Il cielo in una stanza Il cielo in una stanza

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Il cielo in una stanza: recensione del film di Carlo Vanzina

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Il cielo in una stanza è un film del 1999 scritto (insieme al fratello Enrico) e diretto da Carlo Vanzina. Il film segna l’esordio sul grande schermo del futuro regista di Lo chiamavano Jeeg Robot Gabriele Mainetti, che affianca il diciottenne Elio Germano in un appassionato e malinconico viaggio nell’Italia degli anni ’60. Presenti inoltre nel cast Ricky Tognazzi, Maurizio Mattioli, Francesco Venditti, Tosca D’Aquino e Cristiana Capotondi.

Il cielo in una stanza: i dolci anni ’60 di Carlo VanzinaIl cielo in una stanza

Il giovane Marco (Gabriele Mainetti) vive un rapporto conflittuale con il padre Paolo (Ricky Tognazzi), che lo rimprovera continuamente per la sua immaturità. Dopo l’ennesima litigata per un rientro tardivo di Marco, con conseguente nottata in bianco per Paolo, i due hanno un acceso confronto, che termina con il figlio che accusa il padre di non riuscire a comprenderlo per la sua età avanzata.

Come per incanto, Marco si ritrova improvvisamente sbalzato negli anni ’60 insieme al padre tornato ragazzo (Elio Germano), che gli fa toccare con mano i tempi della sua giovinezza. Fra (dis)avventure sentimentali, confronti con il padre di Paolo (Maurizio Mattioli) e scorribande con gli amici Massimo (Alessandro Cianflone) e Claudio (Francesco Venditti), Marco scopre i favolosi anni ’60 e un padre diverso dal rigido e brontolone controllore con cui è abituato a scontrarsi, ritrovando una forte connessione umana e affettiva con lui.

Il cielo in una stanza

Se dovessimo optare per un film capace di sintetizzare tutto il cinema dell’odiato (prima) e compianto (poi) Carlo Vanzina, nei suoi tanti pregi e nei suoi innegabili difetti, la nostra scelta ricadrebbe probabilmente non sui più apprezzati Sapore di mare e Vacanze di Natale o sui cult Il ras del quartiere, Vacanze in America o Yuppies, ma proprio sull’intimo, anacronistico e ai più dimenticato Il cielo in una stanza. Un film di una sgangherata forza e di una goffa dolcezza, che ha il pregio di raccontare un pezzo di storia d’Italia e il sempreverde scontro generazionale fra padri e figli meglio di molte pellicole più celebrate.

Il cielo in una stanza: in Lambretta con Elio Germano e Gabriele Mainetti per le vie di una Roma dal fascino immutabile

Una sfuriata come tante fra figlio e genitore, a base di Cerca di crescere! e Tu non mi capisci!, viene sfruttata da Carlo Vanzina come pretesto per tornare nell’epoca che ha segnato la sua esistenza e il suo modo di intendere la vita e il cinema, ovvero i favolosi anni ’60. Saliamo così insieme a Elio Germano e Gabriele Mainetti a bordo di una Lambretta scassata, per un viaggio fra le vie di una Roma che sembra non essere cambiata mai, e che forse in buona parte non cambierà mai, rivivendo esperienze universali, in cui è facile immedesimarsi in qualsiasi epoca, come i maldestri tentativi di aggirare le regole imposte dai genitori, le piccole grandi avventure adolescenziali con gli amici o quegli amori così dirompenti da dare la sensazione di spaccarci il cuore.

Costeggiamo così Villa Borghese, prima di raggiungere gli amici di sempre a una Piazza Euclide immutata nel tempo (vedere oggi per credere), sognando le luci e i colori del mitico Piper Club, crocevia culturale degli anni ’60. Il tutto a ritmo di brani storici della musica leggera nostrana come Il mondo, Andavo a cento all’ora, Che colpa abbiamo noi o proprio Il cielo in una stanza, sullo sfondo di un’Italia che non c’è più, fatta di gite fuori porta, partite ascoltate alla radio e il mito delle bellezze straniere.

Il cielo in una stanza: l’anarchico viaggio nel tempo e nei ricordi di Carlo Vanzina

Il cielo in una stanza

L’approccio di Carlo Vanzina al racconto è da vero e proprio anarchico del cinema, che se ne infischia di tutte le regole non scritte di sceneggiatura e di intreccio per andare dritto al nucleo emozionale della storia. L’arrivo di un perfetto Gabriele Mainetti negli anni ’60 è quanto di più rudimentale si possa fare sul grande schermo, senza la minima introduzione delle regole e dei meccanismi con cui avviene questo spiazzante salto nel tempo. La gestione di alcuni risvolti dell’avventura di padre e figlio indietro nel tempo è, se possibile, ancora peggiore: nessuno si chiede mai chi sia e da dove provenga Marco (nemmeno i professori dei quali segue le lezioni!) e tutti accettano abbastanza tranquillamente il suo modo di vestire, impensabile per l’epoca, mentre Paolo, pur nella piena coscienza di chi è nel presente, sembra non avere alcun ricordo del proprio passato.

In un altro contesto, per un altro regista e per un diverso tipo di cinema, queste scelte avrebbero affossato l’intero film (vengono stroncate settimanalmente pellicole per presunti “buchi di sceneggiatura” molto meno gravi). Ma Il cielo in una stanza sfugge a qualsiasi tipo di argine logico, immergendoci in una favola per adulti che rende anche il più rozzo dei personaggi (pensiamo per esempio a quello di Maurizio Mattioli, che teme l’omosessualità del figlio perché sempre in compagnia di un altro ragazzo) o il più grossolano degli sketch (l’incontro di gruppo con la prostituta interpretata da Tosca D’Aquino) parte di un discorso che va oltre la rievocazione nostalgica, toccando il nervo scoperto del delicato rapporto fra padre e figlio, forzatamente segnato da differenti punti di vista con cui osservare la vita e il cambiamento di costumi e morale.

Il cielo in una stanza: uno struggente rapporto fra padre e figlio

Il gioco di Carlo Vanzina è esplicito, le forzature di trama sono funzionali al racconto e le tante spassose volgarità diventano chiavi emotive per addentrarci fra le pieghe del rapporto di Marco e Paolo. Dall’ostilità iniziale, padre e figlio si avvicinano sempre più, ribaltando progressivamente i loro ruoli di guida e giovane inesperto, come nelle migliori fiabe. I giovani Elio Germano e Gabriele Mainetti sono abili a esaltare le sfumature dei rispettivi personaggi, in piccoli e grandi gesti (Marco che copre amorevolmente il giovane padre o che dà il proprio commosso assenso alla scelta di Paolo di rimanere accanto a un amico in difficoltà) davanti ai quali per un figlio è difficile rimanere indifferenti.

Il cielo in una stanza abbatte infatti tutte le nostre barriere sociali, culturali ed emotive, riportandoci come d’incanto ai nostri sogni d’infanzia e al nostro innato desiderio di scoprire la gioventù dei nostri genitori, cercando connessioni fra ciò che hanno vissuto loro e ciò che siamo diventati noi. Fra spunti autobiografici, giocoso affetto e l’indomita passione per i “suoi” anni ’60, Carlo Vanzina mette così in scena uno struggente e anomalo rapporto genitoriale, che diventa al tempo stesso simbolo e superamento dello scontro generazionale.

Il cielo in una stanza racconta un’emozione e un’epoca unica e irripetibile

L’apice del film e la sintesi del punto di vista popolare e allo stesso tempo malinconico di Carlo Vanzina sulla settima arte è probabilmente rappresentato dalla dolcissima sequenza in cui il giovane Paolo bacia la bella Britt sotto la pioggia, con il figlio Marco a incitarlo e il padre ad approvare bonariamente l’evento, sulle note dell’immortale Il mondo di Jimmy Fontana, prima che l’idillio venga bruscamente interrotto. Sintesi di un cinema fatto più di cuore che di tecnica, più di umile artigianato che di elevato spessore culturale ma che, nonostante i suoi vistosi punti deboli, siamo certi che rimpiangeremo.

In definitiva, Il cielo in una stanza è un film che fra sgraziati viaggi nel tempo, improbabili dialoghi, una bonarietà di fondo e un finale troppo appeso per incidere veramente riesce nel miracolo di raccontare un’emozione, un desiderio e un’epoca unica e irripetibile. Una pellicola che trasforma le proprie imperfezioni in forza, toccando sentimenti sopiti ma sempre attuali, con buona pace degli odiatori da tastiera e dei detrattori per partito preso del cinema popolare italiano.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano

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Hen – Storia di una gallina: recensione del DVD

Recensione del DVD di Hen – Storia di una gallina, il film di György Pálfi premiato a Toronto e alla Festa del Cinema di Roma, distribuito in Italia da Officine UBU ed edito da CG Entertainment.

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Hen - Storia di una gallina

L’Home Video può andare oltre la semplice rivalutazione e trasformarsi anche in vero e proprio recupero di opere piccole ma preziose, che l’affollamento delle uscite in sala spesso non permette di gustare sul grande schermo. Hen – Storia di una gallina è l’esempio perfetto in questo senso: presentato in concorso nella sezione Platform del Toronto International Film Festival 2025, dove ha ottenuto una menzione speciale, e poi passato dalla Festa del Cinema di Roma e dal Tokyo International Film Festival, il film di György Pálfi è uscito nelle sale italiane il 28 maggio scorso grazie a Officine UBU, in un circuito di sale d’essai. Arriva ora in DVD per CG Entertainment.

In fuga da un allevamento intensivo, una gallina dalle piume nere si rifugia nel cortile di un ristorante sulla costa greca. Qui si innamora, scopre la gerarchia del pollaio e cerca di proteggere le proprie uova dall’intervento umano. Intorno a lei, sullo sfondo di quella che resta a tutti gli effetti un’avventura animale, la vita umana fa il suo corso: il locale è lo snodo di un traffico clandestino di migranti, che la gallina finisce suo malgrado per attraversare, ora testimone ignara, ora elemento scatenante. Nel cast umano Ioannis Kokiasmenos nei panni del proprietario del ristorante, Maria Diakopanagioti, Argyris Pantazaras, Mahamod Bamerny e Antonis Kafetzopoulos.

Hen: una tragedia greca vista dal pollaio

Hen - Storia di una gallina

Chi conosce György Pálfi da Hukkle (2002) e Taxidermia (2006) ha ben nota la sua pluralità di sguardo. Hen – Storia di una gallina estende questa idea: la macchina da presa sta all’altezza del cortile e segue la gallina protagonista, mentre la vicenda dei trafficanti scorre ai margini dell’inquadratura, udita più che vista, capita a metà. È un rovesciamento di gerarchia narrativa che Pálfi stesso ha rivendicato: cosa succede quando noi esseri umani siamo la trama secondaria?

Il rischio della trovata sarebbe la gratuità, e invece Hen – Storia di una gallina tiene perché la struttura è solida: Pálfi ha dichiarato di aver lavorato sui meccanismi della tragedia greca antica, e in effetti il dispositivo è quello: destini incrociati, colpe che ricadono su chi non ha scelto, una domanda morale (si può essere assolti quando si è soltanto partecipanti passivi?) che il racconto pone senza mai enunciarla. La gallina non è un espediente da favola morale né un animale antropomorfizzato: resta una gallina, e proprio per questo funziona come misura della violenza che le accade intorno.

Otto galline e nessuna CGI: come György Pálfi ha girato Hen

Hen – Storia di una gallina

Il dato produttivo più sorprendente è anche quello che determina la forma del film: non c’è un solo fotogramma di animale digitale. La protagonista è interpretata da otto galline diverse (Eszti, Szandi, Feri, Enci, Eti, Enikő, Nóra e Anett) indistinguibili all’occhio, addestrate per mesi prima delle riprese e selezionate ciascuna per la propria specialità: chi correva meglio, chi beccava, chi sapeva restare ferma. Una scelta che ha imposto al film il proprio ritmo, perché una gallina regge la scena per venti o trenta minuti al massimo, e che ha costretto il cast umano a subordinarsi ai tempi della protagonista non umana.

Il risultato è una fisicità che nessuna animazione avrebbe restituito. La fotografia di Giorgos Karvelas, in un 2.39:1 usato quasi sempre in orizzontale e a pochi centimetri da terra, trasforma un cortile polveroso in un paesaggio; il montaggio di Réka Lehmhényi tiene i piani lunghi quanto basta perché l’attenzione si sposti dal gesto dell’animale al dettaglio umano che entra in campo. È un cinema di osservazione che, senza mai diventare documentario, ha con Gunda di Victor Kossakovsky più di un punto di contatto.

L’ordine di beccata: due gerarchie sovrapposte

La sostanza del film sta nella sovrapposizione fra il pollaio e il ristorante. Nel cortile vige l’ordine di beccata, la gerarchia che regola la convivenza delle galline attraverso segnali minimi e che la nuova arrivata deve imparare a leggere per sopravvivere. Al piano di sopra funziona esattamente lo stesso meccanismo, applicato agli esseri umani: chi comanda, chi esegue, chi paga, chi viene sacrificato. Pálfi non sottolinea mai il parallelo con una battuta o con un montaggio didascalico, e proprio per questo l’analogia arriva.

Va detto che il film sa anche essere divertente, e che l’ironia è parte integrante del progetto: le sequenze di corteggiamento, il rapporto con il cane, la goffaggine di certi movimenti producono una comicità che Pálfi cavalca senza mai forzarla in gag. È questa alternanza fra leggerezza e crudeltà, spesso nella stessa scena, a rendere Hen un’opera meno bizzarra di quanto la premessa lasci presagire, e semmai più dura di quanto l’immagine di copertina suggerisca. Il finale, che non anticipiamo, chiude il cerchio della tragedia senza concedere consolazioni.

Hen – Storia di una gallina: il DVD CG Entertainment, video, audio ed extra

Il DVD distribuito da CG Entertainment presenta il film nel formato originale 2.39:1, anamorfico 16/9, per una durata di 93 minuti. Il transfer in definizione standard compie un buon lavoro su un’immagine che vive di esterni assolati e di interni molto scuri. Sul fronte audio ci sono quattro tracce: italiano e originale, entrambi in Dolby Digital 5.1 e 2.0, con sottotitoli in italiano. La versione originale in greco è la scelta consigliata, non tanto per i dialoghi, che sono pochi, quanto perché il film lavora molto sul paesaggio sonoro del cortile, e il missaggio originale restituisce meglio la posizione dei versi e dei rumori intorno alla protagonista.

I contenuti speciali comprendono il trailer, una photogallery e un making of di circa undici minuti che vale da solo il prezzo del disco: è quasi interamente dedicato all’addestramento degli animali e al modo in cui la troupe ha dovuto riorganizzare il proprio lavoro attorno alle capacità e ai tempi di attenzione delle otto galline. Vedere come sono state ottenute alcune delle scene più complesse cambia la percezione del film e ne chiarisce il valore tecnico, che a una prima visione rischia di passare inosservato proprio perché nulla sembra costruito. Un’edizione sobria, senza libretti né confezioni da collezione, ma che rende giustizia a un film piccolo e singolare, difficile da incrociare in sala e perfetto da recuperare a casa.

Consigliato dalla redazione
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Ready Player One: recensione dell’edizione 4K Ultra HD

Recensione dell’edizione 4K Ultra HD (+ Blu-ray) di Ready Player One, il blockbuster di Steven Spielberg con Tye Sheridan, Olivia Cooke e Mark Rylance, distribuita in Italia da Arvitalia.

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Ready Player One è uno di quei film che sembrano nati per il 4K. Uscito nel 2018, il blockbuster di Steven Spielberg tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline è un’opera costruita sull’abbondanza: di immagini, di dettagli, di riferimenti nascosti in ogni angolo dell’inquadratura. L’edizione 4K Ultra HD (+ Blu-ray) del catalogo Warner Bros, distribuita in Italia da Arvitalia, è il formato in cui quell’abbondanza si trasforma in appagante esperienza cinematografica.

Siamo nel 2045 nella città di Columbus, ridotta a un agglomerato di roulotte impilate una sull’altra. Il mondo reale è un luogo arido e inquinato, e la vita vera si svolge altrove, dentro OASIS, l’universo virtuale creato dal geniale ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance). Alla sua morte, Halliday lascia in eredità la propria fortuna e il controllo di OASIS a chi per primo troverà un Easter Egg nascosto nel sistema. Il giovane Wade Watts (Tye Sheridan) decide di entrare nella caccia al tesoro, insieme ad Art3mis (Olivia Cooke) e a un gruppo di altri giocatori, contro la corporation IOI guidata dal cinico Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn).

Ready Player One: la nostalgia come materiale da costruzione

Ready Player One è un vero e proprio catalogo di cultura pop e nerd, che spaziano da Il gigante di ferro a Ritorno al futuro, passando per King Kong, Chucky e i Gundam. Steven Spielberg, che di quell’immaginario anni ’80 e ’90 è stato uno dei principali artefici, lo maneggia con un distacco che il romanzo di Cline non aveva, trasformando la nostalgia nerd in una riflessione sulla società contemporanea e sulla solitudine che la affligge. Halliday non è un eroe: è un uomo che ha passato la vita a rifugiarsi nella cultura pop per non affrontare le persone, e il suo lascito è una caccia al tesoro che premia chi impara a non focalizzarsi solo sul virtuale e a vivere il mondo reale.

A distanza di anni e dopo una stagione di prodotti che hanno spremuto lo stesso filone con molta meno consapevolezza, Ready Player One appare come un’opera più lucida e malinconica di quanto potesse sembrare al momento dell’uscita: una riflessione sul rapporto fra corpo e avatar, sul lavoro digitale sottopagato, sul potere dei mondi virtuali e delle big tech, tutte cose che nel frattempo sono diventate cronaca.

Spielberg, Kaminski e la sequenza dell’Overlook Hotel

Ready Player One

Dal punto di vista della messa in scena, il direttore della fotografia Janusz Kaminski si confronta con due fotografie nettamente separate: il reale desaturato, sporco, girato con una macchina a mano nervosa fra le lamiere delle Cataste, e OASIS come spazio a colori saturi, dove la camera non ha vincoli fisici e attraversa scenari impossibili in piani sequenza digitali. La corsa d’apertura, con il T-Rex e King Kong lungo la Sixth Avenue, resta uno dei pezzi d’azione più densi mai orchestrati da Spielberg. Il passaggio più noto di Ready Player One è però quello ambientato dentro l’Overlook Hotel di Shining, ricostruito digitalmente da Adam Stockhausen inquadratura per inquadratura. Una sequenza che funziona su tre livelli contemporaneamente: omaggio, narrativa e vera e propria scena horror, che per densità di dettaglio e per il minuzioso lavoro sul suono è il banco di prova ideale di qualunque impianto Home Video domestico. Da sottolineare anche la partitura di Alan Silvestri, che cita sé stesso e l’epoca senza mai tramutarsi in mera compilation.

Ready Player One in 4K: video Dolby Vision e audio Dolby Atmos

Ready Player One

L’edizione Arvitalia raccoglie il disco 4K Ultra HD e il Blu-ray del film, per una durata di circa 139 minuti nel formato 2.4:1. Il master 2160p con codifica HEVC e Dolby Vision è il motivo per cui vale la pena passare al 4K: la resa dell’HDR sulle sequenze in OASIS (neon, riflessi metallici, esplosioni cromatiche) restituisce una gamma che il Blu-ray comprime inevitabilmente, mentre le sequenze nel mondo reale guadagnano soprattutto in dettaglio sui materiali e sulle scenografie delle cataste.

Sul fronte audio, l’inglese dispone di una traccia Dolby Atmos-TrueHD spettacolare, che sfrutta i canali in altezza in modo tutt’altro che decorativo, in particolare nella corsa iniziale e nella battaglia finale; l’italiano si ferma a un DTS-HD Master Audio 5.1, ottimo nel suo formato ma con una scena sonora inevitabilmente meno avvolgente. Chi possiede un impianto più strutturato ha un motivo in più per preferire la versione originale. Completano il quadro numerose tracce in Dolby Digital 5.1 per altre lingue e una dotazione molto ampia di sottotitoli, inclusi quelli per non udenti in italiano e inglese.

Ready Player One: i contenuti speciali dell’edizione 4K Ultra HD

Ready Player One

Gli extra superano i 90 minuti complessivi e sono tutti ospitati sul Blu-ray, in alta definizione ma senza HDR. Il pezzo forte è Game Changer: Cracking the Code, documentario da poco meno di un’ora che ripercorre l’intera lavorazione fra interviste e materiale dal set: è la voce più completa dell’edizione e chiarisce quanto del film sia stato progettato in performance capture prima ancora di esistere come immagine. Lo affianca Effects for a Brave New World, venticinque minuti dedicati agli effetti visivi, dal concept art alle soluzioni pratiche fino al motion capture.

Gli altri quattro contributi sono più brevi ma tutt’altro che marginali: The ’80s: You’re the Inspiration ricostruisce la rete di citazioni che ha reso possibile metterle tutte nello stesso film; High Score: Endgame è dedicato al lavoro di Alan Silvestri sulla partitura; Level Up: Sound for the Future entra nel sound design, ed è il complemento naturale alla traccia Atmos; Ernie & Tye’s Excellent Adventure mette insieme Ernest Cline e Tye Sheridan in un dietro le quinte più informale. Un pacchetto sostanzioso, che insieme al comparto tecnico fa di questa edizione la versione definitiva di un film che racchiude passioni, vizi e contraddizioni del filone di nostalgia pop e nerd degli ultimi anni.

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Heart of the Beast: recensione del film con Brad Pitt

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Heart of the Beast

Il lungo e florido filone dei film sui cani si arricchisce di un nuovo toccante esponente, Heart of the Beast di David Ayer. Un survival movie dal retrogusto nostalgico, che guarda alla Hollywood del passato sia per la messa in scena del tortuoso cammino di una star nella natura incontaminata, sia per la rappresentazione machista del protagonista, che peraltro è un ex ufficiale delle Forze Speciali. A incarnare questo uomo fuori dal tempo e senza una meta è Brad Pitt, che insieme a Tom Cruise negli ultimi anni si sta proponendo sempre più spesso come baluardo dell’analogico e del passato, in contrapposizione alla frenetica modernità digitale. Sono lì a dimostrarlo il recente F1 – Il film e soprattutto C’era una volta a… Hollywood, altra opera in cui Brad Pitt condivide la scena con un amico a quattro zampe.

Ad affiancarlo stavolta c’è Odino, cane militare con cui James Belmont ha condiviso missioni difficili e pericolose. Dopo il congedo di entrambi, i due vanno in cerca di nuove avventure in Alaska, in mezzo a una natura selvaggia e inospitale, ma allo stesso tempo incredibilmente suggestiva. Durante un’escursione in volo, James ha però un attacco cardiaco, che porta a un drammatico incidente. Per uomo e cane è l’inizio di una serie di terribili disavventure, da fronteggiare insieme facendosi forza a vicenda, proprio come sul campo di battaglia. Una storia di amicizia e coraggio, contro un destino cinico e un ambiente ostile.

Heart of the Beast: l’amicizia fra uomo e cane in una natura severa e inospitale

Heart of the Beast

David Ayer non va per il sottile, e con Heart of the Beast mette in scena un racconto semplice ma efficace, imperniato sul rapporto fra James e Odino e sulle sfide che devono affrontare insieme. Dopo gli action duri e puri con Jason Statham The Beekeeper e A Working Man, il regista compie un’evoluzione, cercando di coniugare l’azione con una riflessione più ampia sull’amicizia e sul rapporto con la natura. Tutto questo senza rinunciare alla rappresentazione dei militari, presenze ricorrenti nel cinema di Ayer già dai tempi di Fury e Bright. Il risultato è un’opera che dal punto di vista etico e morale scricchiola più volte ma riesce a reggersi in piedi, proprio come i protagonisti del racconto.

Certo, la sensibilità odierna fatica a confrontarsi con un’ex ufficiale delle Forze Speciali alle prese con disturbo da stress post-traumatico e in volontario isolamento dalla società e dalle sue convenzioni. Un Rambo contemporaneo, taciturno e abbandonato dalle istituzioni a cui ha donato la sua intera esistenza, che trova però il suo perfetto controcampo emotivo in un devoto e fidato pastore tedesco. I due si prendono cura l’uno dell’altro, con soluzioni narrative didascaliche ma funzionali, come gli aneddoti raccontati da James a uno sconosciuto (J. K. Simmons) o gli incubi dello stesso Odino, che rievocano gli orrori del campo di battaglia. Sono paradossalmente questi i momenti in cui Heart of the Beast funziona di più, con il carisma di Brad Pitt e un rapporto che non ha bisogno di parole che riescono a compensare una scrittura elementare.

Un commovente crescendo di emozioni

Heart of the Beast

Anche se l’azione è necessaria per movimentare una storia altrimenti estremamente lineare, David Ayer calca un po’ troppo la mano, dando vita a una serie di sciagure sanitarie, ambientali e faunistiche che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità e a tratti risultano ridondanti. L’intento del regista è chiaro: esorcizzare il passato bellico di uomo e cane con una riproposizione delle dinamiche di battaglia, dove stavolta è Odino a supportare maggiormente il proprietario, sempre più debole e malandato; tutto ciò in un forzato cammino di ritorno verso la civiltà, da cui i due si erano allontanati per cercare nei vuoti a rendere americani la pace a loro preclusa.

Se si sta al gioco e si accetta la rappresentazione fin troppo bonaria della mentalità militare, Heart of the Beast è però in grado di regalare emozioni, grazie al riuscito contrasto fra emergenze sempre più gravi e l’indistruttibile amore fra James e Odino, che danno la sensazione di poter superare insieme qualsiasi ostacolo. Il climax conclusivo è prevedibile nelle dinamiche e basilare nella messa in scena, ma non per questo meno travolgente. Questa battaglia contro la natura rude e a tratti filo-militare riesce così a commuovere, e non solo per merito di Odino, ma grazie anche a un Brad Pitt abile a recitare in sottrazione e a trovare umanità e sentimenti anche in un uomo incattivito dalla vita e dal destino. Più Corvo rosso non avrai il mio scalpo! che Hachiko – Il tuo migliore amico, più Revenant – Redivivo che Il richiamo della foresta, ma Heart of the Beast riesce comunque a toccare il cuore degli amanti del migliore amico dell’uomo, traendo il massimo da dettagli come la cura di una zampa ferita e da soluzioni forse scontate ma sempre valide, come uno sguardo mogio o una corsa a perdifiato verso una nuova pagina da scrivere.

Heart of the Beast

Heart of the Beast è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuìto da Eagle Pictures.

7/10
Il voto di Marco Paiano
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