High Life: recensione del film di Claire Denis con Robert Pattinson

High Life: recensione del film di Claire Denis con Robert Pattinson

Claustrofobia, abissi emotivi, proibizione, manipolazione. All’interno di High Life di Claire Denis non c’è nessun colpo di scena, nessun eroe, solo osservatori silenziosi. La storia si svolge in un flashback; il protagonista, Monte (Robert Pattinson) e altri membri dell’equipaggio sono detenuti in uno spazio carcerario, usati come cavie in una missione spaziale. L’esperimento a cui sono tutti sottoposti è la procreazione, di cui è responsabile la dottoressa Dibs (Juliette Binoche), convinta di salvare l’umanità. La sua missione è testare la fertilità e la riproduzione nello spazio, nonostante le innumerevoli radiazioni a cui tutti sono sottoposti. La dottoressa applica rigidamente il suo protocollo di raccolta dello sperma dai membri dell’equipaggio di sesso maschile per poi predisporli per la fecondazione. Monte adesso vive solo con sua figlia, Willow, alla deriva, al di là del sistema solare.  

Claire Denis usa il sesso e tutto ciò che agisce e concerne la sessualità per vampirizzarne i tabù, come l’incesto, lo stupro, l’uso e l’abuso del corpo come contenitore, come veicolo riproduttivo, e la realtà liquida dell’amore fecondo, a partire dallo sperma fino al latte materno. Molti di questi fluidi sono tabù, cose che normalmente non vengono mostrate sullo schermo a causa della loro natura disgustosa per la società. Lo sperma e il latte materno non sono espedienti visivi che rimandano al piacere sessuale o alla maternità, sono vincoli animaleschi, primordiali. High Life è un’opera sul sesso, ma non è mai erotica. Riguarda il sesso come potere, controllo e dominio. Il piacere sessuale non è appannaggio dei detenuti, non lo è mai; Dibs è l’unico membro della nave che ha accesso al piacere, in maniera quasi stregonesca, rituale. 

High Life: sci-fi distopico e profetico 

High Life

All’interno della nave, le regole che governano la vita e la libertà personale vengono sospese, spesso anche violate, e sono necessarie per salvaguardare l’esistenza collettiva. Il distopismo di High Life ci chiede fino a che punto siamo disposti a spingerci e quanti crimini siamo disposti a commettere per garantire che l’esistenza dell’umanità continui. Claire Denis ci mostra l’uomo e la donna come individui senza passato, senza tempo, che non guardano mai indietro, perché non possono farlo, recisi dalla propria volontà. Involucri ridotti al proprio apparato organico e ai propri bisogni primari. I detenuti sono rabbiosi, fuori controllo, si scagliano l’uno contro l’altro quasi senza preavviso o causa, come animali in gabbia, intrappolati, prigionieri che fluttuano nel grande immenso nulla dello spazio, e sono alla mercé di una scienziata che li adopera come sistemi riproduttivi ambulanti. 

Claire Denis usa il sesso per vampirizzare i tabù

High Life

Organico, viscerale, tortuoso, il lavoro della telecamera è intimo, ravvicinato, ci mostra come questa diade, formata da padre e figlia, Monte e Willow, sia sempre sul crinale dell’impossibilità di portare avanti la dimensione umana, trovandosi faccia a faccia con l’incesto, il divieto più esemplare di tutti. Anche in questo caso Denis corteggia questo tabù, senza né infrangerlo né rispettarlo. La regista non esercita mai alcun giudizio morale. 

L’immediatezza e il logoramento delle scene è disarmante: l’autorità qui è caustica e inevitabile, le sue leggi sono costruite per schiacciare e proteggere. Tutto suggerisce quanto lo spazio in verità non possegga nulla dell’elemento esplorativo o lirico, lo spazio è un luogo di tenebra, di morte, il cui unico scopo è attraversarlo per determinare se l’umanità ha anche solo una sola possibilità di sopravvivenza. Non c’è niente della visione avveniristica kubrickiana, o del panteismo e della spiritualità di Andrej Tarkovskij. Denis trasforma il sistema solare in una cellula, in cui l’astronave è lo spermatozoo. L’intero racconto è una metafora della gravidanza, della nascita, ma anche dell’annientamento, dell’autodistruzione; lo spazio non è un luogo di frontiera, non c’è nulla da conquistare, non è il riflesso dei propri sogni di gloria, non è un’odissea nello spazio. 

Verdetto

Claire Denis dirige un racconto distopico, profetico, un’opera sci-fi organica, viscerale, in cui non c’è niente della visione avveniristica kubrickiana, o del panteismo e della spiritualità di Andrej Tarkovskij. 

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.