Don't Look Up

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Don’t Look Up: recensione del film con Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence

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Il cinema di Adam McKay è incentrato sui mediocri. Dei mediocri che a volte diventano pretesti per racconti demenziali, come il suo esordio Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e le successive collaborazioni con Will Ferrell, ma che in altri casi si trasformano in feroci e sfrenate satire sul mondo e sulla società, come nel caso de La grande scommessaVice – L’uomo nell’ombra e della sua ultima fatica Don’t Look Up, disponibile dall’8 dicembre nelle sale italiane e su Netflix dal 24 dello stesso mese. Un progetto esaltato da un cast stellare, che comprende ben 5 premi Oscar (Leonardo DiCaprioJennifer Lawrence, Mark Rylance, Cate BlanchettMeryl Streep) e altri formidabili interpreti del calibro di Timothée Chalamet, Jonah Hill, Ron Perlman, Rob Morgan e Tyler Perry.

Dopo la tragicomica ricostruzione della crisi finanziaria del 2007-2008 e l’inquietante ricostruzione della parabola politica di Dick Cheney, Adam McKay mette di nuovo al centro del mirino le istituzioni, che si trovano costrette ad affrontare l’imminente impatto della Terra con una cometa di circa 9 chilometri di diametro, capace di distruggere la vita su tutto il pianeta nel giro di pochi minuti. Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, nei panni rispettivamente del professore di astronomia Randall Mirby e della sua studentessa Kate Dibiasky, sono i rappresentanti della scienza, impegnata a fornire ai governi e ai cittadini dati inoppugnabili con i quali prendere decisioni importanti e urgenti.

Dall’altra parte, la Presidente USA Janie Orlean (una trumpiana Meryl Streep), il suo arrogante figlio Jason (Jonah Hill), la presentatrice Brie Evantee (una sontuosa Cate Blanchett, pur sepolta da chili di trucco) e il guru della tecnologia Peter Isherwell (Mark Rylance in un bizzarro incrocio fra Steve Jobs, Mark Zuckerberg ed Elon Musk). Un manipolo di pericolosi incompetenti contro la più pericolosa minaccia globale. Cosa può andare storto?

Don’t Look Up: un tragicomico sguardo sul nostro prossimo futuro

Cr. NIKO TAVERNISE/NETFLIX © 2021

Adam McKay è nato con la commedia, è stato forgiato come sceneggiatore dai suoi anni al Saturday Night Live e sa che attraverso la risata e un delicato equilibrio fra satira e grottesco si può ironizzare e fare riflettere su ogni cosa, come ci ha insegnato Stanley Kubrick col suo immortale Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Non stupisce quindi che questo regista statunitense, sempre più abile e tagliente, usi nuovamente il ridicolo e l’eccesso per mettere alla berlina tutte le categorie umane che ci circondano. In un curioso mix fra lo scenario di Idiocracy e la trama di Deep Impact, quasi tutti ne escono con le ossa rotte.

La rappresentazione più feroce è dedicata alle figure più potenti. Conosciamo quindi una politica più interessata alle elezioni di metà mandato che a un cataclisma mondiale, che non esita a sminuire la minaccia e a soffiare sull’ignoranza e sugli estremismi, lanciando un movimento che invita a non guardare in alto (da qui il titolo Don’t Look Up), in opposizione a chi implora di alzare lo sguardo per osservare con i propri occhi l’arrivo della cometa.

Immancabile poi la critica ai giganti della tecnologia, con il tycoon di Mark Rylance che riassume tutte le caratteristiche più sinistre dei giganti del tech, come l’impatto sulla nostra vita (la capacità degli algoritmi di prevedere i nostri futuri passi attraverso la piena conoscenza delle nostre attività), i collegamenti con la politica (Peter Isherwell è un finanziatore della campagna presidenziale di Janie Orlean) e il desiderio di impattare su ogni aspetto della nostra esistenza (l’app che propone buffi video di animali quando rileva ansia o malinconia).

Fra satira e parodia

Cr. NIKO TAVERNISE/NETFLIX © 2021

In filigrana, emergono chiaramente i tre principali bersagli di Don’t Look Up: una classe politica cinica e totalmente priva di visione del futuro, coccolata dai colossi della finanza e della tecnologia; lo stato attuale dell’informazione sul Covid, con gli scienziati che a causa della pressione di negazionismi e riduzionisti faticano sempre di più a fare emergere la verità, e che anche quando ci riescono finiscono per essere inglobati dal sistema (si veda l’ascesa del personaggio di Leonardo DiCaprio nello star system e sui media, in una parabola che ricorda quella di tanti virologi negli ultimi mesi); infine, la minaccia mondiale che è costantemente sotto i nostri occhi, ben documentata dai ricercatori e nonostante ciò ignorata dalla stragrande maggioranza delle persone, cioè il cambiamento climatico, la vera cometa che si sta avvicinando alla Terra.

Muovendosi lungo queste direttrici, Adam McKay mette in scena una commedia spassosa e impertinente, che gioca con i cliché del cinema di fantascienza degli ultimi decenni (esilarante soprattutto il personaggio di Ron Perlman, vera e propria parodia dell’eroismo e della mascolinità sulla scia del Bruce Willis di Armageddon – Giudizio finale) e trova alcune notevoli intuizioni comiche in sceneggiatura, come le ripetute gag sugli snack fatti pagare alla Casa Bianca (vero e proprio trauma per il personaggio di Jennifer Lawrence) o la previsione dell’algoritmo sul futuro della Presidente Janie Orlean (sia al cinema che a casa, non alzatevi prima della fine dei titoli di coda!).

Il cast di Don’t Look Up

Cr. NIKO TAVERNISE/NETFLIX © 2021

Con le sue precedenti opere, Adam McKay ci aveva presentato soluzioni originali e di forte impatto dal punto di vista registico, come la crisi dei mutui subprime spiegata da Margot Robbie dentro una vasca da bagno ne La grande scommessa o il racconto che ricomincia letteralmente da capo in Vice – L’uomo nell’ombra. Con Don’t Look Up, il regista dà vita a un’opera decisamente lineare, che abbraccia quasi sempre l’assurdo e che trova proprio nei momenti più drammatici i suoi pochi momenti di debolezza. È questo il caso del personaggio di Jennifer Lawrence, che duella in bravura con Leonardo DiCaprio per buona parte del racconto prendendo le parti della logica e della razionalità, per poi mostrare la corda nel momento in cui si cerca di attribuirle sfumature più cupe e malinconiche.

Lo stesso Leonardo DiCaprio sembra a tratti faticare a rendere il disagio di un uomo di scienza perso fra ricerca e inaspettata popolarità, nucleo familiare e avance di una Cate Blanchett che interpreta alla perfezione l’essenza della falsità e dell’arrivismo. Da attore di sconfinato talento e impareggiabile carisma, DiCaprio riesce però anche a rubare la scena a tutti i colleghi, con un’esplosione di ira e di sdegno che è già antologia della storia recedente del cinema e grazie a cui metterà con ogni probabilità un’ennesima nomination all’Oscar nel suo prestigioso curriculum.

Mentre il già citato Il dottor Stranamore teneva dritta la barra sulla satira e sull’assurdo, trovando paradossalmente l’essenza dei personaggi e del loro contesto, Adam McKay ritrae in più di un’occasione la mano, cercando una non necessaria sponda drammatica (come i troppi stacchi sulle reazioni della popolazione mondiale agli eventi) invece di puntare senza indugi sul suo meraviglioso ensemble, che funziona invece a meraviglia soprattutto quando si muove sopra le righe.

Don’t Look Up: un monito sul prossimo futuro

Cr. NIKO TAVERNISE/NETFLIX © 2021

Don’t Look Up adempie comunque al proprio compito, lasciandoci più dubbi che certezze e più disagio che piacevolezza, nonostante le tante risate che regala. Questo perché, come evidenzia brillantemente il poster, l’opera di Adam McKay è basata su fatti realmente possibili e su scene squisitamente demenziali che sono molto meno improbabili di quanto crediamo. Fino a qualche anno fa, sarebbe stato difficile anche solo pensare a un Presidente degli Stati Uniti che invita a guardare in basso e a non credere agli allarmismi, a un’imminente catastrofe ignorata in favore del profitto e a un colosso tecnologico che dichiara esplicitamente di voler conoscere tutti i nostri pensieri per venderci la soluzione a bisogni che non sapevamo di avere.

Oggi sappiamo invece che tutto questo è realistico, se non addirittura probabile. Se c’è ancora la possibilità di salvarci dall’autodistruzione, la ricetta passa sicuramente da quello che ci mostra e ci suggerisce Don’t Look Up. Non ci resta quindi che smettere di dividerci in assurde fazioni, mettere da parte il trending topic del giorno e cominciare a costruire un futuro migliore. Senza mai smettere di guardare in alto.

Overall
8/10

Verdetto

Don’t Look Up è l’ennesimo gioiello esilarante e pungente della carriera di Adam McKay. Un cast stellare e in ottima forma mette in scena una storia talmente bizzarra e surreale da essere perfetta per la nostra confusa epoca. Un monito sul prossimo futuro da non sottovalutare e di cui fare tesoro.

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Spaceman: recensione del film Netflix con Adam Sandler

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È almeno da Reign Over Me (2007) che Adam Sandler ha dimostrato le sue notevoli doti da attore drammatico, ma è grazie a Netflix che si sta costruendo una vera e propria seconda carriera, dopo molti anni dedicati alla commedia demenziale (peraltro con ottimi risultati). Dopo Diamanti grezzi e Hustle, lo ritroviamo infatti protagonista di Spaceman, nuovo film di fantascienza della piattaforma basato sul romanzo di Jaroslav Kalfar Il cosmonauta. Un’opera dalla produzione controversa (le riprese principali sono terminate nel 2021 e la distribuzione ha subito numerosi ritardi, anche a causa del freddo riscontro alle proiezioni di prova) diretta da Johan Renck (già dietro alla macchina da presa per gli ultimi due videoclip di David Bowie e per l’acclamata miniserie Chernobyl), che si inserisce nel filone della fantascienza filosofica con risultati non del tutto convincenti.

Al centro della vicenda c’è l’astronauta ceco Jakub Procházka (Adam Sandler), impegnato da 6 mesi in un viaggio solitario ai limiti della galassia per indagare sulle origini di una misteriosa nebulosa violacea. Per affrontare questa impresa, Jakub non ha esitato a lasciare sola la moglie Lenka (Carey Mulligan), alle prese con una difficile gravidanza. Il protagonista intuisce che qualcosa non va nel suo matrimonio, cosa che affligge ulteriormente la sua psiche già fiaccata da mesi di isolamento forzato. All’apice del suo tormento interiore, Jakub scopre a bordo della sua astronave una bizzarra creatura aliena dalle sembianze simili a quelle di un ragno, da lui ribattezzata Hanuš.

Con grande sorpresa dell’uomo, la creatura parla la sua lingua (la voce in originale è di Paul Dano) e non ha intenzioni minacciose. Nasce così un profondo dialogo fra i due, che permette a Jakub di scavare fra i traumi del suo passato e lo porta riconsiderare le sue priorità.

Spaceman: nello spazio profondo alla ricerca del senso della vita

Courtesy of Netflix

Spaceman è indubbiamente frutto del disagio collettivo degli ultimi anni e in particolare della pandemia, che ha costretto molte persone a una lunga astensione dalla socialità e a un altrettanto prolungata analisi interiore. Non è un caso che durante il racconto ci si riferisca più volte a persone che corrono il rischio di “pensare troppo”. Allo stesso tempo, Johan Renck esalta la componente più esistenzialista de Il cosmonauta, soffermandosi sulla necessità di dare più spazio agli aspetti più importanti della vita, anche a costo di sacrificare qualcosa dal punto di vista dell’affermazione lavorativa. Lo fa attraverso flashback e visioni oniriche non sempre a fuoco e soprattutto attraverso il dialogo fra il protagonista e Hanuš, personaggio in bilico fra gli incubi kafkiani e il Grillo Parlante di Pinocchio.

Peccato che il regista diluisca questa ottima intuizione in una narrazione ridondante e decisamente caotica, con continui salti fra diversi piani di realtà e temporali volti a sottolineare aspetti già abbastanza chiari. Adam Sandler fa del suo meglio per tratteggiare la personalità alienata e chiusa in se stessa di Jakub, affiancato dalla solita formidabile Carey Mulligan, perfetto controcampo emotivo del protagonista. Ciononostante, Spaceman si allontana continuamente dal cuore della storia (proprio come fa il protagonista nella sua vita), dedicando tempo e spazio a riflessioni soltanto abbozzate sulla potenziale tossicità delle figura paterne e sulla difficile equilibrio insito in ogni relazione sentimentale. Traballante anche la caratterizzazione della Repubblica Ceca, in bilico fra l’era comunista e una modernità che affiora solo a tratti.

Un’opera non del tutto riuscita

Courtesy of Netflix

Spaceman ruota ripetutamente intorno alle seconde possibilità e all’influenza dei traumi del passato su ciò che siamo e saremo, lavorando sul contrato fra gli spazi angusti in cui vive Jakub e gli ampi scenari naturali che contraddistinguono invece i suoi ricordi e le sue visioni. A restare maggiormente impresso è però proprio Hanuš, che da alieno si dimostra più umano di buona parte dei protagonisti, conquistando per l’eleganza e la pacatezza della sua parlata e diventando di fatto il vero motore del cambiamento interiore del protagonista.

Dopo qualche tentennamento di troppo, Johan Renck trova la strada giusta solo nel climax emotivo conclusivo, in cui vengono messi da parte i personaggi di Kunal Nayyar (Raj Koothrappali di The Big Bang Theory), Lena Olin e Isabella Rossellini per concentrarsi sulle contraddizioni di Jakub, sul suo desiderio di fuggire ai confini del mondo per evitare la quotidianità e sulle sue paure di essere pessimo padre dopo essere stato pessimo figlio. Ed è in questa fragile umanità e nel rapporto sempre più stretto fra Jakub e Hanuš che Spaceman trova la propria ragion d’essere. Non è sufficiente per candidarsi a essere il Solaris dei giorni nostri, ma basta per ribadire la capacità della fantascienza di intercettare i mutamenti e le paure della società, anche in opere non del tutto riuscite come questa.

Spaceman è disponibile su Netflix dall’1 marzo.

Courtesy of Netflix

Overall
6/10

Valutazione

Johan Renck mette in scena un film di fantascienza filosofica ambizioso ma non del tutto riuscito, che si mantiene a galla soprattutto grazie alla performance di Adam Sandler e alla prova vocale di Paul Dano nei panni di un ragno tanto sinistro quanto profondo.

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Netflix: tutte le nuove uscite di marzo 2024

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A marzo, Netflix ha in serbo tante nuove uscite, pronte a intrattenere gli abbonati per molte ore. Contenuti di qualità e di generi diversi, in grado di soddisfare tutti i gusti. Fra le novità più attese c’è per esempio Supersex, serie sulla vita e sulla carriera della pornostar Rocco Siffredi, interpretato da Alessandro Borghi. Per gli amanti della fantascienza c’è invece Spaceman, film drammatico con protagonisti Adam Sandler e Carey Mulligan. Fra le uscite di marzo c’è anche Damsel, film fantastico con protagonista uno dei volti per eccellenza di Netflix, la star di Stranger Things Millie Bobby Brown. Da segnalare inoltre gli arrivi in catalogo di The Gentlemen, serie di Guy Ritchie che funge da spin-off del suo omonimo film, e Chicken Nugget, serie coreana in cui una donna si trasforma inavvertitamente in una delle pepite di pollo tipiche dei fast food. Di seguito, l’elenco completo delle uscite di marzo su Netflix.

Tutte le uscite di marzo su Netflix

Cr. John Wilson / Netflix © 2023

1 marzo

  • Spaceman (film originale)
  • Date da mangiare a Phil (docuserie originale)
  • Furies (serie originale, stagione 1)
  • Non sei sola: la battaglia contro il Branco (film originale)
  • My Name Is Loh Kiwan (film originale)
  • Saturno contro (film non originale)
  • Fabrizio De André – Principe libero (film non originale)
  • Io sono Mia (film non originale)
  • The Mexican (film non originale)
  • Rovine (film non originale)
  • Resident Alien (serie non originale, stagione 1)

3 marzo

  • The Netflix Slam (evento sportivo in diretta)

4 marzo

  • Hot Wheels, a tutto gas! (serie originale, stagione 1)

5 marzo

  • The Program: rompere il silenzio (docuserie originale)

6 marzo

  • Supersex (serie originale, stagione 1)
  • Full Swing: una stagione di golf (docuserie originale, stagione 2)

7 marzo

  • ARA San Juan: il sottomarino sparito nel nulla (docuserie originale, stagione 1)
  • The Gentlemen (serie originale, stagione 1)
  • Das Signal – Segreti dallo spazio (miniserie originale, stagione 1)
  • Monuments Men (film non originale)

8 marzo

  • Damsel (film originale)

9 marzo

  • Studio 666 (film non originale)

11 marzo

12 marzo

  • Turning Point: la bomba atomica e la guerra fredda (docuserie originale, stagione 1)

13 marzo

  • Bandidos (serie originale, stagione 1)

14 marzo

  • Art of Love (film originale)
  • Girls5Eva – La rivincita delle pop star (serie originale, stagione 3)

15 marzo

  • Chicken Nugget (serie originale, stagione 1)
  • Iron Reign (serie originale, stagione 1)
  • Irish Wish – Solo un desiderio (film originale)
  • Il caso Outreau: un incubo francese (docuserie originale, stagione 1)
  • Salutava sempre (film non originale)
  • Mano de hierro (serie originale, stagione 1)

19 marzo

  • Physical: da 100 a 1 (reality show originale, stagione 2)
  • Forever Queens (reality show originale, stagione 2)

21 marzo

  • Il problema dei 3 corpi (serie originale, stagione 1)

22 marzo

  • SHIRLEY: in corsa per la Casa Bianca (film originale)
  • I Casagrande: Il film (film originale)
  • Buying Beverly Hills (reality show originale, stagione 1)
  • Sopravvissuto – The Martian (film non originale)
  • Red Eye (film non originale)

27 marzo

  • Satu (serie originale, stagione 1)
  • Riposare in pace (film originale)

29 marzo

  • The Beautiful Game (film originale)
  • Vite vendute (film originale)
  • Is it Cake? – Dolci impossibili (reality show originale, stagione 3)

30 marzo

  • Glass (film non originale)

31 marzo

  • Un ponte per Terabithia (film non originale)

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Nyad – Oltre l’oceano: recensione del film con Annette Bening e Jodie Foster

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«I limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione». Una frase resa celebre dal leggendario cestista Michael Jordan, che nel giorno del suo ingresso nella prestigiosa Hall of Fame della NBA invitò il pubblico presente a non prendersi gioco del suo possibile ritorno in campo a 50 anni, dopo aver infranto diversi record per i giocatori over 40. I limiti da superare e le illusioni sono anche al centro di Nyad – Oltre l’oceano, primo film di finzione della coppia di documentaristi Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi (già autori del documentario premiato con l’Oscar Free Solo), basato sull’incredibile storia vera della nuotatrice Diana Nyad, da lei stessa approfondita nell’autobiografia Find a Way.

Diana Nyad è accreditata di alcune delle maggiori imprese per quanto riguarda il nuoto in mare aperto, come la circumnavigazione dell’isola di Manhattan per un totale di 45 km. Nella sua carriera c’è però un cruccio, quello di non essere riuscita nell’impresa di nuotare da Cuba alla Florida, per un totale di circa 170 km e 60 ore di nuoto consecutive. A distanza di oltre 30 anni dal suo primo fallito tentativo, Diana decide di tentare nuovamente l’impresa, riprendendo gli allenamenti a oltre 60 anni di età, grazie anche al sostegno della coach Bonnie Stoll, per lei molto più di un’amica e di una collaboratrice.

Nyad – Oltre l’oceano racconta nel dettaglio questo secondo periodo della vita e della carriera della nuotatrice, avvalendosi delle eccezionali performance di Annette Bening (che si è allenata per un anno per la parte) e Jodie Foster, entrambe candidate agli Oscar 2024 rispettivamente come migliore attrice protagonista e non protagonista.

Nyad – Oltre l’oceano: perseveranza e ossessione in una leggendaria impresa sportiva

Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

Quella di Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi è una carriera devota a missioni in grado di ridefinire i confini fra possibile e impossibile: la scalata in solitaria e senza attrezzature di sicurezza di Alex Honnold, narrata in Free Solo; l’avventuroso ed eroico salvataggio di dodici studenti intrappolati in una grotta in Thailandia, raccontato in The Rescue – Il salvataggio dei ragazzi; gli sforzi da parte di Kris e Doug Tompkins per preservare uno degli ultimi luoghi incontaminati del pianeta, al centro di Wild Life: Una storia d’amore. Il loro passaggio al cinema di finzione (anche se basato sulla realtà) prosegue quindi sullo stesso fil rouge, soffermandosi sulle difficoltà intrinseche all’impresa e su quelle derivanti dall’età e dal lunghissimo periodo di inattività di Diana Nyad.

Non mancano quindi i passaggi sugli allenamenti inizialmente catastrofici e via via sempre migliori (Rocky ha fatto scuola in questo senso), i tanti fallimenti che costellano il cammino (o in questo caso la nuotata) verso la gloria e i momenti di crisi umana e sportiva che li accompagnano. La coppia registica riesce nel non facile intento di amalgamare immagini di repertorio e finzione scenica, cimentandosi anche in alcuni notevoli stacchi di montaggio grazie ai quali la ricostruzione si fonde con la realtà. Particolarmente riuscito anche il rapporto fra Diana Nyad e Bonnie Stoll, basato sul non detto e sullo stigma ancora presente verso gli amori fra persone dello stesso sesso: in un dialogo scopriamo della relazione fra le due donne risalente a molti anni prima, ma anche grazie alla raffinata recitazione di Annette Bening e Jodie Foster riusciamo a comprendere il mondo dietro a questo splendido sodalizio professionale.

I difetti di Nyad – Oltre l’oceano

Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

I maggiori problemi di Nyad – Oltre l’oceano risiedono nell’aspetto più fantasioso e creativo, nonostante i molteplici potenziali ganci forniti dalla storia. I tentativi da parte di Diana Nyad sono infatti segnati da numerosi rischi (come gli squali o una specie di medusa particolarmente pericolosa), da lunghi periodi di tempo da trascorrere con la sola compagnia della propria mente e da conseguenti allucinazioni. Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi depotenziano questi suggestivi spunti, affidandosi a una CGI decisamente raffazzonata per gli aspetti più onirici del racconto e a caotici richiami alla giovinezza della protagonista, che da una parte ci restituiscono un passato fatto di abusi e spinte alla competitività più estrema, ma dall’altra appesantiscono inutilmente una storia talmente potente da non avere bisogno di voli pindarici.

Consci delle difficoltà da questo punto di vista, i registi limitano al minimo indispensabile le riprese acquatiche, dando ampio spazio all’aspetto più umano della vicenda. Una scelta ripagata da un cast di altissimo profilo, in cui spicca una Annette Bening totalmente devota al suo personaggio, anche e soprattutto dal punto di visto fisico, affiancata da una dolce e comprensiva Jodie Foster, capace di sostituire diverse pagine di sceneggiatura con un solo sguardo o un piccolo gesto. Da menzionare inoltre l’apporto nei panni del navigatore John Bartlett di Rhys Ifans (di nuovo protagonista in mezzo al mare dopo I Love Radio Rock) e il contributo della discreta ma funzionale musica di Alexandre Desplat, accompagnata dal richiamo a pietre miliari della musica come The Sound of Silence.

Fra finzione e realtà

Cr. Kimberley French/Netflix ©2023

Durante Nyad – Oltre l’oceano ci affezioniamo all’ispida e immodesta personalità di Diana, comprendiamo la fatica e la frustrazione del suo team e viviamo la follia e l’ossessione di una missione in pericoloso bilico fra sport e autolesionismo. Dopo vari infruttuosi tentativi, caratterizzati da una certa ripetitività in alcune dinamiche, giungiamo infine all’ultima traversata del 2013, con cui Diana Nyad è definitivamente entrata nella leggenda, superando tutte le illusioni che le persone intorno a lei avevano chiamato limiti. Nel momento in cui si fondono le immagini di Annette Bening e della vera Diana Nyad, distrutta al termine della sua impresa, c’è il senso dell’intera operazione, che sconta tuttavia una piccola disonestà intellettuale: Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi non menzionano infatti che il record di Diana al momento non è ancora stato ratificato, a causa della mancanza di regole e della scarsa possibilità di controllo.

In conclusione, una piccola nota di colore: la protagonista è riuscita a compiere la missione a cui ha dedicato buona parte della sua vita solo al quinto tentativo, dopo oltre 36 anni di sforzi; Annette Bening, indiscutibilmente una delle migliori attrici della sua generazione, potrebbe fare altrettanto il prossimo 10 marzo, quando parteciperà per la quinta volta agli Oscar da candidata, a 33 anni di distanza dalla prima nomination per Rischiose abitudini. Le previsioni della vigilia non sono dalla sua parte ma, come ci insegna Nyad – Oltre l’oceano, mai dire mai.

Nyad – Oltre l’oceano è disponibile su Netflix.

Overall
6.5/10

Valutazione

Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi raccontano un’impresa entrata nella storia dello sport, mostrando qualche limite dal punto di vista della creatività e della narrazione ma riuscendo comunque a tratteggiare un suggestivo e avvincente ritratto di Diana Nyad.

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