Halloween - La notte delle streghe Halloween - La notte delle streghe

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Halloween – La notte delle streghe: recensione del film di John Carpenter

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Nell’ottobre del 1978 John Carpenter cambiò per sempre la storia del cinema horror, dando ufficialmente vita con il suo Halloween – La notte delle streghe a quel filone dello slasher che fino ad allora aveva emesso solo alcuni vagiti con Reazione a catena di Mario Bava, Silent Night, Bloody Night di Theodore Gershuny e Black Christmas (Un Natale rosso sangue) di Bob Clark. Una insuperabile miscela di tensione, paura, perfetta regia e inquietante sonoro, che ha influenzato gran parte del cinema horror successivo (le saghe di Venerdì 13, Nightmare e Scream sono solo alcuni esempi di opere debitrici di Halloween – La notte delle streghe), generando inoltre un’impressionate sfilza di sequel, prequel e reboot, fra cui la recente trilogia di David Gordon Green (seguito diretto del capostipite).

Halloween – La notte delle streghe è inoltre tuttora uno dei film indipendenti di maggiore successo della storia del cinema, capace di racimolare oltre 70 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di circa 300.000, e principale artefice della definitiva esplosione di un vero e proprio Maestro della Settima Arte come John Carpenter, ancora oggi imperitura fonte di ispirazione per nuove generazioni di spettatori e cineasti.

Halloween – La notte delle streghe: l’inizio della leggenda di Michael Myers

Halloween - La notte delle streghe

Nella Haddonfield del 1963, il bambino di 6 anni Michael Myers uccide inspiegabilmente a coltellate la sorella maggiore Judith. Dopo 15 anni di reclusione nel manicomio locale, poco prima della nottata di Halloween Myers riesce a fuggire, dirigendosi verso la sua città Natale. Consapevole della pericolosità del suo paziente, lo psichiatra Sam Loomis (Donald Pleasence) si mette subito sulle sue tracce. Nel frattempo, il folle, dopo aver ucciso un meccanico e rubato la sua tuta, comincia a pedinare la giovane Laurie Strode (Jamie Lee Curtis). Nella notte più tenebrosa dell’anno, ha così inizio una lunga scia di sangue e di morte.

Tralasciando per un attimo la componente emotiva, e la dirompente sensazione di angoscia che Halloween – La notte delle streghe ha provocato negli spettatori 40 anni fa, la cosa che salta più all’occhio guardando oggi il film di John Carpenter è la sua estrema semplicità in diverse scelte registiche e narrative. Una semplicità da non confondere assolutamente con superficialità, forte di una purezza di intenti ed esecuzione che diventa rivoluzionaria, inevitabilmente spartiacque fra ciò che c’è stato prima e ciò che è venuto dopo.

Lo straordinario prologo di Halloween – La notte delle streghe

Halloween - La notte delle streghe

Doveroso aprire con quella che è indiscutibilmente una delle scene più celebri e riuscite del film, ovvero il prologo con il quale assistiamo al battesimo di sangue di Michael Myers. Carpenter compie una scelta disarmante nella sua elementarità, ovvero dare allo spettatore lo stesso punto di vista del futuro mostro. La steadycam fluttua dolcemente, mostrandoci in un magistrale piano sequenza l’esitazione prima, e la lucida follia poi, del piccolo Myers, soffermandosi in ogni scalino e in ogni piccolo anfratto della casa, per poi metterci di fronte al lacerante orrore di una sorella che diventa vittima del più giovane fratello. Una soluzione che raggiunge il duplice scopo di generare il clima di ansia e tensione che non ci abbandonerà più fino ai titoli di coda e di presentarci al contempo la personificazione stessa del male, con un’azione inspiegabile e totalmente disumana.

Uno stacco temporale, e poi la pioggia. La stessa pioggia che giusto un anno prima aveva accompagnato l’eccezionale incipit di un altro capolavoro come Suspiria di Dario Argento (anche lui amante della soggettiva dal punto di vista dell’assassino) ci mette di fronte a quello che sarà il filo conduttore di Halloween – La notte delle streghe e per certi versi dell’intero cinema di Carpenter, ovvero l’impossibilità di sconfiggere il Male. “Non si può uccidere l’uomo nero”, dirà in seguito il piccolo Tommy, accudito dalla protagonista Laurie nella notte di Halloween ma al tempo stesso vera e propria chiave di accesso dello spettatore in una storia che, pur nella sua raggelante cupezza, assume quasi i toni della fiaba.

Halloween – La notte delle streghe gode delle memorabili musiche dello stesso John Carpenter

Halloween - La notte delle streghe

Con un’intelligenza registica e un rispetto per lo spettatore oggi sempre più rari, John Carpenter gioca con le nostre aspettative e con la cinepresa, utilizzando lente carrellate che progressivamente svelano la presenza di Michael Myers, che sembra quasi giocare al gatto col topo con quelle che saranno le sue future prede. Il regista sfrutta inoltre magnificamente le sue inconfondibili musiche, che si basano sulla ripetizione quasi psichedelica di pochissime note (ancora una volta, la semplicità come impagabile risorsa) per poi aprirsi alle tipiche sonorità synth che abbiamo imparato a conoscere e amare.

Nascosto sotto un’anonima maschera e dentro una banalissima tuta da meccanico, la figura di Michael Myers si fa sempre più sinistra, grazie anche alle parole del Sam Loomis del sempre efficace Donald Pleasence, che riesce con le sue parole e con il suo sguardo fra lo stralunato e l’atterrito a dare l’idea della portata della minaccia che incombe su Haddonfield. Come la protagonista Laurie (di nuovo personaggio e spettatore sullo stesso livello) diventiamo paranoici, vedendo la figura di Myers in ogni angolo, cercandolo in ogni vicolo e fremendo per le sue apparizioni, saggiamente centellinate da Carpenter.

Con Halloween – La notte delle streghe, John Carpenter rielabora il mito dell’uomo nero in maniera del tutto personale

Halloween - La notte delle streghe

Mentre il regista ci cuoce a fuoco lento, ci passano sotto il naso figure e situazioni tipiche dei successivi decenni di horror, perfettamente condensate nelle celeberrime “regole per un film horror” della saga di Scream. Dall’immancabile maschera del cattivo al sesso che anticipa la morte, passando per la ricorrenza di una tragedia e per le telefonate e le aperture delle porte, presagi di imminenti sventure. La crudezza dei delitti di Myers passa in secondo piano rispetto alle atmosfere che Carpenter riesce a creare, senza mai ricorrere a quelli che abbiamo imparato a chiamare jump scare, ma lavorando invece sulla nostra psiche, grazie a figure che emergono dal buio con un’inesorabile lentezza, figlia degli zombi di Romero ma declinata in maniera del tutto personale e originale.

Fondamentale nella costruzione del racconto e della tensione l’apporto di Jamie Lee Curtis, dapprima contraltare serioso e virginale dell’esuberanza delle amiche, poi antesignana scream queen perseguitata da Myers e infine disperatamente in lotta per la propria sopravvivenza contro il mostro. La sua progressiva perdita dell’innocenza coincide con la nostra graduale discesa all’interno di un orrore che si fa sempre più palpabile e reale, pur mantenendo connotati quasi magici come l’ubiquità (Michael Myers ha il potere di scomparire e ricomparire in brevissimo tempo a notevole distanza) o l’invincibilità (nonostante i diversi colpi subiti, il mostruoso protagonista si rialza sempre). John Carpenter rielabora così l’immarcescibile mito dell’uomo nero, facendo dell’inespressività un’arma (Myers non pronuncia una sola parola nel corso del film) e lasciando opportunamente diverse porte aperte alla fantasia dello spettatore, spesso sciaguratamente sbattute dai sequel.

Halloween – La notte delle streghe: un caposaldo dell’horror

Qual è l’origine della follia omicida di Michael Myers? La scelta delle sue vittime è determinata solo dall’associazione con la sorella o c’è qualcosa di più? Da dove deriva la sua apparente invincibilità? Tante domande senza risposta, che insieme a un finale quasi beffardo nella sua irresolutezza, suggellano una pietra miliare del cinema, che a 40 anni dall’uscita e nonostante mezzi tecnici risicati (soltanto 20 giorni di riprese totali) non ha perso neanche la minima parte della sua dirompente forza. Siamo cambiati noi, ed è cambiato il cinema intorno a noi, ma Halloween – La notte delle streghe rimane imperturbabilmente a osservarci nel buio, mettendoci ogni volta di fronte alle nostre più ancestrali e recondite paure.

Halloween – La notte delle streghe: curiosità


Nel corso del film viene ripetutamente mostrato La cosa da un altro mondo, che i bambini guardano in TV durante la notte di Halloween. Oltre a essere un omaggio del regista alla storia del genere, questa citazione costituisce un importante aggancio con il prosieguo della carriera di Carpenter, che 4 anni più tardi dirigerà un suo remake del film, ovvero La cosa.

Nell’altro film di John Carpenter Il signore del male, il personaggio di Donald Pleasence si chiama Loomis, come quello da lui interpretato in Halloween – La notte delle streghe.

Il nome Michael Myers è un inquietante omaggio al distributore del precedente film di Carpenter, ovvero Distretto 13: le brigate della morte.

La sceneggiatura è stata scritta da Carpenter e dalla sua compagna di allora Debra Hill in soli 10 giorni.

John Carpenter ha citato Psycho come principale fonte di ispirazione per Halloween – La notte delle streghe. La scelta di Jamie Lee Curtis (all’esordio sul grande schermo) come protagonista è stata dettata anche da una connessione con il sopracitato film, interpretato dalla madre Janet Leigh. Il personaggio di Sam Loomis prende inoltre il suo nome da quello dell’amante di Marion Crane nello stesso Psycho.

Peter Cushing e Christopher Lee hanno entrambi rifiutato il ruolo poi andato a Donald Pleasence, per via del salario troppo basso. In seguito, Christopher Lee ha dichiarato che questo è stato uno dei più gravi errori della sua carriera.

Overall
10/10

Valutazione

A 4o anni dalla sua uscita, Halloween – La notte delle streghe non ha perso nulla della sua dirompente forza, che lo porta a essere un caposaldo dell’horror e un fondamentale tassello della leggendaria carriera di John Carpenter.

Apple TV+

La donna del lago: recensione della serie con Natalie Portman

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Se c’è una qualità che si deve riconoscere ad Apple TV+, indipendentemente dal giudizio di ognuno di noi sui prodotti della piattaforma, è sicuramente il coraggio di sperimentare con narrazioni in netta controtendenza con la standardizzazione seriale odierna, sfidando l’attenzione e la curiosità dello spettatore. Non fa eccezione a questa vera e propria linea editoriale La donna del lago, serie di Alma Har’el basata sull’omonimo romanzo di Laura Lippman, nonché primo show televisivo con protagonista Natalie Portman.

Mystery, noir e thriller intrecciati nella Baltimora degli anni ’60, teatro di una storia che nasce dal pregiudizio, dalla sopraffazione e dalla tragedia, per poi proporre allo spettatore un’angosciante riflessione sull’indipendenza e sull’autodeterminazione, a trazione femminile. Al centro della vicenda ci sono infatti tre donne: la ragazzina 11enne ebrea Tessie Durst (Bianca Belle) e la barista nera Cleo Johnson (Moses Ingram), entrambe scomparse e capaci di suscitare l’attenzione e l’interesse investigativo di Maddie Schwartz (Natalie Portman), moglie e madre casalinga con la passione sopita ma mai esaurita per il giornalismo. Per inseguire la sua ritrovata passione, Maddie lascia il marito Milton (Brett Gelman) e il figlio Seth (Noah Jupe), dedicandosi anima e corpo a un’indagine su due omicidi, ma anche e soprattutto su se stessa.

La donna del lago: su Apple TV+ la prima serie con Natalie Portman

La donna del lago

La donna del lago gioca con la formula del whodunit per parlare di molto altro, precipitandoci in un’America in cui nonostante l’avvento del Civil Rights Act la segregazione razziale è ancora triste realtà, insieme alle discriminazioni per sesso e religione. In questo ribollente contesto, in cui si fondono marciume morale e slanci progressisti, ha luogo un racconto di ri-formazione, grazie al quale Maddie Schwartz prende coscienza di se stessa, del suo posto nel mondo e del suo doloroso passato, ripercorrendo due vite spezzate completamente diverse dalla sua. Il risultato è un viaggio avvilente in una società profondamente razzista e maschilista, che sminuisce il lavoro e le intuizioni delle donne e oscura i soprusi subiti dalla comunità nera.

Una società corrotta e opportunista in cui non si salva nessuno compresa Maddie, che con il passare del tempo è mossa sempre più dal carrierismo, anziché per genuino interesse nei confronti di Cleo. Alma Har’el porta avanti in parallelo la storia di questi due personaggi, in una dinamica a tratti zoppicante per le differenze di scrittura e interpretazione: nonostante gli sforzi della regista e della stessa Moses Ingram per dare profondità e spessore alla vicenda di Cleo, Natalie Portman surclassa inevitabilmente il resto del cast, dominando la scena da diva consumata e catalizzando l’attenzione del pubblico anche quando il racconto si dilata nel tempo e negli spazi, abbracciando l’onirico e il surreale.

Un universo in cui è affascinante e doloroso perdersi

Con una cura per le atmosfere e per l’immagine più unica che rara nel panorama seriale contemporaneo. la regista mescola sogni, suggestioni e ricordi con scene musicali, umanità disperata e momenti di pura claustrofobia, dando vita a un’opera suggestiva e allo stesso tempo respingente (emblematico in questo senso il penultimo episodio dei 7 totali). Un racconto che ci parla di abuso, di anime tormentate e di discriminazione su molteplici livelli, dando vita a toccanti rapporti umani (come quello fra la protagonista e il personaggio di Mikey Madison, già vista in C’era una volta a… Hollywood e nella Palma d’Oro di Cannes 2024 Anora) ma mettendo in secondo piano ciò che dovrebbe fare da collante narrativo, ovvero il mistero.

Come in Twin Peaks, verso cui La donna del lago sembra quasi spingersi nei momenti più perturbanti, quando la componente mystery perde di intensità ne risente l’intera opera, che resta comunque un mondo in cui è affascinante e doloroso perdersi, per comprendere come ogni storia e ogni battaglia per i diritti siano fondamentali nel lungo e tortuoso cammino per il cambiamento e l’evoluzione della società.

La donna del lago è disponibile dal 19 luglio su Apple TV+.

La donna del lago

Dove vedere La donna del lago in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Verdetto

La prima serie con Natalie Portman è un’opera dal livello tecnico e produttivo impeccabile, che tende però a disperdere parte del proprio fascino quando mette in secondo piano il mistero.

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Twister: recensione del film con Helen Hunt e Bill Paxton

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Twister

Squadra che vince non si cambia, recita l’adagio. Devono avere pensato la stessa cosa Steven Spielberg e Michael Crichton, che dopo il successo planetario di Jurassic Park nel 1996 decidono di cavalcare l’onda con Twister. A prendere il posto dei suggestivi e spaventosi dinosauri del parco di divertimenti di John Hammond sono i tornado, altrettanto pericolosi e spettacolari, con il dirompente progresso degli effetti speciali a fare da ulteriore trait d’union fra i due progetti. Michael Crichton si occupa di soggetto e sceneggiatura insieme alla moglie Anne-Marie Martin, mentre Steven Spielberg, che l’anno successivo sfornerà Il mondo perduto – Jurassic Park e Amistad, si limita alla co-produzione con la sua Amblin Entertainment, lasciando la regia a Jan de Bont, reduce dal successo della sua opera prima Speed.

Ci sono tutti gli ingredienti per il successo, che in effetti arriva sotto forma di poco meno di 500 milioni di dollari di incasso, il secondo dell’anno dopo l’irraggiungibile Independence Day. In occasione dell’imminente uscita del sequel stand-alone Twisters, è però opportuno ripensare a questo film, scolpito nell’immaginario collettivo e indubbiamente fra i più notevoli frutti del filone del disaster movie, imperante a cavallo fra gli anni ’90 e i 2000. Oggi che la polvere sollevata nella finzione e nella realtà da Twister si è definitivamente posata, possiamo infatti osservare con equilibrio ed equidistanza quest’opera, i cui difetti appaiono ora molto più evidenti dei pregi.

Twister: l’uomo contro la natura in una sbiadita rimasticatura di Jurassic Park

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Al centro della vicenda c’è l’ex coppia formata da Jo (Helen Hunt) e Bill Harding (Bill Paxton), due esperti di tornado in procinto di divorziare che si ritrovano per firmare le ultime carte in coincidenza dell’inizio della sperimentazione de La piccola Dorothy, innovativo strumento dedicato allo studio di questi violenti fenomeni atmosferici. Con Bill c’è anche la nuova fidanzata Melissa Reeves (Jami Gertz), mentre con Jo c’è la sua affiatata squadra, capitanata dallo spassoso Dusty Davis (Philip Seymour Hoffman). Fra dolorosi ricordi e crescenti pericoli, il gruppo si ritrova in mezzo a tornado sempre violenti, con il doppio fine di salvare la pelle e di fare compiere un passo in avanti alla scienza.

Di nuovo il genere umano impegnato nel vano tentativo di controllare e dominare la natura, ancora persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie. I punti fermi del cinema di Steven Spielberg (a cui possiamo aggiungere le famiglie disastrate) sono in bella vista, insieme al desiderio di spingere più avanti l’asticella dello spettacolo, in un percorso parallelo a quello della stessa Jo, ossessionata dai tornado fin dall’infanzia. Proprio a questo triste collegamento fra la protagonista e l’oggetto della sua ossessione è dedicato l’incipit di Twister, con l’improvvisa e raggelante morte del padre della piccola Jo a costituire l’unico vero momento tipicamente spielberghiano di un’opera che per il resto sceglie sempre di privilegiare l’azione fine a se stessa, lasciando in secondo piano l’evoluzione dei personaggi e il racconto per immagini.

Un prodotto di buona fattura tecnica (ottimo il sonoro, invecchiati decisamente peggio gli effetti speciali), in cui manca però sempre il bicchiere che vibra, ovvero quel dettaglio che in un vero capolavoro come Jurassic Park riesce a coniugare spettacolo, tensione, tecnica e umanità.

Twister: un film museale

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Lo scarso interesse di Jan de Bont (in precedenza direttore della fotografia di film come Trappola di cristallo, Black Rain – Pioggia sporca, Caccia a Ottobre Rosso e Basic Instinct) nei confronti dei personaggi dà vita a caratteri nel migliore dei casi impalpabili, quando non totalmente macchiettistici. È questo il caso della psicologa Melissa Reeves, improbabile portabandiera della linea comica persa fra inutili siparietti telefonici a sfondo sessuale e imbarazzanti gag sulla sua sempre più traballante storia d’amore, ma le cose non vanno meglio per il compianto Philip Seymour Hoffman, sprecato nel ruolo di bizzarra spalla.

Persino due ottimi interpreti come Helen Hunt e Bill Paxton faticano a dare vita ai rispettivi personaggi, pallide imitazioni di Alan Grant ed Ellie Sattler alimentate più dal loro ruolo che da una vero e proprio arco narrativo. Completa il quadro l’incolore villain di Cary Elwes, che anche i più strenui sostenitori di Twister faticheranno a ricordare.

Dalla prospettiva odierna, emerge invece con chiarezza la dimensione museale di Twister, che cita più volte esplicitamente Il mago di Oz (non dimentichiamo inoltre che il viaggio di Dorothy inizia proprio con un tornado che trascina via casa sua), mostra malinconicamente la stessa Judy Garland in È nata una stella e distrugge un drive-in che proietta Shining, in un simbolico viaggio all’interno dell’incubo kubrickiano e kinghiano che anticipa di 22 anni l’amorevole omaggio contenuto in Ready Player One, firmato ovviamente dallo stesso Steven Spielberg. Nel momento in cui il cinema si scopre sempre più in grado di superare i propri limiti, volontariamente o meno Twister rimarca così la fragilità del genere umano e della settima arte, entrambi alla mercè di un fenomeno atmosferico incomprensibile e ingovernabile.

Il mancato messaggio ecologista

Mentre l’ineluttabile termine di paragone Jurassic Park (evocato anche dal tema musicale) riesce a mettere in scena anche un inquietante monito all’umanità, sempre più sull’orlo dell’abisso per la sua tendenza a superare i limiti e a prevaricare la natura, Twister manca anche l’opportunità di ragionare sull’ecologismo. In piena emergenza climatica, oggi possiamo purtroppo toccare con mano le colpe del genere umano per i sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi, ma le avvisaglie nel 1996 erano già evidenti, e sapientemente sfruttate da film coevi come Pom Poko e Il pianeta verde. Nell’opera di Jan de Bont non ci sono invece né prese di coscienza né critiche sociali, ma solo una rassegnazione condita da pallida utopia, evidente nel finale in cui si festeggia per il sospirato invio dei dati dei sensori sulla struttura dei tornado.

Restano una manciata di buone sequenze di fughe dai tornado (favorite anche dal caos correlato a questo evento atmosferico), qualche effetto speciale capace di reggere alla prova del tempo e una suggestiva fotografia plumbea. Troppo poco per un film che oggi fatica a reggere il confronto anche con prodotti realizzati nello stesso periodo e altrettanto fracassoni come Deep Impact e Armageddon – Giudizio finale. Oggi sono dunque più attuali che mai le parole di un grande maestro della critica mondiale come Roger Ebert: «Volete un intrattenimento rumoroso, stupido, abile ed evasivo? Twister funziona. Volete pensare? Pensateci due volte prima di vederlo».

Twister

Twister in Home Video

Dove vedere Twister in streaming

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante il successo dell’epoca e gli effetti speciali pionieristici, oggi Twister appare come una pallida imitazione di Jurassic Park, priva di vitalità e abilità nel racconto per immagini.

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Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: recensione del film con Scarlett Johansson

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Fly Me to the Moon

L’allunaggio del 20 luglio 1969 è stato un evento fondamentale sotto diversi punti di vista: quello tecnico-scientifico ovviamente, ma anche sul fronte geo-politico, dal momento che, con questa conquista, in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo di immagine all’Unione Sovietica, precedentemente in testa nella corsa allo spazio grazie a Jurij Gagarin, primo uomo a volare nel cosmo. Quel piccolo passo per un uomo e allo stesso tempo gigantesco balzo per l’umanità ha però immediatamente acceso la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo, dando vita alla cosiddetta teoria del complotto lunare, secondo cui le storiche immagine trasmesse in tutto il mondo sono state in realtà un’abile messa in scena. Una teoria già esplorata da film come Capricorn One e Moonwalkers, al centro anche di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna.

Ennesimo importante investimento cinematografico di Apple in cerca di fortuna in sala (con primi risultati tutt’altro che incoraggianti, per usare un eufemismo), Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’operazione decisamente coraggiosa, che cerca di fondere ricostruzione storica, analisi del capitalismo statunitense e commedia romantica, affidandosi all’estro e all’aura divistica di Scarlett Johansson e Channing Tatum. Un racconto costantemente in bilico fra leggerezza e dramma, fra cospirazione e spirito pionieristico, fra sentimento e cinismo, affidato alla mano esperta di Greg Berlanti, reduce dal successo di Tuo, Simon. Non mancano gli spunti di interesse e i momenti riusciti, ma in più di un’occasione si ha la sensazione che la sceneggiatura di Rose Gilroy fatichi a tenere insieme tutte le suggestioni e le tematiche proposte.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: la corsa allo spazio come metafora del marketing capitalista

Fly Me to the Moon

Al centro della vicenda c’è la scaltra pubblicista Kelly Jones (Scarlett Johansson), ingaggiata da un funzionario governativo senza scrupoli (Woody Harrelson) con il compito di rilanciare l’immagine della NASA, alla disperata ricerca di consenso e sostegno economico per la missione Apollo 11. Quest’ultima si scontra però con Cole Davis (Channing Tatum), direttore del programma di lancio con diversi problemi da risolvere. Nonostante la diffidenza di Cole, fra i due nasce un sentimento sempre più forte. Le cose però si complicano quando la Casa Bianca chiede a Kelly di predisporre in gran segreto le riprese di un finto sbarco sulla Luna, da sostituire al filmato originale in caso di problemi.

Fin dai primi minuti, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si concentra su temi tutt’altro che superficiali come il concetto di verità (o post-verità) e il mefistofelico lavoro di marketing con cui gli USA vendono se stessi al loro interno e al resto del mondo. Riflessioni sviscerate con brio e leggerezza dall’ottima Scarlett Johansson, il cui personaggio racchiude perfettamente sia le dinamiche di personal branding con cui oggi infestiamo i nostri profili social, sia l’utilizzo più bieco dello storytelling, grazie al quale l’irresistibile Kelly Jones riesce a vendere letteralmente qualsiasi storia e a non farsi mai dire di no. Tutto ciò riverbera inevitabilmente nell’intreccio, che procede su un doppio binario: da una parte le verità nascoste fra Cole e Kelly, dall’altra la necessità di costruire una finzione alternativa alla realtà, che in uno dei momenti più emblematici del film è addirittura indistinguibile da essa.

Una rom-com insapore

Scarlett Johansson e Channing Tatum funzionano bene quando il secondo fa la spalla comica della prima; molto meno quando i due devono “venderci” una storia d’amore blanda e incolore. Il problema principale di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna risiede proprio nella volontà di inserire a forza una sottotrama romantica in un impianto narrativo che avrebbe potuto tranquillamente reggersi sulla verve dei suoi protagonisti. Il risultato è un racconto che ondeggia senza convinzione fra commedia, sentimentalismo e seriosità, navigando a vista fra la screwball comedy e i più inflazionati cliché (un passato doloroso come unico improbabile punto di incontro fra persone diametralmente opposte).

Non è un caso che, nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum, il personaggio più efficace sia quello di Woody Harrelson, l’unico a cogliere pienamente lo spirito critico e disincantato alla base della vicenda. Molto meno efficace invece il personaggio di Jim Rash, che dopo Community si trova di nuovo a interpretare una macchietta gay, in questo caso decisamente fuori tempo massimo. Lontano dall’ossessiva epica di First Man – Il primo uomo, dalla raffinatezza di scrittura delle migliori rom-com e dalle più pungenti satire a sfondo cospirativo, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si accontenta dell’equidistanza in termini di temi e registri, con esiti non disprezzabili ma tutt’altro che travolgenti.

Fly Me to the Moon

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

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6.5/10

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Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna funziona quando affronta il cinico marketing targato USA, ma lascia a desiderare sul fronte della rom-com, davvero poco ispirata nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum

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