
In evidenza
Disclosure Day: recensione del film di Steven Spielberg
Dopo aver raccontato se stesso, la sua famiglia e la nascita della sua viscerale passione per il cinema con lo splendido The Fabelmans (2022), Steven Spielberg torna con Disclosure Day a concentrarsi sul tema degli extraterrestri, su cui ha basato pietre miliari della sua filmografia come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T. l’extra-terrestre e La guerra dei mondi. Uno scarto apparentemente netto fra l’autobiografia e il fantastico, fra il dramma privato e il (bi)sogno collettivo, che tuttavia svanisce già dai primi minuti di visione, quando ci accorgiamo che per l’ennesima volta il maestro statunitense sta ancora una volta raccontando se stesso e la sua visione del mondo attraverso ciò che gli riesce meglio, ovvero il cinema. Cinema che ancora oggi resta uno dei più sovversivi atti di fiducia, un invito a credere nelle immagini per comprendere il reale e ciò che gli sta intorno.
Credere che diventa ancora più importante nei momenti bui, come la minaccia di una terza guerra mondiale scaturita dalla Corea del Nord, sempre gettonatissima in questi scenari apocalittici. Mentre i media di tutto il mondo sono impegnati a raccontare la possibile Apocalisse, si manifesta però qualcosa di ancora più grande, attraverso il volto perso di Margaret Fairchild (una strepitosa Emily Blunt), che nel mezzo della sua diretta sul meteo per l’emittente di Kansas City per cui lavora inizia a emettere suoni gutturali e a manifestare poterei straordinari, come la capacità di parlare tutte le lingue del mondo e di conoscere le storie più personali di chi le sta intorno. Nel frattempo, a compiere un percorso opposto dal buio alla luce, dall’invisibilità al centro della storia, è Daniel Kellner (Josh O’Connor), matematico ed esperto di cybersicurezza che dopo aver aiutato una sinistra agenzia governativa a tenere segreta la verità sulla vita extraterrestre decide di rivelare al mondo intero ciò che ha visto. Sulla loro strada c’è però Noah Scanlon (Colin Firth), capo dell’agenzia intenzionato a mantenere il segreto.
Disclosure Day: un nuovo travolgente incontro ravvicinato firmato da Steven Spielberg

Disclosure Day dialoga in maniera sempre più stretta e profonda con il già citato Incontri ravvicinati del terzo tipo, non perché ne costituisca un sequel (ampiamente smentiti i rumor in proposito dei mesi scorsi), ma per la struttura narrativa che accompagna le classiche persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie spielberghiane verso un sospirato contatto, di travolgente bellezza. Un cammino illuminato dal monito “Non dovete aver paura delle cose che non conoscete”, sintesi dell’approccio del regista al paranormale e al suo racconto. Approccio che evita strenuamente di mettere in contrapposizione scienza e fede, mettendo addirittura in bocca a una suora le considerazioni più progressiste sugli extraterrestri e raccontando l’unione di due crisi di coscienza fra Daniel Kellner e la fidanzata Jane (Eve Hewson), ex novizia che ha abbandonato il suo cammino religioso non perché ha smesso di credere in Dio, ma perché ha smesso di credere nelle persone.
Disclosure Day si muove fra il thriller cospirativo e l’action sci-fi, solleticando al tempo stesso il pubblico cinefilo e le più note teorie del complotto sugli extraterrestri. Fra inseguimenti in auto che riportano alla mente Sugarland Express, assalti al treno che sembrano usciti dalla saga di Indiana Jones e ricostruzioni di torture girate in un bianco e nero che ricorda inevitabilmente Schindler’s List, Steven Spielberg fa infatti la gioia dei complottisti di lunga data, mettendo in scena un suggestivo campionario di cerchi nel grano, avvistamenti in cielo, richiami a Roswell, vivisezioni e retroingegnerizzazione. Ma l’intento del regista non è tanto quello di fare da sponda alle innumerevoli teorie cospirative sul tema o al “complotto nel complotto” secondo cui Disclosure Day stia sostanzialmente tastando il terreno in vista di un’imminente rivelazione sugli extraterrestri nel mondo reale, quanto piuttosto riflettere sulla deriva del genere umano e sul suo approccio al reale nell’era della post verità.
Il potere dell’immagine

Da questo punto di vista, Disclosure Day non va per il sottile, e mette direttamente in bocca ai propri personaggi una tesi tanto suggestiva quanto semplicistica: il problema principale della società contemporanea è la perdita di empatia verso il prossimo. Ma come fare a invertire questo processo nell’epoca di fake news, deepfake e AI? Come scuotere le coscienze quando la coscienza stessa viene messa costantemente in secondo piano? Per Steven Spielberg la risposta è una sola, cioè con le immagini, la materia di cui sono composti i sogni e il cinema. Disclosure Day si trasforma così in una missione per mostrare al mondo intero queste immagini, portata avanti da un Adamo e una Eva contemporanei, che come i genitori di Sammy Fabelman rappresentano un ideale connubio fra scienza e umanità: da una parte un uomo che decifra il mondo attraverso la matematica, vero e proprio linguaggio dell’universo; dall’altra una donna che riesce invece a mettersi in ascolto e ad abitare tutte le persone, abbattendo i muri rappresentati dalle lingue e dalla mancanza di dialogo e comprensione.
La scrittura di Disclosure Day è a tratti zoppicante, con la sceneggiatura di David Koepp che fatica a fare emergere le backstory dei personaggi, le fitte trame governative e la personalità di villain poco carismatici (su tutti un Colin Firth mai davvero incisivo). Mancanze che sono però ampiamente compensate da un formidabile climax conclusivo, in cui il genere umano è ancora una volta messo di fronte al mistero, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. l’extra-terrestre. Un mondo profondamente disgregato si riunisce così davanti allo schermo, dove scorrono gli scheletri nell’armadio di una cospirazione lunga 79 anni (la stessa età di Spielberg) e una rivelazione che spetta a noi interpretare come messaggio di speranza o monito su un’imminente catastrofe.

Con buona pace dei detrattori, Steven Spielberg si dimostra più vivo e lucido che mai, e risponde alle storture del nostro triste presente con la magia del cinema, in particolare con un campionario di immagini destinate a rimanere scolpite nell’immaginario dei film sugli extraterrestri (e non solo). Immagini che non sono però mai fini a se stesse, ma diventano al contrario il veicolo per un invito alla pace e alla condivisione delle più stupefacenti meraviglie che ci circondano, davanti alle quali non possiamo che rimanere stupiti e a bocca aperta, come da oltre 50 anni fanno i personaggi di questo impareggiabile maestro della settima arte.

Disclosure Day è in programmazione da oggi nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.
Cinema indipendente
De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow
La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.
Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.
De Palma: una lezione di cinema di due ore

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.
Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.
Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.
In evidenza
Narnia: Il nipote del mago, il trailer del film di Greta Gerwig
Il primo trailer di Narnia: Il nipote del mago, il film di Greta Gerwig tratto da C.S. Lewis, al cinema dall’11 febbraio 2027 con Eagle Pictures.

Eagle Pictures ha diffuso il primo trailer e il poster di Narnia: Il nipote del mago, scritto e diretto da Greta Gerwig, che porta per la prima volta sul grande schermo l’omonimo romanzo di C.S. Lewis. Protagonisti David McKenna e Beatrice Campbell, affiancati da Emma Mackey, Carey Mulligan, Ciarán Hinds e Daniel Craig. Il film arriverà nelle sale l’11 febbraio 2027.
Il trailer ufficiale di Narnia: Il nipote del mago
Questa la sinossi ufficiale del film:
La regista candidata all’Oscar Greta Gerwig porta per la prima volta sullo schermo Il nipote del mago, l’amatissimo romanzo di C.S. Lewis, in un’avventura epica che invita i sognatori di ogni età a vivere la creazione di Narnia.
Il cast
Completano il cast Kobna Holdbrook-Smith, Denise Gough e Susan Wokoma. Il romanzo, pubblicato nel 1955, è il sesto scritto da Lewis ma il primo nell’ordine cronologico del ciclo: racconta l’origine del mondo di Narnia e dell’armadio che vi conduce.
Narnia: Il nipote del mago sarà nelle sale italiane dall’11 febbraio 2027 distribuito da Eagle Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

I tre film tratti dal ciclo di C.S. Lewis prodotti tra il 2005 e il 2010.
Scopri il prezzo su AmazonIl romanzo di C.S. Lewis da cui è tratto il film di Greta Gerwig.
Scopri il prezzo su AmazonIn evidenza
Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen
Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.
L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.
Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.
I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.
Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.
Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.
Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.







