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Gli anni più belli: recensione del film di Gabriele Muccino

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A due anni dal successo di A casa tutti bene, Gabriele Muccino torna con in sala con Gli anni più belli, chiaro e dichiarato omaggio a C’eravamo tanto amati di Ettore Scola con svariati spunti autobiografici. Un’opera corale, dipanata in un arco temporale lungo circa 40 anni ed esaltata dalle prove di alcuni dei migliori interpreti del nostro cinema contemporaneo: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria. Un’epopea sull’amicizia appassionata e sincera, sospinta da un coraggio e da un’ambizione sempre più rari nella nostra industria cinematografica, che si prepara ad affrontare la prova più importante, cioè il giudizio del pubblico in sala.

Gli anni più belli: l’epopea sull’amicizia di Gabriele Muccino

Partendo dai primi anni ’80 e arrivando fino ai giorni nostri, seguiamo le avventure e i percorsi esistenziali dei quattro amici Giulio (Pierfrancesco Favino e Francesco Centorame), Gemma (Micaela Ramazzotti e Alma Noce), Paolo (Kim Rossi Stuart e Andrea Pittorino) e Riccardo (Claudio Santamaria e Matteo Del Buono). Fra amori e tradimenti, allontanamenti e pacificazioni, compromessi e sogni infranti, Gli anni più belli ci racconta l’apparentemente inspiegabile caos della vita e la naturalezza con cui il tempo agisce sui percorsi più tormentati, permettendoci di unire i puntini delle nostre esistenze. Sullo sfondo, la storia e la politica che agiscono discretamente sui protagonisti, cambiando tutto per lasciare tutto com’è, come enunciato dal principe di Salina ne Il Gattopardo.

Muccino compie su C’eravamo tanto amati un lavoro simile a quanto fatto da Luca Guadagnino col suo Suspiria, facendo proprio il materiale originale per mettere in scena un’opera completamente diversa per temi e atmosfere. Il capolavoro di Scola è costantemente riconoscibile nella trama (quattro amici in un lungo arco temporale, con tanto di triangolo amoroso), in alcune sequenze (la rimpatriata al ristorante), in determinate suggestioni (la Fontana di Trevi) e persino in certe sfumature caratteriali  (idealismo, arrivismo e intellettualismo che si scontrano continuamente). A differenza della confusa e inconcludente rivisitazione firmata da Guadagnino, Gli anni più belli possiede un’impronta autoriale chiara e tangibile, che riflette pienamente la poetica del suo autore diventandone l’espressione più compiuta e matura.

Gli anni più belli: il confronto con Ettore Scola

Gli anni più belli

Mentre C’eravamo tanto amati era il fulgido frutto di un’Italia che viveva la sua stagione più impegnata e politicizzata, Gli anni più belli è la lucida rappresentazione del progressivo scollamento fra popolo e istituzioni che abbiamo vissuto negli ultimi decenni. Scola lasciava che la storia entrasse prepotentemente nella vita dei protagonisti, plasmandone le idee e le scelte. Per Muccino invece la storia è solo silenziosa compagna degli slanci e delle cadute dei protagonisti.

Gli ultimi rigurgiti degli anni di piombo e la caduta del muro di Berlino, mani pulite e l’avvento del berlusconismo, l’11 settembre e l’esplosione del MoVimento 5 Stelle (qui Movimento del cambiamento, che in un curioso cortocircuito tra finzione e realtà abbraccia proprio il personaggio di Santamaria, espostosi in passato a favore della creatura di Beppe Grillo). Una continua alternanza fra shock e speranze disattese di ricostruzione, che riflette il cammino dei cinquantenni di oggi: una generazione di passaggio, nata nella politica e approdata all’antipolitica, figlia del boom economico e genitrice della generazione Z, cresciuta con le rivoluzioni studentesche e travolta dalla rivoluzione di Internet e dei social. Non è un caso che la rabbiosa manifestazione con cui si apre Gli anni più belli, che trasforma una possibile tragedia nella nascita di una splendida amicizia, sia apparentemente immotivata. Metafora perfetta della confusione di una generazione intera.

La malinconia e la rassegnazione di Scola lasciano spazio all’ottimismo per certi versi irragionevole di Muccino, che ci dice chiaramente che, nonostante l’incertezza, la precarietà, i nostri errori e il disfacimento della famiglia, il tempo trova sempre il modo per aggiustare le cose e, come una beffarda giostra, ci riporta sempre al punto di partenza, a quella gioventù fatta di sogni e di speranze e di affetti che non avremmo mai pensato di perdere e poi di ritrovare.

L’autoanalisi di Gabriele Muccino

Muccino evita il pericolo di una prona rilettura di un’opera scolpita nella nostra memoria mettendo letteralmente tutto se stesso ne Gli anni più belli. C’è l’entusiasmo giovanile celebrato in Ecco fatto, Come te nessuno mai e L’estate addosso, la mediocrità dei giovani adulti già raccontata ne L’ultimo bacio e Baciami ancora e la crisi della famiglia tratteggiata in Ricordati di me e A casa tutti bene. Ci sono gli immancabili scontri verbali e i tipici melodrammi mucciniani, con i personaggi che si urlano addosso il loro disprezzo e in certi casi il loro nascosto affetto, come i rimandi puramente cinefili alle altre opere del regista (il ritorno del cognome Ristuccia, stavolta assegnato al personaggio di Favino). Ma c’è soprattutto il gusto del racconto per immagini, con un fugace amplesso che diventa dichiarazione d’amore e una corsa a perdifiato per le scale che si trasforma nel riassunto di un’intera vita.

Nel sentito inno all’amicizia e alla ricomposizione dei cocci che è Gli anni più belli c’è spazio per la messa in scena di una vera e propria seduta di autoanalisi da parte di Muccino. Fra sentieri intrapresi, abbandonati e poi ritrovati, famiglie allargate e sfasciate, il regista si scinde infatti in quattro personaggi: l’avvocato Ristuccia e la sua spregiudicatezza, la caparbia purezza dell’insegnante precario Paolo Incoronato, la fallibilità di Riccardo Morozzi e soprattutto l’ingenua volubilità di Gemma, magnificamente interpretata dalla Ramazzotti, sempre più a suo agio nella parte della donna fragile e imperfetta e forte di una consapevolezza della propria espressività che le permette di raccontare un’intera vita con la profondità dei suoi sguardi.

Gli anni più belli: una scommessa vinta da Muccino

Gli anni più belli

Gli anni più belli era indubbiamente una scommessa rischiosa per Muccino, in bilico fra lo status di star in Italia e l’altalenante esperienza hollywoodiana, andata in calando dopo i positivi lavori con Will Smith. Il risultato finale è un’opera talmente schietta e sentita da rendere perdonabili i suoi difetti (qualche personaggio solamente abbozzato, l’invecchiamento non sempre impeccabile dei protagonisti e la recitazione ancora un po’ legnosa di Emma Marrone, al suo esordio come attrice) e splendenti i suoi pregi, come lo straordinario casting dei giovani protagonisti (estremamente somiglianti agli adulti non solo esteticamente, ma anche e soprattutto nei gesti e nella postura), la romantica rappresentazione di una Roma quasi sospesa nel tempo, in perenne mutamente ma sempre coerente a se stessa, e la travolgente canzone di Claudio Baglioni, che dà il titolo a questo convincente lavoro di Muccino.

La strada per la tanto sospirata rinascita del cinema italiano non passa soltanto dal genere, ma anche per operazioni come queste, capaci di confrontarsi a testa alta con i punti di riferimento del passato, di catalizzare l’attenzione del pubblico, anche attraverso il ricorso ai migliori interpreti sulla piazza, e soprattutto di raccontare con sincerità e lucidità i pregi e i difetti dell’epoca in cui viviamo.

Gli anni più belli è nelle sale italiane dal 13 febbraio, distribuito da 01 Distribution.

Overall
7.5/10

Verdetto

Traendo spunto dalle sue esperienze personali e dal punto di riferimento C’eravamo tanto amati, Gabriele Muccino mette in scena un’epopea sull’amicizia e sull’irrequietezza di una generazione, non esente da difetti ma dal travolgente impatto sullo spettatore.

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Back to Black: recensione del film su Amy Winehouse

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Back to Black

A proposito dello splendido biopic a lui dedicato Rocketman, Elton John ha dichiarato: «Gli studios volevano ridurre le scene di sesso e droga, così che il film non fosse vietato ai minori di 13 anni. Ma io non ho vissuto una vita adatta ai minori di 13 anni». Parole che tornano alla mente di fronte a Back to Black, film diretto da Sam Taylor-Johnson basato sulla vita e sulla carriera della compianta Amy Winehouse, morta a soli 27 anni per un’intossicazione da alcol. Un’esistenza baciata dal talento vocale e musicale, ma allo stesso tempo afflitta da droga, alcol, disturbi alimentari e dal rapporto tossico con Blake Fielder-Civil, il più grande amore della cantautrice.

Dopo Amy, documentario di Asif Kapadia premiato con l’Oscar ma pesantemente criticato dalla famiglia della cantautrice, Sam Taylor-Johnson e lo sceneggiatore Matt Greenhalgh scelgono la via della semplificazione e dell’edulcorazione, smussando i tanti spigoli dell’esistenza della protagonista, interpretata da Marisa Abela. Il risultato è un racconto frammentario e abbozzato, che ha indubbiamente il merito di non spettacolarizzare i momenti più dolorosi e pubblicamente esposti della vita di Amy Winehouse, ma al contempo si ferma alla superficie dei suoi disagi e delle sue fragilità, con uno sguardo decisamente indulgente nei confronti della famiglia. Famiglia che – è giusto ricordarlo – ha ereditato il patrimonio artistico ed economico della cantautrice e ha autorizzato Back to Black.

Back to Black: la vita di Amy Winehouse in un biopic timido ed edulcorato

Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

Back to Black mette in scena la repentina ascesa di Amy Winehouse, che nel giro di pochi anni la porta dai locali di Camden Town ai prestigiosi Grammy Awards, che nel 2008 la premiano con ben 5 riconoscimenti per il suo album più celebre, omonimo della sua canzone più amata e dello stesso racconto di Sam Taylor-Johnson. Una carriera costellata da successi ma anche da forti delusioni, come la separazione dei genitori, la morte dell’amata nonna Cynthia (Lesley Manville) e soprattutto il rapporto traballante e traumatico con Blake Fielder-Civil (Jack O’Connell), ampiamente raccontato nei brani di Amy Winehouse. Il tutto sotto lo sguardo vigile ma impotente del padre Mitch Winehouse, interpretato da Eddie Marsan.

Il rapporto di Sam Taylor-Johnson con la musica è forte e longevo, grazie alla regia di videoclip per Elton John, R.E.M. e The Weeknd, alla sua opera prima Nowhere Boy (basata sull’adolescenza di John Lennon) e al suo personale contributo per diversi brani dei Pet Shop Boys. Non sorprende che questo cammino abbia condotto la regista verso questo progetto, mentre spiazza il suo approccio alla protagonista e alla sua arte. Durante Back to Black si ha costantemente la sensazione che il film nasca e si sviluppi per spiegare le canzoni di Amy Winehouse.

Una dinamica per certi versi opposta a quella della cantautrice, che invece per tutta la sua breve carriera ha riversato nella sua musica tutta la sua vita, elaborando sofferenze sentimentali, traumi ed esperienze personali in brani come Rehab, You Know I’m No Good, Love Is a Losing Game e la stessa Back to Black. Così facendo, da una parte la regista nobilita il percorso artistico della protagonista, ma dall’altra limita fortemente un racconto potenzialmente esplosivo.

Una vita vietata ai minori

Back to Black
Credit : Courtesy of Ollie Upton/Focus Features

La vita vietata ai minori di Amy Winehouse si trasforma in un’opera timida e ovattata, sorretta solo dalla buona prova di Marisa Abela e dalle note di una delle migliori voci degli ultimi decenni, strappata troppo presto a tutti gli amanti della musica. Fin dalla prima apparizione di un canarino, metafora urlata, ridondante e francamente insopportabile della fragilità e del talento musicale di Amy Winehouse, si intuisce lo spirito dell’intero progetto, improntato alla maggiore pulizia possibile dell’immagine della protagonista e allo scarico della responsabilità delle sue disgrazie su Blake Fielder-Civil.

La biografia torbida di quest’ultimo è ben nota, come la sua influenza negativa su Amy Winehouse, ma Back to Black compie puro revisionismo, riducendo la dipendenza dalla droga e la bulimia della protagonista a poche goffe e contraddittorie allusioni, escludendo dal racconto l’evidente crollo fisico e psichico degli ultimi mesi della sua vita e trasformando la controversa figura del padre in silenziosa e rassicurante spalla su cui piangere. Nonostante la prevedibile onnipresenza dei brani più celebri di Amy Winehouse, a passare paradossalmente in secondo piano è proprio il suo amore per la musica e il suo insopprimibile talento. «La musica è il mio centro di recupero», le sentiamo dire. Ma è solo un cenno dialogico, annacquato in quella che è fondamentalmente la storia di due diversi amori di Amy: l’amore dannoso per Blake e il rapporto materno e amicale con l’adorata nonna Cynthia.

I limiti e i pregi di Back to Black

Back to Black
Credit : Courtesy of Dean Rogers/Focus Features

Siamo quindi di fronte all’ennesimo racconto per tutti (quindi per nessuno) di una vita fra musica ed eccessi. Una tendenza inaugurata dal mediocre (ma premiato dal botteghino) Bohemian Rhapsody e proseguita con altre opere incolori come Elvis e Bob Marley – One Love, nobilitata solamente dal già citato Rocketman. In attesa delle prossime uscite di Michael (dedicato a Michael Jackson) e A Complete Unkown (incentrato su Bob Dylan), è inevitabile interrogarsi sulla direzione di queste operazioni, spesso profittevoli e capaci di riportare in auge leggende della musica, ma altrettanto frequentemente del tutto fini a loro stesse.

Ad accentuare la sensazione di rimpianto è l’operato di Sam Taylor-Johnson, che pur in un contesto moralmente e produttivamente discutibile regala momenti di buon cinema con la ricostruzione della scena musicale londinese e con le numerose performance musicali di Marisa Abela, che omaggia Amy Winehouse senza degenerare nella pura imitazione, con un ottimo lavoro sul timbro vocale e sulla gestualità. Ma il segmento più prezioso è paradossalmente quello dell’incontro fra la protagonista e l’amato/odiato Blake Fielder-Civil, l’unico in grado di trasformare un attimo in una vita intera, con un pregevole lavoro sulla musica e sugli sguardi.

«Io non sono rock, sono jazz», dice Amy Winehouse in Back to Black, ribadendo il concetto con «Non sono una cazzo di Spice Girl». Peccato che il film faccia tutt’altro, trasformando un’anima ribelle e fuori dagli schemi in una figura passiva, sempre vittima o estensione di qualcun altro e mai padrona della propria vita.

Back to Black è disponibile nelle sale italiane dal 18 aprile, distribuito da Universal Pictures.

Overall
4.5/10

Valutazione

Un biopic moralmente e produttivamente discutibile, che smussa i tanti spigoli della vita di Amy Winehouse finendo per dare vita a un racconto troppo timido ed edulcorato.

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Cento domeniche: recensione del film di Antonio Albanese

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Cento domeniche

Non è una storia vera quella di Cento domeniche, ma è un’esperienza in cui si possono riconoscere molte persone, che nel corso degli anni hanno perso i propri risparmi a causa dei crac bancari e delle pratiche scorrette attuate da diversi istituti per caricare sulle spalle dei clienti il peso delle loro gestioni scellerate. Una storia particolarmente cara ad Antonio Albanese, che torna alla regia a 5 anni di distanza da Contromano per dare vita a una dolorosa parabola umana, interpretando il neopensionato Antonio, con il quale condivide non solo il nome, ma anche un passato da metalmeccanico e la profonda conoscenza del territorio fra Lecco e Olginate, ambientazione del film in cui l’attore e regista ha vissuto per molti anni.

Dopo una vita da tornitore, seguita dal prepensionamento e da una collaborazione con la sua ex azienda per integrare lo scarso assegno mensile, Antonio ha ancora un sogno da realizzare, cioè accompagnare all’altare la figlia Emilia (Liliana Bottone) e provvedere personalmente alle spese del matrimonio con i suoi risparmi. La sua vita apparentemente tranquilla, in bilico fra la cura dell’amata madre (Giulia Lazzarini), le partite a bocce con gli amici e la passionale relazione con Adele (Sandra Toffolatti), di cui è amante, si incrina nel momento in cui scopre che il suo capitale, che credeva investito in obbligazioni, è invece stato convertito in azioni, con il suo incauto e non sufficientemente informato assenso. Nonostante le rassicurazioni della sua banca, in città si intensificano le voci su un imminente crac dell’istituto, con conseguenze devastanti sulla psiche di Antonio.

Cento domeniche: la discesa nell’abisso di un uomo perbene

Negli ultimi anni, Antonio Albanese ha messo in secondo piano la sua comicità fatta di personaggi paradossali, concentrandosi prima su una commedia più garbata e misurata, poi su racconti dal chiaro sottotesto sociale. Nel giro di pochi mesi, lo abbiamo infatti visto interprete di un regista intento a mettere in scena uno spettacolo teatrale di detenuti in Grazie ragazzi e di un maestro elementare deciso a salvare la scuola di un piccolo paesino abruzzese in Un mondo a parte. Cento domeniche, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2023 e uscito in sala lo scorso novembre, si inserisce perfettamente su questo solco, con un tono ancora più cupo e con punte di vera e propria disperazione.

Quella che inizia come una commedia dal retrogusto amaro vira infatti progressivamente verso la tragedia umana e sociale, addentrandosi addirittura nei territori dell’intramontabile Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Una discesa nell’abisso persino troppo repentina, che si distacca con una forza inattesa dal panorama delle commedie italiane contemporanee, sempre inclini a essere fintamente rassicuranti. In Cento domeniche invece non c’è davvero niente da ridere o da cui essere rassicurati, perché, come ricordano i titoli di coda, vicende come queste sono realmente accadute a centinaia di migliaia di persone, spinte con l’inganno a trasformare il loro capitale in azioni ben presto diventate carta straccia.

Sulle orme di Ken Loach

Mentre alla regia Antonio Albanese guarda chiaramente al cinema di impegno civile di Ken Loach, davanti alla macchina da presa dà ancora una volta prova delle sue notevoli abilità drammatiche, tratteggiando in maniera pregevole l’evoluzione di un personaggio inizialmente animato dall’amore e dalla speranza, poi afflitto dalla paura e dal rimorso e infine totalmente in balìa degli eventi e del tormento interiore. Caratteristi come Elio De Capitani, Bebo Storti e Maurizio Donadoni sono solide ed efficaci spalle, contribuendo a delineare una storia fatta di fragile e imperfetta umanità, ma anche delle sfumature kafkiane di un sistema che riesce sempre a salvaguardarsi ai danni delle persone più oneste e ingenue.

Certo, le sterzate della storia non sono sempre ben calibrate e il climax conclusivo richiede qualche sforzo in termini di sospensione dell’incredulità, ma questo è il cinema italiano che dobbiamo difendere con le unghie, capace finalmente di distaccarsi da storie borghesi e ovattate per raccontare gli ultimi e soprattutto i penultimi, spesso separati solo da una giornata storta o da una decisione sbagliata.

Cento domeniche: a tutta velocità verso un finale raggelante

Cento domeniche corre a tutta velocità verso un finale raggelante, che ricorda la mestizia di alcuni epiloghi della grande commedia all’italiana. Una soggettiva emblematica e un ultimo richiamo al sogno della felicità chiudono un cammino angosciante, che ci lascia disillusi e sconfitti, ma anche più consapevoli dei rischi a cui andiamo incontro quando decidiamo di affidare a qualcuno il frutto dei sacrifici di un’intera esistenza.

Cento domeniche al momento è disponibile su Prime Video e Now.

Overall
8/10

Valutazione

Antonio Albanese firma un’opera dolorosa e angosciante, che parte dalla commedia per poi virare decisamente verso la tragedia.

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Cinema indipendente

Vista mare: recensione del documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler

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Vista mare

Il cinema ha più volte fotografato il turismo di massa del Nord Adriatico. Lo ha fatto con film balneari come L’ombrellone di Dino Risi, Rimini Rimini di Sergio Corbucci e Abbronzatissimi di Bruno Gaburro, ma anche con opere malinconiche e cupe come La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Rimini di Ulrich Seidl, capaci di fotografare anche i risvolti meno scintillanti di questi luoghi. In pochi hanno però saputo e voluto soffermarsi su un altro aspetto fondamentale della costa adriatica settentrionale, cioè la massa di lavoratori stagionali al servizio del turismo vacanziero. Un tema sviscerato con rigore e lucidità in Vista mare, documentario di Julia Gutweniger e Florian Kofler ambientato tra Lignano, Jesolo, Rimini e Riccione.

Gli autori seguono un’intera stagione balneare (da febbraio a ottobre), mostrando la vita e il lavoro degli ingranaggi che permettono alla macchina del turismo di muoversi. Seguiamo così i primi preparativi per le spiagge, tirate a lucido dopo l’inverno in modo da ottimizzare gli spazi, per poi assistere alla formazione delle nuove leve che contribuiranno ad assistere e intrattenere i clienti. Ci addentriamo poi fra le mura di alberghi imponenti e opprimenti, assistendo al lavoro di addetti alle pulizie e alla reception, camerieri, animatori, bagnini e tutte le altre figure essenziali per l’industria del turismo. Persone che vivono il paradosso di lavorare per garantire il divertimento e il relax a chi lavora durante il resto dell’anno, accomunate da orari proibitivi, paghe scarse e diritto al riposo negato.

Vista mare: dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico

Vista mare

La messa in scena di Julia Gutweniger e Florian Kofler è fredda e precisa, perfetta per la rappresentazione di un ecosistema straniante, ben lontano dalla comune visione di queste località turistiche. La macchina da presa osserva a distanza e staticamente le attività dei lavoratori stagionali, calibrate e organizzate nei minimi dettagli, in tempi stretti e con orari serrati. Mentre sullo sfondo le spiagge si riempiono di turisti, in cerca di divertimento o della più classica tintarella rilassante, Vista mare scandaglia tutto ciò che normalmente non vediamo o non vogliamo vedere: le scavatrici intente a sistemare la sabbia, le prove degli ombrelloni, i rifiuti abbandonati dopo le feste in spiaggia, il lavoro spesso alienante nelle strutture balneari, negli alberghi e nei parchi acquatici, il silenzio che annuncia la fine di una stagione e l’inizio dell’attesa per quella successiva.

Immagini capaci di raccontare un sottobosco in ombra ma brulicante di vita, senza il sostegno di una voce narrante o di una sofisticata messa in scena. Il punto di vista degli autori è evidentemente quello dei tanti lavoratori sfruttati e sottopagati che garantiscono i servizi della riviera romagnola e di quella veneta. Lavoratori che si prendono la scena nel momento più toccante e allo stesso tempo disarmante di Vista mare, ovvero una manifestazione rassegnata e poco partecipata contro le degradanti condizioni di lavoro del settore, mentre sullo sfondo le forze dell’ordine sorvegliano a distanza e i passanti osservano con fugace curiosità, prima di tornare alla loro routine marittima. Immagini dolorose e importanti, da tenere a mente soprattutto nel momento in cui si avvicinano le immancabili lamentele dei ristoratori e dei gestori di alberghi e stabilimenti balneari per la mancanza di personale disposto a lavorare alle loro condizioni.

Un ritratto lucido e rassegnato

La dimensione politica di Vista mare è tangibile ma sempre in secondo piano all’interno di un racconto che procede in direzione opposta a ciò che ci si potrebbe aspettare, privilegiando la malinconia, il paradosso e la remissività. Non ci sono né la disperazione di Ken Loach né la critica sociale alla base del recente cinema francese sul lavoro, ma solo esistenze bloccate in un loop senza via d’uscita, in cui i lavoratori stagionali faticano per garantire il benessere e il divertimento di quelli a tempo pieno, nell’attesa o nella vana speranza di poter invertire i ruoli. Resta però la mestizia per un modello in scala di molte delle ingiustizie e delle contraddizioni che affliggono la nostra società, in cui il profitto e l’ossessione per la produttività vengono sempre prima del benessere e della dignità dei lavoratori.

Vista mare è in sala dal 18 aprile, distribuito da Trent Film.

Overall
7/10

Valutazione

Vista mare ci porta dietro le quinte del turismo vacanziero del Nord Adriatico, mostrandoci le miserie e le contraddizioni di un sistema alienante.

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