Fabrizio De André - Principe libero Fabrizio De André - Principe libero

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Fabrizio De André – Principe libero: recensione del film

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Quando lo schermo si illumina e la cinepresa si muove verso un uomo, con la sigaretta e penna tra le dita, con un ciuffo di capelli impegnato a raggiungere il volto, sembra che tutto sia al posto giusto. Non ci sono errori visivi, non c’è posa forzata che tenga o parola sdrucciola che ne stoni la percussione. L’uomo di cui si sta parlando è come Gaetano Bresci, anarchico, che però non è stato autore di omicidi o sovvertitore di monarchie. Colui di cui si parla ha raccontato di tante creature esistenti, dai fili d’erba, ai cigli delle strade, dal crepaccio dal quale si affacciava per rincorrere i suoi pensieri, al mendicante, alla prostituta, al tossicodipendente.

Inevitabilmente, ciò che si ricrea nelle mente dello spettatore è l’immagine sì di un principe del volgo, libero, ma anche di un uomo inafferrabile, che si solleva dal suolo e che non è mai stato, e mai sarà, facile da raccontare. Chi ha il dono della parola e delle sue forme diventa intangibile, eppure qualcuno trova sempre un modo per ritrarlo.

Fabrizio De André – Principe Libero: la poesia al cinema

Fabrizio De André – Principe Libero

Fabrizio De André – Principe Libero è un film che ha portato al cinema, per poco, e in televisione la poesia. Non c’è altro modo per poterlo dire, e non c’è altro modo per poterlo fare se non così come è stato fatto, probabilmente. La musica, ma in senso più ampio la poesia, non è facilmente adattabile alla televisione. La tv vorrebbe essere bella e pura come la musica, ma non c’è scampo, non ci riesce. L’esempio più semplice che si può sollevare è che quando si tiene in mano un album, un vinile, lo si ascolta, più volte, decidendo l’ordine delle tracce, dandogli un senso personale.

Questo è ciò che inevitabilmente manca alla televisione, e purtroppo al cinema in certi casi: quel disordine, quella scelta, ovvero poterne usufruire in modo sempre diverso e continuo, ed è inevitabile che parte dell’attrito musicale e poetico di un inciso non si possa trasferire liberamente e coerentemente in una fiction.

Faber e Paolo Villaggio

Questo il regista, Luca Facchini, probabilmente lo sa e lo sapeva, ed è per questo che Fabrizio De André – Principe Libero alterna debolezze e picchi di gioia. La prima gioia su cui riflettere è Luca Marinelli, che interpreta il cantautore genovese. Un attore che ha lavorato sul portamento, sulla voce, sul timbro, sulle mani, su come impugnare la penna o disfarsi di una sigaretta. Insomma, si è plasmato corpo e anima senza mai perdersi, una dote rara che denota un’indomita vocazione verso la recitazione. Ma se da un lato Luca Marinelli copre e regna su ogni scena del film, e in qualche modo nobilita la fruizione di un biopic su un cantautore così difficile da rappresentare, dall’altro la sua presenza non basta a rendere le tre ore di durata accettabili, sia dal punto di vista estetico che etico.

La scelta di romanzare, come è giusto che sia, alcuni aspetti della vita del cantautore genovese non rende plausibile però il modo qualunquista e dispersivo con il quale si sono affrontati alcuni passaggi. Prima di tutto il rapporto con Paolo Villaggio, al quale è anche dedicato Fabrizio De André – Principe Libero, ma che al di là del palco, dei loro spettacoli irriverenti, non viene approfondito. Il legame fra Paolo e Fabrizio è una ripetizione di gesti ed eventi, di frasi che il comico ripete in loop, tra cui “sei un genio”. Pleonastico e irrisorio.

Fabrizio De André – Principe Libero: la decontestualizzazione della musica

Fabrizio De André – Principe Libero

Inseguendo il rettilineo dei rapporti umani, ciò che salta all’occhio è come alcuni personaggi, tra cui lo stesso Villaggio o Fernanda Pivano, compaiano e scompaiano alla stregua di figuranti su un palcoscenico. È snervante vedere persone così care e determinanti nella vita del protagonista rese come delle macchiette, senza spessore, senza mai scendere nel dettaglio.

Altro grande assente all’interno di Fabrizio De André – Principe Libero è il suo maître à penser, Georges Brassens, non in quanto persona, considerato che non si conoscevano personalmente, ma in quanto ispirazione. Non è mai citato, nemmeno per sbaglio. Questo ci porta al nocciolo, al culmine delle debolezze, e al centro di questa critica è proprio la musica. La musica, ed è una sofferenza doverlo dire, fa da spartiacque tra le scene, è totalmente decontestualizzata, non ha un posto ben preciso, non ha peso e non è connessa al fluire della storia, si inserisce come un orpello scenico disatteso e isolato.

Genova amaramente assente

Dispiace percepire come venga abusata a volte, come delle note tanto preziose siano lanciate nel racconto senza una direzione. Ed è sempre la musica il punto debole di un racconto che parla di un cantautore ma non mostra da dove nasce la sua arte, quel fuoco, le ideologie, quella necessità di parlare di non violenza, di anarchia, dei diseredati. Come tutto ciò nasca, quando nasca, come cresca e diventi Storia di un impiegato o Non al denaro non all’amore né al cielo non è dato saperlo.

Amaramente assente è Genova, suolo patrio tanto discusso e cantato, che al di là di qualche sguardo alle barche in riva al mare o alle strade diurne sembra non ricavare nemmeno un minuto d’amore da parte della cinepresa. Eppure anche nel film si può ben sentire il suo inno che si rinnova: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”. Da apprezzare però come Fabrizio De André – Principe Libero si dedichi in modo totale al momento del rapimento.

Fabrizio De André – Principe Libero: un film privo di mitizzazione

Fabrizio De André – Principe Libero

Quando Faber e Dori Ghezzi vengono sequestrati dall’anonima sequestri e tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno, ciò a cui si assiste è una scena realizzata con consapevolezza, con i tempi giusti, e pur occupando molto tempo all’interno del film, non risulta mai tempo sacrificato o dilapidato. Menzione speciale va a Ennio Fantastichini, capace di incarnare un personaggio, il padre Giuseppe De André, senza sbavature o forzature caratteriali, donando un’interpretazione al tempo stesso intensa e precisa, rammentando con semplicità il rapporto che aveva con il figlio Fabrizio, indissolubile e scanzonato.

Fabrizio De André – Principe Libero è purtroppo la somma delle sue parti, il ritratto di un timido menestrello, un genovese apolide, pagano e panteista, principe e libero. E la giusta resa del film è tutta nelle mani e nella grana di Luca Marinelli, con una bravura sbalorditiva nel far aderire la sua voce a quella di Faber. Ed è altrettanto preciso e ammirevole quando imbraccia la chitarra e canta alcune strofe immortali del cantautore genovese, ma, purtroppo, il suo lavoro, per quanto encomiabile e vulcanico, non è mai abbastanza. Per tre ore di film l’attenzione è dedicata molto alla famiglia, ad attimi di crescita personale, alla scrittura, all’incontro con Tenco, al rapimento, ai suoi amori, ai suoi amici. E in tutto questo non c’è mitizzazione, non c’è epopea.

Fabrizio De André – Principe Libero è la storia di un uomo, un uomo che si è fatto poeta, oppure sarebbe più giusto dire un poeta che si è fatto uomo, un ritratto dell’uomo dietro la canzone, anzi al di là dell’artista, un inquietante ossimoro.

Overall
5/10

Verdetto

Fabrizio De André – Principe Libero delude le aspettative. La musica è totalmente decontestualizzata e Genova è una passante che non riesce a ricavare la giusta presenza all’interno dell’economia visiva del film. Unico punto a favore è Luca Marinelli, che regala un’interpretazione solida e poetica.

Cinema indipendente

Vista mare: recensione del documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler

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Vista mare

Il cinema ha più volte fotografato il turismo di massa del Nord Adriatico. Lo ha fatto con film balneari come L’ombrellone di Dino Risi, Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi di Bruno Gaburro, ma anche con opere malinconiche e cupe come La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Rimini di Ulrich Seidl, capaci di fotografare anche i risvolti meno scintillanti di questi luoghi. In pochi hanno però saputo e voluto soffermarsi su un altro aspetto fondamentale della costa adriatica settentrionale, cioè la massa di lavoratori stagionali al servizio del turismo vacanziero. Un tema sviscerato con rigore e lucidità in Vista mare, documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler ambientato tra Lignano, Jesolo, Rimini e Riccione.

Gli autori seguono un’intera stagione balneare (da febbraio a ottobre), mostrando la vita e il lavoro degli ingranaggi che permettono alla macchina del turismo di muoversi. Seguiamo così i primi preparativi per le spiagge, tirate a lucido dopo l’inverno in modo da ottimizzare gli spazi, per poi assistere alla formazione delle nuove leve che contribuiranno ad assistere e intrattenere i clienti. Ci addentriamo poi fra le mura di alberghi imponenti e opprimenti, assistendo al lavoro di addetti alle pulizie e alla reception, camerieri, animatori, bagnini e tutte le altre figure essenziali per l’industria del turismo. Persone che vivono il paradosso di lavorare per garantire il divertimento e il relax a chi lavora durante il resto dell’anno, accomunate da orari proibitivi, paghe scarse e diritto al riposo negato.

Vista mare: dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico

Vista mare

La messa in scena di Julia Gutweniger e Florian Kofler è fredda e precisa, perfetta per la rappresentazione di un ecosistema straniante, ben lontano dalla comune visione di queste località turistiche. La macchina da presa osserva a distanza e staticamente le attività dei lavoratori stagionali, calibrate e organizzate nei minimi dettagli, in tempi stretti e con orari serrati. Mentre sullo sfondo le spiagge si riempiono di turisti, in cerca di divertimento o della più classica tintarella rilassante, Vista mare scandaglia tutto ciò che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere: le scavatrici intente a sistemare la sabbia, le prove degli ombrelloni, i rifiuti abbandonati dopo le feste in spiaggia, il lavoro spesso alienante nelle strutture balneari, negli alberghi e nei parchi acquatici, il silenzio che annuncia la fine di una stagione e l’inizio dell’attesa per quella successiva.

Immagini capaci di raccontare un sottobosco in ombra ma brulicante di vita, senza il sostegno di una voce narrante o di una sofisticata messa in scena. Il punto di vista degli autori è evidentemente quello dei tanti lavoratori sfruttati e sottopagati che garantiscono i servizi della riviera romagnola e di quella veneta. Lavoratori che si prendono la scena nel momento più toccante e allo stesso tempo disarmante di Vista mare, ovvero una manifestazione rassegnata e poco partecipata contro le degradanti condizioni di lavoro del settore, mentre sullo sfondo le forze dell’ordine sorvegliano a distanza e i passanti osservano con fugace curiosità, prima di tornare alla loro routine marittima. Immagini dolorose e importanti, da tenere a mente soprattutto nel momento in cui si avvicinano le immancabili lamentele dei ristoratori e dei gestori di alberghi e stabilimenti balneari per la mancanza di personale disposto a lavorare alle loro condizioni.

Un ritratto lucido e rassegnato

La dimensione politica di Vista mare è tangibile ma sempre in secondo piano all’interno di un racconto che procede in direzione opposta a ciò che ci si potrebbe aspettare, privilegiando la malinconia, il paradosso e la remissività. Non ci sono né la disperazione di Ken Loach né la critica sociale alla base del recente cinema francese sul lavoro, ma solo esistenze bloccate in un loop senza via d’uscita, in cui i lavoratori stagionali faticano per garantire il benessere e il divertimento di quelli a tempo pieno, nell’attesa o nella vana speranza di poter invertire i ruoli. Resta però la mestizia per un modello in scala di molte delle ingiustizie e delle contraddizioni che affliggono la nostra società, in cui il profitto e l’ossessione per la produttività vengono sempre prima del benessere e della dignità dei lavoratori.

Vista mare è in sala dal 18 aprile, distribuito da Trent Film.

Overall
7/10

Valutazione

Vista mare ci porta dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico, mostrandoci le miserie e le contraddizioni di un sistema alienante.

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Coincidenze d’amore: recensione del film di Meg Ryan

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Coincidenze d'amore

In fondo c’era da aspettarselo. Nessuna campagna promozionale degna di questo nome, nessuna intervista fiume dei protagonisti sui principali giornali, neanche un content creator cinematografico ingaggiato per difendere l’indifendibile. Solo un silenzio imbarazzato e imbarazzante ad accompagnare un disastro annunciato e puntualmente arrivato. Coincidenze d’amore segna il ritorno alla regia e alla recitazione di Meg Ryan a 8 anni di distanza dal tutt’altro che indimenticabile Ithaca. Un vero e proprio ritorno al passato, dal momento che l’ex fidanzatina d’America ripercorre i territori a lei più congeniali della commedia romantica, adattando l’opera teatrale di Steven Dietz Shooting Star e dedicando il progetto alla memoria della compianta Nora Ephron, sua regista in Insonnia d’amore e C’è posta per te. Accanto a lei un malinconico David Duchovny, a sua volta alla perenne ricerca dello smalto dei tempi di X-Files e Californication.

In un piccolo aeroporto statunitense, a vent’anni di distanza dal loro ultimo incontro si ritrovano Bill e Willa, che in passato hanno vissuto un’appassionata e tormentata storia d’amore. Inizialmente esitanti, i due iniziano a parlare del loro passato e di come le loro vite sono andate avanti dopo il momento del loro distacco, complice la tormenta di neve che affligge l’aeroporto, portando a continue cancellazioni di voli. Emergono così le loro problematiche sentimentali e le rispettive esperienze genitoriali, mentre si abbassano le difese da loro erette e riaffiorano gli antichi sentimenti.

Coincidenze d’amore: il ritorno di Meg Ryan alla commedia romantica

Meg Ryan e David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Per esigenze artistiche e verosimilmente di budget (Coincidenze d’amore è costato appena 3 milioni di dollari), Meg Ryan sfrutta la base teatrale dell’opera, concentrandosi sui pochi ambienti in cui sono bloccati i due protagonisti e azzerando il mondo intorno a loro. A questo si aggiunge la dimensione chiaramente metafisica del racconto, che trasforma l’aeroporto in una sorta di Purgatorio in cui Bill e Willa devono comprendere i loro errori passati per poter andare avanti, in un ambiente popolato esclusivamente da poche e ripetute comparse e soprattutto dalla voce dell’annunciatore, che con tono amichevole si rivolge direttamente ai protagonisti. Una scelta di sceneggiatura e regia francamente incomprensibile, anche perché non spiegata né sfruttata attivamente nella narrazione.

Mentre il suo dichiarato punto di riferimento Nora Ephron riusciva a trasformare anche le storie più semplici e i dialoghi più apparentemente scontati in momenti di cinema accattivanti e suggestivi, dietro alla macchina da presa Meg Ryan non fa mai altrettanto, depotenziando al contrario tutti i momenti di riflessione e ogni sequenza dalle premesse intriganti. Scelte musicali poco ispirate, dialoghi fatti prevalentemente di lamentele sul mondo e sul progresso e inquadrature sciatte affossano un racconto di parola che non ha nulla da dire o da trasmettere, nonostante la persistente capacità di Meg Ryan di bucare lo schermo e lo spirito dolente di David Duchovny, sempre a suo agio nei panni di personaggi sconfitti dalla vita e dal tempo.

Un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato

David Duchovny in una scena di Coincidenze d'amore

Mentre si dipana un racconto dalla parabola già vista e ampiamente prevedibile, privo del minimo guizzo in grado di creare trasporto o almeno comprensione nei confronti dei protagonisti, Coincidenze d’amore diventa più o meno volontariamente una sorta di film museale. Vedere Meg Ryan intenta a rimettere in scena una versione di se stessa e della sua immagine divistica, totalmente scollegata dai mutamenti del cinema e dei gusti del pubblico, apre paradossalmente la porta a sfumature di senso tutt’altro che disprezzabili all’interno di un’opera piatta e mediocre.

Come Bill e Willa, rappresentati come fantasmi di un mondo e di un amore che non esistono più, anche Meg Ryan e David Duchovny diventano emblemi di un cinema ormai completamente svanito, in grado di trasformare soggetti discutibili in successi al botteghino grazie al mestiere registico e all’apporto di due divi in grado di accendere la fantasia e l’entusiasmo degli spettatori. Le pose legnose, i dialoghi sbiaditi e recitati con sufficienza e l’atteggiamento genuinamente adolescenziale di due over 60, uniti all’ambientazione aeroportuale più volte sfruttata dalla commedia romantica (The Terminal, Jet Lag e Tra le nuvole sono sono alcuni esempi), danno vita a un film tanto malriuscito quanto accidentalmente spietato, che procede con la stessa goffaggine del personaggio di Meg Ryan ma è al tempo stesso capace di tratteggiare l’incapacità di arrendersi al cambiamento, il rimpianto per i tempi andati e la soggettività dei ricordi.

Coincidenze d’amore: più che una commedia romantica, un elogio funebre

Non è un caso che Coincidenze d’amore si chiuda con uno dei finali più abborracciati e contraddittori visti recentemente sul grande schermo. In questa camera ardente del panorama audiovisivo degli anni ’90 adibita ad aeroporto, non c’è infatti spazio per la logica, per la scrittura tagliente e per il cinema più raffinato, ma solo per il ritratto eccentrico e stravagante, ma al contempo sincero e crudele, di personaggi imprigionati in un non luogo fatto di ricordi e malinconia, come Bill e Willa. Più che una commedia romantica, un elogio funebre.

Coincidenze d’amore è in sala dall’11 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Dopo 8 anni di assenza, Meg Ryan torna sul grande schermo con una commedia sciatta e mediocre, che si trasforma in un elogio funebre di un modo di fare cinema ormai scomparso.

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Gloria! Recensione del film di Margherita Vicario

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Gloria!

Margherita Vicario, attrice e cantautrice, ha debuttato come regista con Gloria!, lungometraggio che ha ricevuto la sua prima alla Berlinale e ora ha fatto il suo ingresso nei cinema italiani. La pellicola trae ispirazione da una scoperta fatta da Vicario e dalla sceneggiatrice Anita Rivaroli: un’accademia di musica per giovani donne, un santuario di talenti inespressi, dove si celavano le melodie di grandi compositrici, soffocate dalle convenzioni sociali di un’era governata dagli uomini. 

Il film ci catapulta in un collegio femminile che ospita orfane, nei pressi di Venezia, nel 1800. Il cuore della storia è rappresentato da un gruppo di ragazze unite da un legame profondo, cresciute insieme tra le mura del collegio. Tra di loro emerge la figura di Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, la più temeraria e ingenua, che cade preda delle lusinghe di un nobile seduttore. Nel ruolo di Teresa, troviamo Galatéa Bellugi, una domestica costretta a soffocare la propria voce su ordine di Perlina, il prete e maestro di musica, interpretato da Paolo Rossi. Il suo personaggio è incaricato di creare composizioni per un concerto dedicato a Pio VII, un compito che si rivela troppo arduo per lui, ma non per le sue allieve e per Teresa, che di nascosto, nella notte, animano un pianoforte abbandonato con le loro melodie segrete.

Gloria!: il canto di lode di Margherita Vicario per le compositrici dimenticate

Gloria!

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e delicatezza.

Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.

Mentre le musiche che compone Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile.

Gloria!: non solo musica

Gloria!

Ma non è solo la musica ad avere pieno protagonismo all’interno dell’economia visiva del film di Vicario. Al centro ci sono sì le donne ma c’è il potere, un potere istituzionale, verticistico, piramidale, e un potere femminista quindi condiviso, plurale. Questi due poteri interferiscono tra loro e creano un vortice ben visibile durante ogni scena: non c’è una sola immagine in cui patriarcato e femminismo non trovino punti di sutura, abissi di senso che portano l’uno a essere la porta basculante dell’altro, in cui non c’è spazio per soprassedere alla presenza dell’uno se l’altro ha modo di entrare nell’ordine logico delle cose, nel quotidiano più piccolo e rivoluzionario. Dal modo in cui si mangia, al modo in cui si parla, ai momenti in cui si compone musica, si ascolta musica e si canta, insieme, e soprattutto si balla, insieme.

Nel tessuto narrativo di Gloria!, si intrecciano citazioni luminose che evocano un universo letterario e cinematografico variegato, spaziando dalle atmosfere de Il corsetto dell’imperatrice e Piccole donne al fascino suggestivo di Picnic a Hanging Rock. Quest’opera, tuttavia, trascende la mera evocazione di influenze culturali per puntare verso una visione rivoluzionaria che rifiuta ogni risonanza della struttura gerarchica e piramidale del potere, tipica del patriarcato.

L’ambizione di Gloria! non è quella di sostituire il vertice della piramide con nuove figure femminili, ma piuttosto di demolire completamente tale costrutto, proponendo al suo posto una rete orizzontale e inclusiva. Questa visione si allinea con le narrazioni femministe più incisive e progressiste, quelle che riconoscono che la vera libertà non risiede nel rimpiazzare un ordine esistente con un altro, ma nell’annullare completamente l’ordine stesso.

Reinventare il potere

Il progresso non si ottiene semplicemente sostituendo vecchie categorie con nuove, ma piuttosto mettendo in discussione le categorie stesse, interrogandole e, infine, superandole. Gloria! ci invita a riflettere su come le storie femministe possano guidarci in questo percorso di trasformazione, mostrandoci che il potere può e deve essere reinventato in una forma più equa e condivisa.

Le incredibili protagoniste del film, Galatéa Bellugi, Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria Vittoria Dallasta, Sara Mafodda, scrivono una lettera d’amore, un canto soave e ribelle che risuona fino a oggi e che, senza chiedere il permesso, travalica la contemporaneità e parla a tutte le donne di domani con la sua musica leggera e moderna. 

Gloria! è disponibile nelle sale italiane dall’11 aprile 2024, distribuito da 01 Distribution.

Overall
8/10

Valutazione

Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che, nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per esprimere il loro talento. 

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