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Diabolik: recensione del film con Luca Marinelli e Miriam Leone
C’era grande attesa per Diabolik dei Manetti Bros., secondo adattamento per il grande schermo dell’omonimo fumetto ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani dopo il cult di Mario Bava del 1968. Un progetto bloccato per quasi un anno a causa della pandemia, strenuamente negato alle varie piattaforme per presentarlo nel suo habitat naturale, cioè la sala cinematografica. Diabolik può contare su un cast di vere e proprie stelle del nostro cinema, come Luca Marinelli, che interpreta il protagonista, Miriam Leone, nei panni dell’iconica Eva Kant, Valerio Mastandrea, che impersona l’ispettore Ginko, e interpreti del calibro di Alessandro Roja, Claudia Gerini e Serena Rossi in ruoli secondari ma funzionali al racconto. Con un coraggio produttivo insolito per il cinema italiano, è già partita la lavorazione di due sequel, che costituiranno insieme al film in arrivo nelle sale il prossimo 16 dicembre una trilogia cinematografica dedicata al celeberrimo ladro di Clerville.
L’ambizione dei Manetti Bros. è evidente fin dai primi minuti per la ricostruzione certosina degli scenari anni ’60 che hanno dato i natali al fumetto e per la fedeltà all’opera originale, che ha portato i fratelli Manetti e lo sceneggiatore Michelangelo La Neve a scegliere gli albi L’arresto di Diabolik (terzo in assoluto della serie) e L’arresto di Diabolik: il remake come base di questo progetto. Un’attitudine propositiva e volta a riscoprire lo sconfinato patrimonio fumettistico italiano, nell’ottica di un’attenzione sempre maggiore al cinema di genere italiano, che sta finalmente risalendo la china dopo anni di oblio. Purtroppo, le buone notizie finiscono qui.
Diabolik: il fiacco e deludente adattamento dei fratelli Manetti
Diabolik è un’opera estremamente deludente sotto quasi tutti i punti di vista, capace di mortificare costantemente le aspettative e la voglia di intrattenimento dello spettatore, che si trova invece di fronte a un racconto sorprendentemente verboso e mai in grado di portare sullo schermo il fascino e il mistero degli albi con cui sono cresciute diverse generazioni. Eppure, la scelta di adattare proprio l’albo L’arresto di Diabolik (esordio di Eva Kant) apriva a diversi scenari narrativi, come la modernizzazione del rapporto fra Eva e Diabolik, l’approfondimento di un rapporto sempre sfumato sulla carta o, perché no, un ribaltamento dei rapporti di forza della coppia, con la partner del protagonista più attiva e centrale all’interno della storia.
Fra tutte le possibili opzioni, i Manetti scelgono quella peggiore, cioè un adattamento passivo e privo di qualsiasi guizzo inventivo, capace di scontentare sia i fan di lunga data del lavoro delle sorelle Giussani, sia gli spettatori profani in materia. Mentre le scene di azione sono ben coreografate e gli inseguimenti in auto sempre all’altezza della situazione, la regia dei fratelli naufraga clamorosamente negli aspetti più decisivi del progetto, cioè la direzione degli attori e la valorizzazione dei personaggi. La scelta di fare recitare agli interpreti battute enfatiche e similari a quelle dei fumetti è deleteria, e porta a dialoghi prolissi e privi di ritmo, con gli attori che sembrano quasi spaesati per l’impossibilità di dare vitalità a frasi che possono funzionare solo nel fumetto e nel suo miracoloso equilibrio fra suspense e grottesco.
Un cast sprecato
Le qualità di Luca Marinelli e Miriam Leone non sono in discussione. Tuttavia, anche questi due interpreti, dall’innegabile espressività e dall’invidiabile presenza scenica, devono arrendersi a una regia che non esalta minimamente né le loro qualità, né il loro potenzialmente esplosivo rapporto. Il palpabile erotismo del film di Bava è un lontano ricordo, mentre ogni possibilità di spettacolarizzare il racconto viene costantemente vanificata dalla soluzione registica più pigra e da spiegazioni date nel modo meno efficace dal punto di vista cinematografico, cioè con le parole. Esemplare in questo senso l’ingresso in scena di Eva Kant, anticlimatico e castrante per un personaggio scolpito indelebilmente nell’immaginario collettivo.
Lo stesso Marinelli si trova coinvolto in numerose sequenze in cui è privo della caratteristica maschera di Diabolik, che non riescono però né a rappresentare l’umanità del ladro, né a trasmettere il suo glaciale carattere. In tutte le principali scelte narrative, si opta per un’esiziale via di mezzo, che impedisce qualsiasi forma di empatia nei confronti dei protagonisti e ci priva anche dell’ambiguo sottotesto politico dei fumetti che Bava, da fine indagatore dell’animo umano, aveva invece brillantemente intercettato. A farne le spese è soprattutto Ginko, del tutto depotenziato nel suo ruolo di antitesi del protagonista. Non aiutano infine alla resa complessiva le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, fiacche e mai veramente in grado di esaltare i momenti più intensi.
Con un minutaggio inaudito per l’effettiva consistenza della storia da raccontare (ben 133 minuti!), fra colpi di scena, tediosi confronti e ripetuti smascheramenti, Diabolik si trascina stancamente verso l’epilogo, lasciando come segno del proprio passaggio solamente le suggestive location scelte per dare vita a Clerville, che comprendono le vie di Bologna, Milano, Trieste e Courmayeur.
Diabolik: aspettando i sequel
Con un risultato finale così debole e amorfo, non stupisce che le strade di Diabolik e Luca Marinelli si siano separate. Come anticipato da Il Resto del Carlino, per i seguiti il vincitore della Coppa Volpi di Venezia del 2019 è stato rimpiazzato da Giacomo Gianniotti, noto per aver partecipato a Grey’s Anatomy. Un evento esemplificativo del caos alla base di questo progetto, che non ha né le caratteristiche del film per famiglie, per via delle numerose sequenze truculente, né la tensione necessaria a conquistare gli appassionati dei fumetti, né la capacità di soddisfare un pubblico in cerca di pura e semplice evasione. In definitiva, un’opera priva di un proprio pubblico di riferimento, che potrebbe quindi avere un percorso estremamente difficile al botteghino.
Sforzandoci di vedere la luce in fondo al tunnel, è doveroso evidenziare che i sequel e due appassionati esploratori del cinema di genere come i fratelli Manetti hanno la possibilità di correggere la rotta e di riportare questo franchise verso una direzione ben precisa, qualsiasi essa sia. Spiace dirlo, ma sarà difficile fare di peggio.
Diabolik è nelle sale italiane dal 16 dicembre, distribuito da 01 Distribution.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.










