Godzilla Minus One Godzilla Minus One

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Godzilla Minus One: recensione del film di Takashi Yamazaki

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Giunto al 70esimo anno di età e al 37esimo lungometraggio, l’imponente kaijū del cinema giapponese Godzilla si rigenera grazie a Takashi Yamazaki e al suo Godzilla Minus One, che lo scorso marzo è diventato il primo film non in lingua inglese a conquistare l’Oscar per i migliori effetti speciali. Un riconoscimento prestigioso che arriva in un momento particolarmente florido per il franchise, grazie al MonsterVerse statunitense che unisce Godzilla e King Kong, al nipponico Shin Godzilla e ai film animati distribuiti su Netflix.

Godzilla Minus One riparte dalle origini, nello specifico dalla fine della seconda guerra mondiale, doppiamente devastante per il Giappone per via della resa incondizionata sul campo di battaglia e delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. In questo contesto facciamo la conoscenza del pilota kamikaze Kōichi Shikishima (Ryūnosuke Kamiki), che sul finire del conflitto fugge da una missione e atterra sull’isola di Odo, dove vede Godzilla impiegare tutta la sua forza distruttrice. Con il passare del tempo, l’uomo deve confrontarsi con l’onta della diserzione e col disturbo da stress post-traumatico, mentre Godzilla, potenziato dai test nucleari statunitensi sull’atollo di Bikini, diventa sempre più forte e pericoloso. Questo spinge le autorità a ideare un piano per distruggerlo, in cui proprio Shikishima occupa un ruolo di primo piano.

Godzilla Minus One: alle origini del mostro

Godzilla Minus One

La storia di Godzilla è indissolubilmente legata a quella del Giappone, e Godzilla Minus One non fa eccezione. Sui temi ricorrenti del franchise, come il terrore per l’atomica (di cui il kaijū è chiara metafora) e il monito dell’ambiente nei confronti del cinismo umano, Takashi Yamazaki innesta una toccante e profonda riflessione sul senso di colpa e sul trauma, rappresentato proprio da Shikishima, nella doppia veste di reduce di guerra e di colpevole di diserzione, anche se per puro istinto di sopravvivenza nei confronti di uno stato che ordina a un cittadino di sacrificarsi per lui. Un risvolto sorprendente e per certi versi spiazzante, dal momento che questa scelta riduce sensibilmente la presenza in scena di Godzilla.

Dopo il trionfale ingresso in scena nell’incipit, condito da una strizzata d’occhio a Lo squalo, il kaijū lascia infatti ampio spazio ai personaggi umani (decisamente più convincenti e stratificati di quelli messi in scena nel già citato MonsterVerse), rievocando al tempo stesso il trauma di un’intera nazione devastata dalla seconda guerra mondiale. Una scelta potenzialmente respingente, che viene però compensata dallo spettacolare ritorno in scena di Godzilla in un segmento da antologia, nel corso del quale viene praticamente raso al suolo un quartiere di Tokyo, Ginza. Un ottimo antipasto per l’inevitabile scontro finale, nel classico meccanismo di progressivo aumento della posta in gioco che contraddistingue il franchise.

Una nuova partenza

Godzilla Minus One guarda anche agli Stati Uniti, sia dal punto di vista delle ispirazioni (ci sono reminiscenze de Il cavaliere oscuro – Il ritorno e Dunkirk), sia per quanto riguarda la dimensione politica e propagandistica. Come il cinema americano, incline a celebrare l’eroismo bellico fino a sfociare nel revisionismo, anche il lavoro di Takashi Yamazaki filtra il passato con gli occhi del presente, donando umanità e dignità a personaggi spesso cancellati dalle pagine della storia e proponendo inoltre un modello di battaglia civile, molto più efficace di quella istituzionale. Elementi che contribuiscono alla resa di un capitolo di Godzilla atipico, ma proprio per questo in linea con la rinnovata sensibilità contemporanea. Una nuova partenza per un franchise che non smette mai di rinnovarsi e appassionare gli spettatori di tutto il mondo.

Dove vedere Godzilla Minus One in streaming

6,5/10
Il voto di Marco Paiano
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

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The Basics of Philosophy

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.

Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.

The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

The Basics of Philosophy

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.

John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

The Basics of Philosophy

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.

Consigliato dalla redazione
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7/10
Il voto di Marco Paiano
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

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Bucking Fastard

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.

Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.

Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.

Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.

La scheggia impazzita di Venezia 83

Bucking Fastard

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?

Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

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Nessun dolore

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.

Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.

Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.

La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.

Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.

5/10
Il voto di Lucia Tedesco
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