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House of the Dragon: recensione dei primi episodi della seconda stagione

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Il finale della prima stagione di House of the Dragon ci aveva annunciato l’imminente arrivo di una vera e propria guerra fra le fazioni dei Verdi e dei Neri della casata dei Targaryen. Una promessa pienamente rispettata dal secondo ciclo di episodi della serie, basata su Fuoco e sangue di George R. R. Martin e ambientata 172 anni prima della nascita di Daenerys Targaryen, una delle iconiche protagoniste de Il Trono di Spade. I primi quattro episodi di questa stagione, che abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima, preparano infatti il terreno per la famigerata Danza dei Draghi, la guerra civile responsabile dello sfacelo di questa nobile casata.

Gli schieramenti sono ormai ben delineati: da una parte Rhaenyra Targaryen (Emma D’Arcy) insieme allo zio e marito Daemon (Matt Smith), dall’altra il suo fratellastro Aegon (Tom Glynn-Carney), astutamente guidato da sua madre Alicent Hightower (Olivia Cooke) e dal nonno Otto (Rhys Ifans). Intorno a loro un’intricata tela di alleanze, doppi giochi e segreti che coinvolge anche le altre casate, in un’aspra battaglia per la conquista del Trono di Spade e per il futuro dei Sette Regni.

House of the Dragon: verso la Danza dei Draghi

House of the Dragon

A catturare immediatamente l’attenzione dello spettatore sono le atmosfere della seconda stagione di House of the Dragon, sempre più cupe fino a diventare funeree, e non solo per il continuo susseguirsi di tradimenti, violenza e morte. Un quadro impreziosito da due figure femminili agli antipodi, simbolo di una lotta per il potere fatta anche di manipolazione, silenzi e incrollabile spirito: Emma D’Arcy regala un’altra pregevole interpretazione nei panni di Rhaenyra, tratteggiando un quadro umano in cui il dolore, l’ambizione e il rancore vanno a braccetto; non è da meno Olivia Cooke, che incarna una Alicent dimessa e frustrata, ma allo stesso tempo lucida e determinata.

La dimensione politica sempre più stratificata e complessa di House of the Dragon richiama i migliori momenti de Il Trono di Spade, anche se il racconto ha un respiro meno ampio e i personaggi appaiono ancora lontani dal loro pieno potenziale. Gli appassionati dello show terminato nel 2019 troveranno inoltre diversi richiami in House of the Dragon, non solo per quanto riguarda la mera trama, ma anche per il comportamento di alcuni personaggi, in rima con gli sbagli e le ossessioni dei loro discendenti. Come nella serie “madre”, emerge per esempio la ferocia di alcuni dei protagonisti, accecati dalla lotta al potere e al centro di intrighi sempre più subdoli. È questo il caso di Daemon e Aemond, esaltati dalle ambigue e sinistre interpretazioni di Matt Smith e Ewan Mitchell.

Un degno erede de Il Trono di Spade

House of the Dragon

Completano il quadro le scene di azione e di battaglia, di pregevole fattura anche se leggermente penalizzate dagli scenari tetri che contraddistinguono questa stagione. Prevedibilmente, i draghi diventano sempre più importanti e centrali, anche in prospettiva di un finale di stagione che si preannuncia decisamente scoppiettante.

Dopo le buone impressioni suscitate dalla prima stagione, House of the Dragone si conferma dunque un degno erede de Il Trono di Spade, dai ritmi leggermente più compassati ma con una psicologia dei personaggi altrettanto approfondita. Non resta quindi che abbandonarci a questa nuova discesa negli abissi dell’animo umano in salsa fantasy, rinnovata proprio nei giorni scorsi per una terza stagione. Un giusto riconoscimento per uno show che in epoca di serialità usa e getta ed eccessivamente diluita riesce ancora a catturare l’attenzione dello spettatore con un intreccio torbido, inquietante e suggestivo.

House of the Dragon è in programmazione dal 17 giugno su Sky e Now, in contemporanea con la messa in onda statunitense.

Consigliato dalla redazione
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7,5/10
Il voto di Marco Paiano

Disney+

Scrubs: recensione della prima stagione del revival della serie

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Scrubs

Nel panorama seriale dei primi anni ‘00, poche opere hanno saputo esercitare un impatto tanto singolare quanto quello di Scrubs. Creata da Bill Lawrence, la serie si presentava, almeno in apparenza, come una commedia ospedaliera; eppure, dietro le corsie fluorescenti del Sacro Cuore, si agitava qualcosa di più raro: una meditazione buffa e malinconica sull’ingresso nell’età adulta, sulla fragilità e sull’assurdità quotidiana dell’esistenza.

Al centro di questo piccolo cosmo tragicomico si muoveva J.D., interpretato da Zach Braff con quella peculiare miscela di nevrosi, candore e ironia che ha reso il personaggio uno dei volti più riconoscibili della televisione contemporanea. J.D. era un uomo rimasto sospeso tra la responsabilità professionale e una forma di infantilismo poetico, un individuo incapace di rinunciare all’immaginazione come rifugio dal caos del reale. Le sue fantasticherie improvvise erano autentici dispositivi di sopravvivenza emotiva.

Il revival di Scrubs riesce di nuovo a raccontare la tragicommedia della vita

Scrubs

Per questo il finale dell’ottava stagione aveva assunto il valore di una chiusura netta, un commiato calibrato con rara eleganza narrativa: immagini, musica e memoria si fondevano in un ultimo gesto di struggente armonia. In un’epoca in cui molte serie sembrano trascinarsi oltremodo, Scrubs aveva avuto il coraggio di terminare con grazia.

Eppure il tempo, nella cultura contemporanea, possiede una curiosa ossessione: riportare in vita ciò che sembrava concluso. Così, dal marzo 2026, il Sacro Cuore ha nuovamente riaperto le sue porte con la decima stagione distribuita da Disney+. Operazione rischiosa per una serie il cui epilogo appariva intoccabile. E invece il revival sorprende proprio perché evita il peccato capitale della nostalgia ovvero cadere nell’autocompiacimento.

J.D. è ormai un uomo che convive con la stanchezza del lavoro, con il peso della maturità, con quella sottile erosione dell’entusiasmo che gli anni depositano persino sugli spiriti più giocosi. Quando rientra al Sacro Cuore, il passato riaffiora come un vecchio odore familiare, qualcosa che consola e ferisce insieme. Ritrova Turk, Elliot, Carla, il dottor Cox; ma soprattutto ritrova la versione più ingenua di se stesso. Le gag funzionano ancora, i dialoghi conservano il ritmo brillante di un tempo, e sotto la superficie continua a scorrere quella vena di inquietudine esistenziale che ha sempre distinto la serie da qualsiasi altra commedia ospedaliera. Si ride, certo, ma con la consapevolezza che ogni risata nasconde una paura più profonda, la solitudine, il fallimento, il tempo che passa.

La disciplina della scrittura

Scrubs

La nuova stagione di Scrubs introduce giovani specializzandi, inevitabile tentativo di traghettare il racconto verso un’altra generazione. Eppure il cuore pulsante resta l’alchimia antica tra J.D. e Turk, sostenuta dalla complicità autentica tra Donald Faison e Zach Braff. La loro amicizia continua a possedere quella leggerezza che il mondo adulto giudica immatura, salvo poi invidiarla segretamente.

Naturalmente l’umorismo si aggiorna ai codici del presente, social network, ossessioni identitarie, nevrosi digitali, ma la serie, evitando quasi sempre la trappola della satira didascalica, osserva il contemporaneo con uno sguardo ironico e lievemente disilluso, come chi abbia ormai capito che ogni epoca produce le proprie assurdità con instancabile regolarità. Ed è qui che il revival trova la sua intuizione più intelligente, perché comprende che la sua comicità è in verità un sofisticato meccanismo di difesa contro la precarietà della vita.

Anche il formato breve degli episodi appare oggi sorprendentemente rivoluzionario. In un’industria dominata da serialità elefantiache, quei venti minuti rapidi e densissimi restituiscono alla scrittura una disciplina quasi dimenticata. Nulla eccede, nulla ristagna: ogni scena sembra conoscere perfettamente il proprio tempo. Il vero miracolo di questo ritorno, tuttavia, è un altro. La serie riesce ancora a parlare della morte senza diventare cupa, dell’amore senza sentimentalismi, della sofferenza senza compiacimento. Riesce, cioè, in quella rarissima impresa narrativa che consiste nel trattare la vita come una faccenda tragicomica, ridicola abbastanza da farci ridere, dolorosa abbastanza da impedirci di smettere di guardare.

7,5/10
Il voto di Lucia Tedesco
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In evidenza

Something Very Bad Is Going To Happen: recensione della miniserie Netflix

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Something Very Bad Is Going To Happen

Il matrimonio è l’inizio di un nuovo cammino insieme, ma anche la condivisione di storie familiari, segreti e coni d’ombra. Un insieme di storie e persone dai risvolti potenzialmente inquietanti. È su questa suggestione che si concentra Something Very Bad Is Going To Happen, nuova miniserie Netflix prodotta dai fratelli Duffer (Stranger Things) e dalla creatrice Haley Z. Boston, disponibile dal 26 marzo sulla piattaforma. Un torbido intreccio fra horror e dramma familiare lungo 8 episodi, in un crescendo di tensione e violenza pronto a turbare profondamente gli spettatori di tutto il mondo.

Al centro della vicenda c’è Rachel (Camila Morrone), giovane donna che sta per convolare a nozze con il fidanzato Nicky (Adam DiMarco). A cinque giorni di distanza dal lieto evento, i due partono per un viaggio verso la residenza di famiglia di lui, nel mezzo di una foresta innevata. Qui si celebrerà una cerimonia intima e tranquilla… almeno secondo i piani. Giunta sul posto, Rachel inizia però a notare molte stranezze nella famiglia di Nicky, mentre si susseguono eventi sempre più sinistri. Un evento suggestivo e romantico si trasforma così in una situazione molto più tetra, che affonda le radici nella storia familiare dei due promessi sposi.

Something Very Bad Is Going To Happen: un matrimonio inquietante e sanguinoso al centro della nuova miniserie Netflix

Something Very Bad Is Going To Happen
Cr. Courtesy of Netflix © 2026

In bilico fra grandi racconti demoniaci al femminile come Carrie e Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York e fra il bianco nuziale che si trasforma in rosso sangue di Finché morte non ci separi, Something Very Bad Is Going To Happen è un viaggio nei più torbidi anfratti nei segreti familiari e fra le paure più o meno fondate che accompagnano un matrimonio. Un viaggio non esente da difetti e da qualche lungaggine di troppo (gli otto episodi totali da almeno 40 minuti l’uno sono eccessivi per la storia da raccontare, come spesso accade per i prodotti originali da piattaforma), ma che riesce comunque a trovare un proprio baricentro emotivo e narrativo. Il tutto da una prospettiva tutta al femminile, rimarcata dalla regia affidata a sole donne (Weronika Tofilska, Lisa Brühlmann e Axelle Carolyn) ed esaltata dalle notevoli prove di Camila Morrone e di Jennifer Jason Leigh, matriarca fragile e ricca di sfaccettature.

Chi si aspettava un prodotto simile a Stranger Things per toni e atmosfere per via della produzione dei Duffer, potrebbe rimanere spiazzato da un prodotto che guarda invece chiaramente più a Mike Flanagan e a sue serie come The Haunting, Midnight Mass e La caduta della casa degli Usher, fra i prodotti originali Netflix più apprezzati in assoluto. Una similitudine che peraltro è rivendicata con orgoglio da Something Very Bad Is Going To Happen, anche tramite l’inserimento nel cast in un piccolo ma fondamentale ruolo di Victoria Pedretti, ottima attrice e presenza ricorrente nei progetti di Flanagan.

Fra Mike Flanagan e Finchè morte non ci separi

Something Very Bad Is Going To Happen
Cr. Courtesy of Netflix © 2026

Anche se Something Very Bad Is Going To Happen gioca fin da subito a carte scoperte con lo spettatore, proponendo un rodato campionario di sinistri motel, lugubri dimore isolate, personaggi disturbanti e disturbati e una fotografia talmente fosca da sfidare a tratti anche la capacità delle TV più performanti, Haley Z. Boston e le registe gestiscono bene il materiale a loro disposizione, rendendo chiaro fin da subito il perimetro in cui ci si muove ma centellinando misteri e risposte lungo tutto l’arco della miniserie, in un percorso di progressivo avvicinamento alla data del fatidico sì. Tutto ciò crea una tangibile tensione e soprattutto empatia nei confronti del personaggio di Camila Morrone, che dopo tanti ruoli di supporto sfrutta finalmente nel migliore dei modi l’occasione di essere protagonista assoluta, dimostrando anche ottime doti da scream queen.

A emergere è infatti soprattutto la solitudine esistenziale di Rachel, orfana di madre, priva da tempo di un rapporto con il padre e alle prese anche con il disfacimento del suo sogno d’amore. Mentre l’oscurità e i pericoli si dipanano intorno a lei, la protagonista deve fare i conti con il suo doloroso passato, con la storia familiare di Nicky e con inaspettate contaminazioni fra questi due percorsi, in uno scenario sempre più terrorizzante. Non tutti i personaggi di contorno sono decisivi e ben caratterizzati, ma altri lasciano il segno anche con pochi minuti a disposizione, come la già citata Victoria Pedretti o il sempre impeccabile Zlatko Buric, formidabile in Triangle of Sadness e visto recentemente anche in Superman e La sposa!.

Un crescendo di violenza e tensione

Cr. Courtesy of Netflix © 2026

Proprio quando sembra accartocciarsi su se stesso, Something Very Bad Is Going To Happen ha una repentina e prodigiosa accelerata, con un climax conclusivo capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo come pochi prodotti seriali contemporanei. Una svolta ben preparata dal punto di vista della scrittura e corroborata da una solidissima regia, abile a tratteggiare la discesa di Rachel in abissi sempre più sanguinosi. La miniserie si distanzia così dall’ironia sempre presente nel già menzionato Finché morte non ci separi, per dirigersi in territori più vicini alle celebri Nozze Rosse di Game of Thones.

Anche se il percorso è tortuoso e a tratti accidentato, il viaggio di Something Very Bad Is Going To Happen vale quindi la pena di essere vissuto, a riprova del fatto che, tanto al cinema quanto in televisione, non è fondamentale mettere in scena qualcosa di inedito e sorprendente, ma è invece necessario avere una visione personale e originale di registri e dinamiche già viste, come accade in questa dolorosa e inquietante storia di una giovane donna in perenne lotta contro una vita che gli sfugge continuamente di mano.

Something Very Bad Is Going To Happen
Cr. Courtesy of Netflix © 2026

Something Very Bad Is Going To Happen è disponibile su Netflix dal 26 marzo.

7/10
Il voto di Marco Paiano
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Apple TV+

Pluribus: recensione della serie Apple TV

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Pluribus

Immaginate un mondo in cui l’umanità abbia scelto, o sia stata costretta, a diventare un unico grande organismo di pensiero. Dove ogni gesto, ogni memoria, ogni emozione è condivisa e nessuno conosce più solitudine, isolamento, libero arbitrio. Pluribus, la nuova serie di Vince Gilligan, traccia la traiettoria di una guerra sotterranea tra pluralità e coscienza individuale: tra chi accetta l’ordine collettivo e chi insiste nel rivendicare l’irriducibile caos dell’individuo.

La serie è un labirinto, un palcoscenico dove la tensione nasce dalla contraddizione più sottile e profonda: la pace totale può essere più crudele della guerra. Gilligan esplora il paradosso con una delicatezza chirurgica, mostrando come la gentilezza obbligatoria e la serenità imposta possano diventare strumenti di oppressione, e come la libertà individuale, con tutte le sue imperfezioni, conservi un valore inestimabile. Il mondo di Pluribus è un corpo complesso, dove la geometria delle città e delle menti rispondono a un’intelligenza collettiva, e dove ogni rivelazione, puntata dopo puntata, accende la curiosità senza mai saturarla.

Pluribus: il prezzo della felicità collettiva e l’ultimo baluardo dell’individualità

Pluribus

Siamo ad Albuquerque. Un mondo trasfigurato da un virus alieno ha reso l’umanità intera parte di una mente collettiva, armoniosa, benevola, eppure inquietante nella sua perfezione. Carol Sturka (Rhea Seehorn), scrittrice e testimone della propria irriducibile individualità, scopre di essere immune a questa pandemia globale, insieme a pochi altri individui. Da qui nasce il nucleo drammatico della serie: il conflitto tra il desiderio di appartenenza e la necessità di conservare la propria autonomia.

La morte di Helen, compagna di Carol, apre una ferita che nessuna utopia collettiva può sanare. Quando Zosia interviene per spiegarle la nuova realtà, ovvero un mondo dove i ricordi di tutti convivono in un archivio comune, dove l’umanità ha scelto la condivisione assoluta, la protagonista rifiuta ogni conciliazione, non accettando la cancellazione di ogni complessità e di scelta. La pace, in Pluribus, è un inganno spietato, un Eden che soffoca la singolarità.

Gilligan rinuncia all’azione frenetica per privilegiare l’intreccio, la riflessione, la lentezza calcolata; ogni fotogramma interroga lo spettatore sul senso della libertà e sull’essenza dell’umano. Le città sono creature viventi, armoniche ma alienanti, e i pochi immuni si trovano a camminare come luci solitarie in un mondo uniformemente luminoso, custodi dell’ultima scintilla di individualità.

Un’opera audace

Il paragone con L’invasione degli ultracorpi non è casuale: se nel romanzo di Jack Finney gli alieni erano copie prive di sentimenti, in Pluribus l’umanità collettiva appare piena di gentilezza, piena di equilibrio, un equilibrio annichilente, ma è proprio questa perfezione che diventa insopportabile. Carol osserva, con dolore e ribellione, l’umanità trasformata in contenitore di memoria e obbedienza, e reagisce con una resistenza assoluta: non accetta che la scelta individuale venga soppressa, neppure di fronte a un mondo senza guerre, senza dolore, senza violenza.

Pluribus è per questo un’opera audace. Non racconta una storia di invasione o di sopravvivenza; ruota attorno al concetto di capitalismo, populismo, e soprattutto attorno alle intelligenze artificiali e racconta il confronto necessario, pressante e profondamente umano con le AI.

Pluribus

Gilligan sembra suggerire che il vero pericolo delle intelligenze artificiali non risieda nel dominio ma nella loro capacità di interpretare troppo bene i nostri bisogni, fino a neutralizzare ciò che ci rende imprevedibili, contraddittori, vivi. In Pluribus la libertà non viene strappata, viene lentamente resa superflua. Perché scegliere, quando la scelta collettiva è statisticamente migliore? Perché soffrire, quando il dolore può essere distribuito, diluito, fino a scomparire? La resistenza di Carol è ostinata, a tratti persino egoista. Ed è per questo che è importante. L’individualità non è presentata come moralmente superiore, ma come necessaria. Senza di essa non esiste responsabilità, non esiste creazione, non esiste colpa. Non esiste, in ultima istanza, umanità.

La prima stagione di Pluribus è disponibile su Apple TV.

8/10
Il voto di Lucia Tedesco
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