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I due Papi: recensione del film con Anthony Hopkins e Jonathan Pryce

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In quella sorta di piccolo filone contemporaneo sulla figura del Papa, inaugurato da Daniele Luchetti con Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente, proseguito da Paolo Sorrentino con il suo The Young Pope (a cui seguirà fra poche settimane The New Pope) e seguito anche da Wim Wenders con il suo documentario Papa Francesco – Un uomo di parola, si inserisce Fernando Meirelles con il suo I due Papi, con l’intento di rappresentare il complesso rapporto fra Jorge Mario Bergoglio, attualmente in carica come Papa Francesco, e Joseph Ratzinger, divenuto Papa emerito dopo il suo abbandono del soglio pontificio nel 2013.  A dare volto e corpo a queste fondamentali figure della Chiesa e della storia recente, Jonathan Pryce e il premio Oscar Anthony Hopkins, autori di prove intense e mimetiche che li pongono fra gli osservati speciali della prossima stagione dei premi.

I due Papi: il conflittuale rapporto fra Ratzinger e Bergoglio
I due Papi

Che cosa accomuna e che cosa divide Papa Benedetto XVI, esponente dell’ala più rigida e conservatrice della Chiesa, e Papa Francesco, che invece fin dall’inizio del suo mandato si è distinto per le sue piccole ma importanti aperture su temi come l’omosessualità e la contraccezione? Questo è il quesito che si pone Meirelles, e anche il punto di partenza per un racconto denso e ambizioso, che i due protagonisti si caricano letteralmente sulle spalle. Il conflittuale rapporto fra Ratzinger e Bergoglio ha inizio nel 2005, durante il conclave che ha portato all’elezione di Benedetto XVI.

Come in una partita di calcio (sport che ha una particolare rilevanza nel racconto), il regista brasiliano contrappone fin dal principio i due schieramenti. Da una parte, l’inflessibile e trafficone Ratzinger, che da politico consumato tesse la sua tela fatta di strategie e alleanze, con il chiaro intento di sedere sul trono di Pietro. Dall’altra, l’unico suo vero avversario, l’umile e riservato Bergoglio, quasi a disagio per la stima che gli altri cardinali provano per lui, decisamente più simpatico del collega agli occhi dello spettatore. La celeberrima fumata bianca segna l’inizio del pontificato di Benedetto XVI, che coincide con un periodo particolarmente difficile per la Chiesa. Nel giro di pochi anni, infatti, il Papa deve fronteggiare un brusco calo di fedeli e lo scandalo della pedofilia nel clero, già raccontato sul grande schermo in pregevoli opere come Il clubIl caso Spotlight.

Fra conservatorismo e progressismo

I due Papi

Dopo questo piccolo assaggio, l’occasione per un vero e proprio confronto fra i due arriva nel 2013, quando Bergoglio si reca a Roma per chiedere a Benedetto XVI il permesso per abbandonare il proprio ruolo, trovando un Papa provato dal punto di vista fisico e mentale, nel pieno del turbamento che porterà alla sua rinuncia al ministero petrino, dopo più di 700 anni dall’unico altro caso nella storia. Inizia così un intenso duello dialettico ed emotivo fra i due: il conservatore Ratzinger contro il progressista Bergoglio. Due posizioni apparentemente inconciliabili, ma che lentamente trovano un terreno comune nella fede, nell’amore per la Chiesa e anche in passioni terrene come la musica, il calcio e il ballo. Il cuore de I due Papi sta proprio nella recitazione in sottrazione di Hopkins e in quella al limite del passivo-aggressivo di Pryce e nel lavoro dei due attori sulle sfumature dei rispettivi personaggi.

Lo sguardo di Meirelles è costantemente sbilanciato su Francesco. Nonostante i ripetuti flashback sui risvolti più discussi della gioventù di Bergoglio, come i suoi legami con la dittatura argentina, si arriva davvero a un passo dall’agiografia per la sua rappresentazione di salvatore della Chiesa, con tanto di metafore stucchevoli a base di ponti da costruire in contrapposizione a muri che si innalzano. Poco ci viene invece detto sul passato di Ratzinger, e il suo processo di umanizzazione a base di pizza e condivisione di momenti triviali con il suo collega è tanto repentino quanto poco credibile. A tratti, si ha la sensazione di essere di fronte a un prodotto più simile a un buddy movie senile a sfondo religioso che a un biopic rigoroso sulle figure più importanti della Chiesa degli ultimi 15 anni.

I due Papi: lo sguardo pavido di Meirelles

I due Papi

Gli stessi dialoghi fra i due papi sono piacevoli e ben scritti, ma si fermano sempre un attimo prima di toccare i nervi scoperti del clero, con la conseguente frustrazione da parte di chi si sarebbe aspettato un pizzico di coraggio in più. Spiace non vedere sfruttata la bravura di due tali interpreti (come quella del nostro Libero De Rienzo, ridotto a segretario-macchietta) per una critica alla Chiesa e alle sue problematiche che vada oltre a un rapido scambio di accuse e battute o a un audio furbescamente azzerato nel momento in cui si affronta il tema della pedofilia. A ribadire l’atteggiamento pavido di Meirelles arriva addirittura anche un momento alla Lost in Translation – L’amore tradotto, con un’ultima confidenza fra i due sottratta alle orecchie dello spettatore.

Semplificando all’estremo, possiamo dire che I due Papi è per Francesco e Benedetto quello che è stato Bohemian Rhapsody per Freddie Mercury: una celebrazione fin troppo indulgente e ovattata di due storie personali estremamente complesse e stratificate. Restano le performance magistrali di Hopkins e Pryce e l’affascinante contrapposizione fra due modi diametralmente opposti di intendere la vita e la fede, ma da un cineasta che con City of God ci aveva regalato uno struggente e raggelante quadro della malavita brasiliana era lecito aspettarsi un’opera più incisiva e pungente.

Dopo un breve passaggio in sale selezionate, I due Papi sarà distribuito su Netflix a partire dal 20 dicembre.

Overall
5.5/10

Verdetto

Nonostante due interpreti d’eccezione, I due Papi non riesce mai a spiccare il volo e a scalfire la superficie del contrasto fra progressismo e conservatorismo nella Chiesa.

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A Classic Horror Story: recensione del film italiano Netflix

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A Classic Horror Story

Per il cinema horror americano contemporaneo, possiamo sbilanciarci nell’affermare che esiste inequivocabilmente un prima e dopo Quella casa nel bosco di Drew Goddard, che ha dato nuova linfa al genere con una commistione più unica che rara di mistero, gore, commedia e citazionismo. Un cinema dentro il cinema, genuinamente derivativo ma capace di essere al tempo stesso genuino e originale. Fra qualche anno, siamo convinti che considereremo A Classic Horror Story, disponibile da qualche giorno su Netflix, l’opera che allo stesso modo ha dato stimoli e verve all’intero cinema di genere italiano, ridotto ormai da troppi anni, e non sempre per colpa sua, all’irrilevanza dal punto di vista commerciale. Il merito di tutto questo è dei registi dell’opera Roberto De Feo e Paolo Strippoli, ma anche della tanto vituperata Netflix, che ha dato a un horror italiano la visibilità internazionale che mancava dai tempi del miglior Dario Argento.

A Classic Horror Story: violenza, citazionismo e colpi di scena

A Classic Horror Story

Ci troviamo in Calabria, dove cinque persone decidono di condividere un viaggio in camper per raggiungere le rispettive mete. Il viaggio dell’eterogeneo gruppo, all’interno del quale si distinguono lo studente di cinema Fabrizio (Francesco Russo) e la giovane incinta Elisa (Matilda Lutz), subisce un’imprevista svolta quando il loro camper si schianta contro un albero. Dopo aver perso conoscenza, i protagonisti si ritrovano in un bosco isolato da tutto e da tutti, apparentemente lontano dalla strada su cui viaggiavano. Inoltre, nonostante i loro sforzi, non riescono a lasciare il luogo in cui si trovano, che li imprigiona in un’atmosfera torbida e sinistra. Con lo sconforto e la disperazione che aumentano, irrompono in scena anche delle misteriose presenze, legate alle tradizioni popolari locali. Comincia così un incubo in cui non si intravede la via d’uscita.

Sarebbe ingiusto dire di più su una trama ricca di colpi di scena e di geniali intuizioni narrative, che proseguono anche durante i titoli di coda. A Classic Horror Story è un lavoro lontanissimo dagli innumerevoli horror scontati e prevedibili in ogni loro risvolto che affollano le sale e le piattaforme streaming negli ultimi anni. De Feo e Strippoli mettono infatti in scena un’opera che trae il meglio da tutto ciò di cui è composta, come la fantasia che contraddistingue i creativi italiani (quasi sempre affossata da scelte distributive deleterie), un insieme di miti e credenze popolari che non ha nulla da invidiare a quello statunitense, il desiderio di confrontarsi a testa alta con l’immaginario horror americano degli ultimi decenni e soprattutto delle eccellenze nei rispettivi campi, come il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, già collaboratore di De Feo per il pregevole The Nest (Il nido).

Fra Wes Craven e Lucio Fulci

A Classic Horror Story è un mix cinefilo davanti a cui è impossibile rimanere indifferenti. Con un coraggio e una libertà creativa impensabili per un film destinato a una distribuzione tradizionale, i registi giocano con il folk horror di The Wicker Man e Midsommar – Il villaggio dei dannati, innestando sugli archetipi di questo filone la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, noti per essere i fondatori delle tre più importanti organizzazioni mafiose. Uno spunto che al suo interno contiene quindi già un forte elemento di critica sociale, che emerge ancora più chiaramente nel corso di A Classic Horror Story, che non esita a farsi beffe del gusto dello spettatore medio, portatore nella maggior parte dei casi di una doppia morale sulla violenza al cinema e in televisione, e anche dello stesso racconto che porta avanti, con squisiti dialoghi metacinematografici che ricordano il fondamentale Scream di Wes Craven.

De Feo e Strippoli seguono le orme dei maestri Mario Bava, Argento e Lucio Fulci, cercando sempre e comunque la cura di ogni dettaglio tecnico e scenografico e abbandonandosi senza alcun freno inibitorio alla potenza dell’immagine. Non siamo davanti a un mero divertissement cinematografico, ma a un vero slasher, capace di inquietare profondamente anche gli spettatori più navigati, con un campionario di efferatezze più uniche che rare all’interno del piatto panorama di genere nostrano. La cura riversata in questo progetto è evidente anche nella costruzione dei personaggi, che spesso sono il tallone d’Achille anche per i migliori horror. Pur con le loro bizzarrie, i protagonisti di A Classic Horror Story sono tridimensionali e mossi da problemi reali, come l’ingerenza della famiglia, il fallimento lavorativo o il desiderio di riscatto. Caratteristiche che consentono di empatizzare con i loro percorsi e di essere scossi emotivamente dagli eventi che li affliggono.

A Classic Horror Story scardina le ammuffite porte del cinema di genere italiano

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story non è una ventata d’aria fresca, ma un vero e proprio tornado che scardina gli ammuffiti portoni di un intero sistema. Significativa in questo senso la scelta di utilizzare due dei brani più rassicuranti e poetici della canzone italiana, La casa di Sergio Endrigo e Il cielo in una stanza di Gino Paoli, in contrasto a sequenze di estrema violenza, in cui si possono facilmente riscontrare le influenze di Sam Raimi e Tobe Hooper. Un avvincente e sanguinolento viaggio nel meglio del cinema dell’orrore che abbiamo visto, che fa aumentare i rimpianti per quello che invece non abbiamo potuto vedere, perché mai realizzato. Un horror che riesce a essere al tempo stesso lacerante esplorazione del mito, pungente critica sociale e caccia al tesoro cinematografico, inequivocabile testimonianza del fatto che con Roberto De Feo e Paolo Strippoli abbiamo trovato due veri autori.

Overall
8/10

Verdetto

A Classic Horror Story è un evento più unico che raro per il nostro cinema, capace di fondere con intelligenza e raffinatezza il citazionismo, l’immaginario popolare e la critica sociale. Un’opera di cui andare fieri, che grazie a Netflix sarà vista in tutto il mondo.

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The Witcher: il teaser trailer della seconda stagione

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Nel corso della WitcherCon, primo evento virtuale dedicato ai fan e all’universo di The Witcher, sono state annunciate tante novità, incentrate soprattutto sulla serie live action e sul prossimo film anime. Per quanto riguarda la serie, abbiamo finalmente una data di uscita della seconda stagione e un breve teaser da ammirare, insieme al poster ufficiale del nuovo ciclo di episodi. La seconda stagione di The Witcher arriverà su Netflix il 17 dicembre. Scopriamo subito cosa ci aspetta.

Il teaser trailer della seconda stagione di The Witcher

The Witcher

Novità anche per il film The Witcher: Nightmare of the Wolf, che arriverà sulla piattaforma già il prossimo 23 agosto. Anche in questo caso, possiamo vedere una piccola anticipazione di quello che vedremo nelle prossime settimane su Netflix.

The Witcher: Nightmare of the Wolf: teaser del film anime

Questa la dichiarazione della showrunner della serie Lauren Schmidt Hissrich sul rapporto fra Geralt e Cirim che sarà esplorato nella seconda stagione di The Witcher:

La prima stagione si conclude con quella che penso sia una delle scene più emozionanti che abbiamo girato, ovvero quella in cui Geralt e Ciri si ritrovano dopo essersi cercati per tutta la stagione. Sembra di vedere la figura di un padre e quella di una figlia, come se fosse tutto perfetto, peccato che non si siano mai incontrati prima. È stato davvero divertente iniziare la seconda stagione pensando che non fossero ancora una famiglia e chiedendoci cosa potessero fare per diventarlo.

Da un lato abbiamo Geralt, che ha giurato di non aver bisogno di nessuno al mondo e poi gli viene presentata una ragazza, ora unicamente affidata a lui. E dall’altro abbiamo Ciri, che è abituata ad avere persone che si occupano di lei, ma scappa da tutti per un’intera stagione e poi le viene detto che Geralt si prenderà cura di lei. È stato davvero interessante iniziare la seconda stagione con due personaggi incerti su come stare e crescere insieme. Volevamo assicurarci che sembrasse una relazione autentica, che non fossero legati fin dall’inizio.

Queste invece le parole del protagonista Henry Cavill sul percorso del suo personaggio Geralt di Rivia:

Ho interpretato la prima stagione in modo libero, vedevamo Geralt nelle terre selvagge e senza obbligatoriamente dover intraprendere grandi dialoghi. Ho pensato che fosse meglio fare la parte dell’uomo che parla poco e che sembra stia pensando tanto. Questa era l’intenzione, ma poi, una volta entrato in contatto con Ciri e con i Witcher, ho pensato che avrei dovuto farlo parlare di più, lasciare che fosse prolisso, filosofico e intellettuale come veramente è. Non è solo un grosso vecchio bruto dai capelli bianchi.

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Red Notice: a novembre su Netflix il film con Gal Gadot e Dwayne Johnson

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Red Notice

Abbiamo finalmente una data di uscita e la prima immagine di Red Notice, uno dei film Netflix più attesi del 2021. Il film arriverà sulla piattaforma il prossimo 12 novembre e avrà per protagonisti Dwayne Johnson, Gal Gadot e Ryan Reynolds. A dare l’annuncio a tutto il mondo è stato lo stesso Dwayne Johnson, attraverso un post sul suo profilo Instagram, in cui possiamo apprezzare anche la prima foto delle tre star che vedremo nel film.

Red Notice: Dwayne Johnson annuncia la data di uscita

 

 
 
 
 
 
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Il miglior profiler dell’FBI, il ladro d’arte più ricercato al mondo e il più grande truffatore che il mondo abbia mai visto. Sono questi i protagonisti di Red Notice, scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber e da lui prodotto insieme a Beau Flynn (FlynnPictureCo), Dwayne Johnson, Dany Garcia, e Hiram Garcia (Seven Bucks Productions). Questa invece la sinossi ufficiale del film che, lo ricordiamo, arriverà su Netflix il 12 novembre 2021:

Un Red Notice emesso dall’Interpol è un avviso globale per dare la caccia e catturare i criminali più ricercati al mondo. Ma quando un’audace rapina riunisce il miglior profiler dell’FBI (Johnson) e due criminali rivali (Gadot, Reynolds), non si può dire cosa accadrà.

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