Gli anni più belli: recensione del film di Gabriele Muccino

Gli anni più belli: recensione del film di Gabriele Muccino

A due anni dal successo di A casa tutti bene, Gabriele Muccino torna con in sala con Gli anni più belli, chiaro e dichiarato omaggio a C’eravamo tanto amati di Ettore Scola con svariati spunti autobiografici. Un’opera corale, dipanata in un arco temporale lungo circa 40 anni ed esaltata dalle prove di alcuni dei migliori interpreti del nostro cinema contemporaneo: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria. Un’epopea sull’amicizia appassionata e sincera, sospinta da un coraggio e da un’ambizione sempre più rari nella nostra industria cinematografica, che si prepara ad affrontare la prova più importante, cioè il giudizio del pubblico in sala.

Gli anni più belli: l’epopea sull’amicizia di Gabriele Muccino

Partendo dai primi anni ’80 e arrivando fino ai giorni nostri, seguiamo le avventure e i percorsi esistenziali dei quattro amici Giulio (Pierfrancesco Favino e Francesco Centorame), Gemma (Micaela Ramazzotti e Alma Noce), Paolo (Kim Rossi Stuart e Andrea Pittorino) e Riccardo (Claudio Santamaria e Matteo Del Buono). Fra amori e tradimenti, allontanamenti e pacificazioni, compromessi e sogni infranti, Gli anni più belli ci racconta l’apparentemente inspiegabile caos della vita e la naturalezza con cui il tempo agisce sui percorsi più tormentati, permettendoci di unire i puntini delle nostre esistenze. Sullo sfondo, la storia e la politica che agiscono discretamente sui protagonisti, cambiando tutto per lasciare tutto com’è, come enunciato dal principe di Salina ne Il Gattopardo.

Muccino compie su C’eravamo tanto amati un lavoro simile a quanto fatto da Luca Guadagnino col suo Suspiria, facendo proprio il materiale originale per mettere in scena un’opera completamente diversa per temi e atmosfere. Il capolavoro di Scola è costantemente riconoscibile nella trama (quattro amici in un lungo arco temporale, con tanto di triangolo amoroso), in alcune sequenze (la rimpatriata al ristorante), in determinate suggestioni (la Fontana di Trevi) e persino in certe sfumature caratteriali  (idealismo, arrivismo e intellettualismo che si scontrano continuamente). A differenza della confusa e inconcludente rivisitazione firmata da Guadagnino, Gli anni più belli possiede un’impronta autoriale chiara e tangibile, che riflette pienamente la poetica del suo autore diventandone l’espressione più compiuta e matura.

Gli anni più belli: il confronto con Ettore Scola

Gli anni più belli

Mentre C’eravamo tanto amati era il fulgido frutto di un’Italia che viveva la sua stagione più impegnata e politicizzata, Gli anni più belli è la lucida rappresentazione del progressivo scollamento fra popolo e istituzioni che abbiamo vissuto negli ultimi decenni. Scola lasciava che la storia entrasse prepotentemente nella vita dei protagonisti, plasmandone le idee e le scelte. Per Muccino invece la storia è solo silenziosa compagna degli slanci e delle cadute dei protagonisti.

Gli ultimi rigurgiti degli anni di piombo e la caduta del muro di Berlino, mani pulite e l’avvento del berlusconismo, l’11 settembre e l’esplosione del MoVimento 5 Stelle (qui Movimento del cambiamento, che in un curioso cortocircuito tra finzione e realtà abbraccia proprio il personaggio di Santamaria, espostosi in passato a favore della creatura di Beppe Grillo). Una continua alternanza fra shock e speranze disattese di ricostruzione, che riflette il cammino dei cinquantenni di oggi: una generazione di passaggio, nata nella politica e approdata all’antipolitica, figlia del boom economico e genitrice della generazione Z, cresciuta con le rivoluzioni studentesche e travolta dalla rivoluzione di Internet e dei social. Non è un caso che la rabbiosa manifestazione con cui si apre Gli anni più belli, che trasforma una possibile tragedia nella nascita di una splendida amicizia, sia apparentemente immotivata. Metafora perfetta della confusione di una generazione intera.

La malinconia e la rassegnazione di Scola lasciano spazio all’ottimismo per certi versi irragionevole di Muccino, che ci dice chiaramente che, nonostante l’incertezza, la precarietà, i nostri errori e il disfacimento della famiglia, il tempo trova sempre il modo per aggiustare le cose e, come una beffarda giostra, ci riporta sempre al punto di partenza, a quella gioventù fatta di sogni e di speranze e di affetti che non avremmo mai pensato di perdere e poi di ritrovare.

L’autoanalisi di Gabriele Muccino

Muccino evita il pericolo di una prona rilettura di un’opera scolpita nella nostra memoria mettendo letteralmente tutto se stesso ne Gli anni più belli. C’è l’entusiasmo giovanile celebrato in Ecco fatto, Come te nessuno mai e L’estate addosso, la mediocrità dei giovani adulti già raccontata ne L’ultimo bacio e Baciami ancora e la crisi della famiglia tratteggiata in Ricordati di me e A casa tutti bene. Ci sono gli immancabili scontri verbali e i tipici melodrammi mucciniani, con i personaggi che si urlano addosso il loro disprezzo e in certi casi il loro nascosto affetto, come i rimandi puramente cinefili alle altre opere del regista (il ritorno del cognome Ristuccia, stavolta assegnato al personaggio di Favino). Ma c’è soprattutto il gusto del racconto per immagini, con un fugace amplesso che diventa dichiarazione d’amore e una corsa a perdifiato per le scale che si trasforma nel riassunto di un’intera vita.

Nel sentito inno all’amicizia e alla ricomposizione dei cocci che è Gli anni più belli c’è spazio per la messa in scena di una vera e propria seduta di autoanalisi da parte di Muccino. Fra sentieri intrapresi, abbandonati e poi ritrovati, famiglie allargate e sfasciate, il regista si scinde infatti in quattro personaggi: l’avvocato Ristuccia e la sua spregiudicatezza, la caparbia purezza dell’insegnante precario Paolo Incoronato, la fallibilità di Riccardo Morozzi e soprattutto l’ingenua volubilità di Gemma, magnificamente interpretata dalla Ramazzotti, sempre più a suo agio nella parte della donna fragile e imperfetta e forte di una consapevolezza della propria espressività che le permette di raccontare un’intera vita con la profondità dei suoi sguardi.

Gli anni più belli: una scommessa vinta da Muccino

Gli anni più belli

Gli anni più belli era indubbiamente una scommessa rischiosa per Muccino, in bilico fra lo status di star in Italia e l’altalenante esperienza hollywoodiana, andata in calando dopo i positivi lavori con Will Smith. Il risultato finale è un’opera talmente schietta e sentita da rendere perdonabili i suoi difetti (qualche personaggio solamente abbozzato, l’invecchiamento non sempre impeccabile dei protagonisti e la recitazione ancora un po’ legnosa di Emma Marrone, al suo esordio come attrice) e splendenti i suoi pregi, come lo straordinario casting dei giovani protagonisti (estremamente somiglianti agli adulti non solo esteticamente, ma anche e soprattutto nei gesti e nella postura), la romantica rappresentazione di una Roma quasi sospesa nel tempo, in perenne mutamente ma sempre coerente a se stessa, e la travolgente canzone di Claudio Baglioni, che dà il titolo a questo convincente lavoro di Muccino.

La strada per la tanto sospirata rinascita del cinema italiano non passa soltanto dal genere, ma anche per operazioni come queste, capaci di confrontarsi a testa alta con i punti di riferimento del passato, di catalizzare l’attenzione del pubblico, anche attraverso il ricorso ai migliori interpreti sulla piazza, e soprattutto di raccontare con sincerità e lucidità i pregi e i difetti dell’epoca in cui viviamo.

Gli anni più belli è nelle sale italiane dal 13 febbraio, distribuito da 01 Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Traendo spunto dalle sue esperienze personali e dal punto di riferimento C’eravamo tanto amati, Gabriele Muccino mette in scena un’epopea sull’amicizia e sull’irrequietezza di una generazione, non esente da difetti ma dal travolgente impatto sullo spettatore.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.