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Essi vivono: recensione del film di John Carpenter

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«Dovete capire una cosa: è un documentario. Non è fantascienza». È John Carpenter in persona a chiarire nel corso di un’intervista la sua personale visione di Essi vivono, una delle sue opere più conosciute e amate. Una posizione netta e limpida, come netto e limpido è questo straordinario film del 1988 che, anche se nel corso del tempo è stato scioccamente tirato per la giacchetta per sostenere le più disparate fesserie o le più bizzarre teorie del complotto, non ha perso una virgola del suo fascino incendiario, diventando al contrario sempre più lucido e attuale.

Essi vivono prende spunto da Alle otto del mattino, un racconto del 1963 di Ray Nelson, ma la sua principale fonte di ispirazione è la società statunitense dell’epoca, all’apice della Reaganomics e dello yuppismo, a loro volta discendenti diretti del più cinico e bieco capitalismo. Un sistema marcio e corrotto, che cavalcando gli ultimi resti del famigerato sogno americano ha spinto l’intero Occidente a un consumismo sfrenato, in direzione di uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità economiche e verso il mito del successo professionale a ogni costo, lasciando soltanto macerie e aumentando le disparità sociali.

In questo desolante quadro facciamo la conoscenza di un personaggio che è letteralmente nessuno, ovvero John Nada, perfetto per l’attore feticcio di John Carpenter, Kurt Russell, ma interpretato invece Roddy Piper, di professione wrestler ma prestato con successo alla recitazione, anche se privo di particolari doti espressive.

Essi vivono non è un film di fantascienza, è un documentario

Nada è l’emblema della metà del cielo di cui il capitalismo non si interessa, ovvero un’impressionante moltitudine di poveri e precari, privi di qualsiasi tipologia di tutela o sussidio. Lo vediamo spostarsi da Denver a una fosca Los Angeles, munito solo di uno zaino e di un sacco a pelo, alla speranzosa ricerca di un lavoro. Dopo essersi scontrato con l’insensatezza del sistema, sotto forma di ufficio di collocamento, l’uomo trova un instabile impiego come operaio in un cantiere edile nei pressi di una baraccopoli, stringendo inoltre amicizia con il suo collega nero Frank Armitage (Keith David, già diretto da John Carpenter ne La cosa). Mentre la sua esistenza sembra incanalarsi verso una pallida imitazione della normalità, Nada si imbatte fortuitamente nelle misteriose attività di una chiesa situata in mezzo al più totale degrado.

Fra predicatori che esortano a un risveglio, messaggi televisivi che si sovrappongono brevemente alle normali trasmissioni e inquietanti messaggi registrati, Nada trova una scatola piena di occhiali da sole. Dirigendosi verso un’area popolata, indossa uno di questi oggetti, che gli rivela l’agghiacciante realtà. Sotto le sembianza di cartelloni pubblicitari, schermi e riviste, si celano messaggi subliminali come “Obbedite“, “Restate addormentati“, “Non pensate“, “Consumate“, “Sposatevi e riproducetevi“, “Non mettete in dubbio l’autorità“. Nada scopre inoltre che fra le persone benestanti, le forze dell’ordine e le figure di potere si nascondono esseri alieni dalla testa di zombie, tutti parte della medesima cospirazione, nonché allarmati nel momento in cui scoprono che l’uomo è in grado di riconoscerli.

Lo sguardo aspro e corrosivo di John Carpenter

Non è un caso che questa epifania su un mondo in cui informazione, intrattenimento e istituzioni fanno tutte parte di un sistema volto a controllare e soggiogare il popolo arrivi dal basso, per la precisione da un uomo di cui non sappiamo nulla ma che ha chiaramente perso tutto, ancora fedele alla propria patria («Io credo nell’America. Io seguo le regole», dice) nonostante la palese assenza di qualsiasi forma di ascensore sociale per una persona nelle sue condizioni.

La prospettiva perfetta per lo sguardo aspro e corrosivo di John Carpenter, che non risparmia nessuno: persone che in televisione ambiscono a diventare famose e a essere seguite e ammirate (decenni prima di influencer e content creator), forze dell’ordine pronte a reprimere con la forza qualsiasi forma di dissenso (nulla è cambiato in questo senso), mass media pronti a fare la loro parte per ammansire il popolo, con sinistri richiami all’altrettanto formidabile Videodrome di David Cronenberg. Uno scenario disarmante e diretto a folle velocità verso l’apocalisse (tema portante dell’ideale trilogia di John Carpenter composta da La cosa, Il signore del male e Il seme della follia), che ha il merito di anticipare anche i disastri ambientali odierni, parte del piano di sfruttamento del pianeta da parte degli alieni.

Fra Lovecraft e i B-Movie

Essi vivono

Essi vivono procede con il passo del B-Movie, fra richiami alla fantascienza sociale di Ultimatum alla terra a L’invasione degli ultracorpi, uno sfrontato e acido umorismo («I have come here to chew bubblegum and kick ass. And I’m all out of bubblegum», afferma Nada, adattato in italiano nel non altrettanto efficace «Raccomandate l’anima al vostro creatore: sono venuto ad annientarvi… Anche perché ne ho le palle piene!») e volute esagerazioni visive e narrative. Fra queste c’è sicuramente la celeberrima rissa fra il protagonista e Frank Armitage, nome che costituisce un omaggio a L’orrore di Dunwich di Howard Phillips Lovecraft e che lo stesso John Carpenter sceglie come proprio pseudonimo per la sceneggiatura.

In questa lunga scazzottata, in cui Roddy Piper sfrutta nel migliore dei modi le sue doti di lottatore professionista, Nada impone con la forza a Frank di guardare una realtà che semplicemente non vuole vedere, per quieto vivere e per la propria stabilità emotiva. Una vera e propria opera di convincimento fatta di calci e pugni, dalla valenza simbolica ben più profonda di un semplice scontro fisico, che il regista non a caso colloca al centro del racconto, dividendolo idealmente in due segmenti, uno più concettuale e l’altro più sbilanciato verso l’azione.

Una digressione volutamente esasperata da John Carpenter, che nel corso degli anni gli ha procurato numerose critiche per la presunta durata eccessiva di 6 minuti scarsi. Ci aspettiamo che lo stesso metro di giudizio venga riservato ad alcune serie televisive contemporanee dalla narrazione dilatata a dismisura per diverse ore, ma rischiamo di rimanere delusi.

Essi vivono: un attacco diretto al capitalismo

Essi vivono

Il regista fonde la sua radicale visione politica con un racconto di invidiabile purezza, capace di soddisfare sia le esigenze in termini di narrazione e spettacolo, sia gli spettatori in cerca di un intrattenimento più concettuale. La metafora è scoperta, come la critica a un sistema che arriva nel momento del suo massimo e illusorio splendore, quindi ancora più acuta e lungimirante. Essi vivono ci invita infatti ad aprire gli occhi per guardare veramente un sistema che si nasconde solo in parte e che ognuno di noi non fa che alimentare continuamente. Un circolo vizioso fatto di annullamento degli istinti, delle passioni e delle aspirazioni delle persone, di indottrinamento in direzione di modelli insostenibili e di emarginazione di ogni voce discorde.

They Live, We Sleep“, legge Nada, esplicitando una dinamica che non accenna a indebolirsi e che solo gli spettatori più ingenui e prevenuti possono scambiare per una mera allegoria dei presunti poteri forti di turno, in ambito economico, politico, tecnologico, etnico o scientifico. Come ribadito da John Carpenter in un tweet del 2017, Essi vivono ha un solo grande bersaglio, cioè il capitalismo, sostenuto involontariamente anche da chi capitalista non è (o non pensa di essere). Nella sua percorso di violenza e alienazione, Nada non si scontra solo con pericolosi e inquietanti extraterrestri, ma anche con tanti umani che li appoggiano e collaborano con loro, perché inconsapevoli del quadro generale, troppo debolì per resistere o convinti di ricevere favori o ricompense per il loro doppio gioco.

Essi vivono e le sue sbalorditive intuizioni

Essi vivono

Ragione per cui è ingiusto ridurre a un semplice concentrato d’azione a sfondo fantascientifico la seconda parte di Essi vivono, che ha al contrario il merito di scoprire gli ingranaggi del complotto ai danni dei terrestri. Fra sbalorditive intuizioni (il porto intergalattico tramite il quale gli esseri alieni si spostano, che non può che ricordare gli sforzi odierni sempre più insistiti in direzione di un possibile turismo spaziale) e una spinta rabbiosa e ribelle sempre più dirompente, emerge la doppiezza del personaggio di Holly Thompson (Meg Foster), che prima viene presa in ostaggio da Nada, poi finge di essere dalla stessa parte del protagonista e infine rivela la sua vera natura di collaborazionista, seguita a ruota da uno degli abitanti della baraccopoli, fiero della sua nuova ripulita immagine.

Un quadro umano e sociale raggelante, perfettamente in linea con il pessimismo che contraddistingue il cinema di John Carpenter, alleggerito però dallo sferzante umorismo del regista, che con orgoglio e irriverenza arriva addirittura ad autocitarsi nel momento in cui un opinionista televisivo (ovviamente alieno) sproloquia «Tutto quel sesso e quella violenza che si vedono sullo schermo si sono spinti troppo oltre per me. Ne ho abbastanza. Registi come George Romero o John Carpenter, ecco, si può dire che sono semplicemente…», interrotto dallo svelamento finale della cospirazione.

Il finale di Essi vivono

Con l’ultimo folle e autodistruttivo atto di ribellione di Nada si chiude questo capolavoro dal basso budget (appena 3 milioni di dollari) ma forte di una visione ben precisa del mondo e della narrazione, che ne fanno ancora oggi un’esperienza indispensabile per la cinefilia. Un’opera che continua a scolpire nell’immaginario collettivo (anche nel campo dell’abbigliamento), a stimolare riflessioni sempre più urgenti e a cercare di squarciare il velo di Maya che ci separa da un mondo più equo e sereno.

«Oggi possiamo dimostrare che avendo seguito fedelmente il nostro schema ideologico, siamo riusciti nell’intento di mettere l’economia americana al servizio dei nostri obiettivi politici. Se i nostri alleati terrestri manterranno la loro attuale linea politica nei nostri confronti, il loro cammino economico sarà in ascesa. Infatti, riducendo la spesa dei nostri armamenti, abbasseremo enormemente l’inflazione interna perché la nostra politica sociale, oltre a salvaguardare la sicurezza della nostra sopravvivenza, desidera anche collaborare per il progresso del Paese che ci sta ospitando. Il nostro esercito è riuscito a sterminare quasi tutti i rivoltosi e la loro emittente televisiva è stata distrutta; resteremo forti e uniti per difendere la pace, continueremo a lavorare per la prosperità».

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Overall
10/10

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John Carpenter firma un’incendiaria e amara riflessione sul capitalismo, con un disperato action fantascientifico più attuale che mai.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

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Overall
8/10

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Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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The Animal Kingdom

A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

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Overall
6/10

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The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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The Watchers – Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

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The Watchers - Loro ti guardano

«Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali», dice William Hodding Carter II. Una massima che ben si adatta al regista indiano M. Night Shyamalan e a sua figlia Ishana Night Shyamalan, che debutta alla regia con il thriller dalle sfumature horror The Watchers – Loro ti guardano, basato sull’omonimo romanzo di A. M. Shine. Un esordio nel nome del padre, sempre presente nel racconto sia attraverso le radici evidentemente trasmesse, sia con le ali con cui Ishana Night Shyamalan prova ad alzarsi in volo, con notevole ambizioni ma risultati ancora acerbi.

Al centro del racconto c’è Mina (Dakota Fanning), giovane artista americana che vive in Irlanda, facendo quotidianamente i conti con i dolorosi traumi del suo passato. Per una commissione per il negozio di animali per cui lavora, Mina rimane bloccata in un’imponente e inquietante foresta irlandese. Alla ricerca di un riparo, la donna si imbatte in una casa caratterizzata da un’ampia e suggestiva vetrata, in cui trova altri tre sconosciuti. Da questi apprende la raggelante situazione: ogni notte, delle misteriose e pericolose creature arrivano a osservare le persone all’interno della casa, che a loro volta devono assecondarle per garantirsi la sopravvivenza. In questo paradossale scenario, Mina è costretta a cercare una difficile via d’uscita, insieme ai suoi compagni di sventura.

The Watchers – Loro ti guardano: l’opera prima di Ishana Night Shyamalan, nel nome del padre

Siamo indubbiamente dalle parti di Bussano alla porta, per cui non a caso Ishana Night Shyamalan è stata accanto al padre come regista della seconda unità. La situazione di isolamento, i presagi apocalittici e i continui rovesciamenti del punto di vista rimandano infatti al disturbante universo di M. Night Shyamalan, evocato anche da una foresta oscura e sinistra come quella di The Village. Se a questo aggiungiamo la tendenza al plot twist (per la verità abbastanza blandi), si potrebbe commettere l’errore di ridurre The Watchers – Loro ti guardano a una mera estensione del cinema di M. Night Shyamalan, peraltro coinvolto come produttore.

Ma Ishana Night Shyamalan non vuole e non deve vivere solo della luce riflessa del padre, per cui si concentra sulla sua tormentata protagonista, che in un continuo gioco di specchi e di riflessi si ritrova a mettere insieme i pezzi della propria vita, in un percorso di dolore e perdita che arriva da molto lontano. Una scelta non sempre sostenuta dalla prova di Dakota Fanning, a tratti talmente apatica e insapore da bloccare qualsiasi emozione. Il casting è in effetti uno dei punti deboli dell’intera operazione, dal momento che solo l’ottima Olwen Fouéré (attrice teatrale di fama mondiale, vista recentemente anche in The Northman) riesce a trasmettere le atmosfere sinistre e intriganti continuamente cercate dalla regista.

Fra Lost e la critica sociale

Nel turbine di citazioni e di rimandi che contraddistingue The Watchers – Loro ti guardano, le influenze familiari lasciano progressivamente spazio ad altri punti fermi del panorama audiovisivo contemporaneo. Nella caccia al tesoro orchestrata da Ishana Night Shyamalan si scorgono infatti strizzate d’occhio a Noi di Jordan Peele, suggestioni di Quella casa nel bosco e soprattutto evidenti influenze della celeberrima serie televisiva Lost, sia dal punto di vista della trama, sia per quanto riguarda il sonoro che accompagna le apparizioni degli Osservatori.

Su questa tela, la regista utilizza le dinamiche e gli stilemi dell’horror per tratteggiare una riflessione sulla modernità, esplicitata dai continui riferimenti ai reality show e dalla stessa condizione del gruppo dei protagonisti (in cui figurano anche Georgina Campbell e Oliver Finnegan), osservati e allo stesso tempo osservatori della loro realtà. Un’intuizione che permette a Ishana Night Shyamalan di dare vita a suggestive inquadrature di volti riflessi, grazie anche alla particolare architettura della casa. Ciononostante, la montagna delle ambizioni e del talento della regista partorisce purtroppo un topolino: un horror mai veramente spaventoso e un thriller dal ritmo altalenante, che penalizzano anche la riflessione sociale e la caratterizzazione della protagonista.

Gli sporadici guizzi di The Watchers – Loro ti guardano

Non tutto è da buttare, anche perché stiamo parlando dell’esordio dietro alla macchina da presa di una giovane regista, che ha davanti a sé molti anni per smussare gli spigoli della sua poetica e per affinare il suo sguardo. Un’opera di sporadici guizzi, di duplicità e di scenari opprimenti, che funziona più quando suggerisce che quando è costretta a dare forma, coesione e sostanza alle sue tante, troppe tematiche.

The Watchers – Loro ti guardano è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere The Watchers – Loro ti guardano in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5.5/10

Valutazione

Ishana Night Shyamalan debutta alla regia con un’opera evidentemente influenzata dalla filmografia paterna, attraversata da tante suggestioni ma incapace di dare forma al tutto.

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