Il Divin Codino: recensione del film Netflix su Roberto Baggio

Il Divin Codino: recensione del film Netflix su Roberto Baggio

Che cos’è un campione? Un’atleta che compie imprese eccezionali nel proprio sport e che esalta i tifosi con le sue giocate, certamente. Ma forse non è tutto qui. I campioni che sono davvero entrati nel cuore degli appassionati di tutto il mondo e di tutte le età hanno sempre mostrato una caratteristica in più, la loro fallibilità. Non solo gioie e trionfi, ma anche delusioni, sconfitte, cadute e risalite. E nello sport italiano, recentemente vero e proprio serbatoio del panorama dell’intrattenimento (solo negli ultimi mesi, abbiamo avuto Mi chiamo Francesco Totti, Speravo de morì prima e Il caso Pantani – L’omicidio di un campione) non c’è probabilmente un’atleta che sintetizzi questo concetto meglio di Roberto Baggio, a cui Netflix ha dedicato infatti il film Il Divin Codino, diretto da Letizia Lamartire (già alla regia di Baby) e disponibile sulla piattaforma dal 26 maggio.

Il Divin Codino: ritratto di un campione, fra delusioni e rivincite

Seguendo l’esempio di Aaron Sorkin e Danny Boyle, rispettivamente sceneggiatore e regista di Steve Jobs, per raccontare l’uomo e il campione Roberto Baggio la regista italiana si concentra su tre precisi momenti della sua vita, che coincidono con altrettanti fallimenti umani e sportivi: il primo grave infortunio, nel 1985 a Rimini con la maglia del Vicenza, il mondiale del 1994 con l’Italia, perso anche a causa di un suo rigore fallito nella finale contro il Brasile, e la vana rincorsa ai Campionati del Mondo del 2002 con la maglia azzurra, fermata dal commissario tecnico di allora Giovanni Trapattoni, nonostante un recupero a tempo di record di Baggio dopo un infortunio al ginocchio. Il risultato è un racconto parziale (Roberto Baggio è stato coinvolto nella produzione), limitato ma allo stesso tempo fedele del saliscendi emotivo e calcistico di uno dei giocatori più amati di sempre.

Il Divin Codino ha diversi punti di forza, tutt’altro che scontati. Il principale è il protagonista Andrea Arcangeli, che fa valere la sua somiglianza con Baggio, ma regala anche un’interpretazione molto misurata, efficace nel rendere la timidezza e l’umiltà che contraddistinguono il campione. Decisamente sorprendente sono inoltre le riprese ambientate sul campo di calcio, che per realismo e dinamicità non hanno nulla a che vedere con le sequenze posticce e raffazzonate a cui ci hanno abituato le nostre fiction e parte della nostra cinematografia.

Come avvenuto per la già citata miniserie Speravo de morì prima, in cui Greta Scarano è il perfetto contraltare emotivo ed espressivo del Francesco Totti di Pietro Castellitto, anche Il Divin Codino può contare su una spalla d’eccezione al protagonista, cioè il formidabile Andrea Pennacchi, autore di una formidabile interpretazione nei panni di Florindo Baggio, severo e distaccato (ma solo in apparenza) padre del fuoriclasse.

Tra campo e realtà

È proprio su una promessa del piccolo Roberto al padre che ruota Il Divin Codino: vincere i mondiali contro il Brasile. Un sogno comune a buona parte dei bambini che hanno preso almeno una volta a calci un pallone, capace di dare forza a Baggio nei momenti più difficili della sua vita professionale, ma anche di lasciargli una ferita che mai si rimarginerà, quel maledetto rigore tirato alle stelle al Rose Bowl di Pasadena.

Su questo continuo saliscendi emotivo di delusione e riscatto, Letizia Lamartire costruisce un racconto che ha il pregio della sincerità con cui mostra il Baggio privato (toccante anche il suo rapporto di complicità con la moglie Andreina, interpretata da Valentina Bellè), facendone intuire anche alcuni limiti, come il difficile rapporto con gli allenatori e con i compagni di squadra, ma anche la limitazione di un impianto narrativo che costringe la regista a saltare numerose fasi significative della sua carriera, come Italia ’90 (altro sogno svanito), il periodo alla Juventus e quello all’Inter, insieme al suo acerrimo nemico Marcello Lippi.

Se da una parte non possiamo che apprezzare il tentativo di realizzare un biopic forte di precise scelte artistiche, diverso dai tanti bignami audiovisivi che hanno affollato il nostro panorama televisivo, dall’altra non possiamo ignorare il punto di vista di chi, a digiuno di nozioni sulla carriera di Baggio, si trova di fronte a una sintesi eccessiva di 22 anni di vita sportiva, col rischio di non comprenderne i molteplici risvolti. In questo senso, fra i punti deboli de Il Divin Codino c’è sicuramente la messa in scena del buddhismo, banalizzato a insieme di riti necessari per il benessere psico-fisico del campione, senza il necessario approfondimento sui suoi principi, fondamentali per l’esistenza di Baggio.

Il Divin Codino: l’essenza di Roberto Baggio

Credits: Stefano Montesi/Netflix

Il Divin Codino riesce dunque a trasmettere l’essenza di Roberto Baggio, emozionando non solo con la riproduzione di alcune delle sue giocate, ma anche e soprattutto con la messa in scena di un campione martoriato dalla sfortuna e molto più solo di quanto ci si potrebbe aspettare, in particolare su quel campo in cui ci ha deliziato con le sue magie. Mentre i compagni sfilano accanto a Baggio senza lasciare traccia, come volti sconosciuti tra la folla, e gli allenatori vivono con lui rapporti di amore (Carlo Mazzone, interpretato da Martufello) e astio (Arrigo Sacchi e Giovanni Trapattoni), a emergere è l’unica vera certezza della vita del fuoriclasse, cioè la famiglia, che lo sostiene metaforicamente e fisicamente in uno dei momenti più struggenti de Il Divin Codino.

Certo, i livelli di epica applicata allo sport raggiunti recentemente da The Last Dance sono ancora lontani e c’è ancora molto lavoro da fare dal punto di vista della sceneggiatura e della qualità. Accogliamo però con piacere il desiderio di uscire dai logori binari della produzione italiana, attingendo dal nostro ampio bagaglio culturale e sportivo per dare vita a ritratti umani complessi e imperfetti, con cui è naturale empatizzare.

Valutazione
6.5/10

Verdetto

Pur sacrificando parti salienti della vita e della carriera di Roberto Baggio, e semplificando molti aspetti della sua esistenza, Il Divin Codino riesce a trasmettere l’essenza di uno dei campioni più amati della storia del calcio italiano.

Marco Paiano

Marco Paiano