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Il caso Spotlight: recensione del film con Mark Ruffalo e Michael Keaton

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Una delle più fulgide testimonianze dell’affinità fra la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e gli Oscar negli ultimi anni è certamente Il caso Spotlight, che dopo la presentazione al Lido andò a conquistare le prestigiose statuette riservate al miglior film e alla migliore sceneggiatura originale.

Il tema trattato è di quelli pesanti, ovvero lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati ai danni di minori da parte di decine di preti dell’Arcidiocesi di Boston. Il caso è stato portato alla luce nel 2001 dalla Spotlight del titolo, cioè una divisione del Boston Globe specializzata in inchieste scottanti. Il regista Tom McCarthy ha sceneggiato e diretto un’opera solida, rigorosa e compatta, che mette in scena passo per passo tutte le fasi che hanno portato alla riuscita di questa inchiesta, premiata con il Pulitzer nel 2003. Un racconto corale, interpretato da interpreti eccellenti come Michael Keaton, John SlatteryLiev SchreiberRachel McAdams e soprattutto Mark Ruffalo, nominato per la sua performance all’Oscar come migliore attore non protagonista, poi andato al sontuoso Mark Rylance de Il ponte delle spie.

Il caso Spotlight: la parola ai fatti

Il caso Spotlight

Dopo la nomina a nuovo direttore del Boston Globe, come sua prima azione di rilievo Marty Baron (Liev Schreiber) decide di puntare forte su alcuni casi di pedofilia da parte di preti della città, apparentemente insabbiati dalle alte cariche religiose. Sul caso, oltre al caporedattore Ben Bradlee Jr. (John Slattery) è chiamata a investigare l’intera sezione Spotlight, composta dal capo Walter Robinson (Michael Keaton) e dai tre giornalisti Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James). Anche grazie all’aiuto del Procuratore Mitchell Garabedian (Stanley Tucci) e di altre persone coinvolte nel caso, la squadra scoprirà ben presto che lo scandalo è molto più esteso di quanto si possa pensare.

Sulla scia di grandi film d’inchiesta come Tutti gli uomini del presidente, Insider – Dietro la verità e Good Night, and Good Luck, Tom McCarthy dirige un’opera misurata e accurata, che mette in scena quanto accaduto durante l’inchiesta che ha scosso dalle fondamenta la Chiesa Cattolica, senza enfatizzare più del necessario determinati risvolti della vicenda. Il regista sceglie di fare parlare i fatti, mantenendo uno sguardo equo e distaccato sulla vicenda ed evitando così la potenziale trappola di spingere eccessivamente il piede dell’acceleratore contro la Chiesa e i suoi membri.

Il risultato è un lavoro lucido e compatto, che con i modi e i tempi giusti punta i riflettori su una scomoda verità, più estesa di quanto vogliamo credere e accettare, con un’onestà intellettuale tale da rendere di fatto impossibile qualsiasi recriminazione anche da parte degli spettatori più credenti, che possono effettivamente portare rancore solo per ciò che viene raccontato ne Il caso Spotlight, e non per come viene fatto.

Il caso Spotlight: rabbia, sdegno e senso di impotenza

L’andamento de Il caso Spotlight riflette quello dell’inchiesta giornalistica su cui è incentrato, ovvero ricerche, interviste, deduzioni, verifiche, prove e solo in un ultimo momento le tanto attese conclusioni. Questo potrebbe fare pensare a un film freddo e senza cuore, ma non è questo il caso, grazie soprattutto alla splendida prova da parte di tutto il cast.

Ogni personaggio riflette un modo di affrontare la vicenda diverso e complementare a quello degli altri; l’attitudine alla calma e all’equilibrio portata avanti da personaggi come quelli interpretati da Rachel McAdams, John Slattery e Michael Keaton si amalgama con la passionalità emanata soprattutto da Mark Ruffalo (la sua è per distacco la migliore performance della pellicola), a cui è riservato uno dei momenti più intensi e toccanti delle ultime stagioni cinematografiche, in cui si mescolano alla perfezione tutti i sentimenti che lo spettatore prova durante la visione di Il caso Spotlight: rabbia, sdegno e senso di impotenza.

In mezzo al rigore dell’indagine filtrano alcuni spunti più intensi ed emozionanti, come i momenti in cui ci accorgiamo di quanto questi abusi abbiano realmente distrutto tanti giovani vite e rovinato per sempre persone che per superare lo shock hanno dovuto ricorrere ad alcool, droghe e svariati aiuti psichiatrici. Peccato che la stessa attenzione dal punto di vista psicologico non sia riservata ai protagonisti, della cui vita privata non conosciamo praticamente nulla. Questo è forse il difetto più evidente de Il caso Spotlight, che ci restituisce personaggi ben caratterizzati (alcuni dei quali con più di uno scheletro nell’armadio), ma che alla fine del racconto ci risultano ancora fondamentalmente sconosciuti, impedendoci di empatizzare totalmente con loro.

Un’opera che sa fare emozionare, pensare e indignare

Il caso Spotlight

La regia di Tom McCarthy accompagna con misura l’azione, valorizzando il cast e l’ottimo lavoro fatto in fase di sceneggiatura, che non ha lasciato davvero niente al caso. I diversi dialoghi sono accompagnati da un eccellente montaggio e da inquadrature studiate alla perfezione per esaltarli, capaci di conferire dinamismo a un canovaccio decisamente ordinario. Questo rigore estetico e formale è saltuariamente rotto da alcune scene più articolate ed emotive, come la splendida sequenza in cui un coro di bambini ignari dell’orrore intorno a loro canta una toccante versione di Silent Night.

In un’epoca di click baiting, di fantascientifici complotti e di fake news, un’opera che riproduce un’inchiesta giornalistica accurata e precisa può risultare accomodante, fredda e privo di pathos. Coloro che invece preferiscono la riflessione e la lucida analisi ai titoli roboanti e alle sterili polemiche godranno di un lavoro che invece sa fare emozionare, pensare e anche indignare.

Il caso Spotlight mette in luce una vicenda fatta di abusi, soprusi e violenze fisiche e psicologiche verso chi non è ancora abbastanza forte per potersi difendere da solo, ovvero i bambini. McCarthy ci ricorda che nonostante le inchieste, le indagini e i servizi televisivi, queste cose accadono ancora, e accadono continuamente, spesso molto più vicino a noi di quanto pensiamo. Probabilmente quello della pedofilia è un male impossibile da estirpare del tutto, ma anche grazie a quest’opera possiamo esserne tutti più consapevoli e cercare di evitarlo, riconoscerlo e stroncarlo sul nascere. Un’opera caratterizzata dallo stesso coraggio che avremmo voluto vedere nel più recente I due Papi, ben più evanescente su certe tematiche, e che proprio grazie a questa forza ha scavato un solco indelebile nel cuore del pubblico, ben più importante di qualsiasi premio.

Overall
8/10

Verdetto

Fra inchiesta e denuncia, un racconto che scuote dalle fondamenta la Chiesa, portando alla luce una verità rimasta per troppo tempo sepolta.

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Anatomia di una caduta: recensione del film di Justine Triet

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Anatomia di una caduta

In una villetta circondata dalla neve in mezzo alle montagne di Grenoble, una scrittrice cerca invano di rispondere alle domande di una studentessa per un’intervista, resa impossibile dall’assordante volume con cui il marito sta ascoltando P.I.M.P. di 50 Cent. La ragazza lascia l’abitazione e anche il figlio ipovedente 11enne della coppia esce per una passeggiata insieme al suo fidato cane Snoop. Al ritorno, il bambino fa la più macabra e dolorose delle scoperte, ovvero il cadavere del padre, che giace in una pozza di sangue dopo essere verosimilmente caduto dall’ultimo piano della villetta. Si pensa a un disperato gesto volontario, ma la ricostruzione della moglie ha più di un punto debole. Omicidio o suicidio? Un anno dopo inizia il processo, con la donna sul banco degli imputati e il figlio a fare da testimone, non del tutto affidabile. L’anatomia di una caduta si trasforma nella dissezione di un matrimonio distrutto.

Dopo il notevole Sibyl – Labirinti di donna, la francese Justine Triet torna a dirigere Sandra Hüller (qui strepitosa protagonista) e a collaborare col compagno e co-sceneggiatore Arthur Harari in un dramma in cui la scrittura occupa un ruolo di primo piano, in quanto principale occupazione della protagonista Sandra e del defunto marito Samuel (Samuel Theis). Traendo spunto dal titolo di una delle pietre miliari del genere (Anatomia di un omicidio di Otto Preminger), la regista firma un legal drama doloroso e struggente, ma allo stesso tempo anche un giallo dall’impossibile soluzione e un dramma familiare ricco di sfumature e possibili interpretazioni. Il risultato è straordinario: Anatomia di una caduta conquista la Palma d’oro del Festival di Cannes, 6 premi agli European Film Awards, il Golden Globe come miglior film in lingua straniera e 5 nomination agli Oscar 2024.

Anatomia di una caduta: la dolorosa ricerca di una verità indecifrabile

Anatomia di una caduta

Il cinema europeo prosegue così nel suo ottimo stato di salute, dimostrando ancora una volta rilevanza a livello globale (La zona d’interesse, Foglie al vento e The Old Oak sono solo alcuni degli altri titoli che hanno riscosso consensi pressoché unanimi a ogni latitudine). Il lavoro di Justine Triet racchiude il meglio del cinema contemporaneo del vecchio continente, che quando si concentra sulla scrittura, sulla commistione fra generi e sullo sviluppo di personaggi capaci di tratteggiare vizi e contraddizioni della società odierne non teme il confronto con le più riuscite produzioni statunitensi.

Anatomia di una caduta è indubbiamente figlio di immortali analisi della coppia come Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman e i suoi eredi (inclusi Storia di un matrimonio e il recente remake statunitense), ma stupisce per la capacità della regista di fondere temi e riflessioni sulla modernità in quella che è prima di tutto un’indagine destinata, per la stessa natura del caso, a non essere mai pienamente risolta. A fare da sfondo al processo ci sono infatti la diffidenza nei confronti dello straniero, la facilità con cui si tende a classificare una donna bisessuale (come la stessa Sandra) come soggetto pericoloso, l’apolidia mentale di una persona costretta a cambiare paese e lingua per amore.

Ma questa splendida riflessione sull’impossibilità di giungere a una verità limpida e univoca si spinge anche oltre, raccontando la crisi del maschio moderno di fronte a una compagna di successo, i continui ribaltamenti di forza e potere all’interno di una coppia, le frustrazioni di chi è costretto a dividersi fra lavoro, passioni e una vita familiare appagante.

Anatomia di una caduta: i punti di contatto con La cosa e Shining

Forse non è un caso che un racconto intriso di umanità come Anatomia di una caduta abbia diversi punti di contatto con due dei più celebri e amati horror, ovvero La cosa di John Carpenter e Shining di Stanley Kubrick, fra l’altro entrambi ambientati in paesaggi innevati. Come l’incubo carpenteriano, anche il lavoro di Justine Triet è caratterizzato da un clima di crescente sospetto e da continue e ambigue inquadrature di un cane (in questo caso il Border Collie Messi, Palm Dog a Cannes), che si trasformano quasi in invito ad assumere il suo punto di vista. Per la base scientifica del capolavoro del 1982 il cane è anche l’origine della catena di paura e orrore che caratterizza il film, mentre per Justine Triet l’animale diventa addirittura elemento chiave per il processo, nonché possibile indizio interpretativo nella splendida sequenza finale.

Non meno importanti i parallelismi fra Anatomia di una caduta e Shining. Come nella pietra miliare kubrickiana, siamo infatti di fronte a un nucleo familiare di tre persone che progressivamente si disgrega (ma il marito stavolta è vittima e non carnefice), con il bambino che nonostante la sua parziale cecità anche in questo caso dimostra di vedere cose che agli altri sembrano precluse, come il profondo dolore provato dal padre. Ancora più lampante il ruolo della scrittura, con Samuel che in una delle scene chiave dell’opera (la registrazione della lite fra moglie e marito, per l’accusa vera e propria prova generale dell’omicidio) mostra tutta la sua frustrazione per non riuscire a scrivere come vorrebbe, proprio come il Jack Torrance di Kubrick e Stephen King.

Justine Triet: una narratrice scaltra e precisa

Per Justine Triet, l’aspetto più macabro del racconto è al tempo stesso punto di partenza e arrivo per una riflessione a 360° sulla coppia e sulla società contemporanea. Come accennavamo poc’anzi, è proprio il piccolo Daniel (Milo Machado Graner) l’unico a cercare di comprendere veramente da dove scaturiscono i disagi di Samuel e di conseguenza la sua morte. Avvocati, periti e testimoni si concentrano infatti vanamente sulla caduta evocata dal titolo, ipotizzando torsioni del corpo e punti di contatto, riflettendo sullo scioglimento del ghiaccio e interpretando le gocce di sangue, giungendo però a conclusioni diametralmente opposte. Altrettanto inconcludente l’analisi della già menzionata lite, utile solo a certificare la profonda crisi della coppia e a portare alla luce i tradimenti di Sandra, nonché l’idea letteraria che lei ha copiato dal marito, con malcelato astio da parte di lui.

Da narratrice scaltra e precisa, Justine Triet lavora di fino, giocando con l’emotività dello spettatore (la continua e chiassosa ripetizione di P.I.M.P., brano smaccatamente sessista, allude fin dai primi minuti a uno scatto d’ira di Sandra), centellinando le rivelazioni e mantenendosi costantemente in equilibrio fra la colpevolezza e l’innocenza di Sandra.

Ad attirare l’attenzione dello spettatore sono gli aspetti più macroscopici (il precedente tentativo di suicidio di Samuel e la mancanza di un arma del delitto da una parte, la reazione emotivamente fredda di Sandra e la sua abilità nella manipolazione dall’altra), ma a restare impressi sono soprattutto i dettagli, messi in scena con grande perizia cinematografica: gli sguardi di Sandra Hüller in bilico fra fierezza e preoccupazione, le parole in tribunale che si trasformano in immagini (veritiere?) solo per noi spettatori, i rapporti in continua evoluzione di Sandra con Daniel e l’avvocato (Swann Arlaud), che parlano rispettivamente di anaffettività e di un amore soffocato ma mai sopito.

Il finale di Anatomia di una caduta (seguono spoiler)

Anatomia di una caduta

Tutte le piste e le tematiche convergono su Daniel, che proprio come noi spettatori è chiamato a lasciarsi andare e a prendere una posizione, per quanto fallace essa possa essere. Un percorso simboleggiato dalla sua mano sempre più sicura al pianoforte e dichiarato apertamente dalla regista in un illuminante dialogo fra il bambino e l’assistente sociale, uno dei pochi momenti all’aperto di un dramma che si consuma invece negli spazi chiusi e nei volti dei suoi protagonisti.

Da figlio di scrittori, guidato quasi esclusivamente dalle sue sensazioni e da un amorevole cane che ha rischiato di uccidere proprio per il suo desiderio di comprendere, Daniel deve scrivere la sua personale storia, non necessariamente vera e non per forza concordante con la reale dinamica dei fatti. Lo fa con una lacerante dichiarazione in tribunale in cui racconta un potenziale avvertimento ricevuto dal padre a proposito di un possibile suicidio, con esiti emotivi e processuali così potenti da ribaltare una sentenza che fino a quel momento sembrava dirigersi verso una condanna per omicidio di Sandra.

Un epilogo ambiguo e suggestivo

Anatomia di una caduta

Una vittoria non appagante, perché come rimarcato da Sandra non c’è nessun premio da ritirare, ma solo cocci di un’esistenza, da ricomporre o gettare via. In un epilogo ambiguo e suggestivo, che celebra la vita nella sua imperfezione ma anche i dubbi che la governano, da persona libera e innocente Sandra rientra nella sua casa, mai così buia e lugubre, dove la aspetta Daniel, rincuorato per la fine del processo ma allo stesso tempo con una parte di lui ancora dubbiosa sull’innocenza della madre.

Restano così un amore paradossalmente fortificato dalla morte e due vite da ricostruire, nella consapevolezza che potranno essere figlie della menzogna. Un’indecisione comune a noi spettatori, che non possiamo fare pienamente affidamento né su un testimone tutt’altro che imparziale né sulle immagini, anch’esse potenzialmente frutto di fantasia e distorsione.

In questo processo in cui tutti gli uomini chiamati a deporre si pronunciano in direzione della colpevolezza di Sandra, tutte le donne si espongono invece in favore dell’innocenza e un figlio cieco sancisce, pur con titubanza, l’innocenza della madre, l’unico elemento di purezza ed equidistanza sembra proprio il cane Snoop, continuamente inquadrato dalla regista e per poco sopravvissuto alla ricerca della verità.

Nella scena che chiude Anatomia di una caduta, Snoop si allontana temporaneamente dal bambino che deve sorvegliare e si accovaccia vicino a Sandra per dormire insieme a lei. Implicito suggerimento sui reali avvenimenti o ennesimo depistaggio da parte di Justine Triet? Sta a noi deciderlo.

Anatomia di una caduta è disponibile on demand e in home video su Cgtv e negli altri principali store.

Overall
8.5/10

Valutazione

Justine Triet firma un’opera stratificata e densa di contenuti; un’angosciante e impossibile ricerca della verità in bilico fra legal drama e dramma familiare, capace di restare impressa nell’animo degli spettatori.

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Il mondo dietro di te: recensione del film con Julia Roberts ed Ethan Hawke

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Il mondo dietro di te

Negli ultimi decenni, raramente abbiamo provato una sensazione di incombente fine paragonabile a quella che stiamo vivendo adesso. Fra conflitti militari che coinvolgono potenze armate di bombe atomiche. estremismi politici di ogni sorta, catastrofi sanitarie e cambiamento climatico, il presente e il futuro prossimo non sono mai stati così cupi e foschi. In questo clima si inserisce con lucidità e inquietante puntualità Il mondo dietro di te, angosciante thriller fantapolitico Netflix diretto da Sam Esmail (già alla regia dei successi televisivi Mr. Robot e Homecoming), tratto dall’omonimo romanzo di Rumaan Alam.

Un’opera che arriva con un tempismo perfetto, in bilico fra i pericoli per l’umanità già citati e una sempre presente voglia di evasione, simboleggiata dall’ossessione per Friends di una delle protagoniste e dalla stessa Netflix, che con la sua spinta al binge watching è stata un’ancora di salvezza per tante persone nei momenti più bui della pandemia. Il risultato è un racconto fortemente politico (non a caso fra i produttori esecutivi ci sono Barack e Michelle Obama), che affonda le mani nelle inquietudini del presente per metterci in guardia su un futuro tutt’altro che rassicurante, avvalendosi della bravura e del carisma di un cast con star del calibro di Julia Roberts, Mahershala Ali, Ethan Hawke e Kevin Bacon.

Il mondo dietro di te: un inquietante monito per un mondo sull’orlo del collasso

Il mondo dietro di te
CR: Courtesy NETFLIX

Al centro della vicenda c’è la famiglia newyorkese dei Sandford. Amanda (Julia Roberts) è una pubblicitaria asociale, che per sorprendere il marito Clay (Ethan Hawke) e i figli decide di prenotare per un intero weekend una sontuosa villa nei pressi della costa. Partiti con le migliori intenzioni, fin dal momento dell’arrivo i membri della famiglia si trovano però coinvolti in avvenimenti decisamente strani. Il primo di questi è l’improvviso arenamento di una petroliera sulla spiaggia, ma a stretto giro si interrompono anche le linee telefoniche e la rete dati Internet. Quest’ultimo evento è particolarmente deleterio per la giovane Rose (Farrah Mackenzie), che essendo coinvolta in una maratona dedicata a Friends manifesta frustrazione per non potere vedere il sospirato finale.

A esacerbare ulteriormente gli animi è l’arrivo presso l’abitazione di G.H. Scott (Mahershala Ali) e della figlia Ruth (Myha’la Herrold). L’uomo si presenta come il legittimo proprietario dell’abitazione e propone una pacifica convivenza fino al termine dell’emergenza, per l’insofferenza di Amanda. Fra i Sandford e gli Scott non scorre buon sangue, ma il clima di diffidenza viene forzatamente messo in secondo piano dal deteriorarsi della situazione all’esterno, che fa temere un attacco terroristico su scala nazionale o addirittura l’inizio di una guerra.

Qualche semplificazione narrativa di troppo

Il mondo dietro di te
CR: Courtesy NETFLIX

Come in uno degli incubi magistralmente portati sul grande schermo da Jordan Peele e M. Night Shyamalan, Sam Esmail tratteggia un amaro e raggelante quadro di una società sempre più involuta, che anche di fronte all’emergenza si divide in fazioni e si affida alla diffidenza e alla sfiducia, trasformando la tecnologia nell’unico faro da seguire, in maniera cieca e acritica. Il quadro che ne deriva è quello di un mondo a un passo dal baratro, a cui basta una piccola spinta per precipitare.

Sam Esmail gioca proprio su queste fragilità, dando vita a un racconto carico di tensione e mistero, che fin dai primi minuti spinge lo spettatore a chiedersi cosa stia succedendo, chi siano i colpevoli e quali siano le loro motivazioni. Domande che funzionano dal punto di vista dell’intrattenimento, ma non devono fare dimenticare le premesse, ben sviscerate dal regista.

Il mondo dietro di te non è scevro da qualche semplificazione narrativa di troppo, come i vari colloqui fra i diversi membri delle famiglie (volti a superare o confermare i pregiudizi), le frequenti apparizioni degli animali (simbolo di una natura che avvisa l’uomo della catastrofe imminente) o un finale che svela un po’ troppo, togliendo qualcosa all’ambiguo fascino del racconto. Nonostante ciò, siamo di fronte a un film per piattaforma che fa rimpiangere la mancata uscita in sala e si inserisce con tempestività e perspicacia nel dibattito pubblico.

Il mondo dietro di te e la politica

Il mondo dietro di te
CR: JoJo Whilden/NETFLIX

La dimensione politica de Il mondo dietro di te è completata dagli evidenti richiami alla presidenza di Donald Trump e in particolare all’Assalto al Campidoglio, con una rivolta limitata nel tempo e nelle vittime ma non meno grave e significativa. Tremendamente attuali anche il personaggio di Kevin Bacon, complottista reazionario e guerrafondaio che ha comunque il sorprendente merito di fornire una chiave di lettura abbastanza precisa e credibile per gli eventi, e la rivolta delle Tesla, altro monito lanciato dal film a un’umanità asservita all’intelligenza artificiale e all’automazione.

Emerge invece l’umanità più vera e imperfetta, che danza sul crinale della tragedia senza mai rinunciare all’evasione. È questo il caso del trasandato e ironico personaggio di Ethan Hawke (sempre più a suo agio in questi ruoli), della piccola Rose che ha nelle storie l’unica via di fuga da una realtà deprimente e in fondo anche della misantropa Sandra, che pur in mezzo a un disastro riesce a superare le sue remore e a riscoprire la piacevolezza e la leggerezza attraverso il prossimo.

Il mondo dietro di te: fra mistero e suggestione

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Sam Esmail ha il merito di farcire il racconto di misteri con invidiabile coerenza, traendo il meglio anche da quelli più deboli (i rumori assordanti che sconvolgono i protagonisti), concedendosi qualche finezza registica (assistiamo più volte a eventi da un punto di vista quantomeno bizzarro come quello dello spazio, con possibili risvolti interpretativi) e mantenendo un livello di ambiguità tale da lasciare comunque spazio a diverse contrastanti teorie sugli eventi narrati.

La ciliegina sulla torta è lo spiazzante e beffardo finale, già diventato a suo modo cult. Con il mondo che cade a pezzi e l’Apocalisse che si avvicina, forse la soluzione migliore è veramente quella di mettersi al riparo ed evadere dalla realtà insieme alle nostre serie preferite, preparandosi a una lunga e tormentata attesa.

Il mondo dietro di te è disponibile su Netflix.

Overall
8/10

Valutazione

Il mondo dietro di te si rivela uno dei migliori film originali Netflix, in costante equilibrio fra l’evasione e la riflessione proprio come i suoi protagonisti.

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Madame Web: recensione del film con Dakota Johnson e Sydney Sweeney

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Madame Web

Un cinecomic ambientato nel 2003 che sembra anche girato nel 2003, per l’approccio ingenuo e superficiale a un genere che negli ultimi 20 anni è diventato sempre più evoluto e stratificato; una origin story goffa e raffazzonata, che racconta la genesi di quattro supereroine senza avere o costruire le basi per un reale interesse dello spettatore; un action-thriller scialbo e anonimo, con un villain bidimensionale e una gestione dilettantesca delle sequenze più concitate. Tutto questo è Madame Web, nuovo capitolo del sempre più traballante Sony’s Spider-Man Universe che riesce nel miracolo di mettere per una volta d’accordo spettatori e critici statunitensi ed europei, pressoché unanimi nel definirlo uno dei peggiori blockbuster degli ultimi anni.

Dopo i primi due capitoli di Venom e il fallimentare Morbius, il franchise che dovrebbe in qualche modo fondere le storie dei personaggi secondari legati a Spider-Man con il personaggio già al centro del Marvel Cinematic Universe si allarga verso nuovi personaggi, in un racconto tutto al femminile diretto da S. J. Clarkson, alla sua prima regia cinematografica dopo una lunga e proficua carriera in televisione. Al centro della vicenda ci sono Cassandra Webb (interpretata da Dakota Johnson) e le tre future donne ragno Julia Carpenter, Mattie Franklin e Anya Corazon, impersonate rispettivamente da Sydney Sweeney, Celeste O’Connor e Isabela Merced. A legarle i comuni problemi con la genitorialità e soprattutto la minaccia di Ezekiel Sims (Tahar Rahim), intenzionato a eliminare le tre giovani in seguito a una misteriosa visione del futuro.

Madame Web: approssimazione, inconsistenza e mediocrità per il punto più basso dei cinecomic

Un abborracciato prologo in Sud America, con protagonista Kerry Bishé, delinea sommariamente la figura di Madame Web, nata proprio in mezzo alla giungla durante una missione della madre, in cerca di un ragno in cui potrebbe risiedere la cura per una rara malattia. Proprio il potere del ragno porta Sims a uccidere la madre di Cassandra, che a sua volta appena nata viene salvata da una tribù attraverso il potere dell’aracnide. Cresciuta e impiegata come paramedico, Cassandra scopre fortunosamente di avere poteri di chiaroveggenza, che le permettono di vedere e modificare il futuro pochi istanti prima che esso avvenga. Conosce così che le tre future donne ragno, che protegge diventando di fatto la loro guida, nonostante la sua avversione per i figli.

Proprio il concetto di genitorialità disfunzionale, stiracchiato in lungo e in largo da ogni prospettiva, è l’unica idea valida di un’opera sconcertante, che sembra ignorare volutamente non solo i mutamenti dei cinecomic degli ultimi anni, ma anche le più basilari regole di coinvolgimento dello spettatore, continuamente impegnato a tappare i buchi di una storia che imbarca acqua da tutte le parti. La sceneggiatura che Matt Sazama e Burk Sharpless (già autori dello script di Morbius) hanno scritto insieme a Claire Parker e alla stessa S. J. Clarkson è il palese risultato di ripetute rimasticature e revisioni, capaci di generare solo confusione e incoerenza.

Non vanno meglio le cose dal punto di vista della regia, che si focalizza sempre sulle cose meno interessanti e con la soluzione più banale, senza mai preoccuparsi di raccontare per immagini e affidandosi a una fotografia sbiadita e totalmente priva di suggestione. Spaesati e privi di mordente anche gli interpreti, a partire da Dakota Johnson, priva del carisma di una supereroina ma anche di una struttura narrativa in grado di agevolarla.

Il fantasma di Spider-Man

S. J. Clarkson è più interessata a ricordarci continuamente che siamo nel 2003 (attraverso scritte, musica e richiami estetici) che a costruire le personalità dei suoi personaggi e le regole del loro universo. Le principali svolte narrative sono appiccicate alla meno peggio all’interno del racconto, senza una progressione degna di questo nome. Il risultato è che la protagonista appare come una semplice pedina in balia degli eventi, priva di emozioni e motivazioni per sconfiggere il villain della situazione, a sua volta cattivo solo perché lo deve essere e pericoloso per poteri mai spiegati. Ancora più deficitaria la caratterizzazione delle tre future donne ragno, accomunate solo dal cattivo rapporto coi genitori (si arriva a rimpiangere Batman v Superman: Dawn of Justice) e vere eroine solo per pochi secondi all’interno di sconclusionate visioni del futuro. A essere penalizzata è soprattutto la star in ascesa Sydney Sweeney, confinata nello stereotipo di sexy nerd.

La stessa figura di Spider-Man, che teoricamente dovrebbe essere centrale per questo universo cinematografico, viene richiamata soprattutto attraverso vaghe allusioni alla figura del ragno o con un’altra scena di caduta nel vuoto, decisamente meno suggestiva e densa di significato rispetto a quelle già ammirate in The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro e Spider-Man: No Way Home. Emblema della superficialità e dell’approssimazione insite nell’intero progetto è l’aberrante utilizzo dei personaggi degli incolpevoli Adam Scott ed Emma Roberts: lecito chiedersi se la maggior parte degli spettatori di Madame Web si sia resa conto che essi interpretano Ben e Mary Parker, rispettivamente zio e madre del celeberrimo Peter Parker.

Madame Web: la pietra tombale del Sony’s Spider-Man Universe?

Se le ultime uscite del Marvel Cinematic Universe hanno evidenziato un calo probabilmente fisiologico del genere supereroistico, il Sony’s Spider-Man Universe sembra sempre più intenzionato a scavarsi la fossa da solo. Morbius era un progetto mediocre sotto tutti gli aspetti, ma Madame Web riesce a fare addirittura peggio, dando vita non solo a una origin story priva di qualsiasi spunto di interesse, ma anche a un racconto concepito e messo in scena senza un minimo di rispetto nei confronti dello spettatore, nella fallace convinzione che bastino un accenno ai superpoteri, qualche frettolosa scazzottata, una manciata di star e un paio di strizzate d’occhio al mondo nerd per realizzare un cinecomic quantomeno accettabile.

Madame Web è disponibile nelle sale italiane dal 14 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
3/10

Valutazione

Madame Web manca tutti i propri obiettivi, dando vita a un racconto senz’anima fallimentare sia dal punto di vista dell’intrattenimento fine a se stesso, sia in ottica della costruzione del sempre più traballante Sony’s Spider-Man Universe.

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