Easy Living – La vita facile: recensione del film di Peter e Orso Miyakawa

Easy Living – La vita facile: recensione del film di Peter e Orso Miyakawa

In un’epoca fatta di pregiudizi e diffidenza nei confronti del prossimo e di confini mentali prima ancora che geografici, che si riflettono sull’intera industria culturale e cinematografica, appare perfettamente logico e coerente che siano due fratelli under 30 e cosmopoliti, abituati fin da giovanissimi a dividersi fra Italia, Giappone e Francia, a cercare di svecchiare la nostra cinematografia e di parlare di temi come l’immigrazione e l’alienazione in modo fresco e originale. L’opera prima di Peter e Orso Miyakawa Easy Living – La vita facile, in sala dal 24 settembre con I Wonder Pictures, è la sintesi di ciò che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo: storie che sanno spaziare dal particolare all’universale, fatte di personaggi veri, che riflettono i pregi e i vizi della società. E pazienza se l’inesperienza porta a qualche sbavatura di recitazione e montaggio: la tecnica si può affinare, la purezza di sguardo no.

Easy Living – La vita facile: frontiera e alienazione
Easy Living – La vita facile

Ci troviamo a Ventimiglia, nota anche come la porta occidentale d’Italia perché situata sul confine con la Francia. Un confine che per le dinamiche dell’Unione Europea ci appare quasi come una formalità, una separazione virtuale. La realtà però non è esattamente questa. In tempi di rigida regolamentazione dei flussi migratori, e di trafficanti senza scrupoli che si fanno pagare a peso d’oro anche i passaggi attraverso questi confini apparentemente labili, chi rimane da una parte della frontiera ci resta, a meno che non trovi qualcuno disposto a rischiare per lui. È questo il caso di Elvis, migrante clandestino bloccato a Ventimiglia, con la moglie, all’ottavo mese di gravidanza, che si trova invece dall’altra parte del confine. Elvis non si perde d’animo: veste abiti sgargianti e ha sempre la battuta pronta, ma il suo cuore è là, in quella Francia che può solo osservare dalla sua sdraio sgangherata.

L’esistenza spezzata di Elvis si incrocia con quella altrettanto bizzarra di Camilla, che sbarca il lunario contrabbandando medicinali dalla Francia all’Italia, del suo fratellastro quattordicenne Brando, lo sguardo più genuino e allo stesso tempo lucido sugli eventi, e di Don, maestro di tennis migrato dagli Stati Uniti all’Italia in cerca di affermazione e libertà, ma stretto in una vita fatta di tresche fugaci con le sue allieve over 50 e di velleità pittoriche relegate a poche ore serali. Il caso e un astruso circolo di tennis contribuiscono a unire questo stravagante quartetto e a dargli un obiettivo comune: aiutare Elvis a superare il confine e a ricongiungersi con la sua amata.

Easy Living – La vita facile: leggerezza e profondità

Easy Living – La vita facile

Easy Living – La vita facile sorprende soprattutto per la capacità di fondere la leggerezza dei dialoghi e delle situazioni con la profondità dei contenuti che vengono trattati, oltre che per il coraggio di raccontare il fenomeno della migrazione da prospettive pressoché inedite nel nostro cinema. La vicenda non è ambientata nella Lampedusa del pur eccellente Fuocoammare di Gianfranco Rosi, e manca del tutto la retorica della sofferenza e del disagio.

I fratelli Miyakawa traggono ispirazione dalla loro infanzia, e nello specifico dalle loro estati a Mentone, la prima cittadina francese confinante con Ventimiglia e di conseguenza con l’Italia, quando quel confine era ancora più effimero. La paura del terrorismo e della delinquenza ci ha però cambiati. Non ci sono né muri, né fili spinati, né eserciti schierati a separare Ventimiglia da Mentone, ma in Easy Living – La vita facile si percepisce chiaramente il clima di sospetto che aleggia in quei luoghi. Il confine è tangibile, e si può oltrepassare solo con un atto di fiducia e coraggio.

Altri avrebbero costruito un dramma ben più doloroso su questa vicenda, ma i Miyakawa optano invece per un approccio più limpido e frizzante, rendendo l’Elvis di Alberto Boubakar Malanchino un personaggio più vicino a un surfista californiano che ai disperati di cui ormai quotidianamente leggiamo le disavventure. C’è comprensione, non compassione.

Ben più complesso e contraddittorio è il Don di Manoel Hudec, personaggio talmente sopra le righe da sembrare uscito da un film di Wes Anderson, ma avvolto da un disagio esistenziale che lo avvicina al cinema indipendente degli Stati Uniti, che non a caso sono la sua patria e la nazione in cui Peter e Orso Miyakawa hanno svolto il loro percorso di studi in ambito cinematografico.

Easy Living – La vita facile e I 400 colpi

Easy Living – La vita facile

A mediare fra la speranzosa rassegnazione di Elvis e la goliardica solitudine di Don ci sono due fratelli decisamente agli antipodi. Da una parte la praticità della Camilla di Camilla Semino Favro, che si adatta al clima di frontiera di Ventimiglia sfruttandone le falle, dall’altro l’ingenuo Brando di James Miyakawa (fratello minore dei registi), il cui punto di vista incantato sulla vita e sulle complesse dinamiche di queste zone coincide con quello dei due cineasti, da sempre cittadini del mondo. Ci sarebbe tutto il materiale necessario per trasformare il quartetto in un triangolo amoroso, e per ridurre quella che prima di tutto è una riflessione sulla solitudine e sullo straniamento all’ennesima mera vicenda sentimentale. I Miyakawa cercano però una strada più virtuosa, anche correndo il rischio di fare disaffezionare lo spettatore da questi bislacchi personaggi, che si cercano, si avvicinano e sul più bello indietreggiano.

Easy Living – La vita facile si trasforma così in un racconto di sguardi, spesso ben più rivelatori dei dialoghi nel personale italiano di Elvis e Don, e soprattutto di paesaggi, sapientemente fotografati da Andrey Nuzhnyy. Difficile infatti non rimanere incantati dal fascino della costa ligure e dei suoi strapiombi, che si scontrano inevitabilmente con la sovrastruttura umana fatta di frontiera e di burocrazia, e di stratagemmi per aggirarle, soprattutto se il colore della propria pelle può destare qualche sospetto di troppo.

Come accennavamo in apertura, è però doveroso riscontrare anche qualche difetto nell’operato dei Miyakawa, a partire dalla recitazione a tratti legnosa dei protagonisti, penalizzata da un montaggio sulle loro battute non sempre certosino. A non convincere del tutto sono inoltre alcune sequenze come quella del doppio a tennis, momento importante per le dinamiche del quartetto, ma troppo raffazzonato nella resa, e un finale che richiama I 400 colpi, senza averne la medesima forza.

Due nuove voci nel panorama cinematografico italiano

Qualche difetto tecnico non cancella la sensazione di essere di fronte a un’opera prima sorprendentemente matura e compatta da parte di due registi molto giovani (classe 1992 Orso, mentre Peter è del 1995). Forse è ancora presto per stabilire di essere di fronte a due nuove realtà del cinema italiano, ma Easy Living – La vita facile è sufficiente per affermare che abbiamo due voci uniche da ascoltare e da diffondere. Due autori veri, che in un periodo di frontiere chiuse ci ricordano che i confini più invalicabili sono spesso quelli della nostra mente, e lo fanno senza piegarsi alla lacrima facile, ma raccontandoci semplicemente la vita che scorre, con tutte le sue incoerenze e mediocrità.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

I fratelli Miyakawa mettono in scena un’opera prima leggera e allo stesso tempo molto profonda, che ci racconta la vita nei territori di frontiera. I difettivi tecnici non affievoliscono la sensazione di essere di fronte a due notevoli autori.

Marco Paiano

Marco Paiano