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Halloween – La notte delle streghe: recensione del film di John Carpenter

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Nell’ottobre del 1978 John Carpenter cambiò per sempre la storia del cinema horror, dando ufficialmente vita con il suo Halloween – La notte delle streghe a quel filone dello slasher che fino ad allora aveva emesso solo alcuni vagiti con Reazione a catena di Mario Bava, Silent Night, Bloody Night di Theodore Gershuny e Black Christmas (Un Natale rosso sangue) di Bob Clark. Una insuperabile miscela di tensione, paura, perfetta regia e inquietante sonoro, che ha influenzato gran parte del cinema horror successivo (le saghe di Venerdì 13, Nightmare e Scream sono solo alcuni esempi di opere debitrici di Halloween – La notte delle streghe), generando inoltre un’impressionate sfilza di sequel, prequel e reboot, fra cui la recente trilogia di David Gordon Green (seguito diretto del capostipite).

Halloween – La notte delle streghe è inoltre tuttora uno dei film indipendenti di maggiore successo della storia del cinema, capace di racimolare oltre 70 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di circa 300.000, e principale artefice della definitiva esplosione di un vero e proprio Maestro della Settima Arte come John Carpenter, ancora oggi imperitura fonte di ispirazione per nuove generazioni di spettatori e cineasti.

Halloween – La notte delle streghe: l’inizio della leggenda di Michael Myers

Halloween - La notte delle streghe

Nella Haddonfield del 1963, il bambino di 6 anni Michael Myers uccide inspiegabilmente a coltellate la sorella maggiore Judith. Dopo 15 anni di reclusione nel manicomio locale, poco prima della nottata di Halloween Myers riesce a fuggire, dirigendosi verso la sua città Natale. Consapevole della pericolosità del suo paziente, lo psichiatra Sam Loomis (Donald Pleasence) si mette subito sulle sue tracce. Nel frattempo, il folle, dopo aver ucciso un meccanico e rubato la sua tuta, comincia a pedinare la giovane Laurie Strode (Jamie Lee Curtis). Nella notte più tenebrosa dell’anno, ha così inizio una lunga scia di sangue e di morte.

Tralasciando per un attimo la componente emotiva, e la dirompente sensazione di angoscia che Halloween – La notte delle streghe ha provocato negli spettatori 40 anni fa, la cosa che salta più all’occhio guardando oggi il film di John Carpenter è la sua estrema semplicità in diverse scelte registiche e narrative. Una semplicità da non confondere assolutamente con superficialità, forte di una purezza di intenti ed esecuzione che diventa rivoluzionaria, inevitabilmente spartiacque fra ciò che c’è stato prima e ciò che è venuto dopo.

Lo straordinario prologo di Halloween – La notte delle streghe

Halloween - La notte delle streghe

Doveroso aprire con quella che è indiscutibilmente una delle scene più celebri e riuscite del film, ovvero il prologo con il quale assistiamo al battesimo di sangue di Michael Myers. Carpenter compie una scelta disarmante nella sua elementarità, ovvero dare allo spettatore lo stesso punto di vista del futuro mostro. La steadycam fluttua dolcemente, mostrandoci in un magistrale piano sequenza l’esitazione prima, e la lucida follia poi, del piccolo Myers, soffermandosi in ogni scalino e in ogni piccolo anfratto della casa, per poi metterci di fronte al lacerante orrore di una sorella che diventa vittima del più giovane fratello. Una soluzione che raggiunge il duplice scopo di generare il clima di ansia e tensione che non ci abbandonerà più fino ai titoli di coda e di presentarci al contempo la personificazione stessa del male, con un’azione inspiegabile e totalmente disumana.

Uno stacco temporale, e poi la pioggia. La stessa pioggia che giusto un anno prima aveva accompagnato l’eccezionale incipit di un altro capolavoro come Suspiria di Dario Argento (anche lui amante della soggettiva dal punto di vista dell’assassino) ci mette di fronte a quello che sarà il filo conduttore di Halloween – La notte delle streghe e per certi versi dell’intero cinema di Carpenter, ovvero l’impossibilità di sconfiggere il Male. “Non si può uccidere l’uomo nero”, dirà in seguito il piccolo Tommy, accudito dalla protagonista Laurie nella notte di Halloween ma al tempo stesso vera e propria chiave di accesso dello spettatore in una storia che, pur nella sua raggelante cupezza, assume quasi i toni della fiaba.

Halloween – La notte delle streghe gode delle memorabili musiche dello stesso John Carpenter

Halloween - La notte delle streghe

Con un’intelligenza registica e un rispetto per lo spettatore oggi sempre più rari, John Carpenter gioca con le nostre aspettative e con la cinepresa, utilizzando lente carrellate che progressivamente svelano la presenza di Michael Myers, che sembra quasi giocare al gatto col topo con quelle che saranno le sue future prede. Il regista sfrutta inoltre magnificamente le sue inconfondibili musiche, che si basano sulla ripetizione quasi psichedelica di pochissime note (ancora una volta, la semplicità come impagabile risorsa) per poi aprirsi alle tipiche sonorità synth che abbiamo imparato a conoscere e amare.

Nascosto sotto un’anonima maschera e dentro una banalissima tuta da meccanico, la figura di Michael Myers si fa sempre più sinistra, grazie anche alle parole del Sam Loomis del sempre efficace Donald Pleasence, che riesce con le sue parole e con il suo sguardo fra lo stralunato e l’atterrito a dare l’idea della portata della minaccia che incombe su Haddonfield. Come la protagonista Laurie (di nuovo personaggio e spettatore sullo stesso livello) diventiamo paranoici, vedendo la figura di Myers in ogni angolo, cercandolo in ogni vicolo e fremendo per le sue apparizioni, saggiamente centellinate da Carpenter.

Con Halloween – La notte delle streghe, John Carpenter rielabora il mito dell’uomo nero in maniera del tutto personale

Halloween - La notte delle streghe

Mentre il regista ci cuoce a fuoco lento, ci passano sotto il naso figure e situazioni tipiche dei successivi decenni di horror, perfettamente condensate nelle celeberrime “regole per un film horror” della saga di Scream. Dall’immancabile maschera del cattivo al sesso che anticipa la morte, passando per la ricorrenza di una tragedia e per le telefonate e le aperture delle porte, presagi di imminenti sventure. La crudezza dei delitti di Myers passa in secondo piano rispetto alle atmosfere che Carpenter riesce a creare, senza mai ricorrere a quelli che abbiamo imparato a chiamare jump scare, ma lavorando invece sulla nostra psiche, grazie a figure che emergono dal buio con un’inesorabile lentezza, figlia degli zombi di Romero ma declinata in maniera del tutto personale e originale.

Fondamentale nella costruzione del racconto e della tensione l’apporto di Jamie Lee Curtis, dapprima contraltare serioso e virginale dell’esuberanza delle amiche, poi antesignana scream queen perseguitata da Myers e infine disperatamente in lotta per la propria sopravvivenza contro il mostro. La sua progressiva perdita dell’innocenza coincide con la nostra graduale discesa all’interno di un orrore che si fa sempre più palpabile e reale, pur mantenendo connotati quasi magici come l’ubiquità (Michael Myers ha il potere di scomparire e ricomparire in brevissimo tempo a notevole distanza) o l’invincibilità (nonostante i diversi colpi subiti, il mostruoso protagonista si rialza sempre). John Carpenter rielabora così l’immarcescibile mito dell’uomo nero, facendo dell’inespressività un’arma (Myers non pronuncia una sola parola nel corso del film) e lasciando opportunamente diverse porte aperte alla fantasia dello spettatore, spesso sciaguratamente sbattute dai sequel.

Halloween – La notte delle streghe: un caposaldo dell’horror

Qual è l’origine della follia omicida di Michael Myers? La scelta delle sue vittime è determinata solo dall’associazione con la sorella o c’è qualcosa di più? Da dove deriva la sua apparente invincibilità? Tante domande senza risposta, che insieme a un finale quasi beffardo nella sua irresolutezza, suggellano una pietra miliare del cinema, che a 40 anni dall’uscita e nonostante mezzi tecnici risicati (soltanto 20 giorni di riprese totali) non ha perso neanche la minima parte della sua dirompente forza. Siamo cambiati noi, ed è cambiato il cinema intorno a noi, ma Halloween – La notte delle streghe rimane imperturbabilmente a osservarci nel buio, mettendoci ogni volta di fronte alle nostre più ancestrali e recondite paure.

Halloween – La notte delle streghe: curiosità


Nel corso del film viene ripetutamente mostrato La cosa da un altro mondo, che i bambini guardano in TV durante la notte di Halloween. Oltre a essere un omaggio del regista alla storia del genere, questa citazione costituisce un importante aggancio con il prosieguo della carriera di Carpenter, che 4 anni più tardi dirigerà un suo remake del film, ovvero La cosa.

Nell’altro film di John Carpenter Il signore del male, il personaggio di Donald Pleasence si chiama Loomis, come quello da lui interpretato in Halloween – La notte delle streghe.

Il nome Michael Myers è un inquietante omaggio al distributore del precedente film di Carpenter, ovvero Distretto 13: le brigate della morte.

La sceneggiatura è stata scritta da Carpenter e dalla sua compagna di allora Debra Hill in soli 10 giorni.

John Carpenter ha citato Psycho come principale fonte di ispirazione per Halloween – La notte delle streghe. La scelta di Jamie Lee Curtis (all’esordio sul grande schermo) come protagonista è stata dettata anche da una connessione con il sopracitato film, interpretato dalla madre Janet Leigh. Il personaggio di Sam Loomis prende inoltre il suo nome da quello dell’amante di Marion Crane nello stesso Psycho.

Peter Cushing e Christopher Lee hanno entrambi rifiutato il ruolo poi andato a Donald Pleasence, per via del salario troppo basso. In seguito, Christopher Lee ha dichiarato che questo è stato uno dei più gravi errori della sua carriera.

Overall
10/10

Valutazione

A 4o anni dalla sua uscita, Halloween – La notte delle streghe non ha perso nulla della sua dirompente forza, che lo porta a essere un caposaldo dell’horror e un fondamentale tassello della leggendaria carriera di John Carpenter.

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Kinds of Kindness: recensione del film di Yorgos Lanthimos

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Kinds of Kindness

Il corpo è centrale nella visione di Yorgos Lanthimos. Lo è sempre in verità, in tutti i suoi film, ma in Kinds of Kindness assume un ruolo ancora più prominente. Kinds of Kindness, scritto e diretto da Lanthimos e interpretato da Emma Stone, Willem Dafoe, Jesse Plemons e Hong Chau, è l’ultima opera partorita dalla mente brillante del regista greco, che dopo Povere Creature! è tornato in sala con un film prezioso e repulsivo, straniante e seduttivo, suddiviso in tre narrazioni distinte, interpretate dallo stesso ensemble di attori in ruoli diversi. Le trame di Kinds of Kindness sono indipendenti ma interconnesse e presentano notevoli affinità tra loro.

Kinds of Kindness: l’anatomia del controllo secondo Lanthimos

Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il primo episodio si chiama “La morte di R.M.F.” e ci porta nella vita di Robert Fletcher, interpretato da Jesse Plemons, un uomo sposato e la cui esistenza è rigidamente controllata da Raymond (Willem Dafoe), un magnate che gli impone ogni giorno precise direttive su ogni aspetto della sua vita. Tra bizzarri compiti e rigide abitudini, Robert deve provocare un incidente con la sua macchina. Dopo aver eseguito l’ordine, Raymond gli comunica che l’impatto non è stato abbastanza violento e che quindi deve provocarne uno nuovo. Di fronte all’obiezione di Robert, comprendendo come un ulteriore scontro potrà poi risultare fatale per l’altro conducente, Raymond rimane impassibile.

Alla fine, Robert si rifiuta di obbedire e, come conseguenza, inizia a perdere tutto ciò che ha, incluso l’amore di sua moglie (Hong Chau). Il secondo episodio, “R.M.F. sta volando”, segue la storia di un poliziotto la cui moglie, una biologa di nome Liz (Emma Stone), scompare durante una missione scientifica. Al suo ritorno, lui nota dei cambiamenti sottili ma inquietanti in lei, tanto da sospettare che possa essere un’impostora e che la donna di fronte a lui non sia davvero sua moglie. Il terzo episodio, “R.M.F. mangia un panino”, racconta di due membri di un culto impegnati nella ricerca di un prescelto che dovrebbe avere la capacità di resuscitare i morti.

Kinds of Kindness: la manipolazione è la fede più succulenta

Kinds of Kindness


Come dicevamo in apertura, il corpo è centrale nell’ecosistema visivo del regista greco e questo film non fa eccezione. Tutti e tre gli episodi trattano di potere, coercizione, manipolazione e abuso, ognuno in modo più sottile e differente. Nel primo episodio Robert non ha autonomia, il suo corpo è nelle mani di un dispotico mentore-demiurgo che ne controlla qualsiasi espressione e decisione, dai gesti più semplici, dal sonno alla colazione, alla lettura (per Raymond leggere Anna Karenina è obbligatorio), ai rapporti sessuali.

Non c’è aspetto della vita che non subisca il suo controllo. Anche i regali di Raymond, esibiti nella lussuosa villa di Robert, sono doni che riguardano il corpo e guardano, contrariamente, a una realtà che è senza controllo: tra i doni fatti a Robert nel corso degli anni ci sono oggetti come la racchetta rotta e deformata di John McEnroe e il casco da corsa bruciato e insanguinato di Ayrton Senna.

Quei regali sembrano un monito, o rappresentano il fascino di Raymond per la distruzione, che come un mentore/divinità ne è succube e ne concepisce la bellezza. Il corpo è l’essenza di quelle opere d’arte, è nella rabbia di McEnroe che distrugge la sua racchetta, è nella vita di Senna che si infrange, e ora quelle opere abitano uno spazio asfittico di osservazione, e riproduzione, e sono inserite in un contesto distopico in cui la manipolazione è la fede più succulenta, manipolazione che è sorella della distruzione.

Cosa saresti disposto a fare per amore?

Kinds of Kindness


Entrambe rientrano nel piano di controllo elaborato da Raymond, che come una divinità detta la sua legge, le sue scritture (o meglio letture) e i suoi idoli. Seguire le istruzioni di Raymond è la norma nel mondo di Robert. Quando si ribella è come se sfidasse una divinità. E sfidare il divino significa rinunciare al conformismo, e il suo mondo di conseguenza crolla e non regge l’urto della sua disobbedienza. Tutte e tre le storie sono incentrate sull’interazione con il divino, sia che si tratti di una presenza costante, di un desiderio o di un miracolo.

La seconda storia ci porta invece nelle pieghe asfittiche di una storia d’amore a dir poco turbolenta. Il protagonista, interpretato da Jesse Plemons, dopo aver appreso della scomparsa della sua compagna Liz, al suo ritorno si convince che lei è solo una sostituta, una persona che le somiglia ma in verità non è lei. Sua moglie è ancora dispersa, sa che tornerà, e intanto cova dentro di sé il desiderio di smascherare l’infingimento, e dimostrare che quella persona non è che chi dice di essere. Quindi sottopone Liz a delle prove insostenibili, e mortifere, come cucinare il dito di una mano, il proprio, e il suo fegato per cena.

Quando si dice: cosa saresti disposto a fare per amore? L’amore può diventare un abuso, e Lanthimos qui ci racconta a quali condizioni può essere declinato e come quel potere è come tutti gli altri, nefasto, tragico, mortale. Anche in questo episodio c’è un demiurgo che detta le regole e qualcuno che quelle regole decide di seguirle, nonostante tutto.

Kinds of Kindness: una discesa agli inferi

 Kinds of Kindness
Photo by Atsushi Nishijima. Courtesy of Searchlight Pictures

Il terzo episodio è molto più simile al primo, anche per ruoli e simmetrie narrative. Siamo immersi in un contesto chiaro fin dal principio: c’è una setta chiusa che vive seguendo le proprie regole, come bere solo le lacrime dei capi del culto, minuziosamente sgorgate dai loro occhi attraverso un rituale combinato, mangiare solo determinati tipi di carne, passare attraverso un rito della sauna che determina la purezza e la contaminazione dell’individuo.

È ancora una volta il corpo a partecipare attivamente alla storia, ad essere protagonista, il corpo come cavia, come condanna, come distruzione e manipolazione, il corpo come oggetto sacrificale, come pezzo marcescente di un sistema vincolante che ti annienta solo per divertimento. Perché Kinds of Kindness è un’opera a cui piace giocare con il proprio potere, annichilire e divertire allo stesso tempo. È una discesa agli inferi, sia tragica che grottesca, e le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie. Lanthimos gioca con le sue pedine esattamente come il mentore di ogni storia, mostrando al pubblico cosa può fargli fare e quali mostri è capace di generare.

Kinds of Kindness è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Disney.

Dove vedere Kinds of Kindness in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
8/10

Valutazione

Kinds of Kindness è un’opera che gioca con il proprio potere, una discesa agli inferi dove le fiamme divampano nelle relazioni violente degli uomini, in un mondo in cui sono solo delle cavie.

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The Animal Kingdom: recensione del film di Thomas Cailley

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The Animal Kingdom

A 9 anni di distanza da The Fighters – Addestramento di vita, Thomas Cailley torna ad affrontare le suggestioni apocalittiche già sfiorate nella sua opera prima con The Animal Kingdom, notevole successo di pubblico in Francia (più di 8 milioni di euro di incasso) e vincitore di ben 5 premi César. Un’opera coraggiosa e mutevole, che spazia dal racconto di formazione all’avventura fantastica, senza disdegnare sfumature horror e una lucida e puntuale critica sociale.

Ci troviamo in un mondo scosso da un’ondata di mutazioni, capaci di trasformare gli esseri umani in animali. Fra le persone colpite c’è anche la moglie di François (Romain Duris) e madre di Émile (Paul Kircher), che a causa dell’avanzamento della malattia viene assegnata a un centro di cura specializzato. Durante il trasferimento, il furgone che trasporta la donna e altri pazienti ha però un incidente, che permette a tutti loro di fuggire liberi nella foresta. Padre e figlio si mettono così alla ricerca della donna, aiutati dalla sergente Julia (Adèle Exarchopoulos). Nel frattempo però anche Emile comincia a manifestare i sintomi di una mutazione in corso.

The Animal Kingdom: un racconto di formazione e mutazione

Già dall’incipit in medias res, in cui brilla anche uno splendido e dolcissimo esemplare di pastore australiano, The Animal Kingdom mostra un’ambizione rara per un coming of page destinato a un ampio pubblico. In mezzo al caos del traffico irrompe infatti un ibrido fra umano e uccello, che semina timore fra i presenti ma non stupore, dal momento che lo scenario creato da Thomas Cailley e dalla co-sceneggiatrice Pauline Munier è quello di un’umanità che cerca disperatamente di aggrapparsi alla normalità, nonostante la diffusione di una malattia destinata a modificarne per sempre la storia.

Un quadro che ci riporta ai più cupi e dolorosi momenti del Covid, nonostante The Animal Kingdom sia stato pensato e scritto prima della pandemia. Questo potente incipit fornisce al regista il pretesto per un racconto che si muove in molteplici direzioni (forse in troppe), scandagliando le paure e le speranze di una famiglia che cerca di rimanere unita in un mondo al collasso. Proprio come le vittime di questa misteriosa malattia, The Animal Kingdom muta così continuamente davanti ai nostri occhi, proponendo una riflessione tutt’altro che scontata, ma non sempre efficace, sulla diversità e sulla libertà, suggerendo inoltre istanze ecologiste e antispeciste.

Una metafora della crescita e della scoperta

Il cuore del racconto diventa ben presto Émile, costretto a prendere confidenza con un corpo in piena transizione e allo stesso tempo in bilico fra sentimenti contrastanti per la madre e per i suoi coetanei. La sua avventura, scandita dalle suggestive musiche di Andrea Laszlo De Simone, è contemporaneamente metafora della crescita, della scoperta del mondo e persino della disforia di genere (lo vediamo più volte in contrasto con un corpo in cui non si riconosce più). Questi buoni spunti sono però depotenziati da qualche lungaggine di troppo, che portano il minutaggio complessivo a ben 128 minuti, non sempre scorrevoli.

A penalizzare ulteriormente The Animal Kingdom è un ultimo atto decisamente blando, durante il quale il racconto si sgonfia, sia in termini di scrittura sia dal punto di vista della messa in scena. Il bicchiere è mezzo pieno, anche per via di un ottimo lavoro sul trucco e sugli effetti speciali, ma resta comunque la sensazione che con una sceneggiatura più asciutta e una migliore caratterizzazione dei personaggi secondari (soprattutto quello di Adèle Exarchopoulos, ma anche il già citato pastore australiano) ci saremmo trovati di fronte a un piccolo cult, e non solo a un’avventura per tutta la famiglia al di sopra della media per qualità e spessore.

The Animal Kingdom è nelle sale italiane dal 13 giugno, distribuito da I Wonder Pictures.

Dove vedere The Animal Kingdom in streaming

Overall
6/10

Valutazione

The Animal Kingdom mette tanta carne al fuoco, dando vita a un racconto profondo e metaforico, penalizzato però da qualche lungaggine di troppo.

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The Watchers – Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

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The Watchers - Loro ti guardano

«Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali», dice William Hodding Carter II. Una massima che ben si adatta al regista indiano M. Night Shyamalan e a sua figlia Ishana Night Shyamalan, che debutta alla regia con il thriller dalle sfumature horror The Watchers – Loro ti guardano, basato sull’omonimo romanzo di A. M. Shine. Un esordio nel nome del padre, sempre presente nel racconto sia attraverso le radici evidentemente trasmesse, sia con le ali con cui Ishana Night Shyamalan prova ad alzarsi in volo, con notevole ambizioni ma risultati ancora acerbi.

Al centro del racconto c’è Mina (Dakota Fanning), giovane artista americana che vive in Irlanda, facendo quotidianamente i conti con i dolorosi traumi del suo passato. Per una commissione per il negozio di animali per cui lavora, Mina rimane bloccata in un’imponente e inquietante foresta irlandese. Alla ricerca di un riparo, la donna si imbatte in una casa caratterizzata da un’ampia e suggestiva vetrata, in cui trova altri tre sconosciuti. Da questi apprende la raggelante situazione: ogni notte, delle misteriose e pericolose creature arrivano a osservare le persone all’interno della casa, che a loro volta devono assecondarle per garantirsi la sopravvivenza. In questo paradossale scenario, Mina è costretta a cercare una difficile via d’uscita, insieme ai suoi compagni di sventura.

The Watchers – Loro ti guardano: l’opera prima di Ishana Night Shyamalan, nel nome del padre

Siamo indubbiamente dalle parti di Bussano alla porta, per cui non a caso Ishana Night Shyamalan è stata accanto al padre come regista della seconda unità. La situazione di isolamento, i presagi apocalittici e i continui rovesciamenti del punto di vista rimandano infatti al disturbante universo di M. Night Shyamalan, evocato anche da una foresta oscura e sinistra come quella di The Village. Se a questo aggiungiamo la tendenza al plot twist (per la verità abbastanza blandi), si potrebbe commettere l’errore di ridurre The Watchers – Loro ti guardano a una mera estensione del cinema di M. Night Shyamalan, peraltro coinvolto come produttore.

Ma Ishana Night Shyamalan non vuole e non deve vivere solo della luce riflessa del padre, per cui si concentra sulla sua tormentata protagonista, che in un continuo gioco di specchi e di riflessi si ritrova a mettere insieme i pezzi della propria vita, in un percorso di dolore e perdita che arriva da molto lontano. Una scelta non sempre sostenuta dalla prova di Dakota Fanning, a tratti talmente apatica e insapore da bloccare qualsiasi emozione. Il casting è in effetti uno dei punti deboli dell’intera operazione, dal momento che solo l’ottima Olwen Fouéré (attrice teatrale di fama mondiale, vista recentemente anche in The Northman) riesce a trasmettere le atmosfere sinistre e intriganti continuamente cercate dalla regista.

Fra Lost e la critica sociale

Nel turbine di citazioni e di rimandi che contraddistingue The Watchers – Loro ti guardano, le influenze familiari lasciano progressivamente spazio ad altri punti fermi del panorama audiovisivo contemporaneo. Nella caccia al tesoro orchestrata da Ishana Night Shyamalan si scorgono infatti strizzate d’occhio a Noi di Jordan Peele, suggestioni di Quella casa nel bosco e soprattutto evidenti influenze della celeberrima serie televisiva Lost, sia dal punto di vista della trama, sia per quanto riguarda il sonoro che accompagna le apparizioni degli Osservatori.

Su questa tela, la regista utilizza le dinamiche e gli stilemi dell’horror per tratteggiare una riflessione sulla modernità, esplicitata dai continui riferimenti ai reality show e dalla stessa condizione del gruppo dei protagonisti (in cui figurano anche Georgina Campbell e Oliver Finnegan), osservati e allo stesso tempo osservatori della loro realtà. Un’intuizione che permette a Ishana Night Shyamalan di dare vita a suggestive inquadrature di volti riflessi, grazie anche alla particolare architettura della casa. Ciononostante, la montagna delle ambizioni e del talento della regista partorisce purtroppo un topolino: un horror mai veramente spaventoso e un thriller dal ritmo altalenante, che penalizzano anche la riflessione sociale e la caratterizzazione della protagonista.

Gli sporadici guizzi di The Watchers – Loro ti guardano

Non tutto è da buttare, anche perché stiamo parlando dell’esordio dietro alla macchina da presa di una giovane regista, che ha davanti a sé molti anni per smussare gli spigoli della sua poetica e per affinare il suo sguardo. Un’opera di sporadici guizzi, di duplicità e di scenari opprimenti, che funziona più quando suggerisce che quando è costretta a dare forma, coesione e sostanza alle sue tante, troppe tematiche.

The Watchers – Loro ti guardano è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Warner Bros.

Dove vedere The Watchers – Loro ti guardano in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
5.5/10

Valutazione

Ishana Night Shyamalan debutta alla regia con un’opera evidentemente influenzata dalla filmografia paterna, attraversata da tante suggestioni ma incapace di dare forma al tutto.

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