Gemini Man: recensione del film di Ang Lee con Will Smith

Gemini Man: recensione del film di Ang Lee con Will Smith

Nel cominciare questa recensione di Gemini Man, abbiamo una certezza. Il nuovo lavoro di Ang Lee in futuro finirà dritto sui manuali di cinema, togliendo spazio a opere certamente più riuscite e compiute, in quanto primo film a essere concepito, realizzato e proposto al grande pubblico nell’avveniristico formato video a 120 fotogrammi al secondo in 3D 4K, che avvicina la sala cinematografica all’atmosfera videoludica, avvolgendo lo spettatore in un’esperienza nuova e per certi versi spiazzante. Lee continua così il suo percorso nell’esplorazione di nuove frontiere cinematografiche, cominciato con Vita di Pi e proseguito con Billy Lynn – Un giorno da eroe, anch’esso girato a 120 frame al secondo, ma non sostenuto adeguatamente a livello tecnologico dalle sale, con il conseguente inevitabile fiasco al botteghino.

Il corpo e il volto dell’operazione Gemini Man sono quelli di Will Smith, che si cimenta in un doppio ruolo: quello che gli calza ormai a pennello di simbolo del cinema action e una sua versione ringiovanita, dalle chiare reminiscenze di Willy, il principe di Bel-Air. Non stiamo però parlando di un’operazione di de-aging, già sdoganata al cinema da Rogue One: A Star Wars Story, Guardiani della Galassia Vol. 2 e dall’imminente The Irishman di Martin Scorsese, ma di un vero e proprio personaggio costruito digitalmente, applicando la motion capture allo stesso Will Smith. Il risultato è sorprendentemente naturale, fatta eccezione per qualche inquadratura ravvicinata di dialoghi, nelle quali emerge una certa legnosità a livello espressivo.

Gemini Man: un primo sguardo sul futuro dell’intrattenimento
Gemini Man

Le due versioni di Smith sono giustificate dall’intreccio di Gemini Man, incentrato sul personaggio del sicario Henry Brogan, che dopo anni di onorato servizio decide di appendere per sempre le sue armi al chiodo. La scelta di Henry si scontra però con i servizi segreti americani, che ben presto mettono sulle sue tracce un killer altrettanto letale, estremamente simile nelle sembianze allo stesso Brogan. Con l’aiuto della collega Danny Zakarewski (Mary Elizabeth Winstead), Henry si confronta con il suo ex capo Clayton Verris (Clive Owen), scoprendo un inquietante piano segreto basato sulla clonazione di agenti governativi.

Proprio sulla tematica della clonazione nascono i più grossi problemi di Gemini Man. Anche se questo argomento è già stato ripetutamente affrontato dal cinema di fantascienza del presente e del recente passato, ci sarebbe stato senz’altro spazio per un approccio più maturo, profondo e complesso al tema, che purtroppo Lee declina invece in maniera decisamente scolastica e superficiale. Non si avverte mai la volontà di fare una vera riflessione esistenziale su cosa comporti essere una persona senza storia e senza passato e, complici dei dialoghi verbosi e spesso banali, manca anche l’inquietudine che la settima arte ha saputo regalare approcciandosi al tema del doppio, come nel mai troppo citato Inseparabili di David Cronenberg o, più recentemente, nell’ottimo Noi di Jordan Peele.

Gemini Man delude dal punto di vista dei contenuti

Gemini Man

Gemini Man sacrifica contenuti, approfondimento e intreccio sull’altare dell’impianto visivo. Almeno in questo campo, la scommessa risulta decisamente vinta. Fin dai primi minuti, ci si dimentica di indossare i necessari occhialini 3D e si ha la netta sensazione di essere davvero accanto ai personaggi, ai solchi nel loro viso e alle pieghe delle loro espressioni. Siamo letteralmente trascinati dalla fluidità di immagini iperrealistiche, che ci offrono un primo intenso sguardo sul futuro e sulle potenzialità di questa tecnologia. Purtroppo, l’efficacia della resa scenica mette ancora più a nudo la pochezza della sceneggiatura, scritta a sei mani da Billy Ray, Darren Lemke e dallo showrunner de Il trono di spade David Benioff, che porta paradossalmente a un indesiderato effetto telenovela sudamericana, filone televisivo in cui il realismo va spesso a braccetto con l’inconsistenza dei contenuti.

Ang Lee prova a metterci del suo per riparare alle fragili fondamenta di Gemini Man, mettendo in scena alcune sequenze tipicamente action, come un adrenalinico inseguimento in moto, ma è troppo poco per toglierci la sensazione di essere di fronte soltanto allo spettacolare trailer di quello che potremo vedere in futuro. Dopo la resurrezione cinematografica di Peter Cushing nel già citato Rogue One: A Star Wars Story e i ringiovanimenti digitali a cui ci ha ormai abituato il Marvel Cinematic Universe, si spalancano infatti le porte per una nuova era dell’intrattenimento, in cui l’età degli interpreti diventerà sempre più relativa, e potremo gustare differenti versioni del medesimo attore o della medesima attrice, a prescindere dal loro effettivo stato di invecchiamento. Un risvolto indubbiamente sinistro, ma che spalanca le porte a un’infinità di soluzioni narrative, che le grandi case di produzione dovranno essere abili a cogliere.

Un’esperienza a tratti esaltante, ma non completamente appagante

Gemini Man

Nel giudicare Gemini Man è quindi inevitabile scindere le sue componenti. Se da un lato l’impianto visivo, al netto di qualche difetto di gioventù che sarà sicuramente limato nel futuro di questa tecnologia, ci regala un’esperienza inedita e a tratti esaltante, dal punto di vista dei contenuti prevale la sensazione di un’occasione mancata per abbinare al progresso dell’arte cinematografica una valida riflessione sui risvolti etici e morali della clonazione, anch’essa in procinto di diventare parte integrante delle nostre vite in diversi ambiti.

Gemini Man è nelle sale italiane dal 10 ottobre, distribuito da 20th Century Fox.

Valutazione
5.5/10

Verdetto

Ang Lee ci regala un primo spettacolare sguardo sul futuro dell’intrattenimento, deludendo però dal punto di vista dei contenuti.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.