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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: recensione del film di Pif

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Il titolo del terzo lavoro da regista di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) non è solamente la perfetta sintesi dell’opera, ma anche un monito sulla leggerezza con cui stiamo vivendo il nostro presente e sui cupi scenari a cui stiamo andando incontro. Ideato e realizzato prima della pandemia, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ci trasporta in un prossimo futuro distopico, che ci appare ancora più vicino del previsto per la repentina svolta impressa dal COVID-19 alle nostre vite. Un futuro in cui è un algoritmo a decidere chi è produttivo o quali sono le possibilità di una coppia. Uno distopia inquietante e terribilmente realistica, in cui i lavoratori sono ridotti a sfiancarsi per pochi spiccioli e a rincorrere un altro algoritmo, che li penalizza per ogni loro errore. Una realtà in cui anche l’amore è parte integrante della gig economy.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare la disumanizzazione del lavoro

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

In questa epoca cupa, dove i rigurgiti fascisti sono un tema per festini privati (la storia si ripete sempre sotto forma di farsa), Fabio De Luigi è Arturo, manager di successo che nel giro di un brevissimo lasso di tempo perde la fidanzata e pure il posto di lavoro, per via di una scelta di un algoritmo che lui stesso ha contribuito a creare. Impossibilitato a trovare un lavoro adeguato al suo curriculum, l’uomo accetta un lavoro come rider presso Fuuber, colosso mondiale delle consegne a domicilio.

La medesima azienda offre ai propri clienti anche un’innovativa app rivolta alle persone sole, grazie alla quale è possibile godere della compagnia di un ologramma che si adatta alle preferenze alle necessità del consumatore. Grazie a questo progetto, Arturo conosce Stella (Ilenia Pastorelli), di cui si innamora. Al termine del periodo di prova del servizio, l’uomo si trova però costretto a sborsare una cifra fuori dalla sua portata per rinnovarlo. Messo a dura prova sia dal punto di vista lavorativo che da quello sentimentale, Arturo si addentra nei meandri di Fuuber, scoprendo una realtà ancora più sinistra di quanto immagina.

Pierfrancesco Diliberto frulla nello stesso contenitore Play Time – Tempo di divertimento di Jacques TatiLei di Spike Jonze, fondendoli con spunti alla Black Mirror e col cinema di Maurizio Nichetti (che non a caso compare in un cameo in E noi come stronzi rimanemmo a guardare), ricorrendo addirittura a echi fantozziani per la rappresentazione del grottesco ambiente di lavoro di Arturo. Svariati riferimenti per molta carne al fuoco, dal momento che Pif spazia con libertà e un pizzico di superficialità fra gig economy, satira politica e intelligenza artificiale, senza mai rinunciare alle dinamiche e alle atmosfere della commedia romantica.

Fra Jacques Tati e Ken Loach

Raro assistere a un’opera italiana così corrosiva e riflessiva in ambito tecnologico e sociale. Difficile infatti rimanere indifferenti di fronte alle disavventure di Fabio De Luigi, che pur nel contesto di una commedia popolare mai davvero disturbante portano avanti istanze lavorative e umane care a Ken Loach. Ci riferiamo soprattutto all’attività di rider di Arturo, che mette a nudo molti degli aspetti più controversi della gig economy, come l’assenza di certezze sulla retribuzione, il sistema perverso che porta lo stesso lavoratore a pagare per gli strumenti necessari per la sua attività e l’ancora più intollerabile meccanismo del rating, che precipita i rider in un vortice di penalizzazioni e privazioni di opportunità da cui è possibile uscire solo attraverso attività e orari ancora più massacranti.

Allo stesso tempo, Pierfrancesco Diliberto semplifica eccessivamente altri temi portati avanti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ricorrendo a collegamenti superficiali e fuori luogo, come il nome dell’azienda di Arturo (che richiama Uber) o il modo di vestire e di comunicare del fondatore della multinazionale, chiari richiami a Steve Jobs. A lasciare perplessi è proprio quest’ultimo personaggio, vero e proprio villain del racconto insieme alla tecnologia stessa, del quale non comprendiamo mai la personalità e a cui Pif mette in bocca una sorta di monologo sull’utilizzo dei dati delle persone da parte dei colossi del tech, argomento non adeguatamente approfondito e sviluppato nel resto della narrazione.

Come già avvenuto per La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore, il caratteristico approccio a dimensione di bambino di Diliberto diventa anche la principale debolezza delle sue opere, troppo concilianti per riuscire a scuotere lo spettatore.

 E noi come stronzi rimanemmo a guardare: si ride a denti stretti

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Anche se E noi come stronzi rimanemmo a guardare mostra varie fragilità, accogliamo comunque con simpatia e stima un progetto italiano che esce per una volta dal seminato, proponendo diversi di spunti di riflessione e osando anche sequenze abbastanza ardite e scivolose, come l’intero incipit ambientato nella festa neonazista. La maschera comica di Fabio De Luigi fa il resto, concentrando sull’attore romagnolo il senso di disorientamento e inadeguatezza tipico del mondo del lavoro contemporaneo e garantendo il solito carico di risate. Risate che stavolta si trasformano però in sorrisi a denti stretti, perché il mondo descritto da Pif è purtroppo perfettamente coerente con l’involuzione tecnologica e umana che stiamo vivendo.

Il nuovo prodotto Sky Original E noi come stronzi rimanemmo a guardare sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
6.5/10

Verdetto

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Nella speranza di non dover mai pronunciare queste parole, Pif mette in scena un sinistro scenario futuro in cui l’umanità è totalmente asservita all’intelligenza artificiale. Non tutti i temi sono affrontati con la giusta profondità, ma le riflessioni proposte dal film allo spettatore sono giuste e sempre più urgenti.

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Hawkeye: recensione dei primi due episodi della serie Marvel

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Hawkeye

Il 2021 del Marvel Cinematic Universe, che si è aperto con WandaVision e si chiuderà con Spider-Man: No Way Home, ci ha portato tanti progetti diversi per atmosfere e tematiche, soprattutto sul piccolo schermo. La sontuosa serie con Elizabeth Olsen era essenzialmente una toccante riflessione sull’elaborazione del lutto, The Falcon and the Winter Soldier apriva a svariate analisi geopolitiche e sociali, mentre Loki e What If…? spalancavano la porta al multiverso, fondamentale per il futuro del franchise. Dal 24 novembre, approda su Disney+ Hawkeye, nuova miniserie in 6 episodi con protagonisti Jeremy Renner e Hailee Steinfeld, che ci fa compiere un deciso salto in avanti nel tempo: dal 2023 di Avengers: Endgame al 2025.

Un lasso di tempo in cui il mondo ha cercato di metabolizzare i due schiocchi di Thanos e Tony Stark, ricorrendo anche alla mitizzazione degli stessi Avengers, protagonisti di cosplay lungo le strade e addirittura di musical di Broadway. Proprio durante una di queste rievocazioni ritroviamo Clint Barton, il Vendicatore meno soggetto al divismo, nonché quello che fra Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame aveva avuto la parabola umana più tortuosa e tormentata, con la scomparsa e la successiva riapparizione di tutta la sua famiglia, il suo temporaneo passaggio al lato oscuro, nelle vesti del killer Ronin, e la perdita della più cara amica Natasha Romanoff, sacrificatasi su Vormir per permettergli di conquistare la Gemma dell’Anima.

Un uomo che porta con sé tutto il dolore patito negli ultimi anni, ma che sta cercando faticosamente di ritrovare la propria pace interiore, godendosi qualche giorno di vacanza insieme ai suoi amati figli, ignaro del fatto che il passato sta per bussare di nuovo alla sua porta.

Hawkeye: passato e futuro della Marvel in una miniserie action a sfondo natalizio

Hawkeye

Photo by Chuck Zlotnick

Sulla strada di Occhio di Falco arriva Kate Bishop (una convincente Hailee Steinfeld), giovane ribelle e scapestrata la cui vita è cambiata bruscamente proprio durante la battaglia di New York vista in The Avengers, durante la quale Clint Barton si è distinto per coraggio e destrezza con il suo fidato arco. Da bambina altolocata, Kate ha dovuto infatti confrontarsi con un doloroso lutto e con un’improvvisa situazione di pericolo, crescendo poi nel mito di quel supereroe che, sprezzante del pericolo, abbatteva nemici con le sue frecce dai tetti della Grande Mela. Nel mondo post Thanos, Kate è una ragazza immatura e dal carattere difficile, che sogna di diventare a sua volta arciera, nonostante la madre (Vera Farmiga) e la sua nuova fiamma la spingano verso uno stile di vita più opulento e borghese.

L’operato di una pericolosa cospirazione criminale porta Kate a destreggiarsi pubblicamente col costume di Ronin, attirando inevitabilmente l’attenzione di Clint. Gli eventi portano così a un’improvvisata alleanza fra l’ex Avenger, che osserva con un misto di astio e rammarico la fama e la popolarità dei suoi compagni, e una sua potenziale allieva, che lo sprona a imbracciare nuovamente l’arco e a proteggere nuovamente il mondo da un’inaspettata minaccia.

Con Hawkeye, l’unico degli Avenger originali che non aveva ancora avuto un progetto dedicato può prendersi la luce dei riflettori, in un curioso mix di azione sullo sfondo del Natale (che riporta inevitabilmente alla mente Die Hard), commedia e buddy movie, che potrebbe avere profonde ripercussioni sul futuro del Marvel Cinematic Universe.

I fantasmi del passato

Photo by Mary Cybulski

Nel corso dei due episodi che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, Hawkeye si concentra soprattutto sulla caratterizzazione della new entry Kate Bishop. Hailee Steinfeld mette in scena un personaggio complesso e stratificato, che nonostante la sua estrazione sociale ama sporcarsi le mani, anche a costo di imbattersi in gravi pericoli. Il contrasto con il taciturno e diffidente Clint Barton è il terreno dal quale nascono diversi siparietti comici ma anche la pietra angolare su cui imbastire un rapporto che nelle prossime puntate potrebbe deflagrare in molteplici direzioni.

Mentre i protagonisti si annusano a vicenda, sottotraccia i registi Rhys Thomas e Bert e Bertie delineano la minaccia con cui si scontreranno. Fra vecchie e nuove conoscenze, sullo sfondo si staglia l’ingombrante presenza della Yelena Belova di Florence Pugh, letale sorella adottiva di Natasha che abbiamo già visto in azione in Black Widow, convinta che dietro la morte della Vedova Nera ci sia proprio Occhio di Falco. Un Avenger disilluso e logoro contro due giovani rampanti, decise per motivi diversi a prendersi la ribalta insieme a lui. Nei prossimi episodi di Hawkeye ci sarà sicuramente da divertirsi, grazie anche alla presenza di Lucky the Pizza Dog, cane privo di un occhio fidato compagno di Clint e Kate nelle loro avventure.

Hawkeye: ci sarà una seconda stagione?

Hawkeye

Photo by Mary Cybulski.

Il nostro giudizio su Hawkeye è inevitabilmente condizionato dalla visione incompleta della nuova serie Disney+. A fronte di due protagonisti ben caratterizzati e con una buona alchimia reciproca, non possiamo dire altrettanto dei personaggi secondari di Vera Farmiga, Tony Dalton e Brian d’Arcy James, sempre defilati e con motivazioni e personalità ancora poco chiare. I prossimi episodi ci diranno se con Hawkeye siamo di fronte a una nuova trave portante del Marvel Cinematic Universe, con una possibile prosecuzione per una seconda stagione, o davanti a un progetto suggestivo e ricco di spunti, ma fondamentalmente dimenticabile.

Overall
7/10

Verdetto

I primi due episodi di Hawkeye ci mettono di fronte a un progetto potenzialmente intrigante, ma che troverà la propria voce solo nel prosieguo della miniserie. Una coppia di protagonisti ben affiatati, nonostante siano agli antipodi per storia, carattere ed estrazione sociale, è il punto di forza di un racconto che può diventare fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe.

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Spider-Man: No Way Home, via al multiverso nel nuovo trailer!

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Spider-Man: No Way Home

Dopo una spasmodica attesa, alimentata dallo stesso protagonista Tom Holland sul suo profilo Instagram, è finalmente online il nuovo trailer di Spider-Man: No Way Home, film fondamentale per il futuro del Marvel Cinematic Universe. Come si evince da questa sontuosa anteprima, il film diretto da Jon Watts farà deflagrare il concetto del multiverso all’interno del franchise, permettendo così l’incontro fra personaggi appartenenti a universi differenti. Accanto a Holland, ci saranno così Zendaya, Marisa Tomei e Jacob Batalon, ma anche Alfred Molina nei panni di Dottor Octopus e Jamie Foxx in quelli di Electro, da loro già interpretati rispettivamente in Spider-Man 2 di Sam Raimi e in The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro di Marc Webb. In attesa di scoprire se anche Tobey Gaguire e Andrew Garfield faranno parte del progetto, vediamo cosa ci aspetta.

Spider-Man: No Way Home, il nuovo trailer

Questa la sinossi ufficiale del film:

Per la prima volta nella storia cinematografica di Spider-Man, viene rivelata l’identità del nostro amichevole eroe di quartiere, ponendo le sue responsabilità da supereroe in conflitto con la sua vita quotidiana e mettendo a rischio coloro a cui tiene di più. Quando chiede l’aiuto del Dottor Strange per ripristinare il suo segreto, l’incantesimo apre uno squarcio nel loro mondo, liberando i più potenti nemici mai affrontati da uno Spider-Man in qualsiasi universo. Ora Peter dovrà superare la sua più grande sfida, che non solo cambierà per sempre il suo futuro, ma anche quello del Multiverso.

Spider-Man: No Way Home arriverà nelle sale italiane il prossimo 15 dicembre, distribuito da Sony Pictures Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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