Il caso Spotlight: recensione del film con Mark Ruffalo e Michael Keaton

Il caso Spotlight: recensione del film con Mark Ruffalo e Michael Keaton

Una delle più fulgide testimonianze dell’affinità fra la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e gli Oscar negli ultimi anni è certamente Il caso Spotlight, che dopo la presentazione al Lido andò a conquistare le prestigiose statuette riservate al miglior film e alla migliore sceneggiatura originale.

Il tema trattato è di quelli pesanti, ovvero lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati ai danni di minori da parte di decine di preti dell’Arcidiocesi di Boston. Il caso è stato portato alla luce nel 2001 dalla Spotlight del titolo, cioè una divisione del Boston Globe specializzata in inchieste scottanti. Il regista Tom McCarthy ha sceneggiato e diretto un’opera solida, rigorosa e compatta, che mette in scena passo per passo tutte le fasi che hanno portato alla riuscita di questa inchiesta, premiata con il Pulitzer nel 2003. Un racconto corale, interpretato da interpreti eccellenti come Michael Keaton, John SlatteryLiev SchreiberRachel McAdams e soprattutto Mark Ruffalo, nominato per la sua performance all’Oscar come migliore attore non protagonista, poi andato al sontuoso Mark Rylance de Il ponte delle spie.

Il caso Spotlight: la parola ai fatti

Il caso Spotlight

Dopo la nomina a nuovo direttore del Boston Globe, come sua prima azione di rilievo Marty Baron (Liev Schreiber) decide di puntare forte su alcuni casi di pedofilia da parte di preti della città, apparentemente insabbiati dalle alte cariche religiose. Sul caso, oltre al caporedattore Ben Bradlee Jr. (John Slattery) è chiamata a investigare l’intera sezione Spotlight, composta dal capo Walter Robinson (Michael Keaton) e dai tre giornalisti Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James). Anche grazie all’aiuto del Procuratore Mitchell Garabedian (Stanley Tucci) e di altre persone coinvolte nel caso, la squadra scoprirà ben presto che lo scandalo è molto più esteso di quanto si possa pensare.

Sulla scia di grandi film d’inchiesta come Tutti gli uomini del presidente, Insider – Dietro la verità e Good Night, and Good LuckTom McCarthy dirige un’opera misurata e accurata, che mette in scena quanto accaduto durante l’inchiesta che ha scosso dalle fondamenta la Chiesa Cattolica, senza enfatizzare più del necessario determinati risvolti della vicenda. Il regista sceglie di fare parlare i fatti, mantenendo uno sguardo equo e distaccato sulla vicenda ed evitando così la potenziale trappola di spingere eccessivamente il piede dell’acceleratore contro la Chiesa e i suoi membri.

Il risultato è un lavoro lucido e compatto, che con i modi e i tempi giusti punta i riflettori su una scomoda verità, più estesa di quanto vogliamo credere e accettare, con un’onestà intellettuale tale da rendere di fatto impossibile qualsiasi recriminazione anche da parte degli spettatori più credenti, che possono effettivamente portare rancore solo per ciò che viene raccontato ne Il caso Spotlight, e non per come viene fatto.

Il caso Spotlight: rabbia, sdegno e senso di impotenza

L’andamento de Il caso Spotlight riflette quello dell’inchiesta giornalistica su cui è incentrato, ovvero ricerche, interviste, deduzioni, verifiche, prove e solo in un ultimo momento le tanto attese conclusioni. Questo potrebbe fare pensare a un film freddo e senza cuore, ma non è questo il caso, grazie soprattutto alla splendida prova da parte di tutto il cast.

Ogni personaggio riflette un modo di affrontare la vicenda diverso e complementare a quello degli altri; l’attitudine alla calma e all’equilibrio portata avanti da personaggi come quelli interpretati da Rachel McAdamsJohn Slattery e Michael Keaton si amalgama con la passionalità emanata soprattutto da Mark Ruffalo (la sua è per distacco la migliore performance della pellicola), a cui è riservato uno dei momenti più intensi e toccanti delle ultime stagioni cinematografiche, in cui si mescolano alla perfezione tutti i sentimenti che lo spettatore prova durante la visione di Il caso Spotlight: rabbia, sdegno e senso di impotenza.

In mezzo al rigore dell’indagine filtrano alcuni spunti più intensi ed emozionanti, come i momenti in cui ci accorgiamo di quanto questi abusi abbiano realmente distrutto tanti giovani vite e rovinato per sempre persone che per superare lo shock hanno dovuto ricorrere ad alcool, droghe e svariati aiuti psichiatrici. Peccato che la stessa attenzione dal punto di vista psicologico non sia riservata ai protagonisti, della cui vita privata non conosciamo praticamente nulla. Questo è forse il difetto più evidente de Il caso Spotlight, che ci restituisce personaggi ben caratterizzati (alcuni dei quali con più di uno scheletro nell’armadio), ma che alla fine del racconto ci risultano ancora fondamentalmente sconosciuti, impedendoci di empatizzare totalmente con loro.

Un’opera che sa fare emozionare, pensare e indignare

Il caso Spotlight

La regia di Tom McCarthy accompagna con misura l’azione, valorizzando il cast e l’ottimo lavoro fatto in fase di sceneggiatura, che non ha lasciato davvero niente al caso. I diversi dialoghi sono accompagnati da un eccellente montaggio e da inquadrature studiate alla perfezione per esaltarli, capaci di conferire dinamismo a un canovaccio decisamente ordinario. Questo rigore estetico e formale è saltuariamente rotto da alcune scene più articolate ed emotive, come la splendida sequenza in cui un coro di bambini ignari dell’orrore intorno a loro canta una toccante versione di Silent Night.

In un’epoca di click baiting, di fantascientifici complotti e di fake news, un’opera che riproduce un’inchiesta giornalistica accurata e precisa può risultare accomodante, fredda e privo di pathos. Coloro che invece preferiscono la riflessione e la lucida analisi ai titoli roboanti e alle sterili polemiche godranno di un lavoro che invece sa fare emozionare, pensare e anche indignare.

Il caso Spotlight mette in luce una vicenda fatta di abusi, soprusi e violenze fisiche e psicologiche verso chi non è ancora abbastanza forte per potersi difendere da solo, ovvero i bambini. McCarthy ci ricorda che nonostante le inchieste, le indagini e i servizi televisivi, queste cose accadono ancora, e accadono continuamente, spesso molto più vicino a noi di quanto pensiamo. Probabilmente quello della pedofilia è un male impossibile da estirpare del tutto, ma anche grazie a quest’opera possiamo esserne tutti più consapevoli e cercare di evitarlo, riconoscerlo e stroncarlo sul nascere. Un’opera caratterizzata dallo stesso coraggio che avremmo voluto vedere nel più recente I due Papi, ben più evanescente su certe tematiche, e che proprio grazie a questa forza ha scavato un solco indelebile nel cuore del pubblico, ben più importante di qualsiasi premio.

Valutazione
8/10

Verdetto

Fra inchiesta e denuncia, un racconto che scuote dalle fondamenta la Chiesa, portando alla luce una verità rimasta per troppo tempo sepolta.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.