Ghostbusters: Legacy Ghostbusters: Legacy

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Ghostbusters: Legacy: recensione del film di Jason Reitman

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In un’ideale classifica dei filoni del passato più sfruttati dal cinema e dalla serialità contemporanea, le prime due posizioni sarebbero sicuramente ad appannaggio degli anni ’80, oggetto di un revival apparentemente senza fine, e del cinema di Steven Spielberg, che gli anni ’80 li ha preconizzati, per poi superarli a destra nel decennio successivo con Hook – Capitan Uncino e Jurassic Park. Tanti i potenziali eredi di questi universi, pochi coloro che sono veramente riusciti a intercettare il loro spirito. Uno di questi è abbastanza sorprendentemente Ghostbusters: Legacy, terzo capitolo ufficiale della saga degli acchiappafantasmi che, come rimarcato dal titolo italiano (per una volta più efficace dell’originale Ghostbusters: Afterlife), lavora proprio sul tema dell’eredità, a partire dalla scelta del regista Jason Reitman, figlio dell’Ivan Reitman che fu dietro alla macchina da presa per i primi due episodi della serie.

I pericoli dietro l’angolo per questo progetto erano svariati: dall’attrazione per gli anni ’80 che sembrava ormai alle corde, all’atavica difficoltà di proseguire un franchise fermo da molti anni e già vanamente rispolverato dal fallito tentativo di reboot al femminile di Paul Feig, passando per la scelta di mettere in secondo piano i grandi vecchi Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Sigourney Weaver per fare spazio a una nuova generazione di giovanissimi protagonisti. Rischi brillantemente evitati dal più giovane dei Reitman, guardando proprio a quello Steven Spielberg che apparentemente non aveva nulla da spartire con la saga degli acchiappafantasmi, più demenziale e dissacrante rispetto alle magiche avventure per ragazzi portate al successo dal cineasta americano.

Ghostbusters: Legacy, l’eredità degli acchiappafantasmi nel sorprendente film di Jason Reitman

La Summerville di Ghostbusters: Legacy ricorda da vicino l’Astoria de I Goonies, vuoto a rendere che diventa terreno fertile per la magia dell’adolescenza. La provincia americana si trasforma anche di nuovo in un viaggio verso l’ignoto, con quella minacciosa montagna che domina Summerville così simile alla Torre del Diavolo, indimenticabile scenario di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’oggetto del più classico scontro generazionale fra ragazzi e adulti non è però un alieno come E.T., ma il lascito del compianto Egon Spengler, passato a miglior vita come il suo interprete Harold Ramis, a cui Ghostbusters: Legacy dedica un lungo e appassionato omaggio. La morte di Egon e le ristrettezze economiche spingono infatti la figlia Callie (Carrie Coon) a trasferirsi nella sua isolata abitazione, insieme ai nipoti dell’acchiappafantasmi Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace).

Giunti a Summerville, gli eredi rinvengono alcuni oggetti appartenuti al geniale Egon, come la trappola per fantasmi e l’iconica Ecto-1. Proprio mentre Trevor e Phoebe cercano di fare nuove amicizie in una noiosa cittadina di provincia, una serie di strani fenomeni naturali anticipa il ritorno di una minaccia ectoplasmatica da un lontano passato. Con i superstiti della leggendaria battaglia di New York del 1984 ormai irrintracciabili o indisponibili, i nuovi acchiappafantasmi possono apparentemente contare solo sull’aiuto di Mr. Grooberson (Paul Rudd) giovanile e simpatico professore della nuova scuola di Phoebe. Ma mai dare niente per scontato, perché Ghostbuster si rimane per tutta la vita. Fra avventura e nostalgia, omaggi e commoventi ricordi, paure e risate, si consuma il passaggio di testimone verso una nuova generazione di acchiappafantasmi, con davanti un futuro tutto da scrivere.

Un ponte tra passato e presente

Ghostbusters: Legacy

Ghostbusters: Legacy non rinnega mai la propria natura di operazione nostalgia. Lo dimostrano le comparsate più o meno lunghe dei vecchi eroi, che rispolverano i tormentoni cari ai fan di lunga data, ma anche i continui richiami all’oggettistica fondamentale per la mitologia della saga, alle vecchie spalle dei protagonisti e ai nemici di sempre. Come avviene per i Jedi in Star Wars: Il risveglio della Forza, gli ex Ghostbusters si muovono sul sottile filo che separa le leggende dalle meteore ormai dimenticate. Le gesta di Egon, Peter, Ray e Winston appartengono infatti a un passato ormai lontanissimo, da rivisitare attraverso i video dell’epoca su YouTube.

Ma è su questa frattura apparentemente insanabile fra vecchio e nuovo che Reitman basa la sua toccante riflessione sul concetto di eredità, ricorrendo allo spirito indie con cui ha dato vita a film come Juno e Tully per la sua personale rilettura di un vero e proprio blockbuster della commedia. Un’operazione delicatissima, che il più giovane dei Reitman porta a termine nel migliore dei modi, senza limitarsi a un mero richiamo estetico agli anni ’80, ma riprendendo invece lo spirito scanzonato e allo stesso tempo umano che pervadeva le migliori opere di quell’irripetibile periodo. Gli omaggi all’epoca (le VHS, Cujo, addirittura Velluto blu) sono volutamente pretestuosi e solo parzialmente giustificati dall’arretratezza provinciale, ma assolvono pienamente al compito di costruire un ideale ponte fra passato e presente.

Grazie a Ghostbusters: Legacy la saga è ancora viva

Ghostbusters: Legacy

Proprio come accaduto nel già citato Star Wars: Il risveglio della Forza, Ghostbusters: Legacy fa letteralmente incetta di personaggi, battute e dinamiche dei capitoli precedenti. Una scelta netta e precisa, che per molti sarà una prova della mancanza di fantasia alla base del nuovo corso della saga, mentre altri, fra cui il sottoscritto, la considereranno una via più che dignitosa per fare ripartire un franchise in naftalina ormai da troppi anni, in una sorta di rima cinematografica col film del 1984.

Grazie anche alle prove dei giovani protagonisti, con Mckenna Grace che svetta su tutti trasformandosi in un vero e proprio clone del nonno Egon dal punto di vista estetico e caratteriale,  Ghostbusters: Legacy riesce in un’impresa considerata per troppo tempo impossibile, cioè dare un futuro agli acchiappafantasmi. Come nel cinema di Spielberg e di altri maestri del periodo come John Hughes, Richard Donner e Rob Reiner (espliciti punti di riferimento di Jason Reitman), al termine della visione (che prosegue anche durante i titoli di coda: restate seduti fino alla fine!) si ha la chiara sensazione che ci sia molto altro da scoprire e raccontare sui nuovi personaggi, mentre i vecchi possono finalmente essere riconsegnati alla leggenda che meritano, dopo aver ricevuto il più vibrante e rispettoso tributo possibile.

Ghostbusters: Legacy arriverà nelle sale italiane il 18 novembre, distribuito da Sony Pictures.

Ghostbusters: Legacy

Overall
7.5/10

Verdetto

Fra omaggi e ardite riproposizioni di scene cult, commoventi ricordi e sbarazzina ironia, Ghostbusters: Legacy adempie perfettamente al proprio compito, costruendo un ponte fra passato e presente e regalando di nuovo un futuro a una saga amata dagli spettatori di tutte le età.

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Disney+: tutte le uscite di marzo 2024

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Disney+ uscite

Marzo è alle porte e con lui tante nuove uscite pronte ad arricchire il già florido catalogo di Disney+. Fra le novità più attese della piattaforma c’è indubbiamente Taylor Swift | The Eras Tour (Taylor’s Version), il film concerto della cantautrice statunitense che ha incassato oltre 260 milioni di dollari al botteghino mondiale. A partire dal 15 marzo, gli abbonati a Disney+ avranno a loro disposizione la versione integrale del film, che include il brano Cardigan e quattro canzoni acustiche aggiuntive. Fra le nuove uscite in arrivo in catalogo c’è anche Morte e altri dettagli, nuova serie mystery con protagonisti Violett Beane (God Friended Me) e Mandy Patinkin (La storia fantastica, Homeland – Caccia alla spia).

Per gli amanti dei Marvel Studios, è in arrivo anche X-Men ‘97, serie animata che costituisce il seguito dell’amato classico degli anni ‘90 X-Men: The Animated Series. Da segnalare inoltre l’imminente uscita della seconda stagione di Extraordinary e il debutto di Nell – Rinnegata, nuova serie con protagonista Louisa Harland che mescola fantasy e briganti nell’Inghilterra del XVIII secolo. Di seguito, l’elenco completo di tutte le nuove uscite che ci aspettano su Disney+ nel corso del mese di marzo 2024.

L’elenco completo delle uscite di marzo 2024 su Disney+

5 marzo

  • Morte e altri dettagli (serie non originale, stagione 1)
  • Queens: Le regine della natura (serie originale, stagione 1)

6 marzo – Le uscite Disney+

  • Extraordinary (serie originale, stagione 2)
  • I Simpson (serie non originale, stagione 34)

13 marzo

  • Genius: MLK/X (serie originale, stagione 1)

15 marzo

  • Taylor Swift | The Eras Tour (Taylor’s Version) (film originale)

19 marzo

  • Photographer (serie non originale, stagione 1)

20 marzo – Le uscite Disney+

  • X-Men ‘97 (serie originale, stagione 1)
  • What We Do in the Shadows (serie non originale, stagione 5)

27 marzo

  • In Groenlandia con Alex Honnold (serie non originale, stagione 1)

29 marzo – Le uscite Disney+

  • Nell – Rinnegata (serie originale, stagione 1)
  • Madu (film originale)
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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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As Bestas - La terra della discordia

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas - La terra della discordia

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

As Bestas - La terra della discordia

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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