Fabrizio De André - Principe libero Fabrizio De André - Principe libero

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Fabrizio De André – Principe libero: recensione del film

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Quando lo schermo si illumina e la cinepresa si muove verso un uomo, con la sigaretta e penna tra le dita, con un ciuffo di capelli impegnato a raggiungere il volto, sembra che tutto sia al posto giusto. Non ci sono errori visivi, non c’è posa forzata che tenga o parola sdrucciola che ne stoni la percussione. L’uomo di cui si sta parlando è come Gaetano Bresci, anarchico, che però non è stato autore di omicidi o sovvertitore di monarchie. Colui di cui si parla ha raccontato di tante creature esistenti, dai fili d’erba, ai cigli delle strade, dal crepaccio dal quale si affacciava per rincorrere i suoi pensieri, al mendicante, alla prostituta, al tossicodipendente.

Inevitabilmente, ciò che si ricrea nelle mente dello spettatore è l’immagine sì di un principe del volgo, libero, ma anche di un uomo inafferrabile, che si solleva dal suolo e che non è mai stato, e mai sarà, facile da raccontare. Chi ha il dono della parola e delle sue forme diventa intangibile, eppure qualcuno trova sempre un modo per ritrarlo.

Fabrizio De André – Principe Libero: la poesia al cinema

Fabrizio De André – Principe Libero

Fabrizio De André – Principe Libero è un film che ha portato al cinema, per poco, e in televisione la poesia. Non c’è altro modo per poterlo dire, e non c’è altro modo per poterlo fare se non così come è stato fatto, probabilmente. La musica, ma in senso più ampio la poesia, non è facilmente adattabile alla televisione. La tv vorrebbe essere bella e pura come la musica, ma non c’è scampo, non ci riesce. L’esempio più semplice che si può sollevare è che quando si tiene in mano un album, un vinile, lo si ascolta, più volte, decidendo l’ordine delle tracce, dandogli un senso personale.

Questo è ciò che inevitabilmente manca alla televisione, e purtroppo al cinema in certi casi: quel disordine, quella scelta, ovvero poterne usufruire in modo sempre diverso e continuo, ed è inevitabile che parte dell’attrito musicale e poetico di un inciso non si possa trasferire liberamente e coerentemente in una fiction.

Faber e Paolo Villaggio

Questo il regista, Luca Facchini, probabilmente lo sa e lo sapeva, ed è per questo che Fabrizio De André – Principe Libero alterna debolezze e picchi di gioia. La prima gioia su cui riflettere è Luca Marinelli, che interpreta il cantautore genovese. Un attore che ha lavorato sul portamento, sulla voce, sul timbro, sulle mani, su come impugnare la penna o disfarsi di una sigaretta. Insomma, si è plasmato corpo e anima senza mai perdersi, una dote rara che denota un’indomita vocazione verso la recitazione. Ma se da un lato Luca Marinelli copre e regna su ogni scena del film, e in qualche modo nobilita la fruizione di un biopic su un cantautore così difficile da rappresentare, dall’altro la sua presenza non basta a rendere le tre ore di durata accettabili, sia dal punto di vista estetico che etico.

La scelta di romanzare, come è giusto che sia, alcuni aspetti della vita del cantautore genovese non rende plausibile però il modo qualunquista e dispersivo con il quale si sono affrontati alcuni passaggi. Prima di tutto il rapporto con Paolo Villaggio, al quale è anche dedicato Fabrizio De André – Principe Libero, ma che al di là del palco, dei loro spettacoli irriverenti, non viene approfondito. Il legame fra Paolo e Fabrizio è una ripetizione di gesti ed eventi, di frasi che il comico ripete in loop, tra cui “sei un genio”. Pleonastico e irrisorio.

Fabrizio De André – Principe Libero: la decontestualizzazione della musica

Fabrizio De André – Principe Libero

Inseguendo il rettilineo dei rapporti umani, ciò che salta all’occhio è come alcuni personaggi, tra cui lo stesso Villaggio o Fernanda Pivano, compaiano e scompaiano alla stregua di figuranti su un palcoscenico. È snervante vedere persone così care e determinanti nella vita del protagonista rese come delle macchiette, senza spessore, senza mai scendere nel dettaglio.

Altro grande assente all’interno di Fabrizio De André – Principe Libero è il suo maître à penser, Georges Brassens, non in quanto persona, considerato che non si conoscevano personalmente, ma in quanto ispirazione. Non è mai citato, nemmeno per sbaglio. Questo ci porta al nocciolo, al culmine delle debolezze, e al centro di questa critica è proprio la musica. La musica, ed è una sofferenza doverlo dire, fa da spartiacque tra le scene, è totalmente decontestualizzata, non ha un posto ben preciso, non ha peso e non è connessa al fluire della storia, si inserisce come un orpello scenico disatteso e isolato.

Genova amaramente assente

Dispiace percepire come venga abusata a volte, come delle note tanto preziose siano lanciate nel racconto senza una direzione. Ed è sempre la musica il punto debole di un racconto che parla di un cantautore ma non mostra da dove nasce la sua arte, quel fuoco, le ideologie, quella necessità di parlare di non violenza, di anarchia, dei diseredati. Come tutto ciò nasca, quando nasca, come cresca e diventi Storia di un impiegato o Non al denaro non all’amore né al cielo non è dato saperlo.

Amaramente assente è Genova, suolo patrio tanto discusso e cantato, che al di là di qualche sguardo alle barche in riva al mare o alle strade diurne sembra non ricavare nemmeno un minuto d’amore da parte della cinepresa. Eppure anche nel film si può ben sentire il suo inno che si rinnova: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”. Da apprezzare però come Fabrizio De André – Principe Libero si dedichi in modo totale al momento del rapimento.

Fabrizio De André – Principe Libero: un film privo di mitizzazione

Fabrizio De André – Principe Libero

Quando Faber e Dori Ghezzi vengono sequestrati dall’anonima sequestri e tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno, ciò a cui si assiste è una scena realizzata con consapevolezza, con i tempi giusti, e pur occupando molto tempo all’interno del film, non risulta mai tempo sacrificato o dilapidato. Menzione speciale va a Ennio Fantastichini, capace di incarnare un personaggio, il padre Giuseppe De André, senza sbavature o forzature caratteriali, donando un’interpretazione al tempo stesso intensa e precisa, rammentando con semplicità il rapporto che aveva con il figlio Fabrizio, indissolubile e scanzonato.

Fabrizio De André – Principe Libero è purtroppo la somma delle sue parti, il ritratto di un timido menestrello, un genovese apolide, pagano e panteista, principe e libero. E la giusta resa del film è tutta nelle mani e nella grana di Luca Marinelli, con una bravura sbalorditiva nel far aderire la sua voce a quella di Faber. Ed è altrettanto preciso e ammirevole quando imbraccia la chitarra e canta alcune strofe immortali del cantautore genovese, ma, purtroppo, il suo lavoro, per quanto encomiabile e vulcanico, non è mai abbastanza. Per tre ore di film l’attenzione è dedicata molto alla famiglia, ad attimi di crescita personale, alla scrittura, all’incontro con Tenco, al rapimento, ai suoi amori, ai suoi amici. E in tutto questo non c’è mitizzazione, non c’è epopea.

Fabrizio De André – Principe Libero è la storia di un uomo, un uomo che si è fatto poeta, oppure sarebbe più giusto dire un poeta che si è fatto uomo, un ritratto dell’uomo dietro la canzone, anzi al di là dell’artista, un inquietante ossimoro.

Overall
5/10

Verdetto

Fabrizio De André – Principe Libero delude le aspettative. La musica è totalmente decontestualizzata e Genova è una passante che non riesce a ricavare la giusta presenza all’interno dell’economia visiva del film. Unico punto a favore è Luca Marinelli, che regala un’interpretazione solida e poetica.

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Abigail: recensione del film con Melissa Barrera

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Abigail

Si apre con il tema principale de Il lago dei cigni di Čajkovskij come il seminale Dracula di Tod Browning (scelta con un ben preciso significato, come vedremo in seguito), procede seguendo le dinamiche di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (base per molti horror moderni, peraltro citata esplicitamente nel film) e infarcisce tutto con un dark humour citazionista e postmoderno. Abigail di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett si configura quindi come un saggio divertito e divertente sulla storia e sullo stato dell’arte del cinema horror, sulla scia dell’immortale saga di Wes Craven Scream, non a caso rielaborata dagli stessi registi nei due recenti “requel“. Una valida commedia horror, che conferma l’affinità di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett con questo filone, da loro esplorato anche nel notevole Finché morte non ci separi.

Liberamente ispirato a La figlia di Dracula, Abigail racconta la storia di un bizzarro e misterioso gruppo di rapitori, assoldati per sequestrare una bambina dotata di grande talento per la danza. Una volta eseguito il sequestro, i malviventi hanno l’indicazione di portare la piccola in una lussuosa e isolata villa, in cui custodirla per 24 ore in attesa del pagamento del riscatto. Ignari delle vere identità dei loro soci e di quella del padre della bambina, i rapitori iniziano a innervosirsi e a porsi domande sulla loro missione. In un susseguirsi di eventi sinistri, scoprono poi di essere rinchiusi all’interno della villa e soprattutto di essere a loro volta in pericolo per la vera natura della piccola Abigail, assetata del loro sangue.

Abigail: una giocosa e riuscita commedia dell’orrore

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non inventano nulla, ma sfruttano in maniera fresca e brillante gli stereotipi dei generi e dei temi che affrontano. Uno di questi è indubbiamente il vampirismo, che con il passare dei minuti diventa sempre più centrale all’interno della narrazione. L’eterogeneo gruppo di protagonisti infatti non può fare altro che interrogarsi sulla natura e sui poteri di Abigail, affidandosi all’intuito (per la verità abbastanza scarso) e soprattutto alla letteratura e alla filmografia sui vampiri. Spunti ideali per un umorismo macabro e grottesco e per situazioni paradossali, come i momenti in cui i protagonisti ricorrono a reminiscenze di True Blood o Twilight per decidere il da farsi o scambiano l’aglio con le cipolle nel tentativo di proteggersi.

Il lavoro dei registi non si limita però al citazionismo spicciolo, ma anche grazie al contributo in sceneggiatura di Stephen Shields e Guy Busick danno vita a un prodotto di genere dalle atmosfere e dalle dinamiche cangianti, non lontano per toni dal cult Dal tramonto all’alba. Quello che inizialmente si configura come un innocuo thriller basato su un rapimento strizza poi l’occhio al giallo, lavorando sulle misteriose identità dei rapitori e sulla loro possibile doppiezza. Una parentesi effimera, che prepara il terreno a una decisa sterzata nei territori dell’horror e dello splatter, durante la quale si ricorre a un ricco campionario di schizzi di sangue, teste mozzate e giugulari recise. Una svolta accompagnata da particolari scelte di marketing, volte non a celare la vera natura della piccola protagonista ma a enfatizzarla in tutti i modi possibili, a partire dall’ampio materiale promozionale.

La formidabile prova di Alisha Weir

Abigail

Punto di forza di Abigail è indubbiamente la formidabile attrice irlandese Alisha Weir (classe 2009), già vista recentemente in Matilda The Musical di Roald Dahl e Cattiverie a domicilio, ma in questo caso autrice di una prova di encomiabile maturità, in perfetto equilibrio fra falsa dolcezza e spaventosa malvagità, ma capace anche di sorprendenti squarci di umanità. Accanto a lei spicca la notevole performance di Melissa Barrera, già valida final girl nel franchise di Scream, da cui è stata allontanata ciecamente allontanata per il suo sostegno al popolo palestinese. Completano il cast l’ambiguo Dan Stevens, l’ingenua geek Kathryn Newton, il sempre inquietante Kevin Durand, un incerto Will Catlett e lo sfortunato Angus Cloud, prematuramente scomparso poco prima dell’uscita del film, dedicato alla sua memoria. Da segnalare infine le brevi apparizioni di Giancarlo Esposito e Matthew Goode, importanti soprattutto per l’atto conclusivo.

Nel turbine di citazioni orchestrato dai registi (oltre a quelle già menzionate, spiccano i rimandi alla vasca di Phenomena e i parallelismi con Finché morte non ci separi, in un gioco di riferimenti interno alla filmografia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett), sarebbe un peccato fare passare in secondo piano il pregevole lavoro sulle scenografie e sulle luci, che diventa centrale per la narrazione e per le possibili piste che si aprono con il passare dei minuti. Il risultato è un crescendo di suspense, mistero e paura, solo parzialmente indebolito da una comicità meno efficace rispetto ai precedenti lavori di questa coppia di autori, principalmente a causa della caratterizzazione grossolana ed eccessivamente grottesca di alcuni dei protagonisti.

Abigail: è davvero la fine?

Abigail

Pur non rinnegando mai la sua natura puramente derivativa, Abigail sfocia in un finale soddisfacente e tutt’altro che scontato, che raccoglie i frutti del lavoro svolto in precedenza sugli stereotipi dei vampiri e sulla solidarietà femminile, già al centro dei due recenti capitoli del franchise di Scream. Un lavoro leggero ma mai sciatto, anche dal punto di vista editoriale: in epoca di remake sfornati a ripetizione e di universi condivisi, Abigail sembra più viva che mai, proprio come il famigerato Principe delle tenebre a cui è direttamente collegata.

Abigail è disponibile dal 16 maggio nelle sale italiane, distribuito da Universal Pictures.

Overall
7/10

Valutazione

Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett continuano la loro esplorazione della commedia dell’orrore, dando vita a un racconto giocoso e citazionista al punto giusto, solo parzialmente indebolito da un umorismo non sempre a fuoco.

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Adagio: recensione del film di Stefano Sollima

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Adagio

In Suburra, secondo capitolo della sua trilogia dedicata alla Roma criminale, Stefano Sollima ci mostrava una capitale bagnata da una pioggia ininterrotta, cornice dei più subdoli intrighi del potere e della criminalità organizzata. A chiudere il trittico del regista italiano, iniziato con Romanzo criminale – La serie, arriva Adagio, che invece ci presenta una Roma minacciata da un sempre più inquietante incendio e fiaccata da un caldo asfissiante, in linea con quanto messo in scena da Paolo Virzì nel suo Siccità. In questo fosco teatro si aggirano i protagonisti di Adagio, in bilico fra un lontano passato nel crimine e un torbido affare nel presente.

Insieme all’ottimo debuttante Gianmarco Franchini, in Adagio troviamo colonne portanti della recitazione in Italia come Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini e Pierfrancesco Favino, con quest’ultimo che si conferma perfetto interprete del crime dopo il notevole L’ultima notte di Amore, peraltro in un ruolo diametralmente opposto per registri e sfumature espressive.

Adagio: l’amara e malinconica chiusura della Trilogia della Roma criminale

Al centro di Adagio c’è il giovane Manuel (Gianmarco Franchini), inviato in un festino a base di sesso, droga e alcol con il compito di immortalare un ministro impegnato in atteggiamenti equivoci. Prima di portare a termine la missione, Manuel si dà però alla fuga insieme al prezioso video, mandando su tutte le furie il mandante Vasco (Adriano Giannini), maresciallo del ROS corrotto. Il ragazzo si rifugia da Polniuman (Valerio Mastandrea), vecchia conoscenza di suo padre Daytona (Toni Servillo) e come lui con un passato nella banda della Magliana. Inizia così una fuga all’insegna della paura e della violenza, che coinvolge politici, forze dell’ordine e anche l’ambiguo Cammello (Pierfrancesco Favino), ex criminale gravemente malato.

Dopo le trasferte statunitensi Soldado e Senza rimorso, Stefano Sollima torna in Italia per un altro solido film di genere, che non indora mai la pillola ma al contrario propone personaggi in costante equilibrio fra malvagità e slanci di umanità, fra etica e crimine, fra vita e morte. Un vero e proprio personaggio aggiuntivo del racconto è una Roma respingente e avvelenata, evidentemente prossima a una catastrofe mai approfondita ma sempre presente nel racconto. Una metropoli irrimediabilmente lontana sia dalle atmosfere sognanti de La dolce vita, sia dalla inconsapevole decadenza della borghesia de La grande bellezza, lanciata a tutta la velocità verso l’abisso e verso l’ignoto.

Un cinema diretto e sincero

Adagio

In un luogo in cui convivono i fasti di un glorioso passato e il presente squallore, i personaggi mettono in evidenza tutta la loro doppiezza. Vediamo dunque l’apparentemente giudizioso padre interpretato da Adriano Giannini, che mentre prepara un pasto per i figli segue gli ultimi sviluppi del frutto della sua corruzione, ma anche un temibile e spietato criminale trasformato in insolita e inadeguata ancora di salvezza. Sullo sfondo uno Stato assente, colpevole e disinteressato, del tutto scollegato dalle frange più marginalizzate della società, protagoniste a loro volta di un aspro scontro generazionale, con i giovani intenti a reclamare il loro spazio a discapito dei più anziani, a loro volta attaccati a regole e amicizie spazzate via dal tempo e dalla storia.

Un cinema diretto e sincero, che guarda al cinema americano (evidente il rimando a I soliti sospetti) ma al tempo stesso si sporca le mani con la sua italianità, riprendendo lo spirito del nostro grande cinema di genere. Dinamiche sapientemente maneggiate dalla mano esperta di Stefano Sollima, che tratteggia un desolante quadro di mediocrità, marciume e disperazione, abitato da veri e propri relitti umani. Fra questi, spicca soprattuto il Cammello di Favino, completamente spogliato della sua divistica per aderire a un corpo martoriato dalla malattia e dall’emarginazione. Non da meno l’ermetico Daytona, sospeso fra disagio mentale e improvvisi squarci di spietatezza criminale.

Adagio

Con l’indimenticabile Tutto il resto è noia, la voce di Franco Califano chiude un gangster movie urbano dalle sfumature noir e poliziesche, che fra inseguimenti, duelli e foschi presagi riesce a mantenere sempre alta la tensione, accompagnandoci verso un epilogo amaro e malinconico, in cui emergono la circolarità della vita criminale e il fallimento di una società sull’orlo del collasso.

Overall
7.5/10

Valutazione

Stefano Sollima firma un pregevole un gangster movie urbano dalle sfumature noir e poliziesche, che chiude la Trilogia della Roma criminale.

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Stand by Me – Ricordo di un’estate: recensione del film di Rob Reiner

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Stand by Me - Ricordo di un'estate

«Abitavo in una cittadina dell’Oregon, di nome Castle Rock. C’erano solo 1281 abitanti, ma per me era il mondo intero», dice l’adulto Gordon Lachance nei primi minuti di Stand by Me – Ricordo di un’estate, ripensando alla sua infanzia di molto tempo prima, sempre «se lo si considera in termini di anni». Un incipit che costituisce una perfetta descrizione della sonnolenta e apparentemente immobile vita di provincia, ma allo stesso tempo è anche una dichiarazione d’intenti di questo straordinario film, che in appena 88 minuti riesce davvero a dipingere un mondo intero, imponendosi come uno dei più struggenti racconti di formazione mai visti sul grande schermo.

Non è un caso che Stand by Me – Ricordo di un’estate nasca dalla penna di Stephen King, uno degli autori che meglio ha saputo raccontare la giovinezza, attraverso pietre miliari della narrativa come Carrie e It. In questo caso il materiale originale è il racconto Il corpo, contenuto nella raccolta Stagioni diverse, di cui fanno parte anche Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank (adattato al cinema con Le ali della libertà) e Un ragazzo sveglio (base per il film di Bryan Singer L’allievo). Un’opera ricca di evidenti spunti autobiografici, come lo stesso Lachance (diventato uno scrittore) e i problemi di tutti i protagonisti con la figura paterna (il padre di Stephen King ha abbandonato la famiglia quando l’autore aveva appena 2 anni), che attraverso un intreccio molto semplice racconta il delicatissimo passaggio fra l’infanzia e l’adolescenza, con la conseguente perdita dell’innocenza, nonché di amicizie che si credevano eterne.

Stand by Me: un amaro capolavoro sull’infanzia e sull’amicizia

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Stand by Me – Ricordo di un’estate è sostanzialmente un lungo flashback, che inizia nel momento in cui l’ormai affermato scrittore Gordon Lachance (Richard Dreyfuss) apprende da un giornale della tragica morte di Chris Chambers, il suo migliore amico d’infanzia. La mente torna così all’estate del 1959, quando il protagonista, soprannominato Gordie (interpretato da Wil Wheaton), parte insieme a Chris (il compianto River Phoenix) e agli altri amici Teddy Duchamp (Corey Feldman) e Vern Tessio (Jerry O’Connell) alla ricerca del cadavere di un ragazzino, scomparso pochi giorni prima dalla cittadina di Castle Rock. Un tentativo di diventare eroi agli occhi della comunità, ma anche e soprattutto l’occasione per vivere tutti insieme un’emozionante avventura, in un lungo cammino attraverso i binari della ferrovia. Sulla loro strada c’è però un gruppo di bulli più grandi di loro, guidati dal pericoloso e sinistro Asso Merrill (un inquietante Kiefer Sutherland).

Il corpo è poco più che un pretesto, che Stephen King utilizza per scavare nell’animo dei suoi personaggi e per trasformare un paio di giornate estive nella sintesi di un’esistenza intera, in linea con il celebre motto di Leo Benvenuti, secondo cui «in fin dei conti ognuno di noi ha al massimo 20 estati utili… Poi si diventa adulti. E tutto cambia». Da narratore acuto e poliedrico, Rob Reiner (reduce dal successo di This Is Spinal Tap e successivamente ancora autore di un notevole adattamento di Stephen King, Misery non deve morire) intercetta brillantemente questo spirito, compiendo l’intelligente scelta di dare maggior risalto proprio a Gordie, mentre ne Il corpo l’attenzione è rivolta maggiormente verso Chris.

Il binario della vita

Il risultato è un racconto commovente e intriso di malinconia, che scaturisce non solo dalle musiche di Jack Nitzsche e dal continuo ricorso al brano di Ben E. King che dà il titolo al film, ma anche dall’approccio di Gordie, l’unico della compagnia a cogliere pienamente il valore simbolico di questo viaggio, grazie al suo già evidente talento per la narrativa. Quello di Gordie, Chris, Teddy e Vern è un viaggio iniziatico, pieno di sorprese e di pericoli, in cui ognuno di loro impara ad affrontare e superare le proprie fragilità.

In un susseguirsi di imprevisti e colpi di scena, i protagonisti evitano treni per un soffio, fuggono da un temibile cane rivelatosi pressoché innocuo («Chopper fu la mia prima lezione sulla differenza tra mito e realtà», dice Gordie), attraversano ponti pericolanti, dormono in un bosco, vengono attaccati dalle sanguisughe e infine si confrontano a testa alta con i bulli locali.

Il tutto camminando simbolicamente su un binario, che proprio come la vita può essere percorso solo in una direzione: in avanti mentre si cresce, all’indietro quando si guarda al passato per riannodare i fili della propria esistenza. Lungo la ferrovia, Gordie impara a credere in se stesso anche quando non lo fanno gli altri, come i suoi genitori, ancora sconvolti dalla prematura scomparsa di suo fratello maggiore, nonché loro figlio preferito; Chris capisce che nonostante la pessima nomea e le sue difficoltà di apprendimento può avere comunque un brillante percorso, mettendo le basi per la sua carriera di avvocato; Teddy scopre che gli insulti e gli sberleffi che è solito utilizzare possono colpire anche lui nei suoi punti più deboli, come il padre reduce dallo sbarco in Normandia; l’ingenuo e insicuro Vern acquisisce fiducia e coraggio, comprendendo che è possibile superare anche le più grandi paure.

Un racconto in cui chiunque può riconoscersi

Stand by Me - Ricordo di un'estate

In delicato equilibrio fra le dinamiche del road movie e il coming-of-age, Rob Reiner ferma queste vite nel tempo, districandosi fra ingiurie alle madri, discussioni su fumetti e supereroi, i più disparati scherzi e momenti di aggregazione, come la spassosa digressione sul racconto di Gordie incentrato sulla gara di mangiatori di torte. Nel pieno dell’edonismo e del trionfo della perfetta mascolinità degli anni ’80, il regista scalda il cuore con una storia di ragazzini fragili, imperfetti e sfiduciati, ideale anello di congiunzione fra gli scanzonati protagonisti de I Goonies (uno dei quali è proprio Corey Feldman) e i membri del Club dei Perdenti del già citato It di Stephen King, in eterna lotta contro l’incarnazione stessa del male.

In questo caso però non ci sono né tesori da ritrovare né mostri da sconfiggere, ma un momento di passaggio in cui chiunque può riconoscersi, fatto di timori spesso infondati sul futuro, furibonde liti capaci di sciogliersi in radiosi sorrisi, voglia di diventare grandi in fretta e al contempo di restare bambini ancora per un po’. Pochi hanno vissuto un’avventura sospesa fra bulli, cadaveri e boschi come quella di Stand by Me – Ricordo di un’estate, ma tutti possono comprendere lo stato d’animo di questi quattro ragazzi, che si trovano nel pieno di quella fase della vita in cui solo i coetanei possono comprenderci, mentre gli adulti e persino i ragazzi di pochi anni più grandi sembrano figure completamente estranee a un legame apparentemente eterno, ma in realtà spesso illusorio.

Lo struggente finale di Stand by Me

Fra improvvisi momenti di dolcezza (l’incontro col cerbiatto che Gordie tiene per sé come ultimo scampolo dell’infanzia) e laceranti squarci di verità («So quello che pensa tuo padre di te. Non gliene frega niente di te. Lui preferiva Denny, e non negarlo») si arriva al confronti finale con Asso Merrill e i suoi scagnozzi, in cui Gordie completa il suo percorso di crescita, puntando la pistola in faccia al bullo e mettendolo addirittura in fuga. Un attimo di grande coraggio a cui ne fa seguito un altro di invidiabile maturità, nel quale il ragazzo convince i compari a non approfittare del corpo di un loro coetaneo per guadagnare popolarità e a limitarsi a segnalarlo alla polizia con una telefonata anonima.

«Eravamo stati via solo due giorni, eppure la città sembrava diversa. Più piccola». Finita l’avventura, si ritorna a casa in silenzio, senza la magia che aveva accompagnato il viaggio di andata ma con qualche consapevolezza in più su se stessi e sul proprio futuro. Stand by Me – Ricordo di un’estate irrompe così nella realtà con un carico di amarezza e verità, davanti al quale è difficile trattenere le lacrime. Senza rendersene conto, Gordie, Chris, Teddy e Vern si separano per sempre.

«Col passare del tempo, ci vedemmo sempre meno con Teddy e Vern, finché diventarono due facce nella massa. Succede. Gli amici entrano ed escono dalla tua vita come i camerieri di un ristorante», dice Gordie, sbattendo in faccia allo spettatore un momento di doloroso realismo, completato dalla commistione fra la finzione e il vero triste destino di River Phoenix, nell’attimo in cui la figura dello sfortunato attore si dissolve, per rimanere per sempre giovane nei ricordi del protagonista e degli spettatori.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Con i bambini intorno a lui che giocano spensierati, protagonisti inconsapevoli della ciclicità dell’amicizia e della vita, davanti al computer con cui si guadagna da vivere il prestigioso scrittore Gordon Lachance ricorda l’amico scomparso («Nonostante fossero più di dieci anni che non lo vedevo, so che mi mancherà, sempre») e trova un’epifania che riassume perfettamente il senso di questo capolavoro: «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?».

Si chiude così Stand by Me – Ricordo di un’estate, che fa parte della ristretta cerchia dei film per cui non è eccessivo usare il termine “capolavoro”. Un risultato riconosciuto dallo stesso Stephen King, spesso particolarmente critico sugli adattamenti delle sue opere, che però in questo caso, come raccontato dallo stesso Rob Reiner, al termine di una proiezione privata del film si è allontanato per qualche minuto, per poi tornare visibilmente scosso per complimentarsi col regista con queste parole:

«È il miglior film mai realizzato tra tutto ciò che ho scritto, il che non dice molto. Ma hai davvero catturato la mia storia. È autobiografico. Tutto ciò che è stato inventato è stato l’espediente della caccia al corpo. Ero lo scrittore e il mio migliore amico era il ragazzo che in realtà mi ha instillato la fiducia necessaria per diventare uno scrittore. Ed è davvero stato ucciso da giovane».

Stand by Me - Ricordo di un'estate

Overall
10/10

Valutazione

Rob Reiner firma uno dei migliori adattamenti delle opere di Stephen King, dando vita a uno struggente e indimenticabile racconto di formazione.

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