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Diva Futura: recensione del film con Pietro Castellitto
Dopo la serie Netflix Supersex, Groenlandia torna a raccontare l’epoca d’oro del cinema hard italiano con Diva Futura, opera seconda di Giulia Louise Steigerwalt presentato in Concorso a Venezia 81. Lo fa concentrandosi sulla figura di Riccardo Schicchi (fondatore della celeberrima casa che dà il titolo al film) e sulle attrici che il protagonista ha contribuito a scolpire nell’immaginario porno e non solo, come Ilona Staller, Moana Pozzi ed Éva Henger. Un’opera leggera ma non banale, che a tratti tende all’agiografia di un personaggio attraversato da luci e ombre, senza però mai eccedere nella seriosità e nell’eccessiva drammatizzazione degli eventi, a differenza della già citata Supersex.
Diva Futura nasce dal memoir Non dite alla mamma che faccio la segretaria di Debora Attanasio, giornalista ed ex segretaria dell’agenzia interpretata nel film da Barbara Ronchi. Attraverso il suo lucido e a tratti rassegnato sguardo seguiamo l’evoluzione dell’agenzia e del suo capo Riccardo Schicchi (Pietro Castellitto), che fra anni ’80 e ’90 scuote la morale comune con spettacoli hard e soprattutto producendo film pornografici, che si distinguono per un concetto tanto bizzarro quanto sincero di arte applicata all’erotismo. Fanno parte di questo gruppo di “amorali ma non immorali” le tre donne più importanti della vita e della carriera di Schicchi, ovvero Moana Pozzi (una magnetica Denise Capezza), Ilona Staller (Lidija Kordic) ed Éva Henger (Tesa Litvan). Fra continui salti temporali e momenti di lucida follia, rigati da venature malinconiche, viviamo l’ascesa, la caduta e la morte del protagonista, avvenuta nel 2012 a soli 59 anni.
Diva Futura: un malinconico viaggio nel periodo d’oro del cinema hard italiano

Dopo l’ottimo esordio alla regia con Settembre, Giulia Louise Steigerwalt firma una delle sorprese di Venezia 81, capace di fare discutere ma anche di rievocare con la sensibilità del presente un periodo unico e irripetibile del cinema hard nostrano, in cui le dive dell’eros erano in grado di superare i confini delle produzioni a luci rosse e irrompere nella cultura popolare, attraverso riviste, ospitate televisive o addirittura tentativi di carriera politica. Con lo stesso sorriso sulle labbra delle attrici hard, Diva Futura mette in luce l’ipocrisia e il bigottismo di un’intera nazione, in cui le anime belle facevano e fanno tuttora a gara per scandalizzarsi e predicare bene in pubblico, salvo poi razzolare malissimo nel privato.
Una contraddizione esplorata dallo stesso Riccardo Schicchi, erotomane dall’animo nobile e imprenditore tanto visionario quanto avventato. Dopo il doppio ruolo da attore e regista in Enea (presentato proprio al Lido lo scorso anno), Pietro Castellitto firma un ottimo lavoro davanti alla macchina da presa, incarnando l’ingenua dolcezza di un uomo che rivoluzionato l’erotismo in Italia, non senza macchie come la condanna per lo sfruttamento della prostituzione e per la violazione della legge sull’immigrazione. Diva Futura si concentra però sulla gentilezza di Schicchi, che gli permette di guadagnare la stima di Debora, di conquistare il cuore di Ilona Staller ed Éva Henger e di essere l’unico a comprendere pienamente il disagio esistenziale di Moana Pozzi, scomparsa prematuramente a soli 33 anni di età al termine di continuo saliscendi emotivo.
Ascesa e caduta

Giulia Louise Steigerwalt indaga questo bizzarro sottobosco fatto di sesso, esibizionismo e imprenditoria spregiudicata e arrembante, ma sa anche essere lucida e ficcante. Non mancano infatti stoccate alla Chiesa, che osteggia pubblicamente questo gruppo di peccatori salvo poi apprezzarne le qualità in privato o accettare generose donazioni per celebrare un funerale scomodo. Fra intrecci amorosi, famiglie allargate, disavventure finanziarie e penose malattie, la regista si spinge ancora oltre, creando un contrasto artistico e concettuale fra i porno realizzati da Schicchi e altre produzioni coeve. Giulia Louise Steigerwalt sottolinea infatti la giocosità dei lavori di Diva Futura (impossibile non sorridere davanti a produzioni come Cicciolina e Moana “Mondiali” o Finalmente pornostar – La conchiglia violata), che pur in modo sgangherato cercano di fare arte e di rispettare le attrici coinvolte, in opposizione a film porno sempre più violenti e degradanti per la donna.
Come sempre, a dirompente ascesa segue una rovinosa caduta. Diva Futura indugia quindi sui crescenti guai giudiziari dell’agenzia, sui tentativi di salvare l’apparenza del matrimonio in realtà finito con Éva Henger e sulle conseguenze sempre più gravi del diabete da cui è affetto Schicchi. La scelta di cogliere l’essenza dei personaggi e lo spirito dell’epoca invece di inseguire istinti pruriginosi con sequenze esplicite è vincente, dal momento che la regista riesce a tratteggiare (seppur con qualche didascalismo di troppo) la paradossale esistenza di persone continuamente immerse nella totale libertà sessuale ma impossibilitate a vivere un amore appagante, se non per brevi ed effimeri periodi. La commedia si tinge così di mestizia, seguendo il profondo mutamento politico e sociale dell’Italia, emblematicamente rappresentato dalla famigerata discesa in campo di Silvio Berlusconi e dalla fine del porno per come lo intendeva Schicchi, sepolto dall’esplosione di Internet e da leggi sempre più repressive.
Diva Futura come simbolo delle contraddizioni dell’Italia

Nel crescendo di emozioni e sofferenze dell’ultimo atto arriva addirittura la commozione per il destino del protagonista, celebrato però con una sequenza dal retrogusto felliniano, insieme a tutte le donne che ha cercato di amare. La ciliegina sulla torta di un progetto coraggioso e riuscito, che dimostra che in Italia è ancora possibile fare buon cinema popolare, senza per forza essere frivoli e raccontando al contempo piccoli pezzi di storia di questo strambo Paese, ben rappresentato dalla parabola di Diva Futura.
Dove vedere Diva Futura in streaming
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.







