Dumbo: recensione del film di Tim Burton con Colin Farrell ed Eva Green

Dumbo: recensione del film di Tim Burton con Colin Farrell ed Eva Green

Non poteva che essere il cantore per eccellenza dei freak Tim Burton a riportare sul grande schermo dopo 78 anni la favola di Dumbo, elefantino oppresso e deriso per le sue sproporzionate orecchie, che però non gli impediscono di spiccare fisicamente e metaforicamente il volo. Il cineasta statunitense torna così a rappresentare quell’ambiente circense tanto caro al suo mito Federico Fellini, da lui già esplorato in due dei suoi lavori più riusciti, cioè Batman – Il ritorno e Big Fish – Le storie di una vita incredibile.

Tim Burton e il suo elefantino convincono più degli umani che li affiancano

Dumbo

Burton non si limita a mettere in scena una copia carbone dell’originale Disney, ma ne amplia invece l’immaginario e gli orizzonti, utilizzando la commistione fra live action e CGI come rampa di lancio per un racconto che muove i propri passi dalla tematica dell’emarginazione per poi sviluppare una lucida e amara riflessione sui concetti di artista e di spettacolo, troppo spesso ingabbiati dalle logiche commerciali. Il volo di Dumbo, che nel film del 1941 era l’atto conclusivo del percorso di crescita e autoaffermazione del protagonista, diventa qui il punto di partenza per una severa critica alla mercificazione dell’arte e per un inno alla libertà di essere padroni di se stessi, anche e soprattutto in quanto outsider.

Un processo lodevole e ambizioso, che però zoppica in più di un frangente, principalmente a causa di personaggi secondari poco sviluppati e bidimensionali, che non riescono mai a creare empatia nello spettatore. Mentre il Dumbo in CGI è sorprendentemente espressivo e naturale nei suoi comportamenti e nelle sue emozioni, altrettanto non si può dire della controparte umana, che soffre di un’approssimazione nella caratterizzazione deleteria, anche per un pubblico composto in buona parte da bambini.

Da una parte un cattivo grottesco e mefistofelico come Michael Keaton,  spietato magnate costantemente sopra le righe, le cui movenze ricordano proprio quelle del creatore della casa di produzione di Dumbo Walt Disney; dall’altra, un gruppo di personaggi positivi che oscillano fra l’inconsistenza dei due bambini Nico Parker e Finley Hobbins e l’incerta parabola evolutiva del loro padre Colin Farrell e della trapezista Eva Green, meno magnetica del solito. L’unica eccezione è rappresentata dal direttore di circo Danny DeVito, che con la sua carica di cinismo e irresistibile simpatia si distingue come unico umano dall’accettabile complessità.

Dumbo come metafora della stessa carriera di Tim Burton

Dumbo

Con i personaggi umani che non riescono a sopperire al poco spazio dedicato a quelli animali, allo spettatore non resta che affidarsi ai riferimenti al film originale (gli elefanti rosa, il cameo del topo Timoteo e il brano Bimbo mio, che in Italia possiamo ascoltare con la coinvolgente voce di Elisa) e alle suggestive sequenze animate, come gli attesi voli di Dumbo, che stimolano la sete di denaro di coloro che possiamo vedere come il corrispettivo favolistico delle multinazionali. Il successo personale, che costituiva il climax emotivo del film del 1941, viene qui sostituito dal desiderio di ribellione degli emarginati e degli sfruttati, che conferisce un tono dark e più tipicamente burtoniano a Dumbo.

Le prevedibili svolte consolatorie di questo remake non bastano però a togliersi dalla mente il malinconico parallelo fra la vicenda dell’elefantino, obbligato a mettere un trucco mortificante e a fare il fenomeno da baraccone per il pubblico pagante, e quella dello stesso Burton, troppo spesso costretto negli ultimi anni a indossare la maschera del visionario anche per progetti in cui non credeva per davvero, con i risultati che conosciamo. A differenza di Dumbo, Burton e questo suo ultimo lavoro non riescono a spiccare il volo, ma è difficile non emozionarsi nel vedere un vecchio leone del cinema liberarsi dalle invisibili gabbie che lo avevano imprigionato e ritrovare il suo sguardo più intimo e sincero.

Valutazione
5.5/10

Verdetto

Dumbo di Tim Burton non spiega le ali, ma diventa la perfetta parabola artistica di un vecchio cantore dei freak imprigionato dalle invisibili gabbie dell’industria cinematografica

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.