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Here: recensione del film con Tom Hanks e Robin Wright
«Non lo so, se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza. Ma io… io credo… può darsi le due cose. Forse le due cose capitano nello stesso momento», diceva Tom Hanks in una struggente scena di Forrest Gump di Robert Zemeckis, piangendo sulla tomba della sua amata Jenny, interpretata da Robin Wright. Ed è per il caso, per il destino o per le due cose nello stesso momento che i tre (insieme allo sceneggiatore Eric Roth) si ritrovano a 30 anni di distanza per Here, altra commovente riflessione sul tempo e sulla storia, tratta dalla memorabile graphic novel di Richard McGuire.
Stavolta però non ci aspettano infinite corse lungo gli Stati Uniti, catastrofiche spedizioni belliche in Vietnam o avventure in mare aperto per pescare gamberi, ma un unico piccolo e ben delimitato fazzoletto di terra, abitato da svariati esseri viventi in un arco di tempo che comprende sia i dinosauri, sia i momenti più duri del Covid. Un terreno incontaminato che nel corso dei millenni si trasforma prima in proprietà di William Franklin (figlio del padre fondatore Benjamin), poi in casa posseduta da diversi nuclei familiari, ognuno dei quali con una piccola grande storia da raccontare. La famiglia su cui si concentra maggiormente Robert Zemeckis è però quella di Al (Paul Bettany) e Rose (Kelly Reilly) Young e di Richard (Tom Hanks), uno dei loro tre figli che nasce e cresce nella stessa abitazione dei genitori insieme all’amore della sua vita Margaret (Robin Wright), fra aspirazioni artistiche e desideri di indipendenza.
Here: una commovente riflessione sullo scorrere del tempo e sulla memoria

Riprendendo lo stile della graphic novel di Richard McGuire (con diversi riquadri di immagine sovrapposti che si trasformano in vere e proprie finestre sul tempo, da cui osservare lo scorrere delle storie e della Storia), Robert Zemeckis firma un’opera emozionante e densa di temi e contenuti, in cui la camera fissa su un’unica location non è mai un limite, ma un punto di vista da cui spaziare fra le contraddizioni dell’umanità. La summa di un intero percorso artistico, che ha saputo sempre coniugare il cuore di storie ricche di umanità con il cervello, rappresentato da continue sperimentazioni tecnologiche e visive. Dopo i paradossi temporali della trilogia di Ritorno al futuro, gli effetti speciali all’avanguardia di Chi ha incastrato Roger Rabbit e La morte ti fa bella e la fusione di immagini d’archivio e fantasia dello stesso Forrest Gump, il regista si affida in questo caso a una delle tecnologie più discusse degli ultimi tempi, ovvero il de-aging, con cui ringiovanisce digitalmente i volti dei protagonisti Tom Hanks e Robin Wright.
Una scelta ridicolizzata da molti fin dalla pubblicazione dei primi materiali promozionali di Here, ma perfettamente coerente con un racconto che per la sua stessa natura sfida continuamente il tempo e le limitazioni fisiche, dimostrando per l’ennesima volta che le innovazioni tecniche non sono mai un problema al cinema, al contrario della cronica mancanza di idee che si cerca di camuffare con la tecnologia. Fortunatamente, Robert Zemeckis di idee ne ha ancora molte, e ne dà prova con un’opera che come il già citato Forrest Gump ripercorre la storia degli Stati Uniti, trasformando le storie di persone ordinarie in lucido ritratto di un’intera società. Attraverso una cronologia non lineare, sullo schermo si alternano infatti dinosauri, popolazioni indigene e colonialisti, che lasciano poi posto a un soggiorno, abitato nel corso del Novecento da appassionati di volo, geniali inventori, una famiglia allargata e infine un nucleo familiare afroamericano, a cui il regista affida una delle sequenze più amare di Here, in cui un padre terrorizzato spiega al figlio come comportarsi in caso di controlli da parte delle forze dell’ordine, in modo da non diventare l’ennesima vittima della discriminazione razziale.
La camera fissa come punto di osservazione della storia americana

Dal medesimo soggiorno vediamo gli effetti dell’influenza spagnola e del covid, viviamo Pearl Harbor e il Vietnam, assistiamo all’esplosione dei Beatles (a cui Robert Zemeckis ha dedicato il suo primo lungometraggio, 1964 – Allarme a N.Y. arrivano i Beatles!) e osserviamo l’evoluzione tecnologica, dalle prime rudimentali televisioni agli smartphone, passando per le VHS. Un percorso che non è mai fine a se stesso, ma che al contrario il regista sfrutta per tratteggiare una nuova malinconica riflessione sul fallimento del Sogno Americano, irraggiungibile miraggio della classe media. Questo accogliente e caldo soggiorno si trasforma così anche in una sorta di prigione per Richard e Margaret, con la cronica mancanza di soldi e coraggio che li costringe a condividere gli spazi con l’ingombrante famiglia di lui, portando il primo a mettere in secondo piano le sue inclinazioni artistiche e la seconda a sopportare una vita costantemente affollata.
Fra teneri e impacciati rapporti sessuali, nascite e crescite, affiora così anche l’infelicità, acuita dall’avanzare del tempo e dall’inevitabile perdita di persone care. Una dinamica che Robert Zemeckis mette in scena con continui corsi e ricorsi storici fra i diversi destini degli abitanti della casa, tutti accomunati da grandi sogni di gloria, non sempre trasformati in realtà. Mentre le persone si avvicinano e si allontanano, nascono e poi muoiono, arrivano e ripartono, noi rimaniamo fermi nello stesso punto di osservazione, in un’esperienza metacinematografica (che cosa siamo in fondo noi spettatori e cinefili, se non persone che osservano le vite fittizie degli altri sempre dalla stessa prospettiva, ovvero uno schermo più o meno grande ed efficiente?) che appassiona, scuote e infine commuove, quando il tema della memoria deflagra nel racconto, sottolineando la caducità dell’esperienza umana.

In un crescendo di emozioni e intensità, accompagnato dalle evocative musiche di Alan Silvestri (ormai una rarità in mezzo a tante colonne sonore facilmente dimenticabili), Here si schiude lentamente davanti ai nostri occhi, trasformando il rigore formale in toccante sostanza e lasciandoci con un finale dal devastante impatto emotivo, in cui l’atteso movimento della macchina da presa diventa dolceamara riflessione sui paradossi dell’esistenza, apparentemente enormi e insormontabili ma in realtà equivalenti a un battito di ciglia nell’infinito cammino della storia.
Here è disponibile nelle sale italiane dal 9 gennaio, distribuito da Eagle Pictures.
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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.
Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.
The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.
John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.
Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.
Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.
Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.
La scheggia impazzita di Venezia 83

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?
Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.
Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.
Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.
La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.
Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.





