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Il grande Lebowski: recensione del film dei fratelli Coen
La recensione de Il grande Lebowski, settima pellicola dei fratelli Coen e pietra angolare della loro filmografia: un film che fotografa con ironia e semplicità la generazione del Vietnam, usando come sfondo una Los Angeles silenziosa ma costantemente percepibile.
Ci sono film che irrompono fragorosamente nell’immaginario cinematografico collettivo, macinando milioni su milioni e lasciando dietro di sé fiumi di articoli e interviste. Ce ne sono altri che tracciano un solco netto e ben riconoscibile in un genere o in un filone, alzando l’asticella qualitativa grazie alle loro innovazioni tecniche o tematiche. Ne esistono altri ancora che compiono invece un percorso più difficile e tortuoso, scavandosi lentamente ma inesorabilmente una strada nel cuore degli spettatori attraverso il passaparola, fino a diventare veri e propri intramontabili cult. Un fulgido esempio di quest’ultimo gruppo è sicuramente Il grande Lebowski, settima opera dei fratelli Coen e pietra angolare della loro memorabile filmografia.
Dopo il trionfo di Fargo, accolto con entusiasmo da pubblico e critica e premiato con due Oscar su sette nomination totali, i due fratelli più famosi del cinema contemporaneo mettono in scena una folle ed esilarante rilettura in chiave comica e post hippie dell’hard boiled alla Raymond Chandler, e in particolare de Il grande sonno, il film di Howard Hawks con cui Il grande Lebowski condivide diverse dinamiche e suggestioni.
Protagonista di quest’impresa difficile e coraggiosa è un monumentale Jeff Bridges, che incarna l’indimenticabile Jeffrey Lebowski alias il Drugo (The Dude in originale), nullafacente appassionato di bowling liberamente ispirato al produttore Jeff Dowd, amico dei Coen. Uno sbandato dall’animo pacifista, che sbarca pigramente il lunario fra uno spinello, una partita con gli amici e un sorso del suo amato White Russian, e che finisce invischiato contro la propria volontà in un’assurda storia fatta di scambi di persona, urina sui tappeti, rapimenti, riscatti, nichilismo e pornografia, fungendo da catalizzatore di un universo di personaggi irresistibilmente grotteschi e dannatamente umani.
Il grande Lebowski: la grottesca rilettura comica del noir dei fratelli Coen

Il grande Lebowski vede la luce il 15 febbraio 1998, nella cornice del Festival internazionale del cinema di Berlino. Un esordio decisamente in sordina, fra la freddezza della critica, pronta a bollarlo superficialmente come un passo falso nella giovane ma già brillante carriera dei Coen, e l’indifferenza del pubblico, che non premia il film al botteghino. Come spesso accade per i grandi film, Il grande Lebowski inizia però un proprio autonomo e particolare cammino, insinuandosi lentamente nell’animo del pubblico e nella cultura popolare fino a diventare un manifesto del cinema degli anni ’90, e dando vita a un vero e proprio culto di questa vicenda contorta e sgangherata, culminato in bar a tema, una convention annuale (il celebre Lebowski Fest) e persino in una religione basata sullo stile di vita del Drugo, il dudeismo.
Il grande Lebowski: suggestioni, false piste e MacGuffin

Ma qual è il segreto di questo viscerale amore dei cinefili per Il grande Lebowski, che a decenni di distanza dall’uscita non accenna a scemare? Difficile dare una risposta unitaria ed esclusiva. Questa gemma dei fratelli Coen è infatti un racconto più unico che raro, capace di fondere in maniera sublime atmosfere, generi e sottogeneri apparentemente discordanti. Come accennato poc’anzi, l’intero film prende spunto da archetipi e meccanismi tipici del grande cinema noir degli anni ’40 e ’50, spesso costruito su trame particolarmente contorte fatte di intrighi, malaffari, ricatti e indagini, con un investigatore capace e sicuro di sé (su tutti il Philip Marlowe impersonato nel corso degli anni da Dick Powell, Humphrey Bogart e Robert Montgomery) intento a sbrogliare la matassa.
I registi utilizzano il canovaccio di questo glorioso filone infarcendo il film di suggestioni, false piste e MacGuffin, su tutti il tappeto che il Drugo rivuole indietro perché “dava un tono all’ambiente” dopo che il suo è stato riempito di urina: elementi che fungono da motore narrativo della vicenda senza mai portare a nulla di concreto. Allo stesso modo del già citato Il grande sonno, i cui stessi autori hanno più volte ammesso di non conoscere tutti i passaggi della trama, Il grande Lebowski contiene diversi risvolti criptici, se non addirittura platealmente inutili, che però i Coen manipolano alla perfezione, rendendo l’intera vicenda coerente, coinvolgente e spassosa pur nella sua illogicità di fondo. La ricerca della moglie rapita di Jeffrey Lebowski, magnate omonimo del Drugo, diventa così un’occasione per esaltare l’umile inettitudine di questo bizzarro personaggio e per fare collidere una serie di universi unici e apparentemente inconciliabili.
L’irresistibile gruppo di personaggi de Il grande Lebowski

Uno dei maggiori pregi de Il grande Lebowski consiste nell’eccezionale galleria di personaggi scritti dai Coen e messi in scena con un’efficacia tale da permettere di lasciare il segno anche a caratteri il cui minutaggio si riduce a un paio di scene, come l’incredibile fenomeno del bowling Jesus, impersonato da John Turturro. Fondamentale anche l’apporto della sconcertante radical chic Maude, interpretata da una quasi irriconoscibile Julianne Moore, dell’enigmatico e sornione Straniero di Sam Elliott, guida silenziosa e sorta di angelo custode del Drugo, del timido e impacciato Brandt di un irriconoscibile Philip Seymour Hoffman e dell’autoritario e collerico Jeffrey Lebowski di David Huddleston, vera e propria nemesi del protagonista e ai suoi antipodi per carattere e concezione della vita.
Il grande Lebowski fotografa con ironia e semplicità la generazione del Vietnam

Il cuore del racconto è però certamente composto dall’onnipresente Drugo e dai suoi fidi compagni di bowling, ovvero il reazionario veterano del Vietnam Walter Sobchak, magistralmente interpretato da John Goodman, e il povero Donny di Steve Buscemi, continuamente zittito o ignorato dagli amici. I loro surreali dialoghi sulla vita, sulla società e sugli affetti sono assolutamente esilaranti, e costituiscono la spina dorsale su cui i Coen imbastiscono un ragionamento decisamente atipico e sottile sull’amicizia. Impossibile non sbellicarsi dalle risate davanti agli assurdi duetti fra il pacifista e compassato Drugo, che cerca costantemente la soluzione più semplice e pacata a ogni problema, e il rissoso Walter, rimasto con la testa e con il cuore al Vietnam e disposto a fare emergere la propria esperienza bellica nelle situazioni più inaspettate, da una partita di torneo di bowling alla commemorazione funebre di un amico.
È su questo spassoso gioco degli opposti che Il grande Lebowski impernia i suoi momenti più toccanti, quelli che permettono a chiunque di immedesimarsi nei protagonisti di questa stravagante vicenda. Drugo e Walter non sono infatti solo due facce della stessa medaglia, quella di una generazione che ha reagito con modi e pensieri totalmente differenti a quel massacro generazionale chiamato guerra del Vietnam, ma sono anche e soprattutto due amici, consapevoli delle loro inconciliabili divergenze eppure disposti a farsi forza a vicenda nelle situazioni più disparate, da una semplice partita fra amici a una pericolosa consegna di denaro. Un concetto di amicizia e fratellanza completamente diverso da ciò a cui il grande schermo ci ha abituati, ma che in modo tortuoso e sotterraneo arriva dritto al cuore dello spettatore.
Le scene clou de Il grande Lebowski

Gran parte della fama e dell’amore che gli appassionati nutrono per Il grande Lebowski è da attribuire all’impressionante numero di scene madri disseminate nel corso della pellicola e alle memorabili battute entrate ormai a fare parte dell’immaginario collettivo. Doveroso citare le due straordinarie sequenze oniriche con protagonista il Drugo, intento a volare sul cielo di Los Angeles e a dare libero sfogo al proprio inconscio a proposito delle sue più grandi passioni, il bowling e le donne. Impensabile inoltre non pensare alla digressione a casa del giovane Larry, con relativo tentativo di intimidazione da parte di Walter, allo stravagante spargimento delle ceneri sulla costa californiana, alla potenziale sparatoria innescata da un punto contestato durante una partita di bowling o alla buffa visita del Drugo alla residenza del pornografo e malavitoso Jackie Treehorn.
I Coen sono semplicemente sensazionali nel mettere in scena dei veri e propri film nel film, sostenuti dalla caleidoscopica fotografia del geniale Roger Deakins e dalle musiche del loro fido collaboratore Carter Burwell. Un sopraffino lavoro di regia che contribuisce a espandere le personalità dei protagonisti e a definire i contorni di un entusiasmante e ineffabile universo narrativo.
La Los Angeles de Il grande Lebowski

Una silenziosa, non sempre visibile ma costantemente percepibile protagonista de Il grande Lebowski è certamente la città di Los Angeles, con la sua unica e irripetibile combinazione di luoghi e spaccati di umanità. La terra del vuoto a rendere per eccellenza accompagna i protagonisti nelle loro avventure e fornisce un contesto perfetto alla vicenda. Un posto incantato e allo stesso tempo incomprensibile, in cui convivono magnati della finanza e sfaccendati, criminali e poeti, pacifisti e guerrafondai, dando vita a un sottobosco di idee e sottoculture che non ha eguali al mondo.
Azzeccata in questo senso la colonna sonora, che spazia con disarmante facilità da Bob Dylan al sound gitano dei Gipsy Kings, passando per il southern rock dei Creedence Clearwater Revival e per gli Eagles. Un contraltare sonoro di eccezionale qualità, che procedendo per sintonia o per contrasto dona unicità ai personaggi e un tocco del tutto originale a Il grande Lebowski.
Il grande Lebowski: l’unico e inimitabile stile di vita del Drugo

Sarebbe delittuoso non spendere qualche parola per una delle colonne portanti del racconto, ovvero il buffo e disarmante stile con cui il Drugo conduce la propria esistenza. Una vita basata sul libero consumo di marijuana, sulla ripetitività, sulla semplicità e sulla più assoluta pigrizia, in cui è perfettamente lecito uscire per comprare il latte in accappatoio e pagare con un assegno, o presentarsi a casa di una persona particolarmente ricca e importante con zoccoli, bermuda e maglietta. Una vita vissuta con calma e presa come viene, con protagonista il più classico dei perdenti e degli antieroi o, per citare il formidabile incipit della pellicola, un uomo che è «l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere».
Nello stile sedentario e rilassato del Drugo si scorge però anche una sottile e pungente critica a una società sempre più schizofrenica e precipitosa, in cui ogni attività va compiuta alla massima velocità e chi non si adegua diventa un emarginato. In quel «Gli sbandati hanno perso!» gridato da Jeffrey Lebowski al suo più giovane omonimo, con scanzonata replica di quest’ultimo, percepiamo una netta spaccatura fra la classe più privilegiata e coloro che la delegittimano, con tutto il malcelato e reciproco rancore. In certe sfumature e in alcuni frangenti, Il grande Lebowski sa quindi essere anche severa e ironica critica sociale, facendosi portavoce del disagio di una classe e di un’intera generazione.
A quasi 30 anni dalla sua uscita, Il grande Lebowski non ha perso un grammo della propria portata culturale e cinematografica, e continua a ispirare nuove generazioni di cinefili. Questa piccola e particolare opera ha così smesso di essere proprietà esclusiva dei Coen ed espressione di una specifica epoca, diventando un inno alla leggerezza e alle nostre debolezze, ma anche alla fiducia in «quella dannata commedia umana che procede e si perpetua». Un’esperienza esistenziale prima ancora che cinematografica, più viva che mai.
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Un bon petit soldat: recensione del film di Stéphane Brizé

«La grottesca farsa della comunicazione aziendale». È lo stesso Stéphane Brizé a usare queste parole riferendosi agli eventi del suo nuovo splendido film, Un bon petit soldat. Una descrizione tagliente e precisa delle scene tragicomiche che molte persone vivono quotidianamente all’interno dei loro posti di lavoro, trasformati in palchi in cui rappresentare con tono involontariamente caricaturale una versione dell’azienda lontana anni luce dalla realtà. Demenziali attività di team building, video autocelebrativi scritti con ChatGPT (nel migliore dei casi) e girati con una fotografia che metterebbe in imbarazzo persino Duccio Patané, colloqui fintamente cordiali organizzati per spaventare i dipendenti. Scene di stampo fantozziano se prese singolarmente, ma che messe insieme sono una rappresentazione fedele della tossicità dei luoghi di lavoro odierni, dove l’incompetenza va a braccetto con il più totale asservimento, in una dinamica che spinge ai margini chi si “limita” a fare il proprio lavoro e premia invece quei buoni soldatini a cui allude il titolo, disposti a sacrificare il loro benessere e la loro vita privata in nome di una possibile carriera e di inesistenti valori aziendali.
Protagonista di questa storia di ordinaria follia è la 43enne Carla Moretti (una strepitosa Alba Rohrwacher), assunta da poco come responsabile delle risorse umane della grande azienda assicurativa guidata da Arnaud Boronat (Vincent Lindon). La sua è una vita di totale dedizione al lavoro, che la costringe a separarsi dal figlio per un tempo anche maggiore rispetto a quello stabilito dall’accordo di affidamento congiunto con l’ex marito. Dopo essere stata ridicolizzata da Arnaud durante una riunione relativa alla nuova campagna pubblicitaria dell’azienda, Carla si butta a capofitto nel proprio ruolo, organizzando attività di promozione del benessere aziendale. In questo frangente, scopre un comportamento tossico di una responsabile di ufficio. Decide di intervenire, senza però immaginare che potrebbe essere lei stessa a essere messa in discussione, con conseguenze nefaste sulla sua psiche e su quella poca vita familiare che le è rimasta.
Un bon petit soldat: la grottesca farsa della comunicazione aziendale in un doloroso spaccato del lavoro moderno

Non abbiamo contato, ma siamo ragionevolmente certi che una delle parole più pronunciate nel corso di Un bon petit soldat sia “pressione”. Pressione che il CEO mette addosso a Carla per ottenere risultati, pressione che quest’ultima mette addosso a suo figlio per ottenere voti migliori (la media del 7 è considerata da perdenti), pressione che una responsabile di reparto mette addosso a una sua collaboratrice per metterla in difficoltà. Pressione che chiunque sente, perché parte di un circolo vizioso di insostenibile produttività e di malata devozione nei confronti di un’azienda e dei suoi vertici. Il frutto marcio di un mondo del lavoro che ha messo all’ultimo posto della scala delle priorità la dignità dell’essere umano, da molto prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale. Un frutto su cui si interroga e ci interroga brillantemente Stéphane Brizé, che torna a parlare del mondo del lavoro dopo la sua memorabile trilogia (Una vita, In guerra, Un altro mondo) e la pausa romantica con Le occasioni dell’amore.
Dimenticatevi l’imbarazzo che sfocia in affetto di The Office, superate i momenti più surreali di Fantozzi, rimpiangete la disillusa cialtroneria di Boris. L’ufficio di Un bon petit soldat è più vero del vero, e quindi più spaventoso di molti degli horror che hanno riempito le sale negli ultimi mesi. Quello che Stéphane Brizé mette in scena è l’annientamento della persona in nome del lavoro, già teorizzato da Charlie Chaplin nel suo seminale Tempi moderni (richiamato nella sequenza di apertura) e trasportato in questo caso ai giorni nostri, in compagna di sedicenti esperti di marketing e comunicazione pronti a difendere l’indifendibile e a ripulire la coscienza dell’azienda con le grottesche farse di cui parlavamo in apertura.
La splendida prova di Alba Rohrwacher

Il regista non usa metafore e arriva a sfiorare il didascalismo, che in questo caso è però necessario e salvifico. Carla umilia il figlio non abbastanza bravo utilizzando le stesse parole che la responsabile di reparto urla alla sua collaboratrice, perché le due dinamiche sono identiche e derivano dalla stessa putrida cultura del lavoro. Sono poi i dettagli a rincarare la dose: non vediamo mai Carla fuori dalla sua azienda, dove entra ogni mattina prendendo dalla reception il suo stesso badge (esiste un rito più spersonalizzante?); ogni suo contatto umano al di fuori del lavoro, incluso quello con il figlio, avviene tramite Zoom, nelle poche pause che il lavoro le consente. Un disagio esistenziale che Alba Rohrwacher rende tridimensionale e tangibile, scavando il suo volto con paura, imbarazzo e delusione o con scariche di rabbia quando i rapporti di forza glielo consentono.
Non c’è una cura, perché ogni organo di questo ideale paziente è malato, e lo è fin dalla testa, rappresentata da uno spregevole e mefistofelico Vincent Lindon. Se le apparenze non bastassero, è la sottotrama della dipendente sottoposta a mobbing a esplicitarlo: la responsabile di questi deplorevoli gesti viene punita con un invito a non fare più la birichina, mentre la vittima è invitata a cambiare reparto in età non più verde e bacchettata per aver raggiunto “solo” il 100% dei propri obiettivi, in un ufficio in cui la media è del 115% con punte del 130%. Tutto ciò a margine di incontri ridicoli, dove si applaude nella lingua dei segni per mostrarsi inclusivi mentre si fatica a ricordare un attimo di felicità nelle ultime 24 ore (qualcuno cita con soddisfazione una doppia barretta caduta erroneamente dal distributore automatico), peraltro subito dopo aver rispedito al mittente un video promozionale con protagoniste persone disabili, perché nessuno degli studenti migliori da accalappiare vorrebbe lavorare insieme a loro.
Un bon petit soldat: Stéphane Brizé segue le orme dei fratelli Dardenne e di Ken Loach

Il lavoro si trasforma in orrore quotidiano, che non arriva da mostri o serial killer, ma da colletti bianchi soggiogati e soggioganti, da riunioni sul nulla e da cervellotiche procedure per dare valutazioni sul lavoro svolto, che peraltro è il grande assente di Un bon petit soldat, dal momento che si ha costantemente la sensazione, abbastanza fondata, che nessuno stia facendo nulla di utile o concreto. Insieme al suo attore feticcio Vincent Lindon e alla sua ormai fidata collaboratrice Alba Rohrwacher, Stéphane Brizé si conferma uno dei cantori moderni di queste storture, inserendosi nel solco del cinema sociale dei fratelli Dardenne e di Ken Loach.
Spiace però che il finale si limiti a un emblematico e loquace sguardo sull’abisso, perché ci sarebbe stato tempo e spazio per graffiare ancora di più, spingendo fino all’estremo questa concatenazione di sconfortante disumanità. Resta il buono di quanto mostrato in precedenza, al punto che in questo caso avremmo voluto vedere di più. Purtroppo però per molti, per troppi, Un bon petit soldat continua nella vita reale, negli uffici dove ci si prepara a piantare un altro chiodo sulla bara del lavoro, per mano di cinici CEO, inutili formatori e squallidi burocrati.
Un bon petit soldat arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.
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Company: recensione del film di Casey Affleck

Quello di Casey Affleck è indubbiamente un cinema di idee, che anticipano e in certi casi soverchiano il loro sviluppo. Lo abbiamo notato già col suo bizzarro mockumentary di esordio dietro la macchina da presa Joaquin Phoenix – Io sono qui!, incentrato sul finto ritiro di Joaquin Phoenix e girato in buona parte all’oscuro di pubblico e addetti ai lavori, con il protagonista sempre in parte di un se stesso totalmente fuori controllo. Sensazioni confermate nell’opera seconda, il più centrato Light of My Life, toccante dramma post-apocalittico alimentato dall’amore di un padre per la figlia in un mondo dove le donne si sono quasi estinte. Lo ritroviamo adesso in Company, inno al potere della narrazione che si articola su tre livelli temporali, fondendo western e gotico.
La storia prende il via nel 1975, quando una misteriosa donna di nome Evelyn si presenta non invitata a una festa. Per rompere il ghiaccio con gli altri ospiti, inizia a raccontare la storia di Tom (Nick Nolte), un anziano eremita che nel 1953 accoglie in casa sua un’attrice senza fissa dimora. Quest’ultima a sua volta narra la storia di una coppia di contadini, che nel 1903 ospitano un ragazzo dalle origini ignote, proprio nel momento in cui nei dintorni si iniziano a verificare morti sinistre e brutali. Una storia-matrioska che contiene altre storie, in un meccanismo a incastro che chiede molto allo spettatore in termini di sospensione dell’incredulità.
Company: una storia-matrioska sul tempo e sul potere del racconto

Nella nostra riflessione su Company, ci scontriamo inevitabilmente con il dovere morale di non rovinare la svolta e lo svelamento dell’ultimo atto del film, che però sono anche gli elementi che danno senso e sostanza all’intero racconto. Questo twist è però un aspetto fondamentale e divisivo dell’esperienza di visione: gli spettatori che intuiranno già dopo pochi minuti la natura della storia proveranno indubbiamente meno trasporto nei confronti di un film che prende una lunga rincorsa verso il colpo di scena conclusivo, e noteranno inoltre fin dalla prima visione qualche trucchetto scorretto con cui Casey Affleck cerca di mantenere la solidità del racconto e la segretezza sulla sua natura.
Fatta questa premessa, ci possiamo concentrare sulla messa in scena di Company, che conferma le notevoli doti registiche di Casey Affleck. Anche quando la sceneggiatura scricchiola, al film non manca mai l’atmosfera, che spazia dai territori innevati dei racconti nel racconto alle suggestioni gotiche della linea temporale del 1975, basata su una dinamica di imperitura efficacia da storie di fantasmi raccontate davanti al caminetto in una notte tenebrosa. Non è da meno il cast, dove veterani del calibro di Nick Nolte e Ben Mendelsohn affiancano le giovani promesse Atticus Affleck e Indiana Affleck, figli dello stesso regista. Una storia di famiglia dunque, che insieme alla dedica finale ai genitori di Casey (e Ben) Affleck, scomparsi entrambi quest’anno, fornisce una possibile chiave di lettura per l’intero progetto.
Un’illusione di immortalità

Con il passare dei minuti, diventa sempre più evidente che Company è un film sul tempo, e sulla capacità dei sentimenti più profondi di resistergli. Sono infatti le passioni più viscerali a tenere legati i vari piani temporali, insieme al potere salvifico della narrazione, capace di mantenerci vivi anche quando il mondo dentro e intorno a noi sembra morto. Un intento indubbiamente nobile, per il quale però Casey Affleck chiede un grosso sforzo allo spettatore, che si ritrova prima di fronte a una dinamica narrativa presentata necessariamente in modo abbastanza frettoloso, poi davanti a una significativa ridondanza di situazioni e atmosfere di questo Inception del Novecento americano, e infine scosso da una brusca svolta, almeno per coloro che non hanno già intuito prima il punto di arrivo.
Pur rimarcandone i problemi e le criticità, ci teniamo stretti il buono di questa favola da ascoltare in compagnia, che fra le pieghe del tempo e di personaggi ambigui riesce a sedurci parlando di morte e di solitudine, di vendetta e di inaspettati riavvicinamenti. Un film che per 95 minuti riesce a trasmetterci almeno una breve illusione di immortalità, e quindi di sollievo dai mali dell’esistenza, di cui c’è sempre bisogno.
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Bunker: recensione del film con Penélope Cruz e Javier Bardem

Dopo The Father – Nulla è come sembra e The Son, ci aspettavamo che Florian Zeller completasse la trilogia familiare adattando anche la sua opera teatrale La Mère. Lo ritroviamo invece con Bunker, in cui mette la coppia sullo schermo e nella vita reale formata da Penélope Cruz e Javier Bardem al servizio di un racconto apparentemente slegato dai temi delle opere precedenti, ma che invece condivide con essi molte suggestioni, come la riflessione sulla disgregazione familiare, l’analisi sociale e una specifica abitazione trasformata in teatro dei principali eventi e dell’evoluzione dei personaggi.
La casa in questione è quella di Miguel e Sofia, una coppia spagnola che si è trasferita a Londra insieme alle due figlie per permettere a lui di inseguire il sogno di diventare un rinomato architetto. Miguel ha effettivamente ottenuto la sua consacrazione, mentre a Sofia non va altrettanto bene, dal momento che lavora in una casa editrice in un ruolo di livello più basso rispetto a quello che svolgeva in Spagna. La coppia vive una silenziosa crisi, esasperata da due distinti eventi: la scelta da parte del vicino di casa (Stephen Graham) di aprire una finestra vicino al giardino della loro casa, trascinando così Miguel in uno stato di crescente paranoia, e la proposta che lo stesso Miguel riceve da un miliardario (Paul Dano), intenzionato a costruire un bunker di lusso alle Hawaii per sfuggire a una possibile imminente catastrofe. Le divergenze di Miguel e Sofia su queste situazioni aumentano la tensione fra loro, a cui contribuisce anche la crescente vicinanza di Sofia con uno scrittore da lei seguito (Patrick Schwarzenegger).
Bunker: Penélope Cruz e Javier Bardem in un’angosciante riflessione sulla società e sul tempo

Sono dunque almeno due i bunker su cui Miguel si interroga. Quello da costruire per il miliardario ben interpretato da Paul Dano, che sembra un bizzarro incrocio fra Elon Musk e Mark Zuckerberg, ma anche quello con cui vuole proteggere se stesso dalla possibile minaccia di un vicino. A questi ne possiamo aggiungere un terzo, ovvero il bunker metaforico in cui l’architetto cerca di riparare il suo matrimonio, messo a dura prova dai cambiamenti personali della coppia e dalle difficoltà della vita. La solida scrittura di Florian Zeller lavora dunque su più livelli, esplorati da due persone che nell’arco di 17 anni hanno perso buona parte del loro idealismo, scendendo a compromessi con il mondo esterno e fra loro stessi. Alla scrittura si accompagnano le immagini, anche con qualche eccesso di didascalismo, come le diverse pareti di casa che fanno da sfondo a Miguel e Sofia o le riprese della finestra volte a renderla un simbolo delle possibili intrusioni in casa della coppia.
Stare dalla parte del successo o delle aspirazioni personali? Aprirsi al mondo con le sue storture o rifugiarsi in una fredda e asettica roccaforte? Avere fiducia nella propria famiglia o sbirciare con sospetto i movimenti e le azioni di chi sta accanto? Sono queste le domande intorno a cui si muove Bunker, allargando progressivamente il campo di osservazione dalle mura della casa dei protagonisti alla società nella sua interezza. Un meccanismo che funziona nonostante qualche grossolanità di troppo, come la raffigurazione della figlia adolescente di Miguel e Sofia come un’ameba costantemente concentrata su smartphone e cuffie o l’improvvisa svolta del terzo atto, che poco aggiunge alla riflessione portata avanti precedentemente e dà al contrario l’impressione di soluzione sgraziata per sbrogliare una matassa ben più sottile e intricata.
Fra timori e ambizioni, ciò che conta di più è il presente

Non mancano però momenti di grande intensità, come una furiosa litigata fra Miguel e Sofia che si trasforma in un piccolo trattato di ottima scrittura e formidabile recitazione, e l’inquietante apparizione di Paul Dano nei panni di un miliardario tech, che da padrone del mondo (o moderno faraone, per citare il collega di Miguel) lascia sinistramente intendere che un collasso sociale sia non solo possibile, ma anche probabile. Analogamente a quanto fatto nei già menzionati The Father – Nulla è come sembra e The Son, per Florian Zeller le mura di casa diventano un pulpito da cui osservare una società sempre più disgregata e diffidente, che teme il prossimo ma non riesce a scorgere pericoli ben più gravi ed evidenti, capaci di minare le fondamenta del mondo che conosciamo.
Fra visioni antitetiche di felicità e affermazione personale, a rimanere più impresso è così il punto di vista più semplicistico e al contempo realistico, quello dello scrittore che attira le attenzioni della stessa Sofia. È proprio il personaggio di Patrick Schwarzenegger infatti a ricordare e a ricordarci che il nostro tempo è limitato e fra 100 anni verosimilmente nessuno avrà più memoria di noi. Fra il tentativo di resistere al tempo e l’alternativa di ignorare il suo scorrere, resta così la via di mezzo di un presente da vivere al meglio finché ci è concesso.
Bunker arriverà nelle sale italiane il 21 gennaio 2027, distribuito da Notorious Pictures.







