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Il grande passo: recensione del film di Antonio Padovan

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Il 20 luglio del 1969, con lo storico allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, fu una data fondamentale non solo per la scienza, ma anche per un’intera generazione di creativi e sognatori, spronati a spingersi oltre i limiti da questo straordinario evento. Quello che sembrava un luminoso futuro, fatto di scoperte e progresso, non ha però soddisfatto le aspettative di molte persone, che, anche a causa della sfortuna e dei propri errori, con il passare degli anni si sono sentite imprigionate da una realtà ben diversa da quella che sognavano. Da questo spunto nasce Il grande passo, opera seconda di Antonio Padovan, dopo il sorprendente Finché c’è prosecco c’è speranza, con protagonisti Giuseppe Battiston e Stefano Fresi, alla loro prima collaborazione, dopo essere stati per anni erroneamente scambiati l’uno per l’altro. Una dolceamara favola di provincia, nelle sale italiane dal 20 agosto grazie a Tucker Film.

Il grande passo: fra sogni e difficoltà familiari
Il grande passo

Il 20 luglio 1969 è per Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) uno degli ultimi ricordi felici della sua vita. Seduto sulle ginocchia del padre, intento a vedere in diretta televisiva quel grande passo per l’umanità, con davanti un’intera vita di progetti e speranze. Oggi Dario vive in un desolato paesino del Veneto, soprannominato dai compaesani “Luna storta” per il suo carattere irascibile e per quel sogno della Luna che non l’ha mai abbandonato, portandolo a un isolamento da tutto e da tutti per costruire un mezzo in grado di portarlo sul satellite.

L’ennesimo fallimento nel disperato tentativo di raggiungere la Luna porta a Dario guai giudiziari, nonché la minaccia dell’internamento in uno squallido istituto locale. I rapporti con l’inaffidabile padre si sono interrotti da tempo, per cui il familiare a lui più vicino è il fratellastro Mario (Stefano Fresi), che gestisce una ferramenta e che ha incontrato una sola volta nella vita.

Dopo qualche tentennamento, il bonario Mario, alle prese con un’esistenza vuota e priva di stimoli, decide di raggiungere il fratellastro in Veneto, per prendersi cura di lui. I due fratelli, agli antipodi per carattere ma con problematiche analoghe, si trovano così a dover costruire dal nulla un rapporto e a farsi forza a vicenda.

Il grande passo: fra Spielberg e Mazzacurati

Antonio Padovan si avventura nella difficile impresa di coniugare il cinema alla Steven Spielberg, fatto di persone ordinarie in circostanze straordinarie, con il più umile e introspettivo racconto di provincia, portato al successo da registi come Carlo Mazzacurati. Non mancano momenti notevoli, come una sequenza di stupore generale che sembra uscita da Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma la sceneggiatura, scritta dallo stesso Padovan insieme a Marco Pettenello, ha anche diversi punti dolenti. A lasciare a tratti perplessi è soprattutto la caratterizzazione dei personaggi secondari, come i macchiettistici frequentatori del bar del paese o la Carlotta della pur brava Camilla Filippi, che purtroppo non ha la minima evoluzione ed è penalizzata da un collegamento con Luna storta sempre troppo oscuro.

Il grande passo è però prima di tutto una storia di sogni infranti e di tormentati rapporti familiari, che casualmente arriva in sala contemporaneamente all’ultimo lavoro Pixar Onward – Oltre la magia, che affronta tematiche simili, ma con toni e atmosfere completamente differenti. Il cuore del racconto è tutto nel toccante personaggio di Giuseppe Battiston, che dimostra una volta di più la sua poliedricità, tratteggiando quello che non è soltanto un uomo di mezza età rimasto bloccato ai tempi della sua giovinezza, ma una persona emarginata per le sue passioni e incattivita dalla vita. Il contrasto col personaggio di Stefano Fresi non è limitato a una mera contrapposizione di idee e di punti di vista sull’esistenza, ma è ciò che accende in Dario il bisogno di scandagliare nel proprio passato e di razionalizzare il difficile rapporto con il padre, comune ai fratellastri.

I formidabili duetti fra Giuseppe Battiston e Stefano Fresi

Il grande passo

Proprio Cavalieri senior, assente dallo schermo per quasi tutta la durata de Il grande passo, è in realtà il motore invisibile del racconto. Un uomo inaffidabile, bugiardo e costantemente in bilico fra inventiva e truffa, di cui sappiamo ben poco, se non gli effetti della sua personalità sull’esistenza dei figli. Il burbero Luna storta torna un bambino innocente e credulone quando si tratta di difendere l’indifendibile assenza del padre, mentre il placido Mario, corridore mancato, si inacidisce appena sente l’ennesima assurda scusa del genitore. Due reazioni uguali e contrarie, in cui c’è tanta verità sul rapporto fra padre e figlio, fatto di orgoglioso silenzio, ma anche di sentimenti che divampano in maniera irrazionale e contraddittoria.

Il grande passo non è però solo dramma, ma anche terreno fertile per due dei migliori attori brillanti contemporanei, che dimostrano una naturale intesa, duettando con tempi comici perfetti. Le musiche del maestro Pino Donaggio e l’avvolgente fotografia di Duccio Cimatti fanno il resto, conferendo al racconto una sorprendente umanità, che fa chiudere volentieri un occhio su qualche vuoto narrativo di troppo. A dare un valore aggiunto a Il grande passo sono inoltre degli effetti speciali più che dignitosi e l’ultima toccante apparizione sul grande schermo di Flavio Bucci, straordinario interprete nostrano scomparso pochi mesi fa.

Il grande passo: fantascienza e intimismo

Il grande passo

In questa non banale riflessione sulla persistenza dei piccoli traumi infantili nella vita degli adulti e sul travolgente potere dei sogni, si ha la sensazione che Padovan avrebbe potuto osare un po’ di più, per rimarcare l’estraneità della sua opera seconda dalla stragrande maggioranza delle commedie italiane, troppo spesso inoffensive e raramente corrosive. Ci basta però il coraggio che Il grande passo dimostra nella volontà di mescolare fantascienza e intimismo e soprattutto di rappresentare, pur con qualche sbavatura, il totale rifiuto dell’omologazione e l’incondizionata fiducia in un sogno, per quanto irrealizzabile possa apparire.

7/10
Il voto di Marco Paiano

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The Basics of Philosophy: recensione del film di Paul Schrader

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The Basics of Philosophy

Se è vero l’adagio che un regista gira sempre lo stesso film, e più in generale che un autore racconta sempre la stessa storia, Paul Schrader ne è sicuramente una delle più fulgide prove viventi. Fin dalla sua leggendaria sceneggiatura per Taxi Driver di Martin Scorsese, passando per Hardcore e American Gigolò fino ai più recenti Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, Paul Schrader ci ha sempre proposto un canovaccio simile, pur con diverse declinazioni di senso e atmosfere: un uomo solo e ai margini della società, alle prese con il senso di colpa. Non fa eccezione alla regola The Basics of Philosophy, presentato Fuori Concorso a Venezia 83.

Il protagonista in questo caso è il Professore di Filosofia John Jorrisen (Jack Huston), che vive un’esistenza apparentemente tranquilla, destreggiandosi fra i suoi studenti e il fresco rapporto con la collega Rebecca Richards (Sofia Boutella). Nel suo appartamento spoglio e minimale è presente un pianoforte, che rimanda alla passione di gioventù per la musica ma anche a una gravissima colpa del passato, mai dimenticata o superata. Il libro sulla filosofia che John sta scrivendo si interseca con un maldestro tentativo di redimersi, che fa affiorare ricordi del padre (Bill Pullman) e del suo giovane allievo di allora (Daniel Zovatto), rischiando di mandare in frantumi la sua già compromessa esistenza.

The Basics of Philosophy: la nuova riflessione sul senso di colpa di Paul Schrader

The Basics of Philosophy

Come dicevamo in apertura, è un Paul Schrader sempre uguale a se stesso, ma ogni volta con qualche sfumatura diversa. Stavolta non ci sono veterani del Vietnam, suprematisti bianchi o torturatori, ma un uomo a prima vista integerrimo, che però non è mai riuscito a superare l’unico imperdonabile errore commesso nella sua vita. Da qui la scelta di lasciare le lezioni di piano e dedicarsi alla filosofia, in particolare allo studio di Baruch Spinoza, che più di ogni altro ha ragionato proprio sul senso di colpa, stabilendo l’inutilità di questo sentimento e spingendo invece il genere umano a trovare la redenzione nella comprensione.

John però non si rassegna. Cerca la persona a cui ha causato incommensurabile dolore, si trattiene nel rapporto con la compagna rischiando di troncarlo, dà sfogo ai suoi più profondi istinti sessuali, in un’altalena emotiva fra passato, presente e fantasia, che include anche dialoghi immaginati con lo stesso Spinoza, la tentazione di ricorrere al letale Nembutal e il lutto per la morte dell’autoritario padre, figura determinante per la sua formazione e la sua crescita. Una storia che emana marciume morale a ogni angolo, in aperto contrasto con l’immagine pulita del protagonista e con l’essenzialità della messa in scena e della scenografia. Le domande si affastellano, come i dubbi dello stesso John, che non può andare avanti con la sua vita senza fare riemergere il dolore suo e soprattutto altrui.

The Basics of Philosophy

Certo, Paul Schrader ha già detto queste cose e meglio, e le visioni di John a tratti sfiorano il ridicolo involontario, spezzando il climax. Ma a volte è piacevole perdersi anche in ciò che già conosciamo, e The Basics of Philosophy regala comunque momenti di cinema di alto livello, merce rara in un panorama di produzioni spesso asfittiche e impalpabili. Come sempre, questo eccezionale autore non ci dà risposte nette, neanche nel finale, aperto e spiazzante quel tanto che basta per permettere al film di lavorare sull’animo dello spettatore anche diverse ore dopo la visione.

Consigliato dalla redazione
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7/10
Il voto di Marco Paiano
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Bucking Fastard: recensione del film di Werner Herzog

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Bucking Fastard

«Bucking Fastard!», esclamano all’unisono le sorelle Jean e Joan Holbrooke durante il processo ai loro danni per stalking del loro vicino di casa ed ex concubino. Una sgrammaticatura che descrive un mondo intero, quello delle sorelle inglesi Greta e Freda Chaplin, conosciute personalmente e poi trasformate in cinema da Werner Herzog nel suo nuovo film Bucking Fastard, con protagoniste Rooney e Kate Mara. Un film folle di un maestro che la follia l’ha sempre cercata, amata e tramutata in arte, lungo una carriera sempre incentrata sull’esplorazione dell’animo umano.

Jean e Joan Holbrooke (che nella finzione cinematografica diventano irlandesi) hanno una caratteristica più unica che rara: nonostante siano sorelle non gemelle, pensano, parlano e agiscono all’unisono. Una particolarità che porta il tribunale all’interno del quale devono difendersi dal vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom) a permettere loro di difendersi insieme, e non a turno come vorrebbe la prassi legale. Apparentemente inizia così un legal movie su queste due donne ingenue, fuori dal mondo ma piene di vita, e sulla loro bizzarra storia. Un’apparenza che rimane però tale, dal momento che Werner Herzog con grande ironia e invidiabile libertà artistica fa deragliare continuamente il racconto verso territori e registri diversi, fino a un epilogo che richiama addirittura Fitzcarraldo e la sua leggendaria salita per la montagna, che in questo caso invece viene scavata per un tempo lunghissimo.

Bucking Fastard: non possiamo uscire, perché non siamo mai stati dentro

Bucking Fastard si presenta come una delle schegge impazzite di Venezia 83. Un’opera sfuggente e a tratti indecifrabile, che il regista dedica al suo compianto collega David Lynch, suggerendo implicitamente la sua natura difficilmente classificabile. Ma proprio come le più grandi opere del defunto maestro, Bucking Fastard non è solo conturbante, ma è anche e soprattutto un film di cuore, che Herzog dedica alle sue protagoniste, riprese sempre con sguardo sincero e amorevole. Due donne messe al bando dal mondo e giudicate frettolosamente e superficialmente, in quanto uniche e non omologate. Un soggetto che molti avrebbero trasformato in un racconto lacrimevole e ricattatorio, ma non Herzog. Il maestro mette infatti in campo tutta la sua ironia (si ha la netta sensazione che le riprese per lui siano state un vero spasso), riuscendo nel non facile intento di non rendere né noioso né melenso un film in cui le protagoniste parlano continuamente all’unisono.

Dopo un’inizio scoppiettante, Bucking Fastard compie sulle protagoniste un lavoro di apparente rieducazione, riportandole in società e facendole interagire con personaggi spesso altrettanto stralunati, come quello di Domhnall Gleeson. Questo segmento contiene alcune scene memorabili, fra cui il momento in cui le sorelle non riescono ad aprire una scatoletta. Si tratta però anche della fase più sbilanciata, dove si ha la sensazione che il racconto si stia accartocciando su se stesso. Così fortunatamente non è, perché Herzog fonde il tema dell’ossessione (onnipresente nella sua filmografia), la singolare storia delle sorelle e il suo straordinario talento da documentarista, trasportandoci in una grotta dentro cui Jean e Joan si mettono in testa di realizzare un tunnel, che può essere al tempo stesso metafora della loro esistenza, ideale ricongiunzione con il mondo e i suoi misteri, puro atto anarchico di Herzog e nulla di tutto questo.

La scheggia impazzita di Venezia 83

Bucking Fastard

Fra richiami alla natura più pura e incontaminata (una volpe tanto affascinante quanto inquietante), un inno all’amore privo di misure e filtri di Jean e Joan e una sorta di riproposizione de La grande fuga al contrario all’interno del tunnel, si rimane confusi e allo stesso tempo suggestionati da un’opera che non porta nessun messaggio chiaro e univoco, ma forse proprio per questo resta impressa. «Non potete uscire, perché non siete mai state dentro», viene detto a Jean e Joan. Ma che sia anche Herzog a dirlo a noi spettatori?

Bucking Fastard arriverà prossimamente nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

7,5/10
Il voto di Marco Paiano
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Nessun dolore: recensione del film di Gianni Amelio

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Nessun dolore

Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a guardare chi arriva. Allora era una nave sospesa in mezzo all’Adriatico, un finale lasciato aperto perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi il regista riparte da quella domanda rimasta senza risposta e la porta nelle strade di Roma, con Nessun dolore, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Al centro c’è Davide, un trentenne che vende libri di seconda mano in una piazza romana, più bravo a piazzarli che a leggerli. Al suo fianco Elsa, la cliente affezionata che gli procura i volumi e gli regala quella tenerezza quotidiana che tiene in piedi una vita semplice. L’equilibrio si spezza in un giorno qualunque, quando un bambino nordafricano che gli viene lasciato tra le mani come un pacco senza destinatario comincia a seguirlo in silenzio. Da lì una catena di eventi che Davide non governa: un incidente, la corsa in ospedale, l’incontro notturno con Aminah, un’adolescente algerina incinta appena sbarcata, e poi un appartamento che sera dopo sera si riempie di sconosciuti senza tetto, fino alla denuncia dei condomini e al carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Amelio lo dice apertamente nelle sue note: non crede che esista una soluzione politica al nodo migratorio, o che qualcuno voglia davvero cercarla. La soluzione, semmai, sta nella ragione e nel cuore di ciascuno, nella capacità sempre più rara di riconoscersi esseri umani.

Nessun dolore: un film di buoni sentimenti sul nodo migratorio

Un’intenzione limpida, che merita rispetto. Il problema è ciò che quell’intenzione produce sullo schermo. Nessun dolore vuole essere un film sull’empatia e finisce per essere un film di buoni sentimenti, così poco radicato nella realtà da tradire proprio l’umanità che vorrebbe difendere. Il suo impianto narrativo poggia su una figura che il cinema conosce bene e che la critica anglosassone ha chiamato white savior: l’uomo bianco che scende in campo, accoglie, protegge e infine paga di persona, mentre chi viene salvato resta sullo sfondo, oggetto di una generosità che non gli viene mai chiesto di ricambiare né di commentare. È una scelta che pesa sulla stesura del film, perché l’empatia che Amelio insegue si regge tutta sul protagonista e non lascia spazio a chi, in teoria, dovrebbe suscitarla.

Di Davide sappiamo tutto, e Alessandro Borghi lo restituisce con la consueta precisione. Sappiamo che cosa fa e come lo fa, come è fatto, che cosa legge e che cosa vende, come si muove tra la piazza e l’appartamento, quali sono i suoi cedimenti e le sue impuntature. Delle persone di cui decide di occuparsi, invece, non sappiamo nulla. Del bambino che gli viene affidato e che muore tragicamente, e che lui tenta di intercettare troppo tardi, non conosciamo un nome, una provenienza, un desiderio. Lo stesso vale per Aminah e per la folla silenziosa che a poco a poco occupa la casa: figure che il film inquadra, talvolta con affetto, ma di cui non racconta mai l’interiorità, la storia, lo spessore di una vita che esisteva prima di incrociare quella di Davide. Restano presenze che si dimenticano appena spente le luci in sala.

La scelta di Gianni Amelio

Si può obiettare che sia una scelta deliberata, e in parte lo è. L’Europa reale, molto spesso, tratta esattamente così chi arriva: come un numero, un caso, un’emergenza senza biografia. Ma il cinema avrebbe potuto, e dovuto, interrompere quel meccanismo invece di riprodurlo. Avrebbe potuto dare nomi, storie e identità a quei volti, restituire loro una voce autonoma, farne soggetti e non semplici destinatari della bontà altrui. Invece la loro identità viene schiacciata, ancora una volta, da quella di noi bianchi europei, convinti di una superiorità che passa anche attraverso la cultura, i libri, la capacità di raccontare. Davide legge poco ma vende parole; le persone che ospita non ne ricevono nemmeno una.

Ed è qui che Nessun dolore manca il suo bersaglio. Amelio invita a riconoscersi come esseri umani, e ha ragione nel dire che è la cosa più difficile e rischiosa. Ma per riconoscere qualcuno bisogna prima permettergli di esistere sullo schermo con la stessa pienezza concessa al protagonista. Finché lo sguardo resta quello di chi soccorre, e mai di chi viene soccorso, l’empatia rimane un sentimento a senso unico, e il film che la predica finisce per smarrire proprio le vite che voleva difendere.

Nessun dolore arriverà nelle sale italiane il 24 settembre, distribuito da 01 Distribution.

5/10
Il voto di Lucia Tedesco
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