Il cielo in una stanza: recensione del film di Carlo Vanzina

Il cielo in una stanza: recensione del film di Carlo Vanzina

Il cielo in una stanza è un film del 1999 scritto (insieme al fratello Enrico) e diretto da Carlo Vanzina. Il film segna l’esordio sul grande schermo del futuro regista di Lo chiamavano Jeeg Robot Gabriele Mainetti, che affianca il diciottenne Elio Germano in un appassionato e malinconico viaggio nell’Italia degli anni ’60. Presenti inoltre nel cast Ricky Tognazzi, Maurizio Mattioli, Francesco Venditti, Tosca D’Aquino e Cristiana Capotondi.

Il cielo in una stanza: i dolci anni ’60 di Carlo VanzinaIl cielo in una stanza

Il giovane Marco (Gabriele Mainetti) vive un rapporto conflittuale con il padre Paolo (Ricky Tognazzi), che lo rimprovera continuamente per la sua immaturità. Dopo l’ennesima litigata per un rientro tardivo di Marco, con conseguente nottata in bianco per Paolo, i due hanno un acceso confronto, che termina con il figlio che accusa il padre di non riuscire a comprenderlo per la sua età avanzata.

Come per incanto, Marco si ritrova improvvisamente sbalzato negli anni ’60 insieme al padre tornato ragazzo (Elio Germano), che gli fa toccare con mano i tempi della sua giovinezza. Fra (dis)avventure sentimentali, confronti con il padre di Paolo (Maurizio Mattioli) e scorribande con gli amici Massimo (Alessandro Cianflone) e Claudio (Francesco Venditti), Marco scopre i favolosi anni ’60 e un padre diverso dal rigido e brontolone controllore con cui è abituato a scontrarsi, ritrovando una forte connessione umana e affettiva con lui.

Il cielo in una stanza

Se dovessimo optare per un film capace di sintetizzare tutto il cinema dell’odiato (prima) e compianto (poi) Carlo Vanzina, nei suoi tanti pregi e nei suoi innegabili difetti, la nostra scelta ricadrebbe probabilmente non sui più apprezzati Sapore di mare e Vacanze di Natale o sui cult Il ras del quartiereVacanze in America o Yuppies, ma proprio sull’intimo, anacronistico e ai più dimenticato Il cielo in una stanza. Un film di una sgangherata forza e di una goffa dolcezza, che ha il pregio di raccontare un pezzo di storia d’Italia e il sempreverde scontro generazionale fra padri e figli meglio di molte pellicole più celebrate.

Il cielo in una stanza: in Lambretta con Elio Germano e Gabriele Mainetti per le vie di una Roma dal fascino immutabile

Una sfuriata come tante fra figlio e genitore, a base di Cerca di crescere! e Tu non mi capisci!, viene sfruttata da Carlo Vanzina come pretesto per tornare nell’epoca che ha segnato la sua esistenza e il suo modo di intendere la vita e il cinema, ovvero i favolosi anni ’60. Saliamo così insieme a Elio Germano e Gabriele Mainetti a bordo di una Lambretta scassata, per un viaggio fra le vie di una Roma che sembra non essere cambiata mai, e che forse in buona parte non cambierà mai, rivivendo esperienze universali, in cui è facile immedesimarsi in qualsiasi epoca, come i maldestri tentativi di aggirare le regole imposte dai genitori, le piccole grandi avventure adolescenziali con gli amici o quegli amori così dirompenti da dare la sensazione di spaccarci il cuore.

Costeggiamo così Villa Borghese, prima di raggiungere gli amici di sempre a una Piazza Euclide immutata nel tempo (vedere oggi per credere), sognando le luci e i colori del mitico Piper Club, crocevia culturale degli anni ’60. Il tutto a ritmo di brani storici della musica leggera nostrana come Il mondoAndavo a cento all’ora, Che colpa abbiamo noi o proprio Il cielo in una stanza, sullo sfondo di un’Italia che non c’è più, fatta di gite fuori porta, partite ascoltate alla radio e il mito delle bellezze straniere.

Il cielo in una stanza: l’anarchico viaggio nel tempo e nei ricordi di Carlo Vanzina

Il cielo in una stanza

L’approccio di Carlo Vanzina al racconto è da vero e proprio anarchico del cinema, che se ne infischia di tutte le regole non scritte di sceneggiatura e di intreccio per andare dritto al nucleo emozionale della storia. L’arrivo di un perfetto Gabriele Mainetti negli anni ’60 è quanto di più rudimentale si possa fare sul grande schermo, senza la minima introduzione delle regole e dei meccanismi con cui avviene questo spiazzante salto nel tempo. La gestione di alcuni risvolti dell’avventura di padre e figlio indietro nel tempo è, se possibile, ancora peggiore: nessuno si chiede mai chi sia e da dove provenga Marco (nemmeno i professori dei quali segue le lezioni!) e tutti accettano abbastanza tranquillamente il suo modo di vestire, impensabile per l’epoca, mentre Paolo, pur nella piena coscienza di chi è nel presente, sembra non avere alcun ricordo del proprio passato.

In un altro contesto, per un altro regista e per un diverso tipo di cinema, queste scelte avrebbero affossato l’intero film (vengono stroncate settimanalmente pellicole per presunti “buchi di sceneggiatura” molto meno gravi). Ma Il cielo in una stanza sfugge a qualsiasi tipo di argine logico, immergendoci in una favola per adulti che rende anche il più rozzo dei personaggi (pensiamo per esempio a quello di Maurizio Mattioli, che teme l’omosessualità del figlio perché sempre in compagnia di un altro ragazzo) o il più grossolano degli sketch (l’incontro di gruppo con la prostituta interpretata da Tosca D’Aquino) parte di un discorso che va oltre la rievocazione nostalgica, toccando il nervo scoperto del delicato rapporto fra padre e figlio, forzatamente segnato da differenti punti di vista con cui osservare la vita e il cambiamento di costumi e morale.

Il cielo in una stanza: uno struggente rapporto fra padre e figlio

Il gioco di Carlo Vanzina è esplicito, le forzature di trama sono funzionali al racconto e le tante spassose volgarità diventano chiavi emotive per addentrarci fra le pieghe del rapporto di Marco e Paolo. Dall’ostilità iniziale, padre e figlio si avvicinano sempre più, ribaltando progressivamente i loro ruoli di guida e giovane inesperto, come nelle migliori fiabe. I giovani Elio Germano e Gabriele Mainetti sono abili a esaltare le sfumature dei rispettivi personaggi, in piccoli e grandi gesti (Marco che copre amorevolmente il giovane padre o che dà il proprio commosso assenso alla scelta di Paolo di rimanere accanto a un amico in difficoltà) davanti ai quali per un figlio è difficile rimanere indifferenti.

Il cielo in una stanza abbatte infatti tutte le nostre barriere sociali, culturali ed emotive, riportandoci come d’incanto ai nostri sogni d’infanzia e al nostro innato desiderio di scoprire la gioventù dei nostri genitori, cercando connessioni fra ciò che hanno vissuto loro e ciò che siamo diventati noi. Fra spunti autobiografici, giocoso affetto e l’indomita passione per i “suoi” anni ’60, Carlo Vanzina mette così in scena uno struggente e anomalo rapporto genitoriale, che diventa al tempo stesso simbolo e superamento dello scontro generazionale.

Il cielo in una stanza racconta un’emozione e un’epoca unica e irripetibile

L’apice del film e la sintesi del punto di vista popolare e allo stesso tempo malinconico di Carlo Vanzina sulla settima arte è probabilmente rappresentato dalla dolcissima sequenza in cui il giovane Paolo bacia la bella Britt sotto la pioggia, con il figlio Marco a incitarlo e il padre ad approvare bonariamente l’evento, sulle note dell’immortale Il mondo di Jimmy Fontana, prima che l’idillio venga bruscamente interrotto. Sintesi di un cinema fatto più di cuore che di tecnica, più di umile artigianato che di elevato spessore culturale ma che, nonostante i suoi vistosi punti deboli, siamo certi che rimpiangeremo.

In definitiva, Il cielo in una stanza è un film che fra sgraziati viaggi nel tempo, improbabili dialoghi, una bonarietà di fondo e un finale troppo appeso per incidere veramente riesce nel miracolo di raccontare un’emozione, un desiderio e un’epoca unica e irripetibile. Una pellicola che trasforma le proprie imperfezioni in forza, toccando sentimenti sopiti ma sempre attuali, con buona pace degli odiatori da tastiera e dei detrattori per partito preso del cinema popolare italiano.

  • Verdetto

3.5

Sommario

Carlo Vanzina ci dà un passaggio sulla sua Lambretta per un viaggio alle radici del rapporto fra padre e figlio nei favolosi anni ’60, superando le forzature a livello di trama e sceneggiatura per andare a scavare nei nostri ricordi e nelle nostre sopite emozioni.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.