Easy Living - La vita facile Easy Living - La vita facile

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Easy Living – La vita facile: recensione del film di Peter e Orso Miyakawa

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In un’epoca fatta di pregiudizi e diffidenza nei confronti del prossimo e di confini mentali prima ancora che geografici, che si riflettono sull’intera industria culturale e cinematografica, appare perfettamente logico e coerente che siano due fratelli under 30 e cosmopoliti, abituati fin da giovanissimi a dividersi fra Italia, Giappone e Francia, a cercare di svecchiare la nostra cinematografia e di parlare di temi come l’immigrazione e l’alienazione in modo fresco e originale. L’opera prima di Peter e Orso Miyakawa Easy Living – La vita facile, in sala dal 24 settembre con I Wonder Pictures, è la sintesi di ciò che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo: storie che sanno spaziare dal particolare all’universale, fatte di personaggi veri, che riflettono i pregi e i vizi della società. E pazienza se l’inesperienza porta a qualche sbavatura di recitazione e montaggio: la tecnica si può affinare, la purezza di sguardo no.

Easy Living – La vita facile: frontiera e alienazione
Easy Living – La vita facile

Ci troviamo a Ventimiglia, nota anche come la porta occidentale d’Italia perché situata sul confine con la Francia. Un confine che per le dinamiche dell’Unione Europea ci appare quasi come una formalità, una separazione virtuale. La realtà però non è esattamente questa. In tempi di rigida regolamentazione dei flussi migratori, e di trafficanti senza scrupoli che si fanno pagare a peso d’oro anche i passaggi attraverso questi confini apparentemente labili, chi rimane da una parte della frontiera ci resta, a meno che non trovi qualcuno disposto a rischiare per lui. È questo il caso di Elvis, migrante clandestino bloccato a Ventimiglia, con la moglie, all’ottavo mese di gravidanza, che si trova invece dall’altra parte del confine. Elvis non si perde d’animo: veste abiti sgargianti e ha sempre la battuta pronta, ma il suo cuore è là, in quella Francia che può solo osservare dalla sua sdraio sgangherata.

L’esistenza spezzata di Elvis si incrocia con quella altrettanto bizzarra di Camilla, che sbarca il lunario contrabbandando medicinali dalla Francia all’Italia, del suo fratellastro quattordicenne Brando, lo sguardo più genuino e allo stesso tempo lucido sugli eventi, e di Don, maestro di tennis migrato dagli Stati Uniti all’Italia in cerca di affermazione e libertà, ma stretto in una vita fatta di tresche fugaci con le sue allieve over 50 e di velleità pittoriche relegate a poche ore serali. Il caso e un astruso circolo di tennis contribuiscono a unire questo stravagante quartetto e a dargli un obiettivo comune: aiutare Elvis a superare il confine e a ricongiungersi con la sua amata.

Easy Living – La vita facile: leggerezza e profondità

Easy Living – La vita facile

Easy Living – La vita facile sorprende soprattutto per la capacità di fondere la leggerezza dei dialoghi e delle situazioni con la profondità dei contenuti che vengono trattati, oltre che per il coraggio di raccontare il fenomeno della migrazione da prospettive pressoché inedite nel nostro cinema. La vicenda non è ambientata nella Lampedusa del pur eccellente Fuocoammare di Gianfranco Rosi, e manca del tutto la retorica della sofferenza e del disagio.

I fratelli Miyakawa traggono ispirazione dalla loro infanzia, e nello specifico dalle loro estati a Mentone, la prima cittadina francese confinante con Ventimiglia e di conseguenza con l’Italia, quando quel confine era ancora più effimero. La paura del terrorismo e della delinquenza ci ha però cambiati. Non ci sono né muri, né fili spinati, né eserciti schierati a separare Ventimiglia da Mentone, ma in Easy Living – La vita facile si percepisce chiaramente il clima di sospetto che aleggia in quei luoghi. Il confine è tangibile, e si può oltrepassare solo con un atto di fiducia e coraggio.

Altri avrebbero costruito un dramma ben più doloroso su questa vicenda, ma i Miyakawa optano invece per un approccio più limpido e frizzante, rendendo l’Elvis di Alberto Boubakar Malanchino un personaggio più vicino a un surfista californiano che ai disperati di cui ormai quotidianamente leggiamo le disavventure. C’è comprensione, non compassione.

Ben più complesso e contraddittorio è il Don di Manoel Hudec, personaggio talmente sopra le righe da sembrare uscito da un film di Wes Anderson, ma avvolto da un disagio esistenziale che lo avvicina al cinema indipendente degli Stati Uniti, che non a caso sono la sua patria e la nazione in cui Peter e Orso Miyakawa hanno svolto il loro percorso di studi in ambito cinematografico.

Easy Living – La vita facile e I 400 colpi

Easy Living – La vita facile

A mediare fra la speranzosa rassegnazione di Elvis e la goliardica solitudine di Don ci sono due fratelli decisamente agli antipodi. Da una parte la praticità della Camilla di Camilla Semino Favro, che si adatta al clima di frontiera di Ventimiglia sfruttandone le falle, dall’altro l’ingenuo Brando di James Miyakawa (fratello minore dei registi), il cui punto di vista incantato sulla vita e sulle complesse dinamiche di queste zone coincide con quello dei due cineasti, da sempre cittadini del mondo. Ci sarebbe tutto il materiale necessario per trasformare il quartetto in un triangolo amoroso, e per ridurre quella che prima di tutto è una riflessione sulla solitudine e sullo straniamento all’ennesima mera vicenda sentimentale. I Miyakawa cercano però una strada più virtuosa, anche correndo il rischio di fare disaffezionare lo spettatore da questi bislacchi personaggi, che si cercano, si avvicinano e sul più bello indietreggiano.

Easy Living – La vita facile si trasforma così in un racconto di sguardi, spesso ben più rivelatori dei dialoghi nel personale italiano di Elvis e Don, e soprattutto di paesaggi, sapientemente fotografati da Andrey Nuzhnyy. Difficile infatti non rimanere incantati dal fascino della costa ligure e dei suoi strapiombi, che si scontrano inevitabilmente con la sovrastruttura umana fatta di frontiera e di burocrazia, e di stratagemmi per aggirarle, soprattutto se il colore della propria pelle può destare qualche sospetto di troppo.

Come accennavamo in apertura, è però doveroso riscontrare anche qualche difetto nell’operato dei Miyakawa, a partire dalla recitazione a tratti legnosa dei protagonisti, penalizzata da un montaggio sulle loro battute non sempre certosino. A non convincere del tutto sono inoltre alcune sequenze come quella del doppio a tennis, momento importante per le dinamiche del quartetto, ma troppo raffazzonato nella resa, e un finale che richiama I 400 colpi, senza averne la medesima forza.

Due nuove voci nel panorama cinematografico italiano

Qualche difetto tecnico non cancella la sensazione di essere di fronte a un’opera prima sorprendentemente matura e compatta da parte di due registi molto giovani (classe 1992 Orso, mentre Peter è del 1995). Forse è ancora presto per stabilire di essere di fronte a due nuove realtà del cinema italiano, ma Easy Living – La vita facile è sufficiente per affermare che abbiamo due voci uniche da ascoltare e da diffondere. Due autori veri, che in un periodo di frontiere chiuse ci ricordano che i confini più invalicabili sono spesso quelli della nostra mente, e lo fanno senza piegarsi alla lacrima facile, ma raccontandoci semplicemente la vita che scorre, con tutte le sue incoerenze e mediocrità.

Overall
7.5/10

Verdetto

I fratelli Miyakawa mettono in scena un’opera prima leggera e allo stesso tempo molto profonda, che ci racconta la vita nei territori di frontiera. I difettivi tecnici non affievoliscono la sensazione di essere di fronte a due notevoli autori.

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Old: recensione del film di M. Night Shyamalan con Gael García Bernal

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Old

Il cinema di M. Night Shyamalan è da sempre diretto discendente di quello di due maestri della settima arte: Steven Spielberg e Alfred Hitchcock. Da una parte il gusto per l’avventura e per le persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie del cineasta americano, dall’altro il piacere della suspense e la voglia di indagare sui lati più torbidi dell’animo umano, temi cari al regista britannico. Non stupisce quindi che, dopo aver concluso con SplitGlass la trilogia iniziata da Unbreakable – Il predestinato, Shyamalan metta di nuovo in scena il suo amore per i suoi punti di riferimento nella sua ultima fatica Old, al cinema dal 21 luglio grazie a Universal Pictures. Un’opera carica di tensione e mistero, liberamente adattata dalla graphic novel Castello di sabbia, edita in Italia da Coconino Press.

Old: il dialogo con il tempo e con la natura di M. Night Shyamalan
Old

Ci troviamo in una spiaggia da sogno, parte di un resort esclusivo e lussuoso in cui si recano in vacanza tre diversi nuclei familiari. Queste persone si ritrovano a condividere questo piccolo angolo di Paradiso, che in breve tempo assume però contorni sinistri e spaventosi, quando un cadavere di una giovane donna affiora dal mare. È solo il primo di una serie di eventi paradossali e inspiegabili. Gli 11 personaggi capiscono ben presto che sulla spiaggia in cui si trovano il tempo scorre molto più velocemente, accelerando di conseguenza tutti i processi fisiologici, come la crescita e l’invecchiamento. Mentre i protagonisti cercano una via di fuga da questa prigione invisibile, la tensione fra loro aumenta sempre di più.

Uno spunto che fa pensare soprattutto al cinema di Christopher Nolan, letteralmente ossessionato dal tempo e dalla sua distorsione, e alla celeberrima serie televisiva Lost (con cui Old condivide non a caso la presenza nel cast di Ken Leung), che ambientava proprio su un’isola il suo irresistibile puzzle di enigmi e misteri. Shyamalan inserisce queste tematiche all’interno della classica dinamica da thriller a eliminazione alla Dieci piccoli indiani, riversando al tempo stesso su Old le colonne portanti del suo cinema.

Come nel sottovalutato E venne il giorno, siamo infatti di fronte a una minaccia invisibile e perciò ancora più difficile da affrontare, rinvigorita da un messaggio ambientalista che emerge con forza nell’atto finale. Non mancano poi i ritratti di personaggi mentalmente instabili (la cui presenza in questo caso è motivata da uno specifico risvolto nel finale), come l’ormai proverbiale Shyamalan twist, colpo di scena ficcante ed efficace con cui il regista espande l’universo della graphic novel, facendolo suo.

Fra Hitchcock e Spielberg

Come accennavamo in apertura, anche in Old Shyamalan torna alle sue radici cinematografiche e cinefile, cioè Spielberg e Hitchcock. La remota isola in cui è ambientato l’ultimo lavoro del regista indiano, in cui le persone giocano a fare Dio e si ritrovano a loro volta impotenti di fronte a una forza più potente di loro, potrebbe tranquillamente essere una gemella della leggendaria Isla Nublar di Jurassic Park. Echi spielberghiani si riscontrano anche nei personaggi, in particolare nel nucleo familiare di Gael García Bernal e Vicky Krieps, con i genitori che vogliono regalare ai figli un’ultima serena vacanza insieme prima dell’inevitabile divorzio. Divorzio che, da E.T. l’extra-terrestre in avanti, è stato spesso rappresentato dal cineasta americano, per via della sua esperienza personale con la fine dei matrimoni e con le famiglie disfunzionali.

Contemporaneamente, Old è anche un’opera puramente hitchcockiana, non solo per la crescente suspense, alimentata da Shyamalan con vorticose inquadrature intorno ai propri protagonisti, ma anche per l’utilizzo di una location da sogno, alimentata da una splendida luce naturale, come teatro di un vero e proprio incubo a occhi aperti, sulla scia di quanto fatto dal regista britannico in Intrigo internazionale. Da ammiratore di Hitchcock, Shyamalan ama inoltre comparire nelle sue opere con cameo che, come in questo caso, hanno un significato preciso e altamente simbolico. Stavolta, il regista indiano si ritaglia il ruolo dell’addetto del resort che accompagna le famiglie alla spiaggia, aprendo a loro i cancelli dell’orrore, nonché della persona che vediamo più volte osservare dall’alto le disgrazie dei protagonisti, in una metafora del mestiere del regista e del cinema stesso simile a quella alla base de La finestra sul cortile.

Old è un elogio della sintesi cinematografica
Old

Al di là delle contaminazioni artistiche, Old è un’opera che esprime tutta la personale poetica di Shyamalan. Il nostro gioca come sempre con generi e registri, flirtando con la fantascienza, allestendo una sorta di spaventoso thriller balneare e concedendosi anche qualche divagazione horror, soprattutto con alcune fantasiose e terrificanti morti dei personaggi.

Da sublime indagatore del contemporaneo qual è, Shyamalan lancia però al tempo stesso una provocazione artistica e intellettuale. In un’epoca contrassegnata da annacquati prodotti seriali, che dilatano eventi e contenuti nell’arco di diversi episodi o addirittura di intere stagioni, il regista ribadisce l’ineguagliabile fascino della sintesi cinematografica, concentrando in meno di due ore dello spettatore, e in una singola giornata dei protagonisti, l’intero arco di diverse esistenze. La particolare condizione che vivono i personaggi ci fa infatti viaggiare nel sogno/incubo di vivere alcune fasi della nostra esistenza in pochi minuti: dalla nascita alla vecchiaia, passando per la maturità sessuale, il progressivo sfiorire della gioventù e la malattia.

Come alcune delle opere migliori di Shyamalan, Old è spesso sconnesso, incostante, eccessivo e disarticolato. Ma da questo guazzabuglio cinematografico emergono sprazzi di grandissimo cinema, che toccano temi universali come l’evoluzione nel tempo di un amore, il rapporto con la malattia o la presa di coscienza del definitivo superamento di una fase della vita, ricordandoci che dobbiamo sempre e comunque confrontarci con una natura intorno a noi che non possiamo né comprendere, né prevedere. Una forza misteriosa e silenziosa, a cui possiamo solamente adeguarci, perché ogni tentativo di andare contro di essa è vano e dannoso. Un’entità sinistra e austera vera e propria protagonista di Old, che in fondo non è che l’angosciante esasperazione dell’adagio «Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate», firmato ovviamente da Alfred Hitchcock.

Overall
8/10

Verdetto

M. Night Shyamalan dà vita a una nuova angosciante e spaventosa riflessione sulla natura, mettendo in scena la sua personale versione della distorsione temporale tanto cara a Christopher Nolan. Un viaggio nei nostri sogni e nelle nostre paure, non esente da passaggi a vuoto ma sostenuto da una precisa idea di cinema e narrazione.

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E venne il giorno: recensione del film di M. Night Shyamalan

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E venne il giorno

«È stato un atto della natura e noi non lo capiremo mai del tutto». Questa frase, pronunciata non a caso sia nei primi minuti che nelle battute conclusive di E venne il giorno, racchiude il nucleo della controversa opera di M. Night Shyamalan, con protagonisti Mark Wahlberg e Zooey Deschanel. Un lavoro sghembo, bizzarro e a tratti paradossale, ma allo stesso tempo denso di contenuti, suggestioni e soluzioni visive; odiato dalla critica e dagli addetti ai lavori (ben quattro nomination ai Razzie Awards del 2008, incluse quelle per peggior film e peggiore regia), ma capace di ottenere un buon riscontro al botteghino, con 163 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di 48 milioni. Un’opera messa ingiustamente ai margini della storia recente del cinema americano, che ha invece il merito di riflettere sull’isteria collettiva post 11 settembre e di anticipare un messaggio ambientalista oggi sempre più urgente.

E venne il giorno: la cupa favola ambientalista di M. Night Shyamalan

E venne il giorno

Siamo nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria che ha tolto certezze economiche e sociali a una generazione intera, sette anni dopo gli attentati che hanno cambiato la storia di New York e di tutto il mondo e 11 anni prima della pandemia che sta ancora pesantemente influenzando le nostre vite. Tre eventi apparentemente indipendenti fra loro, ma che in qualche modo fanno parte dell’ossatura di E venne il giorno. La cupa favola ambientalista travestita da disaster movie di Shyamalan si apre significativamente a Central Park, il polmone verde della Grande Mela ancora ferita dalla perdita delle sue iconiche torri, che la macchina da presa del regista sembra quasi cercare nel fosco cielo che si staglia sul parco.

«Non ricordo dove sono», dice una ragazza alzando lo sguardo dal libro che sta leggendo. La prima battuta pronunciata in E venne il giorno è una duplice dichiarazione di intenti: simboleggia lo stato d’animo di una nazione ancora scossa dall’11 settembre e in perenne paranoia, ma è anche uno degli svariati dialoghi paradossali che sentiamo nel corso del racconto. «Eri al punto in cui i killer decidono cosa fare della ragazza handicappata», risponde l’amica della ragazza, svelando la prima voluta insensatezza di E venne il giorno: perché mai una persona dovrebbe sapere il punto del libro in cui si trova una sua conoscente?

Una domanda destinata a rimanere senza risposta, proprio come il grande quesito alla base dell’opera di Shyamalan, cioè l’origine di una sorta di follia collettiva, che spinge al suicidio prima gli abitanti della città di New York, poi tutto il nord-est degli Stati Uniti.

Fra Alfred Hitchcock e Steven Spielberg

E venne il giorno

Dopo un preludio che lascia presagire le classiche atmosfere da film catastrofico, con quelle inquadrature delle persone che si tolgono la vita gettandosi da un palazzo che ancora una volta non possono non richiamare le struggenti immagini dell’11 settembre, Shyamalan mette in scena il suo beffardo piano, con l’esplicito fine di sovvertire le nostre aspettative e di giocare coi canoni del genere. Proprio quando dovrebbe accelerare, il ritmo del racconto frena bruscamente, per concentrarsi su lunghi dialoghi. Le sequenze catastrofiche sono assenti e lasciano spazio a scenari bucolici, che i personaggi attraversano ignari del pericolo, che potrebbe arrivare proprio dalla flora intorno a loro.

Gli stessi protagonisti sono l’esatto contrario di ciò che ci aspetta da un progetto di questo tipo: nessun eroe senza macchia, ma una coppia in crisi formata da un professore di scienza alle prese con il vano tentativo di dare una spiegazione agli eventi e dall’anonima Alma, che sbaglia tutto ciò che si può sbagliare, compresi i riferimenti ai suoi film preferiti. Ma la scelta più beffarda e sottile di Shyamalan è quella di ribaltare contemporaneamente il cinema dei due maestri a cui viene più frequentemente accostato, cioè Alfred Hitchcock e Steven Spielberg. Il regista persegue infatti la suspense tanto cara a Hitchcock, senza però appagarci con la soluzione dell’enigma, mettendo in scena un thriller senza assassino, o nel migliore dei casi un giallo il cui colpevole è invisibile.

E venne il giorno: un’opera precorritrice dei tempi

Al tempo stesso, Shyamalan omaggia anche Spielberg e i suoi racconti di persone ordinarie alle prese con circostanze straordinarie, sottraendo però tutta la magia delle favole del cineasta statunitense. Nessuna bicicletta che prende il volo, nessun Graal da ricercare, nessuno spettacolare scontro con l’ignoto; solo un nucleo familiare sempre più fragile alle prese con la paranoia di un’intera nazione, vera antagonista di E venne il giorno, al pari delle presunte tossine rilasciate dalle piante per difendersi dagli umani.

Da fine indagatore della nostra epoca, Shyamalan dà vita a un vero e proprio trattato sociologico sulle nostre reazioni a un evento di portata globale e sul nostro rapporto con tutto ciò che sfugge alla nostra comprensione. È sorprendente notare oggi gli inquietanti punti di contatto fra il percorso dei coniugi Moore e la realtà che stiamo vivendo, che per certi versi rendono E venne il giorno un’opera precorritrice dei nostri tempi.

Ci riferiamo alla sequenza in cui una classe osserva ciò che sta accadendo sullo schermo di uno smartphone, definitivamente sdoganato solo un anno prima col lancio dell’iPhone, ma anche alle reazioni delle persone alla minaccia globale, che spaziano da un ingiustificato ottimismo («Le probabilità che possa succedere anche a Philadelphia sono pari a zero») al negazionismo («Un avvertimento? Si potrebbe accettare questa versione se fosse successo in un altro posto, in uno qualunque, tutti crederemmo alla sua teoria»), passando per il complottismo («Che razza di terroristi sono questi?») e il più cieco terrore («Non vi farò portare dentro quel gas avvelenato!»).

E venne il giorno: Shyamalan sovverte le regole della narrazione

In uno dei momenti più dolorosi di E venne il giorno, che coincide con la presa di coscienza da parte del personaggio di John Leguizamo dell’impossibilità di sfuggire a una minaccia che si propaga per via aerea, Shyamalan ci introduce addirittura la crescita esponenziale dei contagi («Quanto avresti se ti dicessi che ti pago un penny il primo giorno, e poi due penny il secondo e poi quattro il terzo e continuassi a raddoppiarli per tutto il mese?»), concetto con cui purtroppo abbiamo imparato a convivere.

Sfruttando consapevolmente il nonsense tipico dei B-movie (Mark Wahlberg che parla con una pianta, l’assurda fuga dal vento, lo scambio di confessioni fra lo stesso Wahlberg e l’inebetita Zooey Deschanel) Shyamalan sovverte ripetutamente le regole della narrazione, in un parallelo con l’irrazionalità del genere umano quando posto sotto pressione. Sono da leggere in questo senso la banalità dei dialoghi, la recitazione artefatta di tutti gli interpreti principali e le numerose forzature che il regista opera per condurci a un lieto fine di facciata, dove l’inseguitore si ricongiunge finalmente con l’inseguita. Un epilogo familiare conciliatorio, immediatamente negato dall’ultima sequenza di E venne il giorno.

Non mancano alcune finezze registiche, come l’eloquente inquadratura di una centrale nucleare circondata da alberi: un’immagine che ci porta a identificare in quelle sinistre costruzioni il colpevole del disastro, che invece è proprio rappresentato da quelle apparentemente pacifiche piante. A sottolineare l’intento metacinematografico del regista sono numerosi dettagli, come il fatto che il suo classico cameo di hitchcockiana memoria sia la voce del potenziale amante di Alma, cioè colui che mina la stabilità familiare, o la scelta di utilizzare per il suo proverbiale twist un non-twist, cioè l’improvvisa scomparsa della minaccia, e addirittura lo stesso titolo originale The Happening: l’avvenimento, una parola generica per cercare di descrivere l’indescrivibile.

Un solenne monito all’umanità

E venne il giorno

Più che la cronaca di una catastrofe, E venne il giorno è un percorso di accettazione dell’insensatezza della vita. Una riflessione che passa per il confronto con il divino, simboleggiato da una natura minacciosa e austera, ma che si concentra anche sulla fragilità della coppia: conosciamo i coniugi Moore divisi da troppi silenzi e da opinioni opposte sui figli, li vediamo unirsi contro le minacce esterne, approfondire il loro legame grazie all’ospitalità di un’anziana signora, sopportare l’isolamento nell’atto conclusivo e infine riunirsi in un epilogo intenzionalmente plastico e ovattato, con una gravidanza che si affianca alla custodia della piccola Jess.

«Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita», si legge sulla lavagna di Wahlberg al termine di una delle scene cardine di E venne il giorno. Una frase attribuita a Einstein che enfatizza il doppio filo che lega l’uomo alla flora e alla fauna circostanti, ma che mette in rilievo anche la quantità di informazioni e conoscenze che ci sono precluse.

E venne il giorno si trasforma così in un solenne monito all’umanità: la natura cercherà sempre di proteggersi dai comportamenti aggressivi del genere umano, ma noi, come sottolineano un eminente scienziato e un alunno scapestrato di Wahlberg, non riusciremo mai a comprendere pienamente ciò che ci succede. Riusciremo a imparare questa lezione? A quanto pare, la strada da fare in questo senso è ancora tanta. E il nemico, invisibile e silenzioso, è ancora là fuori.

Overall
8.5/10

Verdetto

E venne il giorno è una delle opere più profonde e incomprese della carriera di M. Night Shyamalan, capace di raccontare la paranoia post 11 settembre e di anticipare il trauma collettivo della pandemia. Il tutto con un impianto narrativo che irride il disaster movie e gioca continuamente con le aspettative dello spettatore.

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Netflix

A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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