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Eileen: recensione del film con Thomasin McKenzie e Anne Hathaway

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Un thriller psicologico dalle atmosfere hitchcockiane, con un personaggio che si chiama Rebecca; una rivisitazione in chiave noir dell’appassionato intreccio di Carol; un torbido racconto sullo sguardo e sull’immaginazione, che strizza l’occhio al cinema di Brian De Palma. Tutto questo è Eileen, opera seconda di William Oldroyd, che dopo il suo Lady Macbeth, con cui ha imposto all’attenzione generale il talento di Florence Pugh, torna a dare vita a un dramma a trazione femminile con protagoniste due delle migliori attrici delle rispettive generazioni, Thomasin McKenzie e Anne Hathaway.

Ci troviamo nel New England degli anni ’60, rigido sia dal punto di vista climatico che da quello etico e morale. Mentre si avvicina il Natale, la vita della giovane Eileen (Thomasin McKenzie), sospesa fra un insoddisfacente impiego in un carcere minorile e la cura del padre alcolizzato, viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo nell’istituto della psicologa Rebecca (Anne Hathaway). Attraversata da una fortissima carica erotica nei confronti della nuova arrivata, Eileen inizia con lei un rapporto sempre più stretto, fatto di sottili sfumature e di emblematici non detti. La violenza che cinge il carcere irrompe però nella vita delle due donne, portandole in territori oscuri e pericolosi.

Eileen: Thomasin McKenzie e Anne Hathaway in un torbido thriller psicologico

Eileen

Il lavoro di William Oldroyd (tratto dall’omonimo romanzo di Ottessa Moshfegh) è una storia di prigioni, fisiche ed emotive. La rigida e austera struttura del carcere riverbera infatti nell’animo delle protagoniste, entrambe insoddisfatte delle loro esistenze, anche se per motivi diversi. Da una parte abbiamo Eileen, assalita da dubbi, imbarazzi e pulsioni contrastanti, perfettamente tratteggiate da Thomasin McKenzie, che conferma le doti interpretative messe già in mostra in Jojo Rabbit, Old e Ultima notte a Soho. Dall’altra parte Rebecca, che è presenza eterea e aggraziata all’interno del carcere ma allo stesso tempo potenziale dark lady, grazie alla solita superba Anne Hathaway, di nuovo alle prese con un personaggio ambiguo e per certi versi inquietante dopo Mothers’ Instinct.

Il sentimento fra le due cuoce a fuoco lento, con una sensualità lambita dal regista ma mai deflagrante, se non nell’immaginazione e nel desiderio represso di Eileen. Un labirinto di emozioni e di passioni, che proprio nel momento in cui crediamo di essere arrivati all’uscita si rigenera sterzando in direzione del thriller, pur mantenendo la sua carica erotica. Un cinema ambizioso e rischioso, e in quanto tale da difendere e proteggere anche quando i risultati si collocano al di sotto delle potenzialità, come in questo caso.

L’ottimo lavoro delle protagoniste

In un continuo peregrinare fra suggestioni pruriginose e tensione sentimentale e criminale, con la cornice dell’America bigotta e puritana dell’epoca, William Oldroyd trasforma il film in un racconto a immagine e somiglianza della sua impacciata giovane protagonista, che proprio come lei non riesce mai a spiccare definitivamente il volo, nonostante le ottime premesse. Un’opera costantemente e volutamente trattenuta, con risultati contrastanti.

Non si può che lodare il lavoro svolto dalle due protagoniste e in particolare da Thomasin McKenzie, che non soffre minimamente il confronto con la più celebre ed esperta collega, ma al contrario le tiene testa con un’interpretazione dai registri opposti e complementari, fatta di sguardi ammaliati, di piccoli tic nervosi e di tante malcelate fragilità. La svolta che dà il via a un terzo a un terzo atto intriso di violenza, inganni e sogni infranti raccoglie i frutti di questo lavoro sulle interpreti, lasciando spiazzati e al contempo amareggiati per una parabola esistenziale condannata al crimine e alla frustrazione.

Eileen

Nonostante ciò, si ha la sensazione che il risultato sia minore della somma delle sue notevoli parti, principalmente a causa di una scrittura in eccessivo controllo, che si limita ad alludere senza mai scavare a fondo. Del sublime cinema di Alfred Hitchcock resta così solo l’ossatura, con esiti comunque apprezzabili ma non travolgenti.

Eileen è disponibile nelle sale italiane dal 30 maggio, distribuito da Lucky Red e Universal Pictures.

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Dove vedere Eileen in streaming

6,5/10
Il voto di Marco Paiano

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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

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The Basics of Philosophy

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.

Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.

The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

The Basics of Philosophy

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.

John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

The Basics of Philosophy

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.

7/10
Il voto di Marco Paiano
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

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Bucking Fastard

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.

Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.

Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.

Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.

La scheggia impazzita di Venezia 83

Bucking Fastard

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?

Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

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Nessun dolore

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.

Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.

Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.

La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.

Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.

5/10
Il voto di Lucia Tedesco
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