I predatori: recensione del film di e con Pietro Castellitto

I predatori: recensione del film di e con Pietro Castellitto

«Soltanto gli infami e i traditori sono bravi nei ringraziamenti». Questo l’incipit del discorso di ringraziamento di Pietro Castellitto a Venezia 77, dove ha conquistato il prestigioso premio per la miglior sceneggiatura della sezione Orizzonti per la sua opera prima I predatori. Ed è proprio di infami e traditori che parla questo interessante esordio dietro alla macchina da presa, concepito dal 28enne figlio d’arte (i genitori sono Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini) durante una fase di stanca di una carriera da attore che solo adesso sta spiccando il volo, dal momento che presto lo vedremo in Freaks Out di Gabriele Mainetti e nella serie su Francesco Totti Speravo de morì prima. Quelle taglienti parole del regista (nonché protagonista e sceneggiatore) sintetizzano inoltre la rabbia e il risentimento alla base de I predatori e del suo continuo peregrinare fra satira sociale, grottesco e dramma familiare e generazionale.

I predatori: la grottesca opera prima di Pietro Castellitto

I predatori

Fin dai primi minuti, con una truffa a un’ingenua anziana, siamo trascinati in un racconto cupo e amaro, che trasuda ferocia e mediocrità, focalizzato su due nuclei familiari romani solo apparentemente agli antipodi: gli intellettuali benestanti Pavone e i proletari Vismara, orgogliosamente fascisti. Le due realtà entrano in conflitto a causa di una delusione lavorativa per il giovane assistente della facoltà di filosofia Federico Pavone (lo stesso Castellitto) e di un raggiro che ha per vittima l’anziana madre dei Vismara. La borghesia si mescola così con i bassifondi della società; l’elite culturale mostra ben presto crepe etiche analoghe a quelle di malavitosi ed estremisti. Predatori diversi fra loro, ma accomunati dalla solitudine, dall’alienazione e dal livore verso una società che li mette continuamente ai margini.

Facendo ampio ricorso a spunti autobiografici (l’occhio fortemente critico verso la borghesia, gli studi in filosofia e la madre cineasta di Federico), Pietro Castellitto mette in scena un’opera pungente e corrosiva, in cui si respira lo spirito anarchico e ribelle di un’intera generazione. I due milioni di euro di budget, non scontati per un’opera prima, anche se co-prodotta da Rai Cinema, sono ben sfruttati da questo giovane autore, che dimostra un’ambizione sempre più rara nella nostra industria e notevoli doti sia davanti che dietro la macchina da presa. Lunghe carrellate si alternano a primissimi piani volti a scandagliare l’animo e il disagio dei personaggi, dando vita a una commedia farsesca che sa trasformarsi in social thriller, in cui tutti i personaggi hanno un lato oscuro e segreti da nascondere.

I predatori: una cinica e avvilente rappresentazione dell’Italia

I predatori sorprende anche per la sua sceneggiatura circolare, che riesce a fondere i tanti elementi di un importante cast corale (fra gli altri Massimo PopolizioManuela Mandracchia, Giorgio Montanini, Dario Cassini, Anita Caprioli e Vinicio Marchioni) in un’opera che guarda sia all’Ettore Scola di Brutti, sporchi e cattivi, sia a giovani cineasti romani come lo stesso Mainetti e Damiano e Fabio D’Innocenzo, capaci di raccontare i vizi e le contraddizioni della società anche e soprattutto attraverso personaggi controversi e detestabili. Tanti i momenti degni di nota, come la spassosa improvvisazione rap che sconquassa il clima di artificiosa serenità di una cena di famiglia, l’inserimento di un brano pop come Aeroplano in un momento del tutto inaspettato o gli svariati confronti fra i personaggi, esaltati da fulminanti e coloriti dialoghi.

Se da un lato I predatori convince proprio per le barriere che fa cadere, per la rappresentazione cinica e avvilente di un’Italia in cui i giovani devono sempre scontrarsi contro porte chiuse in faccia e contro l’impossibilità di seguire pienamente le proprie inclinazioni e per quella altrettanto centrata di una classe agiata sempre più chiusa in se stessa, fuori da un mondo in cui le crescenti disparità stanno alimentando un malessere sempre più diffuso, è doveroso rilevare l’ambiguità morale dell’intero racconto, come l’inconcludenza del suo messaggio, che portano a un atto conclusivo in cui l’architettura progettata da Castellitto perde progressivamente smalto e concretezza.

Le ambiguità morali

I predatori

A proposito della sua opera prima, lo stesso Castellitto ha specificato che «Non è un film antifascista, ma casomai anti borghese». In effetti, I predatori riserva astio e plateale scetticismo nei confronti di quella stessa borghesia da cui proviene Castellitto, mentre concede una rappresentazione molto più tenera, quasi assolutoria, fatta di colori sgargianti e ostentata simpatia, a quegli ambienti di estrema destra che, soprattutto nella Capitale, si stanno purtroppo facendo largo, trasformando i loro esponenti negli antieroi della situazione. È vero che il grande cinema, che Castellitto dimostra di poter realizzare, non deve per forza mettere a proprio agio lo spettatore, ma può e deve anche scalfire le sue sicurezze. Quel trionfale braccio teso in una delle scene chiave è però un’immagine difficile da digerire e capace di provocare distacco e rigetto anche nel contesto marcio e grottesco de I predatori.

La tipica sterilità di una certa rabbia giovanile, volta più a distruggere che a costruire, emerge prepotentemente con le azioni del personaggio di Federico Pavone, che possiamo immaginare come estensione di alcuni lati dello stesso autore. Devoto a Friedrich Nietzsche e al suo La volontà di potenza, insoddisfatto di un nucleo familiare di cui si sente estraneo e inacidito da continue delusioni nel suo percorso accademico e lavorativo, volge il suo sguardo alla parte più raccapricciante della società, con l’intento di compiere un gesto tanto brutale quanto inutile ai fini di migliorare la propria condizione. La frustrazione è un sentimento umano e comprensibile, ma i gesti estremi che ne possono conseguire non sono né proficui, né valorosi, né tantomeno giustificabili, persino in un’opera di finzione costantemente sopra le righe come questa.

I predatori: è nata una stella?

I predatori

Cosa ci resta dunque di questo debutto alla regia di Pietro Castellitto? Certamente la sensazione di essere di fronte a un autore originale e fuori dagli schemi, materiale umano di cui sentiamo sempre bisogno. C’è inoltre appagamento per un racconto che sfida la piattezza narrativa di gran parte della nostra produzione, giocando con i contrasti e con la pluralità di sguardi, idee, registri e atmosfere, senza perdere la propria coerenza interna. La mordace vitalità giovanile deve però coniugarsi con una maggiore maturità di controllo e di pensiero, in modo da non depotenziare questo innegabile talento.

È nata una star?, ci si chiedeva nel titolo del primo film da protagonista di Pietro Castellitto. Dopo I predatori, non possiamo fare a meno di porci la stessa domanda su di lui, nella speranza di avere presto una chiara risposta affermativa.

I predatori è in sala dal 22 ottobre, distribuito da 01 Distribution.

Valutazione
7/10

Verdetto

Pietro Castellitto firma un esordio alla regia non esente da difetti, che riesce però a dare vita a un circo di personaggi tanto detestabili quanto tristemente rappresentativi della nostra società.

Marco Paiano

Marco Paiano