Il lago delle oche selvatiche: recensione del film di Diao Yinan

Il lago delle oche selvatiche: recensione del film di Diao Yinan

Per una delle bizzarre coincidenze che il cinema sa regalare, arriva solo ora in sala, a quasi un anno di distanza dalla presentazione a Cannes, Il lago delle oche selvatiche, nuovo lavoro del regista cinese Diao Yinan (Orso d’Oro a Berlino nel 2014 per Fuochi d’artificio in pieno giorno). Proprio in questa settimana, a pochi giorni di distanza dai quattro premi Oscar di Parasite, che ha sdoganato definitivamente il cinema asiatico alle grandi masse occidentali, e soprattutto in un momento in cui la regione di Wuhan (dove Il lago delle oche selvatiche è ambientato) è tristemente celebre per l’epidemia del Coronavirus, minaccia per la salute mondiale nata proprio in questa zona. Ovviamente, il virus non è al centro della trama di quest’opera, che si propone invece come una personale lettura del crime movie, con venature tipiche del noir.

Il lago delle oche selvatiche: fra Nicolas Winding Refn e Wong Kar-wai

Il lago delle oche selvatiche

Poco dopo l’uscita dal carcere, il malavitoso in cerca di redenzione Zhou Zenong (Hu Ge) viene coinvolto in una sparatoria fra bande rivali, che termina con la morte di un poliziotto. Zhou si trova così nuovamente in fuga e braccato dalla legge, con una taglia sulla propria testa. L’uomo trova rifugio nella zona del lago delle oche selvatiche, dove si consumano diverse attività illegali, fra cui la prostituzione. Proprio l’ambigua prostituta Liu Aiai (Gwei Lun-mei), a sua volta in cerca della libertà che le è negata dalla sua attività, diventa l’unica ancora di salvezza di Zhou in una situazione intricata.

Diao Yinan mette in scena un’opera complessa e ricca di sfaccettature, che ha nel caos regnante in determinate aree cinesi, dove lo stato e la legge non riescono ad arrivare, il filo conduttore di un racconto che affascina e avvolge, anche nei momenti in cui  si sfiora il puro esercizio di stile. Da profondo conoscitore della storia del cinema, il regista amalgama infatti atmosfere e suggestioni, traendo spunti dal noir (gli scenari cupi, la durezza della storia, le diverse sequenze sotto la pioggia), dal gangster movie (con la parabola di Zhou che ricorda quella di Carlito Brigante e del suo «Non me la vado certo a cercare io questa merda, è lei che viene da me. Io scappo, lei mi insegue».), dall’estetica al neon, sfruttata in tempi recenti da Nicolas Winding Refn, Gaspar Noé e Wong Kar-wai, fino ad arrivare al tema dell’incomunicabilità, baluardo della filmografia di Michelangelo Antonioni.

Il lago delle oche selvatiche: fra estetizzazione e riflessione sociale

I tempi dilatati, le tante parentesi aperte, i numerosi flashback e il taglio quasi documentaristico, squarciato da improvvise scariche di violenza o da lampi di abbagliante bellezza, non aiutano lo spettatore a entrare in empatia con la vicenda e con i personaggi, ma fungono al tempo da stesso da catalizzatore di un clima ansiogeno e di travolgente anarchia. Assistiamo attoniti a inseguimenti in moto, teste mozzate, danze di morte e fellatio a bordo di una barca, ma anche a momenti che sfiorano il grottesco, come la comica inadeguatezza delle forze dell’ordine o l’inseguimento a una persona che sfoggia la maglietta numero 9 di Batistuta della nazionale argentina. Efficace rappresentazione del caos della contemporaneità, dove sempre più spesso saltano gli schemi e si perdono i contorni. La morale è una prospettiva, il tradimento un modus operandi, la morte un incidente di percorso, la redenzione una luce sempre più flebile e lontana.

Rispetto alle precedenti opere del regista, l’orgia di stimoli e simboli che è Il lago delle oche selvatiche rischia più volte di perdersi nella pura estetizzazione, penalizzando la riflessione politica e sociale, che si ferma solo alla superficie. Resta lo sguardo lucido e disincantato su un territorio che appare fuori controllo e privo di regole, ma la narrazione è a più riprese confusionaria e prolissa, facendo perdere pathos al racconto. Un convincente finale riesce però a scombinare nuovamente le carte, indirizzando la storia su un binario più luminoso e speranzoso e ristabilendo ordine e circolarità in un universo apparentemente anarchico e insensato.

La conferma dell’estro di un grande autore

Il lago delle oche selvatiche

Il lago delle oche selvatiche conferma l’estro di un autore poco prolifico (solamente quattro film in 16 anni, di cui due inediti in Italia) ma dalla mano sicura e consapevole, che dimostra la sua abilità nel plasmare i generi per un discorso appassionato, anche se non sempre centrato, su una nazione in continuo mutamento, brulicante di cultura e tradizione ma colma di contraddizioni e zone d’ombra.

Il lago delle oche selvatiche è nelle sale italiane dal 13 febbraio, distribuito da Movies Inspired.

Valutazione
7/10

Verdetto

Diao Yinan sorprende con una travolgente miscela di generi e atmosfere, che regala sprazzi di abbagliante bellezza ma pecca talvolta in coesione e unitarietà, penalizzando la resa complessiva.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.