Eurovision Song Contest: la storia dei Fire Saga Eurovision Song Contest: la storia dei Fire Saga

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Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga: recensione del film

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Nel turbolento mondo dell’intrattenimento degli ultimi anni, scosso continuamente dalle più che giustificate lotte per la parità di genere, da polemiche per la rappresentazione delle minoranze e da tragedie come la pandemia ancora in corso, un filone in particolare se ne esce con le ossa rotte. Stiamo parlando della commedia demenziale, soprattutto quella americana, che a cavallo fra anni ’90 e 2000 è stata portata alla ribalta planetaria dalla squadra di Judd Apatow e dal Frat Pack di Ben Stiller, Jack Black, Will Ferrell, Vince Vaughn e dei fratelli Owen e Luke Wilson. Proprio in un momento di generalizzata preoccupazione, questo filone prova timidamente a risorgere dalle sue ceneri con la produzione originale Netflix Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga, che riunisce tre pilastri di 2 single a nozze – Wedding Crashers: il regista David Dobkin e gli interpreti Will Ferrell e Rachel McAdams.

Più che all’opera del 2005, sorretta dall’estro e dalla vis comica dei suoi interpreti in un impianto da goliardica commedia, Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga ricorda nello spunto di partenza Zoolander, i suoi personaggi sopra le righe e la sua voglia di fare satira su uno specifico settore, che in questo caso non è la moda, ma il bizzarro carrozzone che ruota intorno alla più celebre manifestazione canora europea, capace in passato di lanciare verso la ribalta internazionale artisti del calibro di Céline Dion e degli ABBA. Il legame fra il film e l’Eurovision Song Contest è sottolineato dal fatto che il lancio su Netflix dell’opera di David Dobkin avrebbe dovuto coincidere con l’inizio della manifestazione, poi annullata per i motivi che purtroppo ben conosciamo.

Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga: Will Ferrell e Rachel McAdams fra musica e risate

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga

Il sorprendente Will Ferrell e la sempre più brava Rachel McAdams interpretano Lars Erickssong e Sigrit Ericksdottir, i due membri dei cosiddetti Fire Saga, gruppo islandese nato dall’amicizia pluriennale fra i due e alimentato dal sogno di vincere l’Eurovision Song Contest. I due, abituati a esibirsi in squallidi bar di provincia sotto il freddo sguardo dei conoscenti e del padre di Lars, Erick (un ottimo Pierce Brosnan), riescono con un doppio colpo di fortuna a qualificarsi e a vincere le eliminatorie islandesi per l’Eurovision, guadagnandosi il diritto di rappresentare la loro nazione e di esibirsi su quel palco che agognavano fin da bambini. Giunti a Edimburgo, sede della finale, i due si trovano costretti a fronteggiare agguerriti avversari, come il russo Alexander Lemtov (il perfetto Dan Stevens), e soprattutto a risolvere i lati più ambigui del loro rapporto, dopo anni di silenzio e imbarazzo.

Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga si muove così lungo diversi binari, dimostrandosi quasi sempre all’altezza della sfida narrativa, nonostante un minutaggio che supera le due ore, non sempre efficace per una commedia. La quota di comicità demenziale è garantita soprattutto dalle esilaranti esibizioni musicali dei Fire Saga, che, come intuibile già dal trailer, valgono da sole la visione. Anche l’intento parodistico nei confronti dell’Eurovision riesce a trovare l’equilibrio fra affettuosa ironia e fedele rappresentazione, facilitato dal fatto che anche la vera manifestazione cammina costantemente sul sottile filo che separa l’arte dal kitsch.

A lasciare perplessi è invece la superficiale rappresentazione degli islandesi come popolo rozzo ed estraneo alla modernità. A tratti si respira l’atmosfera di inesperienza e atavica mediocrità alla base di Cool Runnings – Quattro sottozero e della sua indimenticabile nazionale giamaicana di bob, che in questo caso non è però giustificata: l’Islanda vanta infatti ben 32 partecipazioni e due secondi posti all’Eurovision.

Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga: il punto di vista statunitense sulla manifestazione

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga

Dove Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga sorprende in positivo è invece nello sviluppo dei personaggi e delle dinamiche fra loro. Se inizialmente è facile entrare in empatia con il personaggio di Will Ferrell, un bambino sognatore intrappolato nel corpo di un adulto di mezza età, con il passare dei minuti è pressoché impossibile non innamorarsi della Sigrit di Rachel McAdams, davvero fenomenale nel dare umanità e tridimensionalità ai personaggi da lei interpretati, in ogni contesto. La sensibilità e il tatto con cui viene trattato l’impacciato e incerto rapporto fra i due protagonisti sono difficilmente riscontrabili all’interno di una commedia demenziale, e sostengono il racconto anche quando rischia di accartocciarsi su se stesso.

Quando Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga si allontana da Lars e Sigrit, trova inoltre una valida sponda in alcuni personaggi secondari, come il taciturno e apparentemente inscalfibile Brosnan e il grottesco Stevens, da cui arriva inaspettatamente anche una stilettata alla Russia di Vladimir Putin. Gli appassionati di lunga data della più importante manifestazione canora europea noteranno inoltre una rappresentazione della stessa tipicamente americana, nel bene e nel male. Da una parte, le sgargianti performance musicali sono messe in scena in maniera talmente eccessiva da essere paradossalmente indistinguibili da ciò che avviene nella realtà. Dall’altro lato, si percepisce che il punto di vista sulla rassegna è quello di chi scruta dall’alto verso il basso, cioè di chi, abituato al glamour dei Grammy, guarda a questa unica commistione di culture e tradizioni come a un inafferrabile e folkloristico circo.

Non ingannano in questo senso i tentativi da parte di Ferrell (anche sceneggiatore insieme a Andrew Steele) di ristabilire l’equidistanza, attraverso taglienti e ripetute gag contro un gruppo di giovani americani, condite da stereotipi su Starbucks e sulla loro scarsa dimestichezza con altre culture.

La risposta demenziale a A Star Is Born

Anche se la comicità è penalizzata da qualche sbavatura di troppo in fase di sceneggiatura e montaggio (un esempio su tutti: il confusionario rapporto fra i genitori dei protagonisti), Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga non delude gli spettatori in cerca di puro intrattenimento, grazie a un Ferrell che come sempre riesce a essere irresistibile anche quando platealmente fuori parte e a una McAdams ormai in grado di fare tutto tranne cantare (nelle performance canore è doppiata dalla cantante svedese Molly Sandén, in modo da esaltare la differenza di talento fra il suo personaggio e il partner). Gradevoli anche le diverse comparsate, fra cui segnaliamo la sfilata degli ultimi vincitori della manifestazione e il piccolo e autoironico ruolo della ritrovata Demi Lovato.

A convincere ancora di più è però il climax emotivo del racconto, ampiamente intuibile nell’esito ma costruito in maniera impeccabile. Gli orfani di A Star Is Born potrebbero trovare un controcampo assurdo ma non meno emozionante del racconto con protagonisti Bradley Cooper e Lady Gaga, e la nomination all’Oscar come migliore canzone originale non è un’utopia. E in una piattaforma come Netflix, spesso accusata non a torto di piattezza e ripetitività nella maggior parte delle sue produzioni originali, Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga fornisce un contributo non indifferente in termini di varietà di generi e atmosfere, dimostrando coi fatti che anche nel campo di gioco della commedia meno ambiziosa e più giocosa è possibile costruire qualcosa di originale, con cui gli spettatori possano empatizzare.

Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga: la commedia demenziale ha di nuovo un futuro?

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga

Ricollegandoci a quanto dicevamo in apertura sulla scarsità di commedie demenziali nel cinema contemporaneo, Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga potrebbe costituire un primo segnale per una possibile inversione di rotta. Il decimo posto provvisorio dell’opera di Dobkin nella classifica dei più visti su Netflix è forse un risultato inferiore alle attese, ma confidiamo che questa storia particolare e allo stesso tempo universale, grottesca ma a tratti toccante, possa avere un risultato più duraturo nel tempo rispetto ad altre opere usa e getta che popolano le varie piattaforme di streaming.

Mai come in questo momento c’è bisogno di divertirsi e scacciare i pensieri più cupi: Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga adempie perfettamente a questo compito, regalandoci due ore di spensieratezza fra musica e risate e ricordandoci, in un’epoca di distanziamento sociale, che non è mai troppo tardi per colmare le distanze con le persone a noi care.

Overall
7/10

Verdetto

Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga concentra la sua carica ironica e demenziale sul mondo della musica, e nello specifico su una manifestazione che ogni anno inchioda davanti allo schermo decine di milioni di europei. L’umorismo non è sempre centrato, ma la gestione dei personaggi e della loro progressione fa chiudere un occhio su molti difetti.

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Il potere del cane: recensione del film di Jane Campion

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Il potere del cane

Dopo il successo di Bright Star del 2009, Jane Campion, prima regista a vincere la Palma d’oro per Lezioni di piano al Festival di Cannes del 1993, e una delle sole sette donne al mondo candidate agli Oscar come miglior regista, torna ai lungometraggi con Il potere del cane, presentato in concorso durante la 78a edizione della Mostra del Cinema di Venezia

Tratto dal libro di Thomas Savage, Il potere del cane è interpretato da Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Jesse Plemons (George Burbank) e Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon). 

1925. I fratelli Burbank sono ricchi allevatori del Montana. Phil Burbank ha un fascino crudele, lo sguardo severo, gli occhi diafani. Durante una tappa al ristorante Red Mill lui e suo fratello incontrano la proprietaria vedova Rose con il figlio Peter. Mentre Phil si comporta in modo così crudele da spingere madre e figlio alle lacrime, il fratello George consola Rose e poi decide di sposarla. Quando il fratello porta la nuova moglie e il figlio di lei a vivere al ranch di famiglia, Phil li tormenta e continua a prendersi gioco di Rose nella penombra. Eppure a un certo punto Phil sembra voler prendere il ragazzo sotto la sua ala. 

Il potere del cane: il film di Jane Campion con Benedict Cumberbatch

Il potere del cane

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti; cambiamenti evidenti e strutturali in quegli anni come le automobili che cominciano a sostituire i cavalli, come l’industria che ha sempre più margine all’interno della società, la meccanizzazione del lavoro, l’elettricità e non solo; esistono cambiamenti percepibili anche nel territorio, diviso tra due mondi, uno fatto di pianure deserte, agricoltura, un altro circondato dal filo spinato, dalle ferrovie, in cui coesistono nativi americani, pregiudizi, pionierismo e ingiustizia sociale. 

Il potere del cane, che come ogni film che guarda o si proietta nel gusto e nell’immaginario western, affonda il suo sguardo sul confine, sul travalicamento di un limite, di un’estremità, di un luogo. Phil Burbank vive una contraddizione quotidiana in ogni contesto e ogni luogo, e abitare la casa significa subire gli spazi degli altri, le convenzioni sociali a cui non sa sottomettersi – come quella di doversi lavare per essere presentabile – abitare il ranch significa dover costruire un’immagine di sé che possa essere ben spesa e ben definita, un’immagine da uomo fiero, virile. Sembra non esistere un posto che possa accogliere la sua complessità, se esiste è un luogo abitato dai fantasmi. 

Se c’è una cosa che il film esamina e scompone perfettamente è la costruzione sociale della mascolinità. E per tutto il film è impossibile non porsi determinate domande. Cos’è la mascolinità? Come si esprime? Perché spesso viene resa nella sua peggiore declinazione ovvero quella tossica? Esiste una mascolinità indulgente? Che conosce i propri limiti e sceglie di esprimersi attraverso di essi?

Il potere del cane è un’opera di perdita e di cambiamenti

Il potere del cane

Il potere del cane è composto di versi feroci, violenti, di personaggi che non temono di praticare la propria brutalità, di innescare il proprio istinto animalesco e viscerale e di spenderlo nel mondo. Il personaggio sicuramente più complesso, più irrisolto, brillante e spaventoso allo stesso tempo è quello di Phil Burbank, un uomo che vive la contraddizione, vive il paradosso di essere da un lato meschino, ostile, un maschio alfa super omofobo, e dall’altro sensibile, creativo, tormentato, solo e omosessuale. La sua creatività si innesta attraverso la manualità artigiana dell’intaglio del cuoio, come anche il suo incredibile istinto musicale e la padronanza della sella. 

Il potere del cane non guarda da vicino solo la contemporaneità, ma la modernità di tutto ciò che stava sopraggiungendo nell’America degli anni ’20, un momento di grandi rivoluzioni, di strade che si intrecciano, vite che vengono spese all’interno di limiti assoluti e prestabiliti, e misteri che sorgono tra i silenzi e le espressioni del reale. 

Come nel capolavoro di John Ford, Sentieri selvaggi, in cui la soglia diventa un limite invalicabile, anche qui Phil Burbank, come Ethan Edwards, abita la soglia tra ciò che deve essere e ciò che non può più essere, e questo più che mai rende Il potere del cane una storia di fantasmi, una storia di un uomo crudele eppure fragile, che proietta la sua felicità nell’unica direzione in cui è esistita, nel passato, chiudendola nei ricordi dell’unica persona che è onnipresente eppure assente dalla scena: Bronco Henry. Un uomo che vive unicamente attraverso i sentimenti e i pensieri di Phil. 

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio

Benedict Cumberbatch è perfetto nel rendere reale un personaggio così denso di sfumature, di ombre e di voragini, che colpisce per la sua personalità capovolgente, iraconda, ostile, dando un’impronta feroce a questo ruolo, un uomo degli anni ’20 del Novecento che si affaccia alla vita e alla modernità con gli strumenti che possiede, con le mani sporche di terra e di sangue, che ora si impegnano a castrare il bestiame, ora intrecciano il cuoio, ora suonano il banjo. Phil fin dall’inizio si palesa in tutta la sua carica virile da ranchero con una tensione erotica che verrà ampiamente indagata all’interno della narrazione.

Il potere del cane è capace di condividere ed esternare il desiderio maschile, l’erotismo, all’interno di una cornice espressamente americana e ranchera, come accade in Brokeback Mountain (non a caso Campion ha incontrato la scrittrice Annie Proulx, autrice del racconto da cui è tratto I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee), che tratteggia la storia del rapporto sentimentale fra due cowboy. Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

Il potere del cane esordisce al cinema a novembre e sarà disponibile su Netflix dall’1 dicembre 2021. 

Overall
6.5/10

Verdetto

Jane Campion dirige una storia rude, ispida e disadorna come il cuoio, intrappolata, paradossale e sporca come il desiderio ostile e inenarrabile di Phil, una storia fragile e potente come il Montana. 

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È stata la mano di Dio: recensione del film di Paolo Sorrentino

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È stata la mano di Dio

«Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere. Mi pareva di avere qualcosa di così semplice, così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti, che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro. E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente». Queste parole dell’alter ego per eccellenza di Federico Fellini, cioè il Guido Anselmi di Marcello Mastroianni, descrivono alla perfezione il capolavoro del regista romagnolo . Queste frasi si adattano però anche a È stata la mano di Dio, ultima fatica (targata Netflix) dell’erede designato di Fellini Paolo Sorrentino, presentata in concorso a Venezia 78.

Proprio da un ingorgo simile a quello dell’incipit di 8½ prende il via l’opera più intima e personale di Paolo Sorrentino, basata sull’adolescenza del regista napoletano, sulle sue passioni (prima fra tutte quella per Diego Armando Maradona) e sui suoi dolori, come la prematura perdita di entrambi i genitori. Come il suo mito Fellini, Sorrentino mette letteralmente a nudo se stesso, in un viaggio fra i suoi ricordi e i suoi sogni, fondamentali per la formazione di un’artista che oggi è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. A interpretare il giovane Sorrentino (che in È stata la mano di Dio si chiama Fabietto Schisa) è il sorprendente Filippo Scotti, capace di delineare perfettamente la timidezza e il senso di inadeguatezza del protagonista.

Accanto a lui, l’attore feticcio di Sorrentino Toni Servillo, che impersona il padre di Fabietto, e le due colonne portanti del racconto Teresa Saponangelo e Luisa Ranieri, interpreti rispettivamente della madre e della prediletta zia del protagonista.

È stata la mano di Dio: la vita di Paolo Sorrentino nel suo film più intimo e toccante
È stata la mano di Dio

Sorrentino mette per una volta in secondo piano i suoi caratteristici carrelli e le sue inquadrature avvolgenti, limitando al minimo anche gli aforismi che contraddistinguono le sue opere, concentrandosi sui sentimenti sprigionati dalla sua dolceamara esperienza. Nel fare ciò, il regista non snatura però il suo inconfondibile stile, infarcendo la narrazione di inserti onirici, immagini simboliche e figure enigmatiche (una su tutte, la Baronessa Focale), che in questo caso confluiscono nella storia in maniera del tutto naturale e armoniosa. Un Sorrentino allo stesso tempo uguale e diverso da se stesso, che attraverso le parole del regista Antonio Capuano (uno dei suoi reali mentori) fa anche autoironia, schernendo le opere derivative e il vizio di perdersi nell’estetica, cioè due delle principali critiche che vengono fatte al suo cinema.

Al di là delle scelte stilistiche e formali, il cuore di È stata la mano di Dio risiede indubbiamente nei tanti elementi che hanno formato il regista premio Oscar, a partire da una Napoli appassionata e giocosa, raccontata nel momento di fibrillazione immediatamente precedente all’arrivo nella squadra di calcio della città di Diego Armando Maradona, che Sorrentino coglie l’occasione per definire nei titoli di testa semplicemente “il più grande calciatore di tutti i tempi”. I siparietti casalinghi fra i parenti più speranzosi e Toni Servillo, pessimista sulla chiusura dell’affare, fotografano l’importanza per tutta la città di questo campione, diventato per i napoletani una figura messianica, andata ben oltre i confini del campo di gioco.

Sua è la mano di Dio che dà il titolo al film, simbolo di una delle giocate più celebri della carriera del fuoriclasse (il gol di mano contro l’Inghilterra nel mondiale del 1986) e del ruolo che ha giocato nel destino dello stesso Sorrentino, scampato all’incidente fatale per i suoi genitori proprio perché impegnato a vedere Maradona allo stadio.

L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Una figura ricorrente del cinema di Paolo Sorrentino (si pensi a Jep Gambardella de La grande bellezza) è la presenza di un personaggio autorevole e inscalfibile, che rimbrotta tutti gli altri a suon di aforismi e umiliazioni più o meno esplicite. È stata la mano di Dio mette invece in scena un meraviglioso cast corale, in cui ogni personaggio è un tassello fondamentale la creazione di un unico puzzle di amore e sofferenza.

Restano nel cuore la simpatia e la dolcezza di Maria, mamma che con lo scherzo e con il gioco riesce ad affrontare e superare le delusioni provenienti dal marito, con cui vive un rapporto che neanche le infedeltà riescono a scalfire. Si resta poi ammaliati da Patrizia (il personaggio più felliniano di tutti), che è al tempo stesso simbolo della sensualità più dirompente e della fragilità più estrema, che non a caso diventa musa e impossibile oggetto del desiderio di Fabietto. L’universo fiabesco e sognante di Sorrentino comprende anche figure al limite del paradossale come la sorella di Fabietto, che passa tutto il tempo chiusa in bagno, o il suo compagno di tifo Armando, spregiudicato pilota di barche e temibile picchiatore. Personaggi in bilico fra realtà e fantasia, perfetti per un racconto che esalta il potere dell’immaginazione, soprattutto in relazione a una realtà troppo difficile da affrontare.

Ed è proprio nell’aderenza al reale che Sorrentino supera se stesso, mettendo in scena con disarmante sincerità ed estrema dolcezza la morte dei propri genitori, causata da una fuga di monossido di carbonio. Un commovente atto d’amore del regista, che diventa prevedibilmente anche il momento più struggente di un’opera che non si esaurisce con questo già noto dramma, ma prosegue oltre, quasi rifuggendo la propria conclusione, accompagnando Fabietto anche nei primi passi verso il suo futuro.

È stata la mano di Dio: il capolavoro di Paolo Sorrentino

Foto di Gianni Fiorito

Come sottolinea Capuano, la sofferenza e il dolore non bastano a dare vita a un creativo. Servono anche la perseveranza e soprattutto avere qualcosa da dire. È stata la mano di Dio diventa quindi anche racconto di formazione sentimentale e artistico, mostrandoci anche le prime bizzarre esperienze sessuali di Fabietto (una delle rare concessioni del regista alla pura fantasia) e ponendo al tempo stesso le basi del cineasta che abbiamo imparato a conoscere e amare. In quella VHS di C’era una volta in America (la cui visione viene continuamente rinviata per cause di forza maggiore), nella testardaggine di chi insegue il sogno di fare film, pur non avendone ancora le basi, e in quello speranzoso viaggio in treno verso la capitale del cinema Roma ritroviamo quel misto di ossessione, sfrontatezza e dolce illusione che contraddistingue tutti coloro che vivono una passione.

«Non ho proprio niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso», sentenziava Guido all’apice della sua compiuta rassegnazione in . Al contrario del suo maestro, con È stata la mano di Dio afferma perentoriamente di avere qualcosa da dire, trasformando in straordinario cinema l’esperienza più importante e segnante della sua vita, esorcizzando i fantasmi del suo passato e affermandosi definitivamente come uno dei più coraggiosi e autorevoli cineasti del panorama contemporaneo. Quello schivo e insicuro ragazzino del quartiere Vomero di Napoli sarebbe fiero di lui.

È stata la mano di Dio uscirà in cinema selezionati il 24 novembre e su Netflix il 15 dicembre 2021.

Overall
9/10

Verdetto

Paolo Sorrentino firma il suo personale capolavoro, mettendo tutto se stesso in un’opera che è al tempo stesso omaggio alla memoria dei genitori e toccante racconto di formazione sentimentale e artistica.

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Il potere del cane: teaser trailer del film di Jane Campion

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Il potere del cane

Netflix ha pubblicato il trailer de Il potere del cane, nuovo film originale della piattaforma diretto da Jane Campion che sarà presentato nel corso di Venezia 78. Il film è tratto dal romanzo The Power of the Dog di Thomas Savage e ha per protagonisti Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons e Kodi Smit-McPhee. Si tratta del primo progetto cinematografico di Jane Campion da Bright Star, del 2009. Nel frattempo la regista neozelandese, già Palma d’oro al Festival di Cannes del 1993 per Lezioni di piano, si è disimpegnata anche in TV, dirigendo l’acclamata serie Top of the Lake – Il mistero del lago. Vediamo cosa ci aspetta nel suo prossimo progetto, che arriverà su Netflix l’1 dicembre.

Benedict Cumberbatch nel trailer de Il potere del cane

Questa la sinossi ufficiale de Il potere del cane:

Il carismatico allevatore Phil Burbank incute paura e rispetto alle persone attorno a lui. Quando il fratello porta a vivere nel ranch di famiglia la nuova moglie e il figlio di lei, Phil li tormenta finché non si ritrova vulnerabile alla possibilità di innamorarsi.

Questa invece la dichiarazione di Jane Campion sul film, concessa a La Biennale:

Rimanere affascinata dallo straordinario romanzo di Thomas Savage è stata pura gioia, ma non avevo mai pensato di farne un film, visti i tanti personaggi maschili, e i temi profondamente maschili. Mi sono invece chiesta quale regista l’autore, con la sua mascolinità ambigua, avrebbe voluto, e a poco a poco ho avuto la sensazione che lui mi appoggiasse un braccio sulla spalla, dicendomi: “Una pazza che è arrivata ad amare questa storia? Sì, è perfetta”. Ho messo tutta me stessa nel grandioso racconto di Savage, ne sono stata conquistata. In Phil ho sentito l’amante, e la sua tremenda solitudine. Ho percepito l’importanza e la forza di ogni singolo protagonista, e il modo in cui ciascuno si rivela alla fine. Sono onorata di condividere questo film con veri spettatori, in un cinema reale.

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