Gunda: recensione del film diretto da Victor Kossakovsky

Gunda: recensione del film diretto da Victor Kossakovsky

Dopo la presentazione nel corso dell’ultima Berlinale, primo passo di un cammino che l’ha portato a diventare un vero e proprio cult negli Stati Uniti, approda al Torino Film Festival 2020 Gunda, sorprendente lavoro di Victor Kossakovsky che prende il nome dalla protagonista del racconto, una dolce e imponente scrofa da poco diventata madre. Il regista ci accompagna in un toccante viaggio all’interno di una fattoria norvegese, che offre uno spaccato sulla vita di Gunda e dei suoi cuccioli, di alcune mucche e di una incredibilmente vitale gallina con una zampa sola.

A rendere questo progetto più unico che raro è la sua messa in scena. Gunda è a tutti gli effetti un documentario, che osserva con lucidità l’esistenza degli animali, senza ricorrere a un’impalcatura narrativa o qualsiasi commento vocale o testuale. Al tempo stesso, l’opera di Kossakovsky è visivamente costruita e ricercata: c’è un continuo ricorso a un sonoro elaborato in maniera tale da esaltare alcuni rumori, come nel precedente lavoro del regista Aquarela, un non indifferente lavoro di montaggio e sugli spazi, che di volta in volta trasforma la fattoria in una piccola oasi naturale o in una angusta prigione, e soprattutto un elegante e potente bianco e nero, che conferisce alle immagini un’atmosfera ipnotica e quasi spirituale.

Gunda: l’inno alla natura e agli animali di Victor Kossakovsky

Gunda può contare su almeno due endorsement di spessore da parte di Hollywood. Il primo è di Paul Thomas Anderson, che ha definito il lavoro di Kossakovsky “puro cinema, dentro cui immergersi”, ma quello più importante è senza dubbio di Joaquin Phoenix, fervente animalista e vegano che ha accettato il ruolo di produttore esecutivo di Gunda. Un appoggio economico e mediatico non casuale, perché il lavoro del cineasta russo, in un’epoca di sacrosanta attenzione all’impatto ambientale, offre un punto di vista originale ed emozionante sul mondo animale e sulle sue svariate sfaccettature, e lo fa nel modo più cinematografico possibile, evitando la verbalità e lasciando che a parlare siano le immagini.

La nascita di una cucciolata di maialini diventa così una suggestiva metafora della lotta per la sopravvivenza, che comincia dai primi vagiti e può portare a funesti eventi, come quello messo in scena nella sequenza più dolorosa e lacerante di Gunda; una gallina che supera le proprie menomazioni diventa emblema della lotta contro le più apparentemente insormontabili difficoltà che l’esistenza ci sottopone; una recinzione che inesorabilmente si pone fra un animale e la libertà si trasforma nel simbolo delle svariate costrizioni che imponiamo ai nostri amici a quattro zampe, anche quando non li sfruttiamo per profitto o per la nostra alimentazione. In mezzo, tanti frammenti, attimi e suggestioni, che testimoniano l’anima e l’innato attaccamento alla vita degli animali, anche fra i confini di un’umile fattoria, con quelle giornate tutte uguali, scandite dalle stagioni e dai ritmi imposti dall’uomo.

Inevitabilmente, l’umanità è quasi sempre fuori da questo quadro rurale, pronta a minacciare l’ecosistema con le sue azioni brusche e ciniche. Il fine di Kossakovsky è chiaro: opporre all’invadenza e all’arroganza del genere umano la tenerezza e la dignità degli animali, in una anti-narrazione di rara potenza.

Una vera e propria poesia in movimento

Gunda

In fin dei conti, questa scelta di Gunda è anche ciò che ne limita maggiormente le potenzialità. Kossakovsky ci mostra il mondo animale come mai fatto prima, con della vera e propria poesia in movimento, che ha per unico filtro il nostro sguardo. Così facendo, il regista non fa però che ripeterci, con una messa in scena sopraffina, ciò che qualunque essere senziente già sa in proposito, cioè che uccidere qualunque creatura è sbagliato e che irretirla per mero sfruttamento lo è altrettanto. Gunda si mette inequivocabilmente dalla parte giusta: quella degli oppressi, di qualsiasi specie. La mancanza di un approfondimento sul ciclo dello sfruttamento animale e la contrapposizione di due blocchi così monolitici e antitetici, quello animale e quello umano, impediscono però una vera e propria problematizzazione dell’argomento, e fanno in modo che l’opera si accontenti di una splendida, delicata e pura superficie.

Anche se a Gunda manca la forza, e forse la volontà, di spingersi fino alla radice del problema, non si può rimanere indifferenti di fronte a questo spaccato di vita animale, che con una sequenza di un allattamento riesce a restituire la vitalità e i sentimenti che troppo spesso dimentichiamo e prevarichiamo. Forse non è tutto qui, ma è abbastanza per farci sentire un po’ più colpevoli quando ci cibiamo della vita altrui.

Valutazione
7/10

Verdetto

Gunda mette elegantemente in scena un vero e proprio inno al mondo animale e alla vita rurale. La mancanza di approfondimento del ciclo alimentare industriale non impedisce a questo anti-documentario di scuotere le certezze dello spettatore.

Marco Paiano

Marco Paiano