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I Goonies: recensione del film di Richard Donner con Sean Astin

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C’è un filo invisibile che parte da Incontri ravvicinati del terzo tipo e Star Wars (1977), attraversa gli anni ’80 e arriva a Jurassic Park (1993) e Jumanji (1995). Un periodo in cui il cinema aveva come primo interlocutore i ragazzi, e dal loro punto di vista metteva in scena storie universali, che spaziavano dalla fantascienza all’orrore, riuscendo magicamente a incantare spettatori di tutte le età. È questo il caso di E.T. l’extra-terrestre e Stand by Me – Ricordo di un’estate, ma anche di saghe con protagonisti adulti, come Indiana Jones o Ritorno al futuro, espressione di un’epoca piena di creatività, speranza e voglia di sognare. In questo florido filone si inserisce perfettamente I Goonies, opera diretta da Richard Donner su un’idea di Steven Spielberg che proprio dal 9 all’11 dicembre torna al cinema, a confermare l’imperitura fascinazione per questo periodo, che ha indelebilmente segnato l’immaginario dei giovani adulti di oggi.

I Goonies, nel senso di abitanti del quartiere di Goon Docks di Astoria, in Oregon, ma anche di sempliciotti, sfigati. Quattro ragazzi qualsiasi della provincia americana, in procinto di essere privati anche delle loro case, che due ricchi imprenditori vogliono acquistare e demolire per creare un grande campo da golf. Poco prima della loro separazione, in un uggioso pomeriggio Mikey (Sean Astin), Chunk (Jeff Cohen), Mouth (Corey Feldman) e Data (Jonathan Ke Quan) hanno una fortunata intuizione. Rovistando in soffitta, i quattro si imbattono in un’antica mappa in spagnolo e in un medaglione, che conducono al tesoro di Willy l’Orbo, pirata noto in passato per le sue scorribande nella zona. Con l’intento di salvare le loro case con il tesoro, i Goonies partono in sella alle loro biciclette verso i luoghi della mappa, ma ad aspettarli c’è la temibile banda Fratelli, appena evasa dalla prigione.

I Goonies: la magia degli anni ’80 al suo apiceI Goonies

Appena un anno prima della struggente rappresentazione del passaggio dall’infanzia all’adolescenza del già menzionato Stand by Me – Ricordo di un’estateI Goonies fotografa un’emozione, un’attitudine, un’epoca. Non importano la nostra età, il periodo in cui ci siamo formati o la città in cui siamo cresciuti: Astoria è una noiosa giornata di pioggia che si trasforma in avventura alla Indiana Jones, è la sempreverde suggestione per archetipi come le storie piratesche, le mappe da decifrare o i tesori da ricercare, ed è anche una lotta contro i più forti, che possono essere i bulletti di quartiere, uno scalcagnato gruppo di criminali o degli spietati imprenditori, convinti di potersi comprare con i soldi anche le persone e la loro storia.

E sta forse proprio in questo, più che nelle mirabolanti avventure dei protagonisti (esaltate da un budget di 19 milioni di dollari dell’epoca, ampiamente compensati da un incasso di oltre 120 milioni) il motivo per cui I Goonies è ancora oggi un’opera amata e godibile, che non ci si stanca di vedere o rivedere: l’abilità di raccontare persone ordinarie in situazioni straordinarie, per dirla alla Spielberg, e di farlo con un gruppo di ragazzini perdenti, non distanti dai protagonisti di It, arrivato in libreria nel 1986, appena un anno dopo questo film. Una scelta di campo forte e coraggiosa, che crea un’empatia fortissima da parte di qualsiasi tipologia di spettatore, perché tutti hanno vissuto l’infanzia, e tutti possono coglierne le sfumature, i desideri e i dolci segreti, soprattutto quando viene rappresentata con tale sincera leggerezza.

La squadra formata da Steven Spielberg, Chris Columbus e Richard Donner

I Goonies

Anche la migliore delle idee, non può funzionare del tutto senza un adeguato supporto da parte delle persone che le danno forma e sostanza. E in questo caso in campo ci sono delle vere e proprie eccellenze. Il soggetto nasce infatti proprio da un bambino che incidentalmente è finito a scrivere la storia del cinema, ovvero Spielberg, il più grande in assoluto quando si tratta di raccontare il senso del meraviglioso dell’infanzia.

A dare vita alle sue idee, ci sono lo sceneggiatore Chris Columbus, la penna dietro ad altre pietre miliari del periodo come Gremlins e Piramide di paura, nonché regista di altri lavori di culto per i più giovani come Mamma, ho perso l’aereo, Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre e i primi due capitoli di Harry Potter, e la regia di Richard Donner, capace di esplorare i più disparati generi, dal cinecomic (Superman) all’action (Arma letale), passando per l’horror (Il presagio) e il fantastico (Ladyhawke), con immutata efficacia.

Queste tre anime convivono naturalmente ne I Goonies. C’è infatti l’irresistibile comicità dei bambini, esaltata da momenti memorabili come la danza del ventre di Chunk o i gadget di Data (chiari omaggi a quelli di James Bond), ma anche un lato più cupo, generato non soltanto dalla macchiettistica banda Fratelli, ma anche dalle pericolose prove che i protagonisti devono superare, quasi in stile videogame, in mezzo a scheletri e cadaveri. Evidente poi la componente umana, soprattutto in Mikey, il personaggio più spielberghiano di tutti, che attraverso i timidi occhioni di un indimenticabile Sean Astin comunica il senso di distacco dall’infanzia e li conseguenti dolori della crescita.

I Goonies: fra citazioni e omaggiSloth

Non è un caso che la miracolosa alchimia de I Goonies sia ampiamente omaggiata, o sgraziatamente copiata, dal recente revival degli anni ’80. L’influenza dell’opera di Donner è evidente soprattutto in Stranger Things, che riprende, pur in chiave più marcatamente fantascientifica, molti dei temi sonori, fisico e personalità di alcuni personaggi, l’idea della comunione di un gruppo di bambini contro un pericolo che gli adulti non capiscono o non sono in grado di contrastare, alcune sequenze (le già citate biciclette) e lo spirito gioiosamente citazionista.

Il saccheggiato I Goonies saccheggia a sua volta a piene mani dal suo passato prossimo o remoto: dai già citati James Bond e Indiana Jones (la roccia che rotola), passando per Lo sparviero del mare (il vascello di Willy l’Orbo) e La grande fuga (la musica nel tunnel) e arrivando a Gremlins (i mostriciattoli bagnati) e al cameo dell’icona pop Cyndi Lauper, non si contano i riferimenti all’immaginario culturale e cinematografico dell’epoca.

Ciò che non è facilmente replicabile è però la purezza con cui la premiata ditta Donner-Columbus-Spielberg tocca sfumature più complesse. In un’epoca in cui non c’era la sensibilizzazione attuale nei confronti delle minoranze e della parità di genere, I Goonies ci mostra infatti la naturale integrazione di una famiglia asiatica nella comunità, la dirompente emancipazione del brutto dal cuore d’oro Sloth, rinnegato dai Fratelli ma adottato dai protagonisti, e un’attenzione particolare nei confronti dei giovani personaggi femminili, che finiscono per allontanarsi dai bulli e avvicinarsi a chi le rispetta, come Mikey o suo fratello Brandon (interpretato da Josh Brolin, alla sua prima performance sul grande schermo).

I Goonies non dicono mai la parola morte!
I Goonies

Se dopo quasi 35 anni siamo ancora qui, a cercare il tesoro di Willy l’Orbo insieme a uno sgangherato gruppo di adorabili bambini, è anche perché quell’ottimismo e quello spirito avventuroso che negli anni ’80 ci facevano sentire invincibili e capaci di affrontare ad armi pari una gang di malavitosi nella caccia a un antico tesoro, è stato smorzato dal tempo e dalla crescita. Eravamo sognatori e siamo diventati cinici capitalisti. Sognavamo tesori e ci ritroviamo alla disperata caccia di like e click. Siamo stati Goonies e ci siamo trasformati, nostro malgrado, nei loro genitori, che, quando va bene, sono inutili ai fini del racconto.

Naturale quindi, in un presente che non ci soddisfa, rifugiarci nel passato, e tornare col cuore e con la mente a un periodo più ingenuo e spensierato, quando bastava poco per trasformare le ore dopo la scuola in una straordinaria avventura da raccontare agli amici. Racconti come questo ci dicono che quei ragazzi non sono morti (anche perché i Goonies non dicono mai la parola morte!), hanno solo bisogno di una mappa e di un gruppo di amici con cui cercare un nuovo tesoro.

Overall
9/10

Verdetto

I Goonies è un classico degli anni ’80 e del cinema per ragazzi, che, nonostante i tanti anni sulle spalle, non ha perso la sua carica gioiosa e irriverente.

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Tre piani: recensione del film di Nanni Moretti

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Tre piani

Dopo l’accoglienza glaciale ricevuta durante lo scorso Festival di Cannes, è arrivato nelle sale italiane Tre piani, tredicesimo lungometraggio di finzione di Nanni Moretti. Il primo progetto del regista basato su un soggetto non suo (si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo di Eshkol Nevo), ma anche il film successivo a Mia madre, che chiudeva idealmente il cerchio del suo cinema più personale e autobiografico. Questi spunti lasciavano già presagire un’opera aliena nella filmografia di Moretti, ma Tre piani va oltre ogni previsione, diventando potenzialmente respingente anche per gli appassionati più sfegatati del cineasta romano. Tanto per cominciare, per la prima volta nel cinema di Moretti non c’è il minimo spunto comico e anche la speranza, che animava persino le opere più tragiche del regista, è ridotta al lumicino, soffocata da un’atmosfera lugubre ed eticamente misera.

Inoltre, è sorprendentemente fuori dal quadro la politica, che affiora soltanto in una breve sequenza ambientata in un centro di accoglienza per i migranti, in una delle tante deviazioni dall’opera originale, che affronta invece le complessità della società israeliana. Ultimo ma non meno importante punto è l’apporto dello stesso Moretti davanti alla macchina da presa, limitato a un personaggio secondario e quasi mai in scena, che il regista caratterizza con una recitazione cantilenante e quasi robotica, totalmente inespressiva.

Tre piani: squallore, distacco e solitudine nel nuovo film di Nanni Moretti

I tre piani del titolo sono quelli di una palazzina romana, in cui vivono altrettante famiglie alle prese con un grave disagio. Il primo piano è quello di Lucio e Sara (Riccardo Scamarcio ed Elena Lietti), genitori che hanno l’abitudine di affidare la loro figlia agli anziani dirimpettai. Quando uno dei vicini si perde insieme alla bambina, Lucio diventa letteralmente ossessionato dalla possibilità che sua figlia abbia subito una violenza, mentre l’adolescente nipote dei dirimpettai manifesta interesse per lui. Il secondo piano è quello di Monica (Alba Rohrwacher), madre lasciata costantemente sola dal marito Giorgio (Adriano Giannini) e costretta ad affrontare quotidianamente la solitudine e la sua fragile psiche. Al terzo piano risiedono infine Dora (Margherita Buy) e Vittorio (Nanni Moretti), giudici costretti a confrontarsi con un omicidio stradale commesso dal loro figlio in stato di ebbrezza.

Nanni Moretti modifica radicalmente l’impostazione del romanzo, intrecciando storie che originariamente erano separate e scandendo la narrazione con bruschi salti temporali di 5 anni. Non è un caso che l’intersezione fra le storie cominci con un funerale, che è al tempo stesso una ideale prosecuzione della morte della madre del protagonista del già citato Mia madre e il simbolo dell’atmosfera funerea che attraversa Tre piani. La morte e il distacco alimentano un racconto che ragiona sul passaggio di testimone fra diverse generazioni, con quelle più adulte che si dimostrano sempre inadeguate, immobili, immutate persino nel trucco nonostante il passare degli anni, mentre i giovani si rivelano malleabili, progressisti, capaci di accettare e superare gli errori dei propri genitori e persino i traumi subiti.

«Te lo meriti», urla il figlio di Vittorio mentre lo prende a calci, citando il Michele Apicella di Ecce bombo e scaricando contemporaneamente su un’intera generazione il peso dei propri sbagli.

Un’opera fredda e lugubre
Tre piani

Proprio nel Riccardo Scamarcio uguale a se stesso nonostante il passare del tempo, in contrapposizione ai giovani che cambiano addirittura interprete, nella recitazione fredda e assente dello stesso Moretti, o in quegli interni così asettici e anonimi, tipici di una dozzinale fiction televisiva, risiede il senso ultimo di Tre piani, che cerca di trasformare la forma in contenuto per fare cadere la maschera di finta felicità e falsa rettitudine che indossano i suoi personaggi. Anche se l’intento è chiaro e per certi versi nobile, non basta per nascondere i limiti di un’opera che si accartoccia sempre più su se stessa, prigioniera del suo ostentato minimalismo e della voluta piattezza della sua messa in scena, oltre che moralmente ambigua nella rappresentazione di un abuso ai danni di una minorenne.

Anche i pochi spunti più tipicamente morettiani, come gli inserti onirici con protagonista Alba Rohrwacher (suo è il personaggio meno risolto e paradossalmente più umano di Tre piani) e la milonga per le strade, non bastano a risollevare un’opera che nell’intento di svuotare i propri protagonisti finisce purtroppo per svuotare anche se stessa. Un racconto che, a dispetto del titolo e della stessa carriera di Moretti, finisce per annullare i propri molteplici potenziali piani di lettura, abbandonandosi a una mesta e sfiancante rappresentazione di una società sempre più chiusa in se stessa e sempre più priva di collegamenti umani, nella quale non si intravede però né una via di uscita, né un qualsiasi spunto di analisi o dibattito.

Tre piani è la ciambella senza buco di Nanni Moretti

Tre piani

Siamo noi i primi a essere amareggiati nel valutare negativamente l’ultimo lavoro di una colonna portante del cinema italiano, a cui va tutto il nostro immutato affetto e la nostra più profonda devozione, ma Tre piani è purtroppo una rumorosa battuta di arresto in una carriera che ci auguriamo si risollevi già a partire dal prossimo film. La ciambella senza buco di un autore che vogliamo continuare ad amare e ammirare per il suo sguardo lucido, disincantato ma sempre umano sulla società e non per questo spaccato lacerante, ma al tempo stesso freddo e amorfo, dei nostri tempi.

Tre piani è nelle sale italiane dal 23 settembre, distribuito da 01 Distribution.

Overall
4.5/10

Verdetto

Purtroppo, Tre piani rappresenta un passaggio a vuoto in una carriera che ha scritto pagine indelebili del nostro cinema come quella di Nanni Moretti. Un’opera talmente fredda e minimale da risultare vuota e incapace di comunicare una qualsivoglia emozione allo spettatore.

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The Last Duel: recensione del film di Ridley Scott

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The Last Duel

Già nel 1979, alla sua opera seconda, Ridley Scott con Alien e Sigourney Weaver trasformava una donna sola nello spazio in una delle più grandi eroine del cinema di fantascienza, mentre 12 anni più tardi, con Thelma & Louise ci regalava una delle più struggenti ed epiche battaglie cinematografiche contro il patriarcato. Non stupisce quindi che, a quasi 84 anni di età, sia proprio il regista britannico a centrare con The Last Duel una delle opere recenti che meglio si adatta alla rinnovata sensibilità nei confronti del ruolo della donna nella società. Lo fa chiudendo idealmente il cerchio della sua carriera, concentrandosi su duellanti  non dissimili da quelli interpretati da Keith CarradineHarvey Keitel, che avevano segnato il suo indimenticabile esordio sul grande schermo.

Stavolta ci troviamo nella Francia del XIV secolo, dove Marguerite de Thibouville (Jodie Comer) denuncia di essere stata stuprata da Jacques Le Gris (Adam Driver), caro amico del marito Jean de Carrouges (Matt Damon) e scudiero del Conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck). Un sopruso imperdonabile, vissuto però da Jean più come un disonore arrecato al suo nome che una sofferenza inflitta alla sua amata. Per fare luce su cosa realmente accaduto, Ridley Scott imbastisce una sorta di rivisitazione in chiave epica e cavalleresca di Rashomon di Akira Kurosawa, mettendo in scena le versioni di Jean, Jacques e Marguerite del deprecabile episodio.

The Last Duel: l’epica femminista di Ridley Scott

The Last Duel

Photo credit: Patrick Redmond.

Il regista dimostra una freschezza di sguardo più unica che rara, sfruttando il romanzo di Eric Jager L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale per una lucida disamina di come ancora oggi venga percepito lo stupro dalle diverse persone coinvolte in questi orrori. Fortunatamente, dal XIV secolo molte cose sono cambiate. Per esempio, non ci si affida ai cosiddetti duelli di Dio per stabilire la verità, e il sistema giudiziario continua giustamente a evolversi in favore delle vittime. Molti aspetti di questi fatti sono però rimasti tragicamente immutati, come il duplice danno che le donne sono costrette a subire, quello fisico e psicologico e quello sociale, che le porta a essere malviste nelle comunità per un avvenimento di cui non hanno nessuna colpa.

Prendendosi grossi rischi dal punto di vista narrativo (tre versioni dello stesso avvenimento, seppur con sostanziali differenze, sono ostiche da digerire per lo spettatore moderno) e grazie al fondamentale apporto in sceneggiatura di Nicole Holofcener, Ridley Scott si spinge però ancora oltre, rappresentando in successione: il punto di vista degli uomini che stanno accanto alle donne stuprate, troppo spesso concentrati sul disonore e sul desiderio di vendetta che sulla necessaria empatia per chi ha subito violenza; la prospettiva degli stupratori, che per motivare i loro gesti ricorrono a inesistenti segnali di interesse da parte delle donne e a consensi mai arrivati; infine, la versione (o meglio, la verità) della vittima, che è al tempo stesso la più semplice e la più sconfortante.

A tutto ciò si aggiungono poi gli immancabili affrettati giudizi delle persone estranee, pronte a scambiare un apprezzamento estetico per un uomo in un implicito consenso a un rapporto sessuale, sminuendo così la violenza subita dalla vittima.

L’apporto di Jodie Comer, Adam Driver e Matt Damon

The Last Duel

The Last Duel non è però solo cinema teorico e concettuale. Ridley Scott rispolvera infatti anche l’azione epica che aveva contraddistinto alcune sue apprezzate opere come Il gladiatore e Le crociate – Kingdom of Heaven, che deflagra soprattutto nell’atto conclusivo, quando si ricorre a un duello all’ultimo sangue per fare trionfare la giustizia, ennesima sottolineatura da parte del regista della stortura di un sistema che affida la soluzione di un dramma umano a elementi esterni al dramma stesso. Nonostante la sua età avanzata, Scott dimostra di avere ancora pochi eguali in termini di narrazione per immagini, dando vita a uno dei più intensi duelli visti negli ultimi anni sul grande schermo. Termine che non usiamo a caso, dal momento che The Last Duel è un progetto perfetto per ribadire la necessità della sala, almeno per opere di questa portata.

Solo nel luogo per eccellenza del cinema si può infatti assaporare il lavoro fatto da Scott sul sonoro, sulla coreografia dello scontro e sugli effetti speciali, che ci trasporta direttamente sul campo di battaglia, facendoci vivere la concitazione del momento e percepire il pericolo dei duellanti. La mancanza di azione nella fase centrale del racconto è così perfettamente bilanciata da un avvincente e adrenalinico epilogo, in cui il regista non lesina in termini di violenza e sangue, distinguendosi ancora una volta dalla maggioranza dei suoi colleghi per il realismo della messa in scena. Ottima anche la direzione degli interpreti, con Adam Driver, Matt Damon e Jodie Comer che si sfidano letteralmente in bravura, rappresentando tutte le sfumature di una situazione estremamente complessa dal punto di vista umano, etico e sociale.

The Last Duel: una severa critica alle contraddizioni del genere umano

The Last Duel

A 44 anni di distanza da I duellanti, Scott utilizza nuovamente il concetto di duello come simbolo della profonda insensatezza del genere umano, che nonostante l’evoluzione della storia e della società continua ad aggrapparsi alla violenza e a ideali vacui come l’onore per risolvere questioni ben più complesse. Da maestro qual è, il regista dimostra ancora una volta che anche dai luoghi più lontani dalla nostra vita, come lo spazio, il futuro distopico di Blade Runner o la Francia di secoli fa, si può muovere una critica severa e pungente a vizi e contraddizioni del genere umano difficili da eradicare.

Dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, The Last Duel arriverà nelle sale italiane il 14 ottobre, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Overall
8/10

Verdetto

Ridley Scott riesce a fondere epica cavalleresca e critica sociale in un intenso dramma umano, che affronta tematiche urgenti e attuali con un’invidiabile freschezza di sguardo e con la sua proverbiale perizia dietro alla macchina da presa.

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America Latina: recensione del film con Elio Germano

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America Latina

Si intitola America Latina la nuova fatica dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, in un originale contrasto fra l’America della nostra esteriorità, apparentemente precisa, affidabile e inappuntabile e la Latina che non è solo lo spettrale luogo che abita il protagonista Elio Germano, ma anche una fedele rappresentazione dell’interiorità del suo Massimo Sisti, anima tormentata e avvolta da un malessere misterioso e insuperabile. Ancora la provincia romana dunque, per un’opera che però è di segno opposto rispetto al precedente lavoro dei fratelli Favolacce, che metteva in luce il disagio in un racconto corale ricco di scenari e snodi narrativi. America Latina è invece un lavoro molto più asciutto, quasi essenziale nel tratteggiare il protagonista ed ermetico nella definizione delle sue motivazioni e dei suoi pensieri, che punta invece su atmosfere sinistre e sull’inquietudine che prende vita e si spande a partire da un mistero che coinvolge Elio Germano.

America Latina: la favolaccia horror dei fratelli D’Innocenzo

America Latina

Massimo Sisti ha una vita apparentemente perfetta. Marito devoto e padre di due figlie, titolare di uno studio dentistico e proprietario di una lussuosa villa in campagna. La sua esistenza si incrina però quando scendendo in cantina vi trova una ragazza imbavagliata e legata, che implora il suo aiuto. Chi l’ha messa lì e perché? Sarà stato il suo caro amico in difficoltà economiche o le donne della sua famiglia, che sembrano complottare qualcosa alle sue spalle? O ancora, potrebbe forse essere un caso di amnesia che porta Massimo a dimenticare atrocità da lui commesse in stato confusionario? Il mistero si infittisce sempre più, come il disagio emotivo del protagonista.

America Latina, presentato in concorso a Venezia 78, è uno di quei film di cui si continua a parlare anche giorni dopo la visione, riflettendo sulle possibili interpretazioni di un racconto che si apre a tante diverse soluzioni. Inequivocabile segnale che, a prescindere da qualsiasi valutazione estetica e contenutistica, i fratelli D’Innocenzo hanno raggiunto l’obiettivo di dare vita a un’opera che non si limita alla visione, ma resta invece incollata addosso allo spettatore. Ma i pregi di America Latina non si fermano a questo. Giunti alla loro terza opera, i registi dimostrano di avere un proprio stile, unico e personale, con cui raccontare storie profondamente disturbanti, che partono dalla periferia romana per esplorare i confini dell’animo umano, senza mai dare conforto allo spettatore.

Il labirinto dell’anima

America Latina

America Latina è fondamentalmente un horror domestico e psicologico, che potrebbe essere particolarmente apprezzato dal regista di Parasite Bong Joon-ho, presidente di giuria di Venezia 78. Evidenti infatti le analogie fra le due opere, come l’architettura bizzarra di una villa, che diventa un vero e proprio personaggio aggiunto di un racconto che si muove costantemente dall’alto in basso e viceversa, o la volontà di sfruttare una commistione di generi per proporre una profonda riflessione sulla società, che per i fratelli D’Innocenzo riguarda soprattutto la perdita di stabilità emotiva e affettiva del maschio nel mondo contemporaneo. Fra gli altri riferimenti cinefili dei registi è facile notare le candide vesti delle donne di casa, che sembrano uscite da Picnic ad Hanging Rock o Il giardino delle vergini suicide, e la fotografia e le scenografie continuamente virate su un rosso vivo, che inevitabilmente riportano alla mente Dario Argento e il suo Suspiria.

America Latina avvolge e scuote lo spettatore, precipitandolo in un labirinto di possibilità e false piste sulla sorte di Massimo Sisti, che con il passare dei minuti comincia a vivere in uno stato di crescente paranoia, come nei migliori thriller di Roman Polanski. I D’Innocenzo si attaccano al solito sontuoso Elio Germano, inquadrando il suo volto sempre più sperduto da tutte le possibili angolazioni, distorcendolo e ribaltandolo, con il risultato di farci vivere questo incubo di provincia dalla sua prospettiva. Mentre cerchiamo una soluzione, ci accorgiamo che i personaggi che circondano Massimo Sisti sono anche simboli di una sensibilità che il protagonista è spinto a rigettare dalla società. Dall’indole artistica e musicale della figlia più giovane ai primi turbamenti sentimentali della più grande, fino ad arrivare all’affetto smisurato della moglie e al conflittuale rapporto con il padre, in America Latina tutto mette in discussione i pilastri della mascolinità tossica.

I simboli di America Latina

Le musiche ipnotiche dei Verdena, il minimalismo e la claustrofobia della messa in scena, la fotografia calibrata sul volto Elio Germano di Paolo Carnera e l’elemento dell’acqua che ricorre continuamente nella vita del protagonista sono solo alcuni degli indizi formali di America Latina, che insieme a tanti piccoli spunti inseriti non casualmente nel racconto (le telefonate al padre, i video delle lezioni di piano, il notiziario) possono aiutarci a farci strada fra le pieghe del racconto, il cui maggior pregio è paradossalmente anche un possibile difetto. La totale assenza di risposte e il forte simbolismo dei D’Innocenzo possono infatti attrarre lo spettatore più curioso e cinefilo, ma anche respingere o addirittura infastidire chi invece preferisce storie più solide, centrate e conclusive. Anche questa è la bellezza di un arte che si trasforma ogni volta attraverso il gusto e l’esperienza di chi la fruisce, proprio come America Latina.

Overall
8/10

Verdetto

America Latina avvolge lo spettatore in un labirinto narrativo ed emotivo, che resta incollato addosso, insieme al suo ermetismo, anche diversi giorni dopo la visione.

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