina d’America ripercorre i territori a lei più congeniali della commedia romantica, adattando l’opera teatrale di Steven Dietz Shooting Star e dedicando il progetto alla memoria della compianta Nora Ephron, sua regista in Insonnia d’amore e C’è posta per te. Accanto a lei un malinconico David Duchovny, a sua volta alla perenne ricerca dello smalto dei tempi di X-Files e Californication.

In un piccolo aeroporto statunitense, a vent’anni di distanza dal loro ultimo incontro si ritrovano Bill e Willa, che in passato hanno vissuto un’appassionata e tormentata storia d’amore. Inizialmente esitanti, i due iniziano a parlare del loro passato e di come le loro vite sono andate avanti dopo il momento del loro distacco, complice la tormenta di neve che affligge l’aeroporto, portando a continue cancellazioni di voli. Emergono così le loro problematiche sentimentali e le rispettive esperienze genitoriali, mentre si abbassano le difese da loro erette e riaffiorano gli antichi sentimenti.

Coincidenze d’amore: il ritorno di Meg Ryan alla commedia romantica

Meg Ryan e David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Per esigenze artistiche e verosimilmente di budget (Coincidenze d’amore è costato appena 3 milioni di dollari), Meg Ryan sfrutta la base teatrale dell’opera, concentrandosi sui pochi ambienti in cui sono bloccati i due protagonisti e azzerando il mondo intorno a loro. A questo si aggiunge la dimensione chiaramente metafisica del racconto, che trasforma l’aeroporto in una sorta di Purgatorio in cui Bill e Willa devono comprendere i loro errori passati per poter andare avanti, in un ambiente popolato esclusivamente da poche e ripetute comparse e soprattutto dalla voce dell’annunciatore, che con tono amichevole si rivolge direttamente ai protagonisti. Una scelta di sceneggiatura e regia francamente incomprensibile, anche perché non spiegata né sfruttata attivamente nella narrazione.

Mentre il suo dichiarato punto di riferimento Nora Ephron riusciva a trasformare anche le storie più semplici e i dialoghi più apparentemente scontati in momenti di cinema accattivanti e suggestivi, dietro alla macchina da presa Meg Ryan non fa mai altrettanto, depotenziando al contrario tutti i momenti di riflessione e ogni sequenza dalle premesse intriganti. Scelte musicali poco ispirate, dialoghi fatti prevalentemente di lamentele sul mondo e sul progresso e inquadrature sciatte affossano un racconto di parola che non ha nulla da dire o da trasmettere, nonostante la persistente capacità di Meg Ryan di bucare lo schermo e lo spirito dolente di David Duchovny, sempre a suo agio nei panni di personaggi sconfitti dalla vita e dal tempo.

Un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato

David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Mentre si dipana un racconto dalla parabola già vista e ampiamente prevedibile, privo del minimo guizzo in grado di creare trasporto o almeno comprensione nei confronti dei protagonisti, Coincidenze d’amore diventa più o meno volontariamente una sorta di film museale. Vedere Meg Ryan intenta a rimettere in scena una versione di se stessa e della sua immagine divistica, totalmente scollegata dai mutamenti del cinema e dei gusti del pubblico, apre paradossalmente la porta a sfumature di senso tutt’altro che disprezzabili all’interno di un’opera piatta e mediocre.

Come Bill e Willa, rappresentati come fantasmi di un mondo e di un amore che non esistono più, anche Meg Ryan e David Duchovny diventano emblemi di un cinema ormai completamente svanito, in grado di trasformare soggetti discutibili in successi al botteghino grazie al mestiere registico e all’apporto di due divi in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo degli spettatori. Le pose legnose, i dialoghi sbiaditi e recitati con sufficienza e l’atteggiamento genuinamente adolescenziale di due over 60, uniti all’ambientazione aeroportuale più volte sfruttata dalla commedia romantica (The Terminal, Jet Lag e Tra le nuvole sono sono alcuni esempi), danno vita a un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato, che procede con la stessa goffaggine del personaggio di Meg Ryan ma è al tempo stesso capace di tratteggiare l’incapacità di arrendersi al cambiamento, il rimpianto per i tempi andati e la soggettività dei ricordi.

Coincidenze d’amore: più che una commedia romantica, un elogio funebre

Non è un caso che Coincidenze d’amore si chiuda con uno dei finali più abborracciati e contraddittori visti recentemente sul grande schermo. In questa camera ardente del panorama audiovisivo degli anni ’90 adibita ad aeroporto, non c’è infatti spazio per la logica, per la scrittura tagliente e per il cinema più raffinato, ma solo per il ritratto eccentrico e stravagante, ma al contempo sincero e crudele, di personaggi imprigionati in un non luogo fatto di ricordi e malinconia, come Bill e Willa. Più che una commedia romantica, un elogio funebre.

Coincidenze d’amore è in sala dall’11 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Consigliato dalla redazione
X-Files – La Serie Completa – (67 Dvd) Scopri il prezzo su Amazon
In qualità di Affiliati Amazon, riceviamo un guadagno dagli acquisti idonei.

Dove vedere Coincidenze d’amore in streaming

4,5/10
Il voto di Marco Paiano
Pubblicità

In evidenza

The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Pubblicato

il

The Basics of Philosophy

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.

Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.

The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

The Basics of Philosophy

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.

John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

The Basics of Philosophy

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.

7/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere

In evidenza

Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

Pubblicato

il

Bucking Fastard

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.

Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.

Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.

Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.

La scheggia impazzita di Venezia 83

Bucking Fastard

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?

Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
Continua a leggere

In evidenza

Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Pubblicato

il

Nessun dolore

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.

Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.

Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.

La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.

Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.

5/10
Il voto di Lucia Tedesco
Continua a leggere
Pubblicità

    Su alcune pagine del sito sono presenti link di affiliazione, grazie ai quali Lost in Cinema ottiene una percentuale dei ricavi. Tale affiliazione non implica nessuna variazione di prezzo del prodotto. Copyright © 2026 Lost in Cinema