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Followed: recensione del film diretto da Carlo Ledesma

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Fra le più interessanti opere passate in concorso al Ravenna Nightmare Film Fest 2020 c’è sicuramente Followed, secondo lungometraggio del regista filippino Carlo Ledesma. Un horror che mescola un racconto di amore materno con quello di una possessione demoniaca, ambientato per buona parte della sua durata in un call center, scelta che regala all’opera una forte connessione con la realtà contemporanea, nonostante le tematiche soprannaturali trattate. Non tutto si lega alla perfezione, ma siamo di fronte a un buon prodotto di genere, che utilizza l’orrore non soltanto per intrattenere e spaventare, ma anche per mettere in luce le contraddizioni del mondo in cui viviamo, come le atmosfere insalubri e stressanti che contraddistinguono alcuni ambienti lavorativi o le storture del sistema sanitario.

Followed: quando l’orrore si mescola con la povertà e il precariato
Followed

La protagonista di Followed è Olivia (Carmina Villaroel), madre single che a causa della malattia di sua figlia Anelle (Krystal Brimner) è alle prese con ingenti spese mediche. Le sue difficoltà economiche la portano ad accettare un modesto lavoro in un call center filippino, dove subisce le pressioni dei superiori, ma stringe anche legami umani. All’interno dell’edificio di Manila dove lavora, Olivia inizia a vedere inquietanti presenze, per poi fare la conoscenza di una bambina, che sembra essersi persa nella struttura. Mentre le condizioni di salute della figlia di Olivia migliorano, cominciano a verificarsi misteriosi eventi, conditi da incubi ricorrenti e da comportamenti strani da parte della stessa Anelle.

Anche se il canovaccio su cui si basa il principale plot twist non è né inedito né imprevedibile, Followed riesce a distinguersi dal mucchio, soprattutto per la sensibilità con cui tratteggia le condizioni di semi povertà in cui vive Olivia. A tratti, sembra quasi di trovarsi di fronte a un riuscito mix fra la rappresentazione dei call center di Tutta la vita davanti di Paolo Virzì e la lacerante descrizione dell’inferno del precariato portata avanti da Ken Loach, illuminato da improvvisi squarci di speranza, come la guarigione di Anelle o la solidarietà che Olivia trova nei colleghi, nonostante l’ambiente cinico e iper-competitivo in cui è costretta a lavorare.

Siamo però sempre in un horror, e le complicazioni non tardano ad arrivare. Da questo punto di vista, Followed viaggia su binari decisamente più rodati, perdendo parte della propria freschezza ma conservando un pregevole impianto estetico, che si palesa soprattutto nelle sequenze oniriche, esaltate da giochi di luce e di colori particolarmente suggestivi, e sempre più rari nel cinema di genere contemporaneo.

La contaminazione fra reale e soprannaturale

Il gioco di Carlo Ledesma è scoperto: rendere il piano della realtà sempre più angosciante, anche attraverso la presenza progressivamente più forte delle entità demoniache e delle possessioni, tratteggiando però al contempo un contesto che fornisca una motivazione alle azioni di questi spaventosi esseri. A legare questi due binari narrativi è sempre l’amore fra madre e figlia, che riesce sempre a trovare una via, anche quando l’ambiente circostanze non sembra concedere alcuna possibilità. Tanta, forse troppa carne al fuoco, che Ledesma gestisce però con discreto mestiere, trovando anche il prezioso supporto di due protagoniste particolarmente abili a rendere le tante sfaccettature dei loro personaggi.

Non manca qualche ingenuità, soprattutto in uno schema narrativo che appare troppo sbilanciato sulla seconda parte, ben più densa di eventi e azione rispetto a quanto vista in precedenza, ma si rimane affascinati dalla contaminazione fra reale e occulto e da uno sguardo che, come da tradizione del migliore cinema di genere asiatico, non è mai assolutorio o consolatorio nei confronti dello spettatore. Tanto basta per fare di Followed un’opera meritevole del trampolino di lancio del Ravenna Nightmare Film Fest, che non sfigurerebbe nel catalogo delle più importanti piattaforme streaming.

Overall
7/10

Verdetto

Dalle Filippine arriva un horror non sempre bilanciato, che riesce però a utilizzare il soprannaturale come mezzo per parlare delle storture della società contemporanea.

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Petite Maman: recensione del film di Céline Sciamma

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Petite Maman

Dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma torna dietro la macchina da presa con una pellicola suggestiva, politica e intima, Petite Maman, applaudita all’ultimo Festival di Berlino. Distribuita in Italia da Teodora Film e MUBI, Petite Maman è stata presentata in anteprima durante Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. 

Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di Tomboy, uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. Petite Maman ha per protagonista Nelly, una bambina di otto anni che dopo la morte della nonna passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Nelly esplora la casa e il bosco che la circonda, dove sua madre giocava da bambina e dove aveva costruito la casetta di legno di cui aveva sentito tanto parlare. Dopo che la madre va via all’improvviso, Nelly incontra nel bosco una bambina della sua età che si chiama proprio Marion e sta costruendo una casetta di legno. 

Petite Maman: recensione del film di Céline Sciamma

Céline Sciamma

Céline Sciamma confeziona una storia delicata che si sublima nell’incontro tra due bambine, due specchi umani, due individui, Nelly e Marion. Quel che seduce della storia così particolare che ha scritto e diretto Sciamma è una pervicacia dell’assenza che si insinua in ogni fotogramma: nelle scene, soprattutto quelle girate negli interni, si percepisce la mancanza di qualcosa, il silenzio lambisce e incornicia la storia, e lo sguardo della regista si focalizza ora sulle bambine, ora sulla casa vicino il bosco che ospita Nelly, una dimora abitata da una presenza-assenza, da un sentimento, da un lutto, da un realismo magico che pervade anche l’intero film. 

Petite Maman è un lavoro che imperversava nella mente della regista mentre girava Ritratto della giovane in fiamme. Ma è stato poi girato dopo il primo lockdown. L’elemento più detonante è l’aspetto dell’incontro, del viaggio temporale, che diventa una strada da percorrere: “Vengo dalla strada dietro di te”, dice Nelly prima di rivelare la verità. Una strada che la conduce dalla sua vita, dal suo tempo, ad un momento diverso, in cui sua mamma, Marion, ha la sua stessa età e vive in quella stessa dimora. Lo spazio si contrappone, si sovrappone, come anche i colori, gli spazi, i luoghi, i giochi, le abitudini, gli interni, che sono visibilmente cambiati, e le due bambine si ritrovano come due amiche che hanno solo il desiderio di giocare, di tracciare un vissuto, una ritualità, di colmare un vuoto. 

Inventare un’amicizia per sottrarsi al vuoto

“Tu non hai inventato la mia tristezza”, dice Marion a Nelly. Una frase potentissima che rimanda alle sensazioni che vivono e provano i bambini, come anche le paure: una delle paure più forti che pervade questo film è la tristezza degli adulti, quando i grandi che entrano in scena. La regista unisce due sguardi, quello femminile e quello infantile, che in fondo sono personaggi che non riescono quasi mai a dimostrare o a vivere la loro integrale individualità, e lo fa eliminando le gerarchie, creando una sorta di equilibrio, una genealogia orizzontale, tra madre e figlia. C’è un’intimità dello spazio, dell’infanzia stessa, ed è uno spazio e un tempo che non ha una connotazione precisa, uno spazio intimo, politico, evocativo, in cui l’immaginazione serve per compiere un viaggio nel tempo, per superare un lutto, inventare un’amicizia, imprevista, spontanea, per sottrarsi al vuoto. 

Non c’è magia, non ci sono varchi, solo una strada che si percorre che lega due mondi, due tempi diversi. 

Overall
8/10

Verdetto

Dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme, Céline Sciamma torna dietro la macchina da presa con una pellicola suggestiva, politica e intima. 

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare: recensione del film di Pif

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E noi come stronzi rimanemmo a guardare

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Il titolo del terzo lavoro da regista di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) non è solamente la perfetta sintesi dell’opera, ma anche un monito sulla leggerezza con cui stiamo vivendo il nostro presente e sui cupi scenari a cui stiamo andando incontro. Ideato e realizzato prima della pandemia, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ci trasporta in un prossimo futuro distopico, che ci appare ancora più vicino del previsto per la repentina svolta impressa dal COVID-19 alle nostre vite. Un futuro in cui è un algoritmo a decidere chi è produttivo o quali sono le possibilità di una coppia. Uno distopia inquietante e terribilmente realistica, in cui i lavoratori sono ridotti a sfiancarsi per pochi spiccioli e a rincorrere un altro algoritmo, che li penalizza per ogni loro errore. Una realtà in cui anche l’amore è parte integrante della gig economy.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare la disumanizzazione del lavoro

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

In questa epoca cupa, dove i rigurgiti fascisti sono un tema per festini privati (la storia si ripete sempre sotto forma di farsa), Fabio De Luigi è Arturo, manager di successo che nel giro di un brevissimo lasso di tempo perde la fidanzata e pure il posto di lavoro, per via di una scelta di un algoritmo che lui stesso ha contribuito a creare. Impossibilitato a trovare un lavoro adeguato al suo curriculum, l’uomo accetta un lavoro come rider presso Fuuber, colosso mondiale delle consegne a domicilio.

La medesima azienda offre ai propri clienti anche un’innovativa app rivolta alle persone sole, grazie alla quale è possibile godere della compagnia di un ologramma che si adatta alle preferenze alle necessità del consumatore. Grazie a questo progetto, Arturo conosce Stella (Ilenia Pastorelli), di cui si innamora. Al termine del periodo di prova del servizio, l’uomo si trova però costretto a sborsare una cifra fuori dalla sua portata per rinnovarlo. Messo a dura prova sia dal punto di vista lavorativo che da quello sentimentale, Arturo si addentra nei meandri di Fuuber, scoprendo una realtà ancora più sinistra di quanto immagina.

Pierfrancesco Diliberto frulla nello stesso contenitore Play Time – Tempo di divertimento di Jacques TatiLei di Spike Jonze, fondendoli con spunti alla Black Mirror e col cinema di Maurizio Nichetti (che non a caso compare in un cameo in E noi come stronzi rimanemmo a guardare), ricorrendo addirittura a echi fantozziani per la rappresentazione del grottesco ambiente di lavoro di Arturo. Svariati riferimenti per molta carne al fuoco, dal momento che Pif spazia con libertà e un pizzico di superficialità fra gig economy, satira politica e intelligenza artificiale, senza mai rinunciare alle dinamiche e alle atmosfere della commedia romantica.

Fra Jacques Tati e Ken Loach

Raro assistere a un’opera italiana così corrosiva e riflessiva in ambito tecnologico e sociale. Difficile infatti rimanere indifferenti di fronte alle disavventure di Fabio De Luigi, che pur nel contesto di una commedia popolare mai davvero disturbante portano avanti istanze lavorative e umane care a Ken Loach. Ci riferiamo soprattutto all’attività di rider di Arturo, che mette a nudo molti degli aspetti più controversi della gig economy, come l’assenza di certezze sulla retribuzione, il sistema perverso che porta lo stesso lavoratore a pagare per gli strumenti necessari per la sua attività e l’ancora più intollerabile meccanismo del rating, che precipita i rider in un vortice di penalizzazioni e privazioni di opportunità da cui è possibile uscire solo attraverso attività e orari ancora più massacranti.

Allo stesso tempo, Pierfrancesco Diliberto semplifica eccessivamente altri temi portati avanti in E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ricorrendo a collegamenti superficiali e fuori luogo, come il nome dell’azienda di Arturo (che richiama Uber) o il modo di vestire e di comunicare del fondatore della multinazionale, chiari richiami a Steve Jobs. A lasciare perplessi è proprio quest’ultimo personaggio, vero e proprio villain del racconto insieme alla tecnologia stessa, del quale non comprendiamo mai la personalità e a cui Pif mette in bocca una sorta di monologo sull’utilizzo dei dati delle persone da parte dei colossi del tech, argomento non adeguatamente approfondito e sviluppato nel resto della narrazione.

Come già avvenuto per La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore, il caratteristico approccio a dimensione di bambino di Diliberto diventa anche la principale debolezza delle sue opere, troppo concilianti per riuscire a scuotere lo spettatore.

 E noi come stronzi rimanemmo a guardare: si ride a denti stretti

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

Anche se E noi come stronzi rimanemmo a guardare mostra varie fragilità, accogliamo comunque con simpatia e stima un progetto italiano che esce per una volta dal seminato, proponendo diversi di spunti di riflessione e osando anche sequenze abbastanza ardite e scivolose, come l’intero incipit ambientato nella festa neonazista. La maschera comica di Fabio De Luigi fa il resto, concentrando sull’attore romagnolo il senso di disorientamento e inadeguatezza tipico del mondo del lavoro contemporaneo e garantendo il solito carico di risate. Risate che stavolta si trasformano però in sorrisi a denti stretti, perché il mondo descritto da Pif è purtroppo perfettamente coerente con l’involuzione tecnologica e umana che stiamo vivendo.

Il nuovo prodotto Sky Original E noi come stronzi rimanemmo a guardare sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da Vision Distribution.

Overall
6.5/10

Verdetto

E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Nella speranza di non dover mai pronunciare queste parole, Pif mette in scena un sinistro scenario futuro in cui l’umanità è totalmente asservita all’intelligenza artificiale. Non tutti i temi sono affrontati con la giusta profondità, ma le riflessioni proposte dal film allo spettatore sono giuste e sempre più urgenti.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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