Honey Boy: recensione del film sulla vita di Shia LaBeouf

Honey Boy: recensione del film sulla vita di Shia LaBeouf

Un film sulla vita di Shia LaBeouf, scritto da Shia LaBeouf e con Shia LaBeouf nella parte del padre di Shia LaBeouf. Perdonateci per il gioco di parole, ma è un modo efficace e sintetico per introdurvi a Honey Boy, opera diretta da Alma Har’el e presentata in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma 2019. Un lavoro intimo, sofferto e sincero, incentrato sul difficile rapporto fra LaBeouf e il padre, alla base dei problemi di alcolismo e aggressività che hanno successivamente afflitto il giovane attore americano. Un materiale di partenza decisamente rischioso, che avrebbe potuto trasformarsi in una squilibrata agiografia o in un’opera totalmente autoreferenziale, che invece stupisce proprio per lo sguardo universale con cui affronta il rapporto fra padre e figlio nell’adolescenza, pur riprendendo fedelmente la reale esistenza di LaBeouf.

Honey Boy: la vera storia del giovane Shia LaBeouf

Honey Boy

Honey Boy si apre con una scena ambientata sul set di un blockbuster d’azione, che considerando l’autore dell’opera e i suoni robotici che avvertiamo, non può essere altro che Transformers, opera di Michael Bay che impose all’attenzione di pubblico e addetti ai lavori il talento e il carisma di LaBeouf. Alma Har’el ciò che è successo prima. Attraverso due piani temporali distinti, ma collegati a doppio filo fra loro, incentrati rispettivamente sul dodicenne Shia LaBeouf (qui Otis Lort) a inizio carriera e sul ragazzo di qualche anno dopo, sulla rampa di lancio con la serie televisiva di Disney Channel Even Stevens, la regista israeliana ci racconta l’origine di quel personaggio suscettibile e problematico, capace di affossare la sua stessa carriera con atteggiamenti e azioni deprecabili.

Il dodicenne Otis (interpretato da Noah Jupe, che conferma le buone impressioni suscitate con A Quiet Place – Un posto tranquillo) è stretto fra una carriera di attore bambino con cui comincia a riscuotere i primi successi e un padre autoritario, irascibile e ingestibile, con cui vive in uno squallido motel nella periferia di Los Angeles, frequentato prevalentemente da prostitute. Le scenate del padre James sul set, i suoi maldestri (e in certi casi violenti) tentativi di spronarlo e la sua totale inaffidabilità, dovuta anche all’abuso di alcool e droga, distruggono emotivamente Otis, che pochi anni dopo (interpretato da Lucas Hedges) si trova a curare un disturbo da stress post-traumatico, fonte di notevoli problemi sul lavoro. Mentre i tentativi di aiuto della madre lontana vanno costantemente a vuoto, gli unici gesti di dolcezza arrivano al ragazzo da una prostituta (FKA Twigs) che vive in una stanza adiacente del motel.

Honey Boy: fra abusi psicologici e timidi sprazzi di dolcezza

Honey Boy

Honey Boy è l’analisi parziale, ma mai autoindulgente, di come le colpe dei padri ricadano troppo spesso sui figli, e di come i traumi dell’infanzia e dell’adolescenza influenzino le persone che diventiamo. Una vera e propria autobiografia filmata, in cui LaBeouf esamina se stesso e la sua infanzia, impersonando con notevole intensità suo padre Jeffrey. Difficile non percepire il dolore e la sofferenza dell’uomo e dell’artista durante le numerose sfuriate del padre, che da stimoli per la carriera del figlio si trasformano in un battito di ciglia in laceranti abusi psicologici, deleteri per l’empatia e l’affettività del piccolo Otis.

Ma quello di LaBeouf non è l’unico sguardo con cui viene filtrata la vicenda. Percepiamo infatti il tocco di Alma Har’el nei momenti in cui il protagonista ha i primi timidi approcci con l’altro sesso, rappresentato da una prostituta più materna che provocante, che ha il merito di lasciare esprimere Otis e concedergli qualche ora di respiro dalle urla e dalle violenze del padre. Una sensibilità della messa in scena, giocata tutta sui silenzi e sugli sguardi, che riesce a rendere quasi naturali delle situazioni molto forti, come i primi stimoli sessuali di un adolescente o il suo approccio alle droghe.

Honey Boy diventa, a suo modo, origin story di un personaggio che abbiamo imparato a conoscere per i suoi eccessi e per la sua strafottenza, ma che grazie a quest’opera ci appare più fragile e umano. Quantomeno bizzarra inoltre la coincidenza fra l’uscita in sala di Joker di Todd Phillips, il pagliaccio agente del caos per eccellenza, e la manciata di scene in cui lo stesso LaBeouf si traveste sinistramente da clown, uno dei tanti lavoretti svolti dal padre per sbarcare il lunario.

Una seduta di terapia sul grande schermo

Honey Boy

Honey Boy è il lodevole tentativo da parte di Shia LaBeouf di esorcizzare i propri demoni personali sul grande schermo. Un racconto senza filtri, che mostra le umiliazioni, le assurde limitazioni e i continui sminuimenti subiti da un ragazzino, capaci di ferirlo più del coltello maggiormente affilato e di devastare la sua fragile psiche. L’efficacia dell’Otis dodicenne rende però evidente la minore efficacia di Hedges nei panni del protagonista di qualche anno più grande. Nonostante l’attore statunitense sia indubbiamente uno dei maggiori talenti della sua generazione, le nevrosi e gli attacchi di ira del suo personaggio sono meno incisivi rispetto alla sua controparte adolescente, anche se importanti per tracciare la parabola autodistruttiva di LaBeouf e inquadrarla come sofferenza psicologica.

In conclusione, non possiamo che augurarci che questa vera e propria seduta di terapia, svolta da LaBeouf insieme a noi spettatori, possa servirgli per ritrovare la serenità perduta e per restituirci un attore di carisma e talento, che da oggi ci appare un po’ meno cattivo ragazzo e un po’ più vittima di eventi troppo più grandi di lui.

  • Verdetto

4

Sommario

Honey Boy è il ritratto parziale ma mai autoindulgente di un’esistenza segnata da un terribile rapporto padre-figlio, capace di di avvinarci maggiormente alla parabola autodistruttiva di Shia LaBeouf.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.